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Il Progetto DonneTeatroDiritti continua presentando al PACTA Salone dal 24 al 27 marzo 2022, RAGAZZE DI VETRO tratto dal romanzo “La campana di vetro” di Sylvia Plath, con l'adattamento di Maddalena Mazzocut-Mis e Sofia Pelczer, incentrato sulla vita di due ragazze in lotta contro la depressione.
“Se c’è chi paga e chi no, non è più una repubblica, ma una monarchia e io i re li ghigliottino!” “Anche noi li ghigliottiniamo!” “L’uguaglianza è facile a dirsi, ma..” “L’uguaglianza è quando nessuno deve più pagare!” “Non è vero, è quando tutti pagano uguale.” Con queste parole si apriva il video ufficiale di 12 Marmocchi, il primo singolo dell’album, uscito nel 2010, “Una risata ci seppellirà”, prodotto artistico dei Giuignol, band milanese nata a ridosso del nuovo millennio, nel 1999. Sono passati due anni da quella scelta, un altro disco è stato prodotto, “Addio cane!” e queste parole sembrano ancora più attuali. Si parla moltissimo di uguaglianza, oggi come oggi, ma, alla fine, ognuno si sente sempre “un po’ più uguale degli altri”. Abbiamo parlato con Pierfrancesco Adduce, alias Pier, voce e autore di tutti i brani della band, per qualche delucidazione sul nuovo album e sul mondo Guignol in generale.
Due anni non sono certo un periodo di tempo abbastanza lungo per vedere dei cambiamenti, ma credi che ci siano i presupposti perché qualcosa possa migliorare rispetto alla situazione che viviamo oggi in Italia e che descrivevate così chiaramente nell’album precedente?
“Difficile, parlando dell’Italia; non sono bastati 150 anni di storia a farla davvero, con tutti i suo limiti storici, il suo individualismo, i suoi vizi, antichi e sempre così attuali. Figurarsi un’idea di maggiore uguaglianza, dignità, equità, rispetto e riconoscimento dei più deboli e delle minoranze! Ci vorrà ben altro che la vecchia e retorica “speranza nel futuro”, ci vorrebbero dei segnali e dei presupposti davvero diversi e al momento non mi pare ci siano ancora, se non in rari casi.”
Nelle canzoni dei Giugnol, sin dall’esordio, si sentono ben chiari gli echi delle loro origini folk cantautorali, sia nei testi che nelle melodie, in quelle più rock e in quelle sfumate di blues. Le vostre parole, sin dal primo disco, raccontano delle storie, denunciano situazioni scomode, descrivono luoghi della mente e della realtà urbana quotidiana.
In “Addio cane!” a quale di questi mondi avete sentito maggiore esigenza di dare la priorità, il vostro micro cosmo o l’universo che vi circonda?
“Il nostro (o il mio) microcosmo, coincidono in parte o in tutto con quello oggettivo dell’universo intorno: ne riflette le nevrosi, le ansie, l’assurdità, anche quando ci si sforza di starne lontani il più possibile, e il caso non è il nostro, dato che non viviamo come asceti o eremiti appartati tanto da non doverci confrontare col resto, tutt’altro!"
Dal punto di vista prettamente musicale, ci sono state diverse evoluzioni all’interno di questo disco, che comunque si presenta come una sorta di evoluzione di quello precedente, ricco di tutte le sfumature che vi caratterizzano fin dal 1999. Come vorreste che fosse letto, o meglio ascoltato, questo vostro ultimo lavoro? Se doveste scegliere una situazione ideale in cui consigliarne l’ascolto, quale sarebbe?
“Lo consiglieremmo per un ascolto da casa, sul divano, o anche lavando i piatti o … non saprei, in macchina viaggiando? In qualsiasi maniera vi pare, anche se di certo sarebbe meglio una situazione in cui si possa prestare un minimo d’attenzione. Parlando di “Addio cane!”, io credo sia un disco più evoluto di “Una risata ci seppellirà”, il nostro terzo, perché è musicalmente più vario e personalmente credo sia meglio arrangiato. E’ più incisivo, forse anche più “crudo”, e credo metta meglio a nudo tematiche personali e altre di più ampio respiro. Tutti i nostri dischi hanno un po’ questa prerogativa, ma personalmente amo molto “Addio cane!”.
L’album si chiude con un pezzo molto interessante, che da il titolo all’album. Sullo sfondo di suoni distorti, in una sorta di monologo teatrale, viene descritto un cane anziano, saggio e molto stanco. Se ne sta fermo a guardarsi intorno e guardare il padrone, con quell’aria che i cani spesso hanno, come a dire volerci dire che sanno, che capiscono molto più di quel che pensiamo, che gli mancano solo le parole per dircelo. Ma questo è un racconto e nei racconti anche i vecchi segugi possono parlare; guardando il padrone allontanarsi, prende parola e dice “Addio, cane, buon viaggio.” Esiste una sorta di identificazione in uno dei due personaggi, quello che parte e quello che resta? A cosa volete portare la mente dell’ascoltatore attraverso questa storia?
“E’ il racconto di un sogno, in cui l’uomo e un suo alter ego animale, si invertono nei ruoli: l’uomo crede di poter passare oltre, come sempre è abituato a fare, ma il cane lo gela con un gesto e le parole che lui stesso avrebbe detto o immaginato di pronunciare. E’ un gioco di specchi surreale. Non c’è un’identificazione mia o nostra in uno dei due personaggi, entrambi sono due facce di una stessa medaglia, ossia, entrambi trovano qualcosa di sé nell’altro, anche se assurdamente.”
“Addio Cane!” arriva a ridosso di un tour lungo quasi due anni, siete pronti a tornare sul palco, avete date in programma?
“Assolutamente si, non abbiamo mai smesso, se non per brevi periodi. Suoneremo durante l’estate in una formazione ridotta, anche in veste acustica, per alcune date tra Milano, Nord e Centro Italia. Inoltre abbiamo in programma un paio di date in Francia, a Parigi, nel mese di luglio … Venite a trovarci!”
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