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Massimo Recalcati|||

Dal pubblico gremito per Recalcati alla lunga attesa per Ammaniti e Jovanotti, fino alla Sala Azzurra di Irvine Welsh: il quarto giorno del Salone del Libro attraversa l’amore come qualcosa che si sente prima ancora di capirlo.

Il quarto giorno del Salone Internazionale del Libro di Torino comincia con una sensazione precisa: alcune parole, prima ancora di essere comprese, si sentono. Restano nell’aria, si attaccano alle sale, alle file, ai corpi in attesa, al brusio di chi cerca un posto e a quello di chi non vuole perdere nemmeno una frase.

Il senso che attraversa la giornata è allora l’olfatto, ma non soltanto come odore. Piuttosto come capacità di percepire una presenza, una tensione, qualcosa che arriva prima del ragionamento. In tre incontri molto diversi tra loro — Massimo Recalcati, Niccolò Ammaniti con Jovanotti, Irvine Welsh — a tornare è soprattutto l’amore. Non quello pacificato, non quello da formula sentimentale, ma l’amore come frattura, come primo turbamento, come dipendenza.

Tre momenti diversi, tre sale diverse, tre pubblici diversi. Eppure, alla fine, lo stesso filo: l’amore non come risposta, ma come qualcosa che mette in crisi.

Recalcati, la Sala Oro e l’amore come frattura

Massimo Recalcati parla in una Sala Oro gremita, davanti a un pubblico che sembra tenere insieme più generazioni: boomer, millennial e Gen Z seduti fianco a fianco, attentissimi a non perdere nemmeno una parola. L’incontro ruota intorno a Lo splendore e la polvere, libro che raccoglie interviste rilasciate dall’autore tra il 1998 e il 2025. Una sorta di autobiografia intellettuale costruita attraverso la parola orale, il dialogo, le conversazioni sedimentate negli anni.

Il titolo, spiega Recalcati, tiene insieme due dimensioni dell’umano. Da una parte la polvere: ciò che siamo nella nostra finitezza, nella nostra fragilità, nel nostro essere destinati a tornare al nulla. Dall’altra lo splendore: la possibilità di generare arte, amore, vita. Ma la luce non è l’opposto della polvere. È dentro la polvere. È lì che va cercata.

Il passaggio più forte arriva quando Recalcati torna al tema dell’anoressia, già al centro della sua prima intervista con Sergio Zavoli. L’anoressia, nella sua lettura, non riguarda soltanto il cibo. È paura della vita nella vita. Paura di ciò che non si può controllare: il corpo, il desiderio, l’amore, l’imprevedibilità dell’esistenza.

Secondo Recalcati, spesso la ferita nasce dal fallimento del primo incontro con l’amore: un tradimento, una menzogna, un abbandono. Da quel punto in poi, l’amore non arriva più come apertura, ma come minaccia. Il soggetto prova allora a difendersi dalla vita, a chiudersi, a rendersi rigido. Nell’anoressia, dice Recalcati, l’anima diventa osso: lo scheletro come unica cosa stabile, come unica certezza dentro un mondo percepito come ingovernabile.

Da qui il discorso si allarga al disagio giovanile. Da una parte la vita che si consuma nell’eccesso, nella tossicomania, nella violenza; dall’altra la vita che si ritira, che riduce il mondo alla propria stanza, che sceglie la clausura come difesa. La depressione, un tempo legata soprattutto alla fase calante dell’esistenza, oggi investe anche i giovani. Non perché manchino possibilità, ma forse perché ce ne sono troppe, tutte trasformate in obbligo di prestazione.

Nel rapporto tra genitori e figli, Recalcati consegna una frase che resta: ogni forma di insistenza genera resistenza. Più si insiste, più il figlio resiste. Più si pensa che educare significhi moltiplicare regole, più si produce opposizione. Educare, per Recalcati, non significa regolare un figlio, ma trasmettergli il senso della legge: non il divieto sterile, ma il senso del limite. Il “non tutto”. Non posso avere tutto, sapere tutto, essere tutto.

È proprio questo limite, paradossalmente, ad accendere il desiderio. Dove tutto viene presentato come possibile, anche sconfiggere la morte, non invecchiare mai, cancellare ogni fragilità, il desiderio rischia di spegnersi. La vita, dice Recalcati, non deve essere solo lunga. Deve essere larga.

Nella Sala Oro, l’amore ha dunque il primo odore della giornata: quello della frattura. Non è ancora salvezza, non è ancora incontro felice. È il punto in cui qualcosa può rompersi. Ma anche il luogo in cui, dentro la polvere, può continuare a esistere una forma di luce.

 

Massimo Recalcati durante l'incontro in Sala Oro

 

Ammaniti, Jovanotti e il primo amore nella Sala 500

Più tardi, il clima cambia. Per l’incontro con Niccolò Ammaniti e Jovanotti, la lunga attesa sotto il sole cocente di fine maggio non spegne il desiderio del pubblico di entrare nella Sala 500 del Lingotto. L’organizzazione della fila, gestita dal giovanissimo staff del Salone, permette di contenere l’impazienza e accompagnare l’ingresso in una delle sale più eleganti della giornata.

Dentro, Ammaniti e Jovanotti sembrano due amici scanzonati. Il dialogo, moderato con equilibrio da Annalisa Cuzzocrea, procede spesso in modo divertito e divertente. Si parla di scrittura, di adolescenza, di personaggi, ma anche della volontà dei due di realizzare un film insieme.

Al centro c’è Il custode, il romanzo di Ammaniti che racconta Nilo, un ragazzino attraversato dalla tempesta della preadolescenza. Jovanotti insiste sulla capacità dell’autore di raccontare quell’età instabile in cui tutto sta per accadere e niente è ancora chiaro. Il punto di vista, nel libro, sembra muoversi: a volte è quello di Nilo, a volte sembra allargarsi, come se l’infanzia non potesse essere raccontata da una sola prospettiva.

Ammaniti racconta che l’idea nasce da un’immagine legata al mito di Medusa. Una creatura capace di pietrificare con lo sguardo. Da lì prende forma una domanda narrativa: cosa accadrebbe se una famiglia custodisse davvero un mostro? E cosa si potrebbe fare con quel potere, magari davanti alla morte, al desiderio di trattenere qualcuno per sempre?

Il tema del segreto familiare entra così nel discorso. Le famiglie, nei libri di Ammaniti, non sono mai luoghi del tutto pacificati. Sono attraversate da linee scure, zone di pazzia, presenze rimosse. Ci sono cose che i figli respirano prima ancora di poterle nominare. Anche qui, in fondo, l’olfatto funziona come senso narrativo: Nilo sente che qualcosa non va, prima ancora di capirlo davvero.

Poi arriva l’amore. Per Ammaniti, l’atto di pietrificare di Medusa assomiglia al momento in cui ci si innamora. All’inizio l’amore sembra libertà: la possibilità di uscire dalla famiglia, di scappare, di stare al mare quanto si vuole, di seguire una donna sbagliata, di immaginare un’altra vita. Ma subito può diventare anche possesso. Desiderio di trattenere l’altro, di fermarlo, quasi di pietrificarlo, appunto.

Jovanotti, su questo, propone uno sguardo diverso. Per lui l’amore è più vicino alla fusione, all’energia che unisce, al movimento. Ed è proprio nella differenza tra i due che l’incontro trova una delle sue parti più vive: l’amore è libertà o cattura? È fuga dalla famiglia o nuova forma di legame? È movimento o immobilità?

Dopo la ferita raccontata da Recalcati, qui l’amore prende un altro odore: quello del primo incontro, della scoperta, della tempesta adolescenziale. Non è ancora dipendenza, ma già perdita di controllo.

 

Jovanotti, Cuzzocrea e Ammaniti

 

Welsh, Trainspotting e la dipendenza dall’amore

Nel pomeriggio, la fila che precede l’ingresso in Sala Azzurra racconta da sola quanto Trainspotting abbia segnato una generazione. Non mancano le magliette celebrative del film diretto da Danny Boyle. Qualcuno, all’ingresso di Irvine Welsh, mostra anche una sciarpa dell’Hibernian, la squadra di cui lo scrittore è grande tifoso.

L’atmosfera è diversa da quella degli incontri precedenti. Più elettrica, più rumorosa, più carica di memoria. Qui non c’è soltanto l’attesa per un autore. C’è il ritorno di un immaginario: Renton, Sick Boy, Spud, Begbie, l’eroina, Edimburgo, la rabbia, la fuga, gli anni Novanta, anche se il libro guarda ancora agli anni Ottanta.

Welsh apre con una lettura da Men in Love. Giuseppe Culicchia lo presenta come un autore capace di cambiare la letteratura, poi il dialogo entra subito dentro il romanzo. In Men in Love ritroviamo i quattro “moschettieri” di Trainspotting subito dopo la fine del primo libro. Renton ha preso i soldi di tutti. Sick Boy è a Londra, fidanzato con una ragazza aristocratica finita anche lei dentro le dipendenze, e prova a far entrare i vecchi compagni nel mondo posh della futura sposa. Spud tenta di fare il bravo ragazzo. Begbie resta Begbie.

Irvine Welsh legge al pubblico l'intro di Men in love

 

Welsh racconta di avere un archivio dei suoi personaggi, ma anche di non controllarli fino in fondo. Continua a scrivere su di loro, dice, ma gli serve sempre un tema per trasformare quel materiale in romanzo. I personaggi, in qualche modo, scrivono per lui. Si sviluppano scrivendo. Non sono soltanto figure da muovere, ma impulsi, dispositivi, quasi motivi musicali.

Culicchia porta poi il discorso sugli anni Ottanta, sull’epoca Thatcher, su un decennio che non rappresenta solo una rottura, ma l’inizio di qualcosa che non è mai davvero finito. Welsh conferma. Viviamo ancora dentro gli anni Ottanta, dice in sostanza: nelle fusioni che hanno creato mega aziende, nel passaggio dalla libera impresa a un’oligarchia globale, nella distruzione dell’editoria indipendente, nella falsa libertà di internet diventata nuova oligarchia digitale.

Dentro questo mondo, l’amore di Men in Love non ha niente di pulito. Entra nei corpi, nelle dipendenze, nei soldi rubati, nei rapporti di classe, nella nostalgia e nella violenza. Quando Culicchia cita una nuova dipendenza, “l’unica che non riesci a mollare perché è lei che ti molla”, Welsh risponde indicando due grandi forme di connessione: l’amore e l’arte. Sono ciò che permette agli esseri umani di superare, almeno per un istante, i propri limiti. Proprio per questo possono diventare dipendenza.

In Welsh l’amore non salva automaticamente. Non redime i personaggi, non li ripulisce, non cancella il passato. È piuttosto un’altra sostanza, forse la più difficile da governare, perché contiene sempre l’altro. E quindi contiene l’abbandono, il rifiuto, la perdita. Non sei tu a decidere quando finisce. A volte, semplicemente, è l’amore che ti lascia.

Nella parte finale, Welsh parla anche di scrittura. Dice che la quantità serve a trovare la qualità: può scrivere ventimila parole per salvarne mille. Non è un dettaglio secondario, soprattutto in un tempo in cui tutto sembra poter essere prodotto in modo veloce e automatico. La scrittura, per Welsh, resta un lavoro sporco, lungo, selettivo. E deve poter essere anche scomoda. Gli editori, osserva, oggi sembrano temere gli autori controversi, ma forse proprio la noia prodotta da media e social riaprirà il desiderio di voci meno addomesticate. Il mondo, dice, ha bisogno anche di persone che scrivano cose antipatiche.

A colpire, oltre all’intervento, è anche la grande disponibilità nel lasciare spazio alle domande del pubblico. Non una chiusura fredda, ma un confronto aperto, in cui l’autore resta dentro la sala e dentro l’energia di chi lo ha atteso.

Con Welsh, il terzo odore della giornata è quello della dipendenza. Dopo la ferita di Recalcati e il primo amore di Ammaniti, l’amore diventa qualcosa che non si controlla, che si confonde con il bisogno, con l’arte, con la fuga, con la nostalgia. Una nostalgia che Welsh definisce quasi una malattia mentale della sua generazione.

L’amore resta nell’aria

Alla fine, il quarto giorno del Salone sembra aver raccontato l’amore senza mai trattarlo come un sentimento semplice. In Recalcati è la ferita del primo incontro fallito, la frattura che può chiudere il soggetto alla vita. In Ammaniti e Jovanotti è tempesta, adolescenza, desiderio di fuga, ma anche rischio di possesso. In Welsh è dipendenza, trascendenza mancata, bisogno di connessione dentro un mondo che continua a produrre abbandoni.

L’olfatto, allora, non è solo il tema esterno della giornata. È il modo in cui questi incontri sembrano parlare tra loro. Perché certe cose, al Salone, non si capiscono subito. Si sentono. Si respirano nelle sale piene, nelle file sotto il sole, nelle magliette di Trainspotting, nei silenzi attenti davanti a Recalcati, nelle risate tra Ammaniti e Jovanotti, nelle domande rivolte a Welsh.

L’amore attraversa tutto così: non come soluzione, ma come traccia. Qualcosa che arriva prima delle parole e resta dopo. Una frattura, una scoperta, una dipendenza. Una presenza che, anche quando l’incontro finisce e la sala si svuota, continua a rimanere nell’aria.

 
 
 
Roberto Saviano|||

In Sala Oro, Roberto Saviano racconta Michela Murgia a partire da Lezioni sull’odio. Poi, all’Arena Bookstock, la sociologia del maranza ribalta gli stereotipi sulla periferia. Due incontri diversi, attraversati dallo stesso nodo: il modo in cui parole, sguardi ed etichette finiscono per toccare i corpi.

Ci sono giornate del Salone del Libro che tengono insieme incontri lontanissimi tra loro. Non per tema, non per pubblico, non per tono. Ma per un filo sotterraneo che compare a distanza di ore e costringe a rileggere tutto da un’altra prospettiva.

Succede nella giornata che passa dalla Sala Oro, dove Roberto Saviano racconta Michela Murgia a partire da Lezioni sull’odio, all’Arena Bookstock del Padiglione 4, dove l’incontro Sociologia del maranza, il ribaltamento degli stereotipi sulla periferia prova a smontare una parola ormai entrata nel linguaggio comune.

Da una parte c’è l’eredità intellettuale di una scrittrice che ha fatto del linguaggio un campo di battaglia. Dall’altra una generazione spesso raccontata attraverso un’etichetta — “maranza” — prima ancora che attraverso una storia.

In mezzo, lo stesso problema: le parole non sono mai innocue. Possono diventare cura, memoria, ironia, ma anche ferita, stigma, esclusione. Possono proteggere qualcuno o inchiodarlo a un’immagine.

Murgia, l’odio e la responsabilità delle parole

L’incontro dedicato a Michela Murgia si svolge in una Sala Oro piena, davanti a un pubblico attento, commosso e a tratti divertito. A introdurre Roberto Saviano è Concita De Gregorio, in un appuntamento che non ha il tono della commemorazione formale, ma quello di un ritorno vivo dentro il pensiero di Murgia.

Il punto di partenza è Lezioni sull’odio, libro che permette di affrontare uno dei temi più scomodi della sua eredità: l’odio non come semplice insulto, non come rabbia generica, ma come gesto relazionale. Qualcosa che si costruisce nel rapporto con l’altro, che ha bisogno di un bersaglio, di una distanza, di un nome da trasformare in colpa.

Saviano insiste proprio su questa differenza: rabbia e odio non sono la stessa cosa. La rabbia può nascere da una ferita, da un’ingiustizia, da un dolore. L’odio, invece, spesso arriva da fuori, viene educato, indirizzato, reso socialmente disponibile.

È il meccanismo di chi non si assume fino in fondo la responsabilità del proprio sguardo: “io non sono razzista, sono loro che sono neri”. Una frase che sposta sull’altro il peso dell’odio, come se il problema non fosse in chi guarda, ma in chi viene guardato.

Murgia viene ricordata non come una voce semplicemente “controcorrente”, ma come una figura scomoda. La differenza è importante. Essere controcorrente può diventare una posa. Essere scomodi significa non permettere agli altri di restare tranquilli nella neutralità.

Su questo punto entra anche Marcello Fois, richiamando la neutralità come mancanza di responsabilità, come forma di ignavia. L’intellettuale, quando prende davvero posizione, non può essere comodo. Non lo era Murgia, non lo è Saviano, non lo è stato Gramsci. E proprio per questo l’indifferenza diventa una delle zone più pericolose: perché spesso consente al meccanismo dell’odio di continuare senza essere nominato.

 

De Gregorio e Saviano

 

Il video portato da Tagliaferri

Uno dei momenti più intensi arriva con il video portato da Chiara Tagliaferri come omaggio a Michela Murgia: un intervento in cui la scrittrice racconta una serie di insulti in sardo, trasformando il tema dell’offesa in qualcosa di linguistico, culturale e profondamente fisico.

In quel passaggio, la presenza di Murgia torna in sala non come immagine da archivio, ma come voce ancora capace di lavorare sul presente. Il sardo non è soltanto una nota biografica o un colore locale: diventa lingua della memoria, dell’appartenenza, ma anche della ferita.

L’insulto, pronunciato in una lingua carica di identità, mostra ancora meglio quanto le parole possano essere concrete. Non sono solo suoni. Non sono solo sfoghi. Sono forme di potere. Servono a ridurre l’altro, a chiuderlo dentro una definizione, a impedirgli di essere più complesso dell’etichetta che gli viene appiccicata addosso.

È qui che il discorso sull’odio smette di essere astratto. Le parole toccano. Lasciano segni. Entrano nella vita delle persone. Possono trasformare una fragilità in bersaglio, una differenza in colpa, un’identità in caricatura.

La fragilità come scudo

Nella parte finale dell’incontro, Concita De Gregorio riporta il ricordo dell’ultimo incontro con Murgia. Entrambe, in modi diversi, si trovavano davanti a un danno: Murgia già segnata dalla malattia, De Gregorio davanti a una decisione importante.

Da quel racconto emerge una figura quasi da condottiera, ma non nel senso più semplice del termine. Murgia appare in posizione di battaglia, sì, ma anche intenta a proteggere la propria fragilità. Una fragilità fatta di solitudine, frattura, disagio. Qualcosa che non viene nascosto, ma custodito. Quasi trasformato in maschera, in scudo.

Il punto più umano dell’incontro sta forse qui: nessuno è invincibile. Nemmeno chi sembra avere sempre la parola giusta, la risposta più netta, la postura più forte. Ma il modo in cui Murgia ha attraversato la propria vulnerabilità la rende ancora oggi una figura difficile da archiviare. Non perché fosse intoccabile, ma perché ha mostrato che anche la fragilità può diventare pensiero, posizione, resistenza.

Alla domanda su che cosa resti di lei, Tagliaferri risponde indicando i libri. Non una memoria ridotta a citazioni, non una santificazione pubblica, ma una produzione scritta che continua a parlare. Chiedersi cosa direbbe oggi Michela Murgia significa, prima di tutto, tornare ai suoi testi.

Fois aggiunge un’altra parola: promessa. L’eredità di Murgia sta anche nelle promesse fatte e sussurrate. Non accettare l’opzione fascista in un Paese antifascista. Non accettare un Paese che impedisce a ciascuno la propria narrazione. Non accettare che “intellettuale” diventi un insulto.

In fila per la sociologia del maranza

Qualche ora dopo, il discorso sulle parole e sulle etichette cambia luogo, pubblico e temperatura. All’Arena Bookstock del Padiglione 4, per l’incontro Sociologia del maranza, il ribaltamento degli stereotipi sulla periferia, la fila racconta già qualcosa prima ancora che inizi il dibattito.

Non c’è un solo pubblico. Ci sono ragazzi, adolescenti, giovani adulti, ma anche persone più grandi, curiosi, lettori, genitori, frequentatori del Salone che forse con quella parola — “maranza” — hanno un rapporto più esterno, più mediato, più giudicante.

La varietà anagrafica della fila dice già che il tema non riguarda soltanto una generazione. Riguarda il modo in cui una società guarda i suoi giovani, le sue periferie, le sue trasformazioni.

Con Kriim, artista legato al linguaggio rap e alle culture urbane, Anas Moukhafi, direttore dell’etichetta discografica Kayros Music, Tommaso Sarti, autore di Pisciare sulla metropoli, e Gabriel Seroussi, giornalista e autore di La periferia vi guarda con odio, l’incontro prova a smontare una parola diventata comoda proprio perché semplifica.

“Maranza” sembra dire tutto in fretta: un certo modo di vestirsi, una certa musica, una postura, la strada, la periferia, il sospetto. Ma è proprio questa rapidità a essere pericolosa.

Perché quando una parola diventa etichetta, non descrive più: blocca.

 

Ribaltare lo sguardo sulla periferia

Il cuore dell’incontro sta nel ribaltamento dello stereotipo. La periferia non viene raccontata soltanto come luogo del disagio, ma come spazio di produzione culturale. Non solo rabbia, non solo marginalità, non solo cronaca nera: anche linguaggio, estetica, musica, appartenenza, creatività.

Rap, trap, social, abiti, slang, modi di stare insieme: tutto ciò che spesso viene liquidato come folklore urbano o segnale di degrado può essere letto anche come forma di autorappresentazione. Un modo per dire: non vogliamo essere raccontati soltanto dagli altri.

È un passaggio decisivo. Perché il “maranza” non è solo una figura osservata, derisa o temuta. Può diventare anche un soggetto che prende parola. Che costruisce un’immagine di sé. Che occupa lo spazio pubblico non solo come problema, ma come presenza.

Il discorso diventa ancora più forte quando entra il tema delle seconde generazioni. Ragazzi che rischiano di essere considerati “figli di nessuno”: non più pienamente appartenenti al Paese d’origine delle famiglie, ma nemmeno riconosciuti fino in fondo dal Paese in cui vivono, parlano, crescono, desiderano.

A quel punto la periferia non è più soltanto un luogo geografico. Diventa una condizione simbolica. Stare dentro la città, ma essere percepiti ai margini. Parlare la stessa lingua, ma essere trattati come estranei. Produrre cultura, ma essere ancora letti come minaccia.

Dalle parole agli sguardi

Visti insieme, i due incontri finiscono per rispondersi. In Sala Oro, Murgia e Saviano mostrano come l’odio passi attraverso le parole, come l’insulto non sia mai soltanto una battuta, come la neutralità possa diventare una forma di complicità. All’Arena Bookstock, la sociologia del maranza mostra cosa succede quando una parola diventa sguardo sociale, quando un’etichetta si appoggia sui corpi e li precede.

In entrambi i casi, il problema è la narrazione. Chi ha il potere di nominare? Chi decide che una persona è scomoda, pericolosa, ridicola, fuori posto? Chi stabilisce quando una fragilità diventa debolezza, quando una periferia diventa degrado, quando un’identità diventa insulto?

Il Salone, in questa giornata, sembra suggerire che la cultura non serve a rendere tutto più elegante o più sopportabile. Serve, semmai, a complicare ciò che il linguaggio comune semplifica troppo in fretta. A restituire peso alle parole. A ricordare che dietro ogni definizione c’è qualcuno che può esserne colpito.

Le storie, i libri, gli incontri pubblici non restano mai soltanto sulla pagina o sul palco. Scendono nella voce, nei corpi, negli sguardi, nelle file davanti a una sala. E quando arrivano lì, sulla pelle delle persone, smettono di essere teoria. Diventano esperienza.

Zerocalcare|||

Se la prima giornata era stata attraversata dallo sguardo, la seconda trova nell’udito il suo senso dominante. Al Salone del Libro, ascoltare significa dare spazio a ciò che rischia di essere cancellato: le storie di chi resiste al potere e quelle di chi resta nei territori fragili. Da Zerocalcare a Brunori Sas e Vito Teti, resistenza e restanza diventano due parole sorelle, unite dalla stessa domanda: che cosa siamo disposti a non abbandonare?

Dal vedere all’ascoltare

Dopo lo sguardo, l’ascolto. Se la prima giornata del Salone del Libro aveva attraversato il mondo attraverso immagini, prospettive e luoghi della memoria, il secondo giorno sembra chiedere qualcosa di diverso: fermarsi, fare silenzio, prestare attenzione.

Non si tratta più soltanto di osservare il presente, ma di ascoltare le voci che lo attraversano. Voci che arrivano dai margini, dai territori fragili, dalle storie scomode, da ciò che spesso resta fuori dal rumore pubblico. Il 15 maggio, tra l’incontro con Zerocalcare e quello con Brunori Sas e Vito Teti, il Salone ha fatto emergere un filo comune: quello tra resistenza e restanza.

Due parole diverse, quasi lontane, ma unite da una stessa postura: non arretrare. Resistere significa non lasciare campo libero al potere, alla repressione, alla sorveglianza. Restare significa non consegnare i luoghi allo spopolamento, alla nostalgia sterile, all’idea che certi territori siano già perduti.

Zerocalcare e le storie di resistenza nell’Europa dell’intolleranza

All’Arena Bookstock, Zerocalcare è stato protagonista dell’incontro “Storie di resistenza nell’Europa dell’intolleranza”, in dialogo con Giovanni De Mauro. Il legame tra Zerocalcare e la vicenda di Maja T. passa attraverso il graphic novel Nel nido dei serpenti, pubblicato con Momo Edizioni e BAO Publishing, e attraverso il relativo podcast diffuso da Internazionale. È da questo lavoro che prende forma il racconto di una storia capace di intrecciare antifascismo, repressione, giustizia europea e sorveglianza tecnologica.

Al centro del discorso è emersa la vicenda di Maja T., persona non binaria arrestata in Germania dopo l’opposizione, nel 2023, a una manifestazione neonazista a Budapest. Dagli appunti dell’incontro emerge una storia segnata da una forte sproporzione: una richiesta di pena pesantissima, il trasferimento da parte della polizia tedesca senza la possibilità di avvisare l’avvocato, una condanna poi arrivata a otto anni, a fronte di una prognosi di pochi giorni per chi avrebbe subito danni.

Ma il punto, nel racconto di Zerocalcare, non è soltanto la singola vicenda giudiziaria. È il modo in cui quella storia diventa il simbolo di un presente più largo, in cui il cittadino si trova spesso solo davanti ad apparati enormemente più forti.

Il discorso si allarga così al ruolo delle intercettazioni, della sorveglianza, delle grandi aziende tecnologiche e di strumenti come Palantir. Le big tech, spesso raccontate come luoghi neutri, efficienti, quasi salvifici, appaiono invece come strutture capaci di concentrare potere nelle mani di poche figure, non sempre guidate da un’etica pubblica.

Il risultato è una sensazione di squilibrio: da un lato il singolo individuo, dall’altro sistemi opachi, difficili da controllare, dotati di una capacità di osservazione e intervento sempre più estesa. In questo scenario, la resistenza raccontata da Zerocalcare non passa dalla retorica, ma dal racconto. Raccontare diventa un modo per rompere l’isolamento, per sottrarre una storia alla sua marginalità, per impedire che venga ridotta a un caso lontano.

 

 

Una storia che chiede di essere ascoltata

La forza dell’intervento di Zerocalcare sta proprio nella capacità di trasformare una vicenda specifica in una domanda collettiva. Cosa succede quando il potere diventa troppo grande per essere compreso dal singolo? Cosa resta della libertà individuale quando sorveglianza, intercettazioni e tecnologie predittive entrano nei meccanismi della giustizia e della sicurezza?

Il caso di Maja T. diventa così qualcosa di più di una cronaca giudiziaria. Diventa una storia che chiede ascolto, perché parla della fragilità dei corpi davanti agli apparati, della solitudine dell’individuo davanti alla macchina burocratica, giudiziaria e tecnologica.

In questo senso, l’ascolto non è passività. È già una forma di attenzione politica. Significa non lasciare che una vicenda venga inghiottita dalla distanza, dalla complessità o dall’indifferenza. Significa riconoscere che alcune storie, per quanto sembrino lontane, parlano anche del modo in cui immaginiamo la libertà, il dissenso e il diritto alla difesa.

Brunori Sas e Vito Teti: la restanza come scelta

A distanza di poche ore, il dialogo tra Brunori Sas e Vito Teti, moderato da Tommaso Labate, ha spostato il discorso su un’altra forma di opposizione: non più la resistenza davanti al potere repressivo, ma la restanza come scelta culturale, territoriale ed esistenziale.

Al centro dell’incontro c’era la Calabria, ma non come cartolina nostalgica né come terra condannata alla partenza. La Calabria diventa piuttosto un luogo da interrogare. Cosa significa abitare un territorio fragile? Cosa significa restare in un paese, in una regione, in un Sud spesso raccontato solo attraverso la mancanza, l’arretratezza o la fuga?

Il pensiero di Vito Teti offre a questa domanda una cornice antropologica. La restanza non è immobilità, non è rassegnazione, non è semplice attaccamento alle radici. È una forma di presenza attiva. Restare vuol dire prendersi cura dei luoghi, riconoscerne le ferite, ma anche le possibilità. Significa opporsi all’idea che alcuni territori siano destinati solo a svuotarsi.

Brunori Sas porta in questo discorso una sensibilità diversa ma complementare. La sua scrittura musicale è spesso attraversata da memoria, provincia, famiglia, fragilità, appartenenza. Nelle sue canzoni il Sud non è mai soltanto scenario: è un luogo mentale, affettivo, contraddittorio. Un posto da cui si può partire, ma che continua a parlare anche quando ci si allontana.

Brunori, Labate e Teti (foto: CosenzaPost)

 

Restare non è rassegnarsi

La restanza, nel dialogo tra Brunori e Teti, non coincide con il semplice “non partire”. Non è una forma di immobilità, né una celebrazione ingenua delle radici. È piuttosto un modo per rifiutare la narrazione secondo cui alcuni luoghi non avrebbero più futuro.

Restare significa abitare la contraddizione. Significa sapere che un territorio può essere ferito, fragile, impoverito, e tuttavia non per questo condannato alla sparizione. Significa guardare ai paesi, alle comunità e alle periferie interne non come residui del passato, ma come luoghi da cui può ancora nascere una possibilità.

Se Zerocalcare racconta il corpo esposto al potere, Brunori e Teti raccontano i luoghi esposti all’abbandono. Eppure il movimento profondo è simile: non lasciare che siano altri a decidere cosa deve scomparire.

Resistenza e restanza: due forme dello stesso gesto

Zerocalcare e Brunori Sas sembrano muoversi su piani molto diversi. Il primo attraversa il terreno della militanza, della repressione, della sorveglianza e della giustizia. Il secondo, insieme a Vito Teti, ragiona sul rapporto con la Calabria, con i paesi, con le radici e con lo spopolamento.

Eppure, nella distanza, emerge una stessa domanda: che cosa siamo disposti a non abbandonare?

Nel caso di Zerocalcare, non abbandonare significa non voltarsi dall’altra parte davanti a una vicenda scomoda. Significa non lasciare sola una persona dentro un sistema che sembra sproporzionato rispetto al singolo. Significa diffidare delle tecnologie quando diventano strumenti di controllo e non di emancipazione.

Nel caso di Brunori e Teti, non abbandonare significa restituire dignità ai luoghi marginali. Non raccontare il Sud solo come destino di fuga, ma come spazio ancora capace di produrre pensiero, comunità e futuro. Restare, allora, non è il contrario di partire. È il contrario di cancellare.

Il secondo giorno come giornata dell’ascolto

La forza del secondo giorno del Salone sta proprio qui: nell’avere accostato, forse anche involontariamente, due forme diverse di permanenza. Da una parte la resistenza di chi continua a raccontare le ingiustizie; dall’altra la restanza di chi continua ad abitare i luoghi fragili. Entrambe chiedono ascolto. Entrambe rifiutano l’indifferenza.

Dopo lo sguardo, dunque, l’udito. Il Salone del Libro non è solo il luogo in cui si vedono autori, ospiti, incontri e sale piene. È anche uno spazio in cui alcune voci chiedono di essere prese sul serio: la voce di chi denuncia una sproporzione di potere, la voce di chi racconta territori lasciati ai margini, la voce di chi prova a dare parole a ciò che rischia di essere semplificato, rimosso o dimenticato.

Il 15 maggio, il Salone ha messo accanto due verbi necessari: resistere e restare. Resistere davanti alla repressione, alla sorveglianza, all’opacità del potere. Restare dentro i luoghi, dentro le comunità, dentro le contraddizioni di una terra che non vuole essere ridotta all’abbandono.

In fondo, entrambe le parole indicano una scelta. Non lasciare il campo libero. Non permettere che tutto venga deciso altrove. Non accettare che una persona, una storia, un paese o una comunità scompaiano nel silenzio.

E forse è proprio questo il senso più forte della seconda giornata: il Salone, dopo aver insegnato a guardare, chiede di ascoltare ciò che di solito rimane sotto il rumore. Le vite esposte alla forza del potere, i territori lasciati ai margini, le parole che provano ancora a opporsi alla cancellazione.

Resistenza e restanza diventano così due forme dello stesso gesto: continuare a esserci.

 
 
 
 
 
 
 
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Primo giorno al Lingotto: tra immaginazione, luoghi invisibili e ferite trasformate in racconto

 
 

La grande mappa culturale del Lingotto

Il primo giorno del Salone Internazionale del Libro di Torino non ha parlato soltanto di libri. Ha parlato soprattutto di sguardi: quelli che mancano, quelli che si perdono, quelli che arrivano tardi ma riescono a vedere più in profondità. Dentro i padiglioni del Lingotto, la XXXVIII edizione intitolata Il mondo salvato dai ragazzini si è aperta come una grande mappa culturale del presente, capace di tenere insieme letteratura internazionale, giornalismo, sport, musica, divulgazione e cultura pop. Il titolo richiama l’omonima opera di Elsa Morante, pubblicata nel 1968: un libro difficile da classificare, sospeso tra poesia, manifesto, racconto e invettiva, in cui lo sguardo dei più giovani diventa una forza capace di mettere in discussione il mondo adulto, le sue guerre, le sue strutture di potere e le sue forme di rassegnazione. In questo senso, il Salone sembra partire da una domanda precisa: può esistere ancora uno sguardo non addomesticato, capace di immaginare una salvezza diversa?

I numeri restituiscono la dimensione della manifestazione: 147 mila metri quadrati espositivi, oltre 500 stand, 1.250 marchi editoriali, 70 sale, più di 2.700 eventi al Lingotto e oltre 500 appuntamenti del Salone Off sul territorio. Ma a raccontare davvero la forza di questa edizione sono anche i nomi che la attraversano: da Zadie Smith a Emmanuel Carrère, da Irvine Welsh a David Grossman, da Valeria Luiselli ad Alessandro Baricco, da Alessandro Barbero ad Alberto Angela, fino a Zerocalcare, Roberto Saviano, Luciana Littizzetto, Jovanotti, Luciano Ligabue, Roberto Baggio e Alberto Tomba.

Questo articolo è la prima tappa di un reportage che accompagnerà il Salone fino alla sua conclusione, provando a raccontarlo non solo attraverso gli eventi più attesi, ma anche attraverso le traiettorie meno immediate: gli incontri, le parole, i passaggi laterali, le contraddizioni e gli sguardi che attraversano il Lingotto giorno dopo giorno. In mezzo a questa geografia affollata di voci, il primo giorno ha consegnato una domanda più sottile: che cosa riusciamo ancora a vedere, in un Paese e in un tempo che sembrano già fotografati, raccontati e consumati fino allo sfinimento? Dagli incontri con Paola Caridi, Gianrico Carofiglio e Roberto Baggio è emerso un filo comune: la necessità di rallentare, cambiare prospettiva, attraversare le ombre e tornare a guardare ciò che resta sotto la superficie.

 

Paola Caridi: lo sguardo che dà voce ai luoghi

Con Paola Caridi, giornalista, saggista e presidente di Lettera22, il reportage di Nerospinto trova una delle sue prime traiettorie: Gaza, raccontata non soltanto attraverso la cronaca, ma anche attraverso la letteratura e l’immaginazione. A Lingotto ha presentato La voce di Gaza, pubblicato da Feltrinelli, un libro che sceglie un punto di vista insolito e simbolico: quello di un antico sicomoro, albero testimone della storia, delle ferite e delle trasformazioni della città. Il sicomoro diventa così più di un’immagine poetica: è una presenza che osserva, custodisce e restituisce memoria, quasi un ombrello dell’immaginario sotto cui raccogliere vite, paure, leggende e macerie. In questo primo giorno di Salone, Caridi ha portato uno sguardo capace di sottrarsi alla superficie dell’attualità, provando a restituire profondità a un luogo spesso schiacciato dalle immagini della guerra. La letteratura, in questo senso, non allontana dalla realtà: permette di abitarla con maggiore attenzione, dando voce a ciò che rischia di restare invisibile dietro il rumore della cronaca.

 
 
 
Paola Caridi

 

Gianrico Carofiglio: lo sguardo come gesto eversivo

Con Gianrico Carofiglio, scrittore, ex magistrato e tra gli autori italiani più letti, lo sguardo si sposta sulle città e sui paesaggi italiani. Al Salone con Viaggio in Italia, pubblicato dal Touring Club Italiano, un libro che non si limita a indicare luoghi da visitare, ma prova a interrogare il modo in cui li attraversiamo. Non una guida classica, quindi, ma un percorso fatto di deviazioni, dettagli laterali, intuizioni e apparizioni improvvise. È da questa prospettiva che prende forma uno dei passaggi più significativi dell’incontro: guardarsi attorno è un’azione eversiva. In un Paese già fotografato, consumato e raccontato infinite volte, Carofiglio invita a fermarsi prima dello scatto, a recuperare la capacità di perdersi, distrarsi, osservare senza obiettivo immediato. La distrazione, nel suo racconto, non è mancanza di attenzione, ma possibilità creativa: prendere nota di ciò che emerge quando si smette di cercare soltanto ciò che era previsto. Torino, Bari, Firenze, Genova e le altre città del libro diventano così territori da guardare più a lungo, serbatoi di storie visibili e invisibili. Raccontare l’Italia, sembra suggerire Carofiglio, è ancora possibile: a patto di cambiare postura, accettare il disorientamento e lasciare che i luoghi ci sorprendano prima ancora di essere spiegati.

 
Gianrico Carofiglio (foto Andrea Colzani)
 
 

Roberto Baggio: la luce oltre il buio

Il terzo sguardo è quello, più intimo, di Roberto Baggio. Al Salone, la leggenda del calcio italiano ha dialogato intorno a La luce nell’oscurità, scritto con Valentina Baggio e Matteo Marani per Rizzoli Illustrati: non soltanto il racconto di una carriera sportiva, ma il tentativo di rileggere una vita attraverso le sue prove più dure, dagli infortuni a Pasadena. Qui lo sguardo non riguarda i luoghi, ma il modo in cui una persona decide di attraversare il proprio buio senza farsene definire. Il dialogo con la figlia Valentina aggiunge al libro una dimensione privata, quasi domestica: non il campione raccontato dall’esterno, ma un padre che si confronta con la propria storia davanti a chi ne eredita domande, immagini e silenzi. La gratitudine diventa allora una forma di consapevolezza: non negare l’oscurità, ma riconoscere ciò che anche le avversità hanno insegnato. Dalle stampelle in casa al maledetto rigore, Baggio costruisce un racconto in cui umiltà e autostima non si contraddicono: la prima non abbassa l’uomo, lo radica; la seconda non lo gonfia, lo sostiene. In questo senso, il libro assume quasi la forma di una preghiera laica, una memoria luminosa che non dimentica il buio da cui proviene.

 
 
Valentina e Roberto Baggio
 
 
 
 
 
 
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Sei a Milano lunedì sera? Invece di stare in mezzo al traffico o sui Social a scrollare l’ennesimo reel motivazionale, hai l’occasione di sederti davanti a uno dei nomi più autorevoli del personal branding in Italia: Gianluca Lo Stimolo. L’appuntamento è alla Mondadori in Piazza Duomo (con la scrittrice Roberta Maddalena), dove sarà presentato il suo libro: “Nomea – Il codice della fama”.

Un appuntamento che non è solo una presentazione, ma un invito a riflettere su come ci raccontiamo nel mondo.

E allora viene naturale chiedersi: “Cos’è davvero la fama oggi?”  – Non parliamo di notorietà effimera o di diventare “influencer” a caso. La fama, quella di cui parla l’autore, è una strategia identitaria che ha a che fare con la propria missione, con ciò che si lascia nel mondo. Un percorso lucido e consapevole per imparare a farsi scegliere — e non solo notare.

Chi è Gianluca Lo Stimolo?

Se ancora non lo conosci, forse è il momento giusto per aggiornare il feed delle tue ispirazioni. Gianluca è il fondatore di Stand Out Agency, la prima agenzia italiana specializzata in personal branding. Da anni accompagna imprenditori, manager e professionisti nel diventare autorevoli e memorabili attraverso il proprio nome. Gianluca non è un teorico: è uno che fa. E che fa fare. Lo stimano brand, università e testate come Forbes, che lo ha inserito tra i Top 100 Manager italiani. La sua visione è chiara: il personal branding non è vanità, è consapevolezza strategica della propria unicità; e da qui nasce Nomea.

Cosa racconta Nomea

Già il sottotitolo è ispirazionale: “Il codice della fama”.

È un libro, sì, ma con il respiro e la funzione di una mappa. Perché oggi, in un mondo dove tutti vogliono farsi notare, è facile sentire di avere qualcosa da dire o da creare, ma spesso senza sapere davvero da dove cominciare. Così si gira in tondo, si prova di tutto — eppure la giusta direzione sembra non arrivare mai. Ed è proprio qui che Nomea entra in gioco: come punto d’inizio.
Un percorso pratico e ispirato, che passo dopo passo aiuta a riconoscere la propria unicità autentica, a costruire una reputazione forte, coerente e trasversale e a comunicare valore senza “vendersi". L’obiettivo non è diventare famosi in senso vuoto, ma lasciare una traccia reale, chiara e duratura, nella mente (e nel cuore) degli altri. Ogni capitolo è un tassello del codice, una chiave verso l’andare da “sconosciuti” a “riconosciuti”. E no, non servono milioni di follower: serve sapere chi si è davvero — e imparare a mostrarlo nel modo giusto. L’approccio esposto in Nomea non è solo una teoria, ma un vero e proprio percorso per la valorizzazione del proprio brand personale. La filosofia che ne traspare è quella della “fama consapevole”, un concetto che va ben oltre l’immagine: si tratta di creare relazioni, trasmettere autenticità e costruire una reputazione che parla di competenze, valori e passione.

Un invito a chi vuole distinguersi, non omologarsi

L’evento è aperto a chiunque senta il desiderio — o la necessità — di lavorare sulla propria immagine pubblica con intelligenza, strategia e autenticità. È anche un invito per chi, di professione, si occupa di valorizzare l’immagine altrui: consulenti, coach, comunicatori, PR, social media manager o freelance della comunicazione che vogliono offrire ai propri clienti strumenti più evoluti e consapevoli per emergere davvero. Questa serata è pensata per offrire spunti utili e stimolanti a chi è sempre in cerca di nuovi modi per valorizzare sé stessa e si riconosce in un percorso di crescita continua, come un’occasione per rivedersi nel mondo del lavoro con una prospettiva nuova, quella di chi non si accontenta, ma vuole fare la differenza.

In un’epoca in cui la visibilità online è fondamentale, il personal branding diventa lo strumento essenziale per distinguersi e farsi riconoscere. Nomea è la guida ideale per chi vuole intraprendere questo viaggio con consapevolezza, evitando errori comuni e scegliendo la strada della crescita personale e professionale in maniera etica e sostenibile.

La presentazione

La Mondadori non è solo una libreria: è un luogo dove le idee prendono forma, dove la cultura incontra l’azione. Presentare Nomea proprio qui non è casuale, ma profondamente coerente con il suo messaggio. Perché questo libro parla a chi vive in un contesto in continua trasformazione, dove le intuizioni si devono tradurre in progetti concreti e le competenze in percorsi solidi.

In un mondo iper-connesso, competitivo e sempre più visivo, non basta più saper fare bene il proprio lavoro: bisogna imparare a raccontarlo con autenticità, coerenza e visione. Il personal branding è una leva potente per emergere, differenziarsi e creare connessioni professionali vere. Gianluca è proprio qui dove vuole arrivare, dove la visibilità non è un optional, ma parte integrante del successo professionale. E lo fa offrendo una bussola pratica, concreta, umana. Perché in una realtà che corre veloce, sapere chi si è — e come raccontarlo con forza e autenticità — è la vera chiave per non restare indietro.

 

 

 

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C’è chi i sogni li insegue, e chi – con un mix raro di coraggio, passione e visione – li trasforma in ponti tra mondi. Severino Ricci, manager, consulente e storyteller, è una di quelle persone che non solo sognano la California, ma la rendono viva, accessibile e affascinante per chiunque abbia voglia di conoscerla davvero.

Lo fa da anni con la sua community online “Italy2California”, e ora anche con un libro che si preannuncia speciale: “Point Break – Ti porto in California”, in uscita a breve.

Una guida? Un diario? Un’ode alla California (e alla vita)

Più che una guida turistica, Point Break è un diario di bordo, un viaggio autentico che nasce dall’esperienza personale di Severino lungo la costa ovest degli Stati Uniti – da San Diego a Los Angeles, passando per luoghi meno noti e più veri, come la sua amatissima Oceanside.

Tra panorami mozzafiato, cultura surf, gastronomia e benessere, il lettore sarà accompagnato in un percorso che non è solo geografico, ma anche umano. È il racconto di una trasformazione: da ragazzo pugliese cresciuto tra le automobili di famiglia a cittadino del mondo, Ambasciatore del Turismo della città di Oceanside e membro del board del prestigioso California Surf Museum.

 L’anima di un progetto che unisce due mondi

Severino è la voce e il volto di Italy2California, un progetto che è molto più di una semplice piattaforma social: è un vero e proprio spazio culturale e ispirazionale dove si parla di viaggi, storie, persone e sogni realizzati. La California, nel suo racconto, non è solo una destinazione: è uno stato mentale.

E proprio con questo spirito nasce Point Break – Ti porto in California, un invito a rallentare, a guardare il mondo con occhi diversi, a lasciarsi travolgere (e trasformare) da un modo di vivere in cui il sole, il surf e l’autenticità sono ancora valori reali.

Severino, un personaggio autentico

Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo sa quanto Severino sia una persona generosa, entusiasta e incredibilmente determinata. Questo libro è il frutto di un lungo percorso fatto di esperienze vissute, incontri fortunati e tanta voglia di condividere. E non vediamo l’ora di leggerlo.



Il libro verrà presentato in anteprima a Milano il 15 aprile, presso Fancytoast Bicocca, e successivamente anche nella sua amata Oceanside, California.

Save the Date:
Presentazione ufficiale: Martedì 15 aprile 2024, ore 18:00
Fancytoast, Piazza della Trivulziana 5 – Milano (MM Bicocca)
Con aperitivo californiano!

È gradita la prenotazione. Puoi confermare la tua presenza:
– via WhatsApp al +39 339 6855514
– via email a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
– oppure su Eventbrite a questo link: Scopri il sogno californiano – Prenota qui

Nel frattempo, potete seguire Severino su Instagram @italy2california e prepararvi a partire, almeno con la mente. Perché, come scrive lui stesso:

“La California è uno stato mentale, prima ancora che geografico.”

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Un romanzo che esplora i temi dell'identità, della memoria e del potere dell'amore.

Sara Manfredi presenta il suo esordio letterario: “Kiss the rain”, un romanzo di formazione ispirato alla leggenda del Tanabata, la festa dell’estate, degli innamorati e delle stelle, che affonda le sue radici in Giappone.

“Kiss the rain”: la trama

Durante un volo intercontinentale Takumi, ormai trentenne, ripensa ai tempi del liceo e al suo rapporto con Asami, una ragazza giapponese che scompare dalla sua vita all'improvviso e di cui nessuno ha più memoria, tranne lui stesso.

Per scoprire la verità su di lei, Takumi compie, appena diciottenne, un viaggio nel lontano Giappone assieme alla madre e al suo migliore amico Thomas. Tuttavia, venuto a conoscenza della verità sulla ragazza, la sua vita cambierà completamente e dovrà fare i conti con quello che nel suo mondo ha sempre considerato irreale.

Guardando dal finestrino dell'aereo e attraverso dei dialoghi con una signora anziana seduta al suo fianco, Takumi rifletterà su quanto ha perso, ricordando un amore che non ha mai dimenticato, le amicizie degli anni giovanili e il rapporto speciale con la madre, alla ricerca del suo posto nel mondo.

La cultura giapponese, in particolare la leggenda del Tanabata, alcune coincidenze inaspettate e la musica, a cui si ispira il titolo del romanzo, attraversano la narrazione come un leitmotiv, in cui il magico si mescola al reale, insinuando il dubbio sull'autenticità di ciò che il protagonista dice di aver vissuto.

Sarò sempre legata ai personaggi che ho creato perché in ognuno di essi c'è un po' di quello che sono o delle persone che ho incontrato nella mia vita, ed esattamente come il primo amore, anche il primo romanzo non si scorda mai”, racconta Sara Manfredi.

Un romanzo coinvolgente e ricco di spunti di riflessione, che esplora i temi dell'identità, della memoria e del potere dell'amore.

 

Di Barbara Spadafora

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Dopo il successo di “Benvenuti a Casa Pappagallo” e “Tutti i sapori di Casa Pappagallo”, che hanno venduto più di 130.000 di copie, Luca Pappagallo torna in tavola con un nuovo ricettario per stupire amici e familiari con il sapore della cucina casalinga autentica.

La cucina per tutti di Casa Pappagallo, edito Vallardi, è ora disponibile nelle librerie e su tutti gli store digitali. Il nuovo libro del cuciniere toscano esplora i sapori della tradizione italiana e internazionale con piatti ideali per chi ama i sapori di casa, ma anche escursioni in terre lontane. «Queste ricette sono un atto d’amore nei confronti dei miei lettori», racconta Luca Pappagallo. «Ed è pensando a loro, a voi, alla schiettezza e alla semplicità che ci contraddistinguono che ho preparato questa carrellata di ricette, da piatti della cucina regionale italiana a variazioni come la pasta all’arrabbiata con i funghi o la genovese di polpo, dalle specialità di paesi lontani fino a dolci golosissimi che fanno subito festa.»

Uno dei cuochi pià amati del web

Luca Pappagallo è tra i cuochi più seguiti e amati del web e, anche se si occupa di cucina a livello professionale da più di vent’anni, non si considera uno chef, bensì un “cuciniere curioso”.

Nel 1999 fonda Cookaround, uno dei primi siti dedicati alla cucina in Italia, ma è nel 2019 che fa il grande passo, mettendosi in gioco icon Casa Pappagallo, il canale YouTube/Facebook e poi Instagram diventato uno dei punti di riferimento della cucina in Italia. Qui Luca propone quotidianamente ricette di piatti autentici, ma soprattutto facili da replicare.

Luca è anche uno dei volti del canale Food Network con il programma In cucina con Luca Pappagallo.

 

Di Barbara Spadafora

A Genova la mostra ITADAKIMASU sul cibo degli anime, da Miyazaki a One Piece|||

Onigiri, bentō e pietanze tradizionali che hanno ispirato e unificato generazioni di otaku, nerd e appassionati di anime e avventure nel Sol Levante: Palazzo della Meridiana di Genova celebra le opere dei grandi Maestri del disegno animato come Hayao Miyazaki, Eichiro Oda e Masashi Kishimotola nella mostra "Itadakimasu. Piccole Storie Nascoste nella Cucina degli Anime"

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La pasticceria è un'arte che richiede passione, dedizione e un pizzico di magia, ma non è necessario essere dei professionisti per cimentarsi nella preparazione di dolci deliziosi. È questo il messaggio che Alessandra Mion, in arte Frau Knam, vuole trasmettere con il suo libro Pasticceria per tutti, edito da Mondadori Electa.

Una raccolta di oltre 50 ricette, dalla classica torta al cioccolato al più elaborato dessert, spiegate in modo semplice e chiaro, con consigli e trucchi che permetteranno anche ai principianti di ottenere risultati perfetti. “Questo libro nasce per dire che non è necessario essere dei pasticceri professionisti per provare il piacere e la gioia di sperimentare, “pasticciare” e creare qualcosa di buono da condividere con gli altri”, spiega Alessandra. Insomma, un must-have per tutti gli appassionati di dolci, ma anche per chi vuole avvicinarsi a questo mondo per la prima volta.

Anche in televisione

Alessandra ha lavorato per molti anni a fianco del marito Ernst Knam, il celebre maître chocolatier di fama internazionale, imparando tutto quello che c’è da sapere sul mondo della pasticceria. Ma solo durante il lockdown ha avuto l'occasione di mettere “le mani in pasta” e sperimentare in prima persona la gioia di creare dolci attraverso dei tutorial su Instagram. Il successo è stato immediato, conquistando migliaia di follower entusiasti della sua semplicità e della sua passione.

Da questa esperienza e dopo il successo del libro, Frau Knam approda anche in televisione con il programma La pasticceria di Frau Knam, in onda su Food Network canale 33 dal 25 ottobre alle 21:00. In ogni episodio preparerà una ricetta diversa e insieme a lei ci saranno il marito Ernst e altri ospiti speciali.

 

Di Roberta De Gasperi

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