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Roberto Saviano|||

In Sala Oro, Roberto Saviano racconta Michela Murgia a partire da Lezioni sull’odio. Poi, all’Arena Bookstock, la sociologia del maranza ribalta gli stereotipi sulla periferia. Due incontri diversi, attraversati dallo stesso nodo: il modo in cui parole, sguardi ed etichette finiscono per toccare i corpi.

Ci sono giornate del Salone del Libro che tengono insieme incontri lontanissimi tra loro. Non per tema, non per pubblico, non per tono. Ma per un filo sotterraneo che compare a distanza di ore e costringe a rileggere tutto da un’altra prospettiva.

Succede nella giornata che passa dalla Sala Oro, dove Roberto Saviano racconta Michela Murgia a partire da Lezioni sull’odio, all’Arena Bookstock del Padiglione 4, dove l’incontro Sociologia del maranza, il ribaltamento degli stereotipi sulla periferia prova a smontare una parola ormai entrata nel linguaggio comune.

Da una parte c’è l’eredità intellettuale di una scrittrice che ha fatto del linguaggio un campo di battaglia. Dall’altra una generazione spesso raccontata attraverso un’etichetta — “maranza” — prima ancora che attraverso una storia.

In mezzo, lo stesso problema: le parole non sono mai innocue. Possono diventare cura, memoria, ironia, ma anche ferita, stigma, esclusione. Possono proteggere qualcuno o inchiodarlo a un’immagine.

Murgia, l’odio e la responsabilità delle parole

L’incontro dedicato a Michela Murgia si svolge in una Sala Oro piena, davanti a un pubblico attento, commosso e a tratti divertito. A introdurre Roberto Saviano è Concita De Gregorio, in un appuntamento che non ha il tono della commemorazione formale, ma quello di un ritorno vivo dentro il pensiero di Murgia.

Il punto di partenza è Lezioni sull’odio, libro che permette di affrontare uno dei temi più scomodi della sua eredità: l’odio non come semplice insulto, non come rabbia generica, ma come gesto relazionale. Qualcosa che si costruisce nel rapporto con l’altro, che ha bisogno di un bersaglio, di una distanza, di un nome da trasformare in colpa.

Saviano insiste proprio su questa differenza: rabbia e odio non sono la stessa cosa. La rabbia può nascere da una ferita, da un’ingiustizia, da un dolore. L’odio, invece, spesso arriva da fuori, viene educato, indirizzato, reso socialmente disponibile.

È il meccanismo di chi non si assume fino in fondo la responsabilità del proprio sguardo: “io non sono razzista, sono loro che sono neri”. Una frase che sposta sull’altro il peso dell’odio, come se il problema non fosse in chi guarda, ma in chi viene guardato.

Murgia viene ricordata non come una voce semplicemente “controcorrente”, ma come una figura scomoda. La differenza è importante. Essere controcorrente può diventare una posa. Essere scomodi significa non permettere agli altri di restare tranquilli nella neutralità.

Su questo punto entra anche Marcello Fois, richiamando la neutralità come mancanza di responsabilità, come forma di ignavia. L’intellettuale, quando prende davvero posizione, non può essere comodo. Non lo era Murgia, non lo è Saviano, non lo è stato Gramsci. E proprio per questo l’indifferenza diventa una delle zone più pericolose: perché spesso consente al meccanismo dell’odio di continuare senza essere nominato.

 

De Gregorio e Saviano

 

Il video portato da Tagliaferri

Uno dei momenti più intensi arriva con il video portato da Chiara Tagliaferri come omaggio a Michela Murgia: un intervento in cui la scrittrice racconta una serie di insulti in sardo, trasformando il tema dell’offesa in qualcosa di linguistico, culturale e profondamente fisico.

In quel passaggio, la presenza di Murgia torna in sala non come immagine da archivio, ma come voce ancora capace di lavorare sul presente. Il sardo non è soltanto una nota biografica o un colore locale: diventa lingua della memoria, dell’appartenenza, ma anche della ferita.

L’insulto, pronunciato in una lingua carica di identità, mostra ancora meglio quanto le parole possano essere concrete. Non sono solo suoni. Non sono solo sfoghi. Sono forme di potere. Servono a ridurre l’altro, a chiuderlo dentro una definizione, a impedirgli di essere più complesso dell’etichetta che gli viene appiccicata addosso.

È qui che il discorso sull’odio smette di essere astratto. Le parole toccano. Lasciano segni. Entrano nella vita delle persone. Possono trasformare una fragilità in bersaglio, una differenza in colpa, un’identità in caricatura.

La fragilità come scudo

Nella parte finale dell’incontro, Concita De Gregorio riporta il ricordo dell’ultimo incontro con Murgia. Entrambe, in modi diversi, si trovavano davanti a un danno: Murgia già segnata dalla malattia, De Gregorio davanti a una decisione importante.

Da quel racconto emerge una figura quasi da condottiera, ma non nel senso più semplice del termine. Murgia appare in posizione di battaglia, sì, ma anche intenta a proteggere la propria fragilità. Una fragilità fatta di solitudine, frattura, disagio. Qualcosa che non viene nascosto, ma custodito. Quasi trasformato in maschera, in scudo.

Il punto più umano dell’incontro sta forse qui: nessuno è invincibile. Nemmeno chi sembra avere sempre la parola giusta, la risposta più netta, la postura più forte. Ma il modo in cui Murgia ha attraversato la propria vulnerabilità la rende ancora oggi una figura difficile da archiviare. Non perché fosse intoccabile, ma perché ha mostrato che anche la fragilità può diventare pensiero, posizione, resistenza.

Alla domanda su che cosa resti di lei, Tagliaferri risponde indicando i libri. Non una memoria ridotta a citazioni, non una santificazione pubblica, ma una produzione scritta che continua a parlare. Chiedersi cosa direbbe oggi Michela Murgia significa, prima di tutto, tornare ai suoi testi.

Fois aggiunge un’altra parola: promessa. L’eredità di Murgia sta anche nelle promesse fatte e sussurrate. Non accettare l’opzione fascista in un Paese antifascista. Non accettare un Paese che impedisce a ciascuno la propria narrazione. Non accettare che “intellettuale” diventi un insulto.

In fila per la sociologia del maranza

Qualche ora dopo, il discorso sulle parole e sulle etichette cambia luogo, pubblico e temperatura. All’Arena Bookstock del Padiglione 4, per l’incontro Sociologia del maranza, il ribaltamento degli stereotipi sulla periferia, la fila racconta già qualcosa prima ancora che inizi il dibattito.

Non c’è un solo pubblico. Ci sono ragazzi, adolescenti, giovani adulti, ma anche persone più grandi, curiosi, lettori, genitori, frequentatori del Salone che forse con quella parola — “maranza” — hanno un rapporto più esterno, più mediato, più giudicante.

La varietà anagrafica della fila dice già che il tema non riguarda soltanto una generazione. Riguarda il modo in cui una società guarda i suoi giovani, le sue periferie, le sue trasformazioni.

Con Kriim, artista legato al linguaggio rap e alle culture urbane, Anas Moukhafi, direttore dell’etichetta discografica Kayros Music, Tommaso Sarti, autore di Pisciare sulla metropoli, e Gabriel Seroussi, giornalista e autore di La periferia vi guarda con odio, l’incontro prova a smontare una parola diventata comoda proprio perché semplifica.

“Maranza” sembra dire tutto in fretta: un certo modo di vestirsi, una certa musica, una postura, la strada, la periferia, il sospetto. Ma è proprio questa rapidità a essere pericolosa.

Perché quando una parola diventa etichetta, non descrive più: blocca.

 

Ribaltare lo sguardo sulla periferia

Il cuore dell’incontro sta nel ribaltamento dello stereotipo. La periferia non viene raccontata soltanto come luogo del disagio, ma come spazio di produzione culturale. Non solo rabbia, non solo marginalità, non solo cronaca nera: anche linguaggio, estetica, musica, appartenenza, creatività.

Rap, trap, social, abiti, slang, modi di stare insieme: tutto ciò che spesso viene liquidato come folklore urbano o segnale di degrado può essere letto anche come forma di autorappresentazione. Un modo per dire: non vogliamo essere raccontati soltanto dagli altri.

È un passaggio decisivo. Perché il “maranza” non è solo una figura osservata, derisa o temuta. Può diventare anche un soggetto che prende parola. Che costruisce un’immagine di sé. Che occupa lo spazio pubblico non solo come problema, ma come presenza.

Il discorso diventa ancora più forte quando entra il tema delle seconde generazioni. Ragazzi che rischiano di essere considerati “figli di nessuno”: non più pienamente appartenenti al Paese d’origine delle famiglie, ma nemmeno riconosciuti fino in fondo dal Paese in cui vivono, parlano, crescono, desiderano.

A quel punto la periferia non è più soltanto un luogo geografico. Diventa una condizione simbolica. Stare dentro la città, ma essere percepiti ai margini. Parlare la stessa lingua, ma essere trattati come estranei. Produrre cultura, ma essere ancora letti come minaccia.

Dalle parole agli sguardi

Visti insieme, i due incontri finiscono per rispondersi. In Sala Oro, Murgia e Saviano mostrano come l’odio passi attraverso le parole, come l’insulto non sia mai soltanto una battuta, come la neutralità possa diventare una forma di complicità. All’Arena Bookstock, la sociologia del maranza mostra cosa succede quando una parola diventa sguardo sociale, quando un’etichetta si appoggia sui corpi e li precede.

In entrambi i casi, il problema è la narrazione. Chi ha il potere di nominare? Chi decide che una persona è scomoda, pericolosa, ridicola, fuori posto? Chi stabilisce quando una fragilità diventa debolezza, quando una periferia diventa degrado, quando un’identità diventa insulto?

Il Salone, in questa giornata, sembra suggerire che la cultura non serve a rendere tutto più elegante o più sopportabile. Serve, semmai, a complicare ciò che il linguaggio comune semplifica troppo in fretta. A restituire peso alle parole. A ricordare che dietro ogni definizione c’è qualcuno che può esserne colpito.

Le storie, i libri, gli incontri pubblici non restano mai soltanto sulla pagina o sul palco. Scendono nella voce, nei corpi, negli sguardi, nelle file davanti a una sala. E quando arrivano lì, sulla pelle delle persone, smettono di essere teoria. Diventano esperienza.

Zerocalcare|||

Se la prima giornata era stata attraversata dallo sguardo, la seconda trova nell’udito il suo senso dominante. Al Salone del Libro, ascoltare significa dare spazio a ciò che rischia di essere cancellato: le storie di chi resiste al potere e quelle di chi resta nei territori fragili. Da Zerocalcare a Brunori Sas e Vito Teti, resistenza e restanza diventano due parole sorelle, unite dalla stessa domanda: che cosa siamo disposti a non abbandonare?

Dal vedere all’ascoltare

Dopo lo sguardo, l’ascolto. Se la prima giornata del Salone del Libro aveva attraversato il mondo attraverso immagini, prospettive e luoghi della memoria, il secondo giorno sembra chiedere qualcosa di diverso: fermarsi, fare silenzio, prestare attenzione.

Non si tratta più soltanto di osservare il presente, ma di ascoltare le voci che lo attraversano. Voci che arrivano dai margini, dai territori fragili, dalle storie scomode, da ciò che spesso resta fuori dal rumore pubblico. Il 15 maggio, tra l’incontro con Zerocalcare e quello con Brunori Sas e Vito Teti, il Salone ha fatto emergere un filo comune: quello tra resistenza e restanza.

Due parole diverse, quasi lontane, ma unite da una stessa postura: non arretrare. Resistere significa non lasciare campo libero al potere, alla repressione, alla sorveglianza. Restare significa non consegnare i luoghi allo spopolamento, alla nostalgia sterile, all’idea che certi territori siano già perduti.

Zerocalcare e le storie di resistenza nell’Europa dell’intolleranza

All’Arena Bookstock, Zerocalcare è stato protagonista dell’incontro “Storie di resistenza nell’Europa dell’intolleranza”, in dialogo con Giovanni De Mauro. Il legame tra Zerocalcare e la vicenda di Maja T. passa attraverso il graphic novel Nel nido dei serpenti, pubblicato con Momo Edizioni e BAO Publishing, e attraverso il relativo podcast diffuso da Internazionale. È da questo lavoro che prende forma il racconto di una storia capace di intrecciare antifascismo, repressione, giustizia europea e sorveglianza tecnologica.

Al centro del discorso è emersa la vicenda di Maja T., persona non binaria arrestata in Germania dopo l’opposizione, nel 2023, a una manifestazione neonazista a Budapest. Dagli appunti dell’incontro emerge una storia segnata da una forte sproporzione: una richiesta di pena pesantissima, il trasferimento da parte della polizia tedesca senza la possibilità di avvisare l’avvocato, una condanna poi arrivata a otto anni, a fronte di una prognosi di pochi giorni per chi avrebbe subito danni.

Ma il punto, nel racconto di Zerocalcare, non è soltanto la singola vicenda giudiziaria. È il modo in cui quella storia diventa il simbolo di un presente più largo, in cui il cittadino si trova spesso solo davanti ad apparati enormemente più forti.

Il discorso si allarga così al ruolo delle intercettazioni, della sorveglianza, delle grandi aziende tecnologiche e di strumenti come Palantir. Le big tech, spesso raccontate come luoghi neutri, efficienti, quasi salvifici, appaiono invece come strutture capaci di concentrare potere nelle mani di poche figure, non sempre guidate da un’etica pubblica.

Il risultato è una sensazione di squilibrio: da un lato il singolo individuo, dall’altro sistemi opachi, difficili da controllare, dotati di una capacità di osservazione e intervento sempre più estesa. In questo scenario, la resistenza raccontata da Zerocalcare non passa dalla retorica, ma dal racconto. Raccontare diventa un modo per rompere l’isolamento, per sottrarre una storia alla sua marginalità, per impedire che venga ridotta a un caso lontano.

 

 

Una storia che chiede di essere ascoltata

La forza dell’intervento di Zerocalcare sta proprio nella capacità di trasformare una vicenda specifica in una domanda collettiva. Cosa succede quando il potere diventa troppo grande per essere compreso dal singolo? Cosa resta della libertà individuale quando sorveglianza, intercettazioni e tecnologie predittive entrano nei meccanismi della giustizia e della sicurezza?

Il caso di Maja T. diventa così qualcosa di più di una cronaca giudiziaria. Diventa una storia che chiede ascolto, perché parla della fragilità dei corpi davanti agli apparati, della solitudine dell’individuo davanti alla macchina burocratica, giudiziaria e tecnologica.

In questo senso, l’ascolto non è passività. È già una forma di attenzione politica. Significa non lasciare che una vicenda venga inghiottita dalla distanza, dalla complessità o dall’indifferenza. Significa riconoscere che alcune storie, per quanto sembrino lontane, parlano anche del modo in cui immaginiamo la libertà, il dissenso e il diritto alla difesa.

Brunori Sas e Vito Teti: la restanza come scelta

A distanza di poche ore, il dialogo tra Brunori Sas e Vito Teti, moderato da Tommaso Labate, ha spostato il discorso su un’altra forma di opposizione: non più la resistenza davanti al potere repressivo, ma la restanza come scelta culturale, territoriale ed esistenziale.

Al centro dell’incontro c’era la Calabria, ma non come cartolina nostalgica né come terra condannata alla partenza. La Calabria diventa piuttosto un luogo da interrogare. Cosa significa abitare un territorio fragile? Cosa significa restare in un paese, in una regione, in un Sud spesso raccontato solo attraverso la mancanza, l’arretratezza o la fuga?

Il pensiero di Vito Teti offre a questa domanda una cornice antropologica. La restanza non è immobilità, non è rassegnazione, non è semplice attaccamento alle radici. È una forma di presenza attiva. Restare vuol dire prendersi cura dei luoghi, riconoscerne le ferite, ma anche le possibilità. Significa opporsi all’idea che alcuni territori siano destinati solo a svuotarsi.

Brunori Sas porta in questo discorso una sensibilità diversa ma complementare. La sua scrittura musicale è spesso attraversata da memoria, provincia, famiglia, fragilità, appartenenza. Nelle sue canzoni il Sud non è mai soltanto scenario: è un luogo mentale, affettivo, contraddittorio. Un posto da cui si può partire, ma che continua a parlare anche quando ci si allontana.

Brunori, Labate e Teti (foto: CosenzaPost)

 

Restare non è rassegnarsi

La restanza, nel dialogo tra Brunori e Teti, non coincide con il semplice “non partire”. Non è una forma di immobilità, né una celebrazione ingenua delle radici. È piuttosto un modo per rifiutare la narrazione secondo cui alcuni luoghi non avrebbero più futuro.

Restare significa abitare la contraddizione. Significa sapere che un territorio può essere ferito, fragile, impoverito, e tuttavia non per questo condannato alla sparizione. Significa guardare ai paesi, alle comunità e alle periferie interne non come residui del passato, ma come luoghi da cui può ancora nascere una possibilità.

Se Zerocalcare racconta il corpo esposto al potere, Brunori e Teti raccontano i luoghi esposti all’abbandono. Eppure il movimento profondo è simile: non lasciare che siano altri a decidere cosa deve scomparire.

Resistenza e restanza: due forme dello stesso gesto

Zerocalcare e Brunori Sas sembrano muoversi su piani molto diversi. Il primo attraversa il terreno della militanza, della repressione, della sorveglianza e della giustizia. Il secondo, insieme a Vito Teti, ragiona sul rapporto con la Calabria, con i paesi, con le radici e con lo spopolamento.

Eppure, nella distanza, emerge una stessa domanda: che cosa siamo disposti a non abbandonare?

Nel caso di Zerocalcare, non abbandonare significa non voltarsi dall’altra parte davanti a una vicenda scomoda. Significa non lasciare sola una persona dentro un sistema che sembra sproporzionato rispetto al singolo. Significa diffidare delle tecnologie quando diventano strumenti di controllo e non di emancipazione.

Nel caso di Brunori e Teti, non abbandonare significa restituire dignità ai luoghi marginali. Non raccontare il Sud solo come destino di fuga, ma come spazio ancora capace di produrre pensiero, comunità e futuro. Restare, allora, non è il contrario di partire. È il contrario di cancellare.

Il secondo giorno come giornata dell’ascolto

La forza del secondo giorno del Salone sta proprio qui: nell’avere accostato, forse anche involontariamente, due forme diverse di permanenza. Da una parte la resistenza di chi continua a raccontare le ingiustizie; dall’altra la restanza di chi continua ad abitare i luoghi fragili. Entrambe chiedono ascolto. Entrambe rifiutano l’indifferenza.

Dopo lo sguardo, dunque, l’udito. Il Salone del Libro non è solo il luogo in cui si vedono autori, ospiti, incontri e sale piene. È anche uno spazio in cui alcune voci chiedono di essere prese sul serio: la voce di chi denuncia una sproporzione di potere, la voce di chi racconta territori lasciati ai margini, la voce di chi prova a dare parole a ciò che rischia di essere semplificato, rimosso o dimenticato.

Il 15 maggio, il Salone ha messo accanto due verbi necessari: resistere e restare. Resistere davanti alla repressione, alla sorveglianza, all’opacità del potere. Restare dentro i luoghi, dentro le comunità, dentro le contraddizioni di una terra che non vuole essere ridotta all’abbandono.

In fondo, entrambe le parole indicano una scelta. Non lasciare il campo libero. Non permettere che tutto venga deciso altrove. Non accettare che una persona, una storia, un paese o una comunità scompaiano nel silenzio.

E forse è proprio questo il senso più forte della seconda giornata: il Salone, dopo aver insegnato a guardare, chiede di ascoltare ciò che di solito rimane sotto il rumore. Le vite esposte alla forza del potere, i territori lasciati ai margini, le parole che provano ancora a opporsi alla cancellazione.

Resistenza e restanza diventano così due forme dello stesso gesto: continuare a esserci.

 
 
 
 
 
 
 
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Primo giorno al Lingotto: tra immaginazione, luoghi invisibili e ferite trasformate in racconto

 
 

La grande mappa culturale del Lingotto

Il primo giorno del Salone Internazionale del Libro di Torino non ha parlato soltanto di libri. Ha parlato soprattutto di sguardi: quelli che mancano, quelli che si perdono, quelli che arrivano tardi ma riescono a vedere più in profondità. Dentro i padiglioni del Lingotto, la XXXVIII edizione intitolata Il mondo salvato dai ragazzini si è aperta come una grande mappa culturale del presente, capace di tenere insieme letteratura internazionale, giornalismo, sport, musica, divulgazione e cultura pop. Il titolo richiama l’omonima opera di Elsa Morante, pubblicata nel 1968: un libro difficile da classificare, sospeso tra poesia, manifesto, racconto e invettiva, in cui lo sguardo dei più giovani diventa una forza capace di mettere in discussione il mondo adulto, le sue guerre, le sue strutture di potere e le sue forme di rassegnazione. In questo senso, il Salone sembra partire da una domanda precisa: può esistere ancora uno sguardo non addomesticato, capace di immaginare una salvezza diversa?

I numeri restituiscono la dimensione della manifestazione: 147 mila metri quadrati espositivi, oltre 500 stand, 1.250 marchi editoriali, 70 sale, più di 2.700 eventi al Lingotto e oltre 500 appuntamenti del Salone Off sul territorio. Ma a raccontare davvero la forza di questa edizione sono anche i nomi che la attraversano: da Zadie Smith a Emmanuel Carrère, da Irvine Welsh a David Grossman, da Valeria Luiselli ad Alessandro Baricco, da Alessandro Barbero ad Alberto Angela, fino a Zerocalcare, Roberto Saviano, Luciana Littizzetto, Jovanotti, Luciano Ligabue, Roberto Baggio e Alberto Tomba.

Questo articolo è la prima tappa di un reportage che accompagnerà il Salone fino alla sua conclusione, provando a raccontarlo non solo attraverso gli eventi più attesi, ma anche attraverso le traiettorie meno immediate: gli incontri, le parole, i passaggi laterali, le contraddizioni e gli sguardi che attraversano il Lingotto giorno dopo giorno. In mezzo a questa geografia affollata di voci, il primo giorno ha consegnato una domanda più sottile: che cosa riusciamo ancora a vedere, in un Paese e in un tempo che sembrano già fotografati, raccontati e consumati fino allo sfinimento? Dagli incontri con Paola Caridi, Gianrico Carofiglio e Roberto Baggio è emerso un filo comune: la necessità di rallentare, cambiare prospettiva, attraversare le ombre e tornare a guardare ciò che resta sotto la superficie.

 

Paola Caridi: lo sguardo che dà voce ai luoghi

Con Paola Caridi, giornalista, saggista e presidente di Lettera22, il reportage di Nerospinto trova una delle sue prime traiettorie: Gaza, raccontata non soltanto attraverso la cronaca, ma anche attraverso la letteratura e l’immaginazione. A Lingotto ha presentato La voce di Gaza, pubblicato da Feltrinelli, un libro che sceglie un punto di vista insolito e simbolico: quello di un antico sicomoro, albero testimone della storia, delle ferite e delle trasformazioni della città. Il sicomoro diventa così più di un’immagine poetica: è una presenza che osserva, custodisce e restituisce memoria, quasi un ombrello dell’immaginario sotto cui raccogliere vite, paure, leggende e macerie. In questo primo giorno di Salone, Caridi ha portato uno sguardo capace di sottrarsi alla superficie dell’attualità, provando a restituire profondità a un luogo spesso schiacciato dalle immagini della guerra. La letteratura, in questo senso, non allontana dalla realtà: permette di abitarla con maggiore attenzione, dando voce a ciò che rischia di restare invisibile dietro il rumore della cronaca.

 
 
 
Paola Caridi

 

Gianrico Carofiglio: lo sguardo come gesto eversivo

Con Gianrico Carofiglio, scrittore, ex magistrato e tra gli autori italiani più letti, lo sguardo si sposta sulle città e sui paesaggi italiani. Al Salone con Viaggio in Italia, pubblicato dal Touring Club Italiano, un libro che non si limita a indicare luoghi da visitare, ma prova a interrogare il modo in cui li attraversiamo. Non una guida classica, quindi, ma un percorso fatto di deviazioni, dettagli laterali, intuizioni e apparizioni improvvise. È da questa prospettiva che prende forma uno dei passaggi più significativi dell’incontro: guardarsi attorno è un’azione eversiva. In un Paese già fotografato, consumato e raccontato infinite volte, Carofiglio invita a fermarsi prima dello scatto, a recuperare la capacità di perdersi, distrarsi, osservare senza obiettivo immediato. La distrazione, nel suo racconto, non è mancanza di attenzione, ma possibilità creativa: prendere nota di ciò che emerge quando si smette di cercare soltanto ciò che era previsto. Torino, Bari, Firenze, Genova e le altre città del libro diventano così territori da guardare più a lungo, serbatoi di storie visibili e invisibili. Raccontare l’Italia, sembra suggerire Carofiglio, è ancora possibile: a patto di cambiare postura, accettare il disorientamento e lasciare che i luoghi ci sorprendano prima ancora di essere spiegati.

 
Gianrico Carofiglio (foto Andrea Colzani)
 
 

Roberto Baggio: la luce oltre il buio

Il terzo sguardo è quello, più intimo, di Roberto Baggio. Al Salone, la leggenda del calcio italiano ha dialogato intorno a La luce nell’oscurità, scritto con Valentina Baggio e Matteo Marani per Rizzoli Illustrati: non soltanto il racconto di una carriera sportiva, ma il tentativo di rileggere una vita attraverso le sue prove più dure, dagli infortuni a Pasadena. Qui lo sguardo non riguarda i luoghi, ma il modo in cui una persona decide di attraversare il proprio buio senza farsene definire. Il dialogo con la figlia Valentina aggiunge al libro una dimensione privata, quasi domestica: non il campione raccontato dall’esterno, ma un padre che si confronta con la propria storia davanti a chi ne eredita domande, immagini e silenzi. La gratitudine diventa allora una forma di consapevolezza: non negare l’oscurità, ma riconoscere ciò che anche le avversità hanno insegnato. Dalle stampelle in casa al maledetto rigore, Baggio costruisce un racconto in cui umiltà e autostima non si contraddicono: la prima non abbassa l’uomo, lo radica; la seconda non lo gonfia, lo sostiene. In questo senso, il libro assume quasi la forma di una preghiera laica, una memoria luminosa che non dimentica il buio da cui proviene.

 
 
Valentina e Roberto Baggio
 
 
 
 
 
 
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In uscita oggi Pensieri Bianconeri. Juventus: Dna di una tifoseria (Ultra Edizioni, Collana Sport) di Vincenzo Greco, tra le altre cose opinionista fisso di Radio Bianconera. Il libro, con prefazioni di Luigi Schiffo e Franco Leonetti,  vuole essere un viaggio appassionato e appassionante dentro la juventinità: J-DNA, analisi giuridiche e socio-psicologiche e una emozionante carrellata di ricordi personali e collettivi, alla scoperta di una squadra che è un unicum storico e sportivo.

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Ci sono luoghi che non sono semplici spazi, ma Luoghi di attraversamento”. Posti in cui si entra per assistere a qualcosa e si esce con la sensazione di aver vissuto un’esperienza. La Scighera, nel quartiere Bovisa, è uno di questi; un Circolo che nel tempo ha costruito una proposta culturale coerente, fatta di musica, ricerca interiore e comunità, mantenendo viva una dimensione umana e partecipata.

Gli eventi di fine gennaio alla Scighera raccontano con chiarezza questa identità. Tre appuntamenti ravvicinati, diversi per linguaggio, ma uniti da un filo comune: il corpo come strumento di ascolto, il suono come veicolo di trasformazione, l’esperienza come centro.

 

VENERDÌ 23 GENNAIO 2026 – Dalle ore 21.30

ODYXEA – Live + DJ Set

L’appuntamento è affidato a Odyxea, progetto musicale che unisce elettronica house e deep a strumenti ancestrali e sonorità organiche, dando vita a un linguaggio sonoro personale e riconoscibile. Definito world house, il loro sound costruisce un ambiente ipnotico in cui groove pulsanti e melodie arcaiche convivono in equilibrio, creando una dimensione sospesa tra ritualità e club culture.

La serata prende forma attraverso un live set di ottanta minuti, seguito da un DJ set che accompagna il pubblico fino a mezzanotte. Un flusso continuo e senza interruzioni, in cui la dimensione del club si intreccia con quella della trance, invitando al movimento spontaneo, alla perdita delle coordinate abituali e all’abbandono del controllo mentale.

Sul palco, Alessandro Tarolo e Roberto Sorrentino danno vita a una performance immersiva, in cui l’elettronica dialoga con strumenti tradizionali e ancestrali senza gerarchie né confini. Il suono diventa spazio, il ritmo un terreno comune su cui incontrarsi. L’ingresso è libero, con tessera ARCI, nel segno dell’accessibilità, della condivisione e di un’esperienza collettiva vissuta in modo autentico.

DOMENICA 25 GENNAIO 2026 – Pomeriggio dalle ore 14.00

Laboratorio di Danze Sufi

La domenica si apre con un’esperienza intensa e trasformativa: il laboratorio di danze Sufi condotto dal maestro iraniano Hadi Habibnejad, accompagnato dalla musica dal vivo di Biagio Accardi.

Non si tratta di una lezione di danza nel senso tradizionale, ma di un vero e proprio percorso esperienziale che utilizza il movimento come pratica spirituale, meditazione in azione ed espressione artistica. La rotazione non è mai un gesto meccanico, ma diventa un atto consapevole, guidato dal respiro e dall’ascolto interiore. Il corpo si trasforma in uno spazio sensibile, capace di accogliere il silenzio, il ritmo e la presenza, mentre la mente rallenta e lascia andare il controllo.

In questo processo il tempo perde la sua dimensione abituale e si dilata, permettendo a chi partecipa di entrare in una relazione più autentica con se stesso. Il movimento diventa linguaggio, il gesto una forma di preghiera laica, accessibile e profondamente umana. È un’esperienza aperta a chi desidera esplorare il legame tra fisicità e interiorità, senza la necessità di competenze tecniche o esperienze pregresse, ma con la sola disponibilità all’ascolto e alla presenza.

Early board (20/01) € 60 – Dal 21/01 € 70

Info: corsi@schìghera.com

DOMENICA 25 GENNAIO 2026 – Sera dalle 20.30

Trame. La via mistica dell’anima

La giornata si conclude con Trame. La via mistica dell'anima, una performance che unisce danza, musica e percussioni in un racconto emotivo e simbolico. In scena, la danza ipnotica di Hadi Habibnejad dialoga con la musica di Biagio Accardi e le percussioni di Andrea Murada, dando vita a un intreccio di suoni e corpi che coinvolge profondamente il pubblico.

Trame non è uno spettacolo da osservare soltanto, ma una esperienza da attraversare, da vivere con il corpo e con l’ascolto. Non chiede allo spettatore di restare fermo, ma di lasciarsi coinvolgere in un viaggio sensoriale e interiore, dove danza, musica e ritmo diventano un unico linguaggio.

È un percorso che parla di connessione profonda, di ritmo interiore e di ascolto autentico, in cui ogni gesto e ogni suono trovano senso nello spazio che li accoglie. La performance non cerca l’effetto, ma la presenza, invitando chi assiste a rallentare, a respirare, a sentire ciò che accade dentro e fuori di sé.

In questo attraversamento, le emozioni emergono senza forzature e trovano spazio per risuonare. Trame lascia che il silenzio finale diventi parte integrante dell’esperienza, un tempo sospeso in cui ciò che è stato vissuto può sedimentare, trasformarsi e continuare a vibrare anche dopo che la scena si è chiusa.

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Gli eventi di fine gennaio alla Scighera restituiscono l’immagine di un luogo che continua a essere presidio culturale vivo, capace di accogliere linguaggi diversi e di metterli in relazione. Musica elettronica e strumenti ancestrali, danza rituale e performance contemporanea convivono senza forzature, creando occasioni autentiche di incontro.

In un tempo che spesso chiede velocità e consumo, la Scighera sceglie ancora la profondità, l’esperienza e la presenza. Ed è proprio questo che la rende, oggi più che mai, un luogo necessario.

 

INFO: www.lascighera.org

 

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C’è un legame profondo, quasi ancestrale, che unisce terra, cultura e sensi. È lungo questo legame che prende forma la 15ª edizione di Olio Officina Festival, presentata a Milano il 14 gennaio 2026 dal presidente di Olio Officina, Luigi Caricato. Con parole lucide, appassionate e mai accomodanti, più che una conferenza stampa, un manifesto culturale che invita a ripensare l’olio per quello che è davvero: un alimento vivo, complesso, carico di storia e futuro.

Il tema scelto per il 2026 è la sensorialità. Una parola che qui smette di essere astratta e diventa esperienza concreta. L’olio non è solo gusto, ma anche profumo, consistenza, memoria, relazione. È un prodotto millenario, addomesticato dall’uomo migliaia di anni fa, che accompagna i gesti quotidiani della cucina e della cura e che oggi chiede di essere ascoltato con maggiore attenzione, oltre le semplificazioni e le categorie rigide.

Durante la presentazione è emersa con forza una delle battaglie storiche di Olio Officina: restituire dignità narrativa e libertà espressiva all’olio extra vergine di oliva. Un comparto che ha visto crescere in modo significativo la qualità media, ma che continua a essere frenato da una burocrazia miope e da una comunicazione obsoleta. L’olio resta l’unico alimento sottoposto a un panel test obbligatorio con valore sanzionatorio, uno strumento che rischia di diventare punitivo invece che conoscitivo, soprattutto per i produttori medio-piccoli. Il tema dell’etichetta è centrale: ridurre la complessità sensoriale di oltre cinquecento varietà di olivo a tre sole parole: fruttato, amaro, piccante, significa impoverire il racconto e disorientare il consumatore. Come ha sottolineato Caricato, descrivere un olio non è ingannare, ma rispettare chi lo acquista. Ogni bottiglia racchiude un territorio, una scelta agronomica, una raccolta, un clima; oggi, tra cambiamenti climatici e raccolte anticipate, gli oli sono sempre più diversi anche sul piano organolettico. 

Accanto alla riflessione critica, Olio Officina Festival conferma la sua vocazione di laboratorio culturale multidisciplinare. Qui il pensiero dialoga con l’arte, la scienza incontra il design, la sensorialità si fa esperienza condivisa, racconto e consapevolezza. La parola scritta si intreccia con il teatro. Interviene anche il dott. Antonello Maietta illustrando il concorso dedicato al design dell’olio promosso in collaborazione con Olio Officina, un progetto pensato per valorizzare il packaging come strumento culturale e comunicativo, capace di fare da ponte tra il mondo oleario e altri settori creativi e produttivi.

Tra i libri citati spiccano “L’olio che parla ai sensi”, di Adele Bonaro, esperta di marketing e neuroscienze applicate, che esplora il valore della percezione sensoriale e del neuromarketing nel racconto digitale dell’olio, e “Breve storia dell’assaggio dell’olio” di Lorenzo Cerretani, oleologo e tecnologo alimentare, che ripercorre in modo rigoroso l’evoluzione dell’analisi sensoriale, mettendone in luce limiti, potenzialità e la necessità di un cambio di paradigma. Marisa Fumagalli con: “Te lo do io il design” un libro che smonta luoghi comuni e rigidità del progetto, riportando il design alla sua funzione più autentica: dare forma alle idee, migliorare l’esperienza delle persone e dialogare con l’uso quotidiano degli oggetti, olio compreso. “Io sono naso” di Ilaria Legato, consulente specializzata in hospitality, food e lifestyle. Infine, Guido Novaro porta il pubblico dentro una storia familiare e industriale che attraversa generazioni, presentando il suo libro “Liscio come l’olio”; un racconto che intreccia memoria privata e storia collettiva, ripercorrendo le vicende della famiglia Sasso, nome simbolo dell’olio italiano, tra intuizioni imprenditoriali, trasformazioni del mercato e passaggi chiave della cultura alimentare del Novecento. Un contributo che restituisce all’olio anche la sua dimensione narrativa, fatta di persone, scelte e visione nel tempo.

Il festival è anche emozione. Lo spettacolo Boccascena. Nel piccolo teatro del sapore, ispirato al pensiero di Rosalia Cavalieri, restituisce al gusto una dimensione poetica e corporea, ricordando che la bocca può essere considerata un teatro, in cui tutti i sensi collaborano alla percezione. Il design diventa strumento di racconto con un progetto triennale dedicato alle bottiglie d’autore: si parte nel 2026 dalla ceramica, per poi esplorare nel 2027 il vetro e chiudere nel 2028 con il metallo.

Fotografia, cinema, contributi scientifici e storici ampliano ulteriormente lo sguardo sull’universo dell’olio e dell’olivo nel Mediterraneo.

Grande attenzione sarà riservata alla formazione sensoriale, che qui cambia prospettiva. Non solo professionisti e appassionati, ma anche bambini e operatori sanitari saranno coinvolti in percorsi che utilizzano l’olio come strumento di stimolazione sensoriale, relazione e benessere. Si parlerà delle scuole di assaggio nate negli anni Ottanta, ma anche della necessità di superare un approccio basato esclusivamente sulla ricerca del difetto, per tornare a educare al riconoscimento del pregio e della qualità.

Ampio spazio sarà dedicato anche al rilancio dell’olio tra le nuove generazioni, una sfida culturale prima ancora che commerciale. Olio Officina Festival lavora per avvicinare i giovani a un linguaggio meno didascalico e più esperienziale, capace di parlare di gusto, identità e creatività. Laboratori, connessioni con il design, il digitale e il neuromarketing diventano quindi strumenti per trasformare l’olio da prodotto percepito come scontato a ingrediente contemporaneo, da scegliere con consapevolezza e curiosità.

Il Festival si svolgerà dal 22 al 24 gennaio presso il Centro Congressi Mantovani Furioli, in Corso Europa 228, a Rho, alle porte di Milano. Un contesto architettonico ampio e luminoso, capace di accogliere incontri, degustazioni, mostre e momenti performativi, favorendo un dialogo naturale tra pubblico, relatori e contenuti. In questo ambiente pensato per la condivisione e la riflessione, Olio Officina Festival propone un percorso articolato che intreccia cultura, esperienza sensoriale e visione, invitando il visitatore a esplorare l’olio non solo come alimento, ma come linguaggio, patrimonio e strumento di relazione contemporanea. che comprende:

  • Incontri e dibattiti sul presente e sul futuro del comparto oleario
  • Degustazioni guidate e laboratori sensoriali dedicati a oli, cibi e condimenti
  • Masterclass e workshop tematici, anche sperimentali
  • Presentazioni di libri e progetti editoriali
  • Mostre di design, fotografia e iniziative culturali
  • Workshop, spettacoli e momenti performativi legati ai sensi

Partecipare a Olio Officina Festival significa entrare in un luogo di pensiero e di esperienza, dove l’olio torna a essere cultura viva, racconto, identità. Un viaggio che invita a rallentare, ad ascoltare, a sentire di più e che lascia il segno ben oltre il momento della degustazione.

 

Sito ufficiale: https://www.olioofficina.it 

Programma: https://www.olioofficina.it/olio-officina-festival/15a-edizione-2026/programma.htm 

Masterclass: https://www.olioofficina.it/festival-degustazioni.htm

 

Luigi Caricato, scrittore, giornalista e oleologo, ha pubblicato per Mondadori Oli d’Italia (2001), Olio di lago (2010) e Atlante degli oli italiani (2015) e, presso altri editori specializzati, una nutrita serie di manuali e saggi. Per le edizioni Olio Officina ha dato alle stampe, in edizione bilingue italiano/inglese, Il grande libro dell’olio. Guida ragionevole ai migliori extra vergini del mondo in commercio, il primo volume nel 2021, il secondo nel 2024, pubblicazione altamente innovativa, con un taglio decisamente visual, interamente dedicata alla cultura olearia.

 

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Al via la rassegna cinematografica sotto la Mole

 

“ Recitare significa assorbire le personalità degli altri e aggiungere un po’ della propria esperienza ” è una delle citazioni più famose attribuite a Paul Newman.

All’attore statunitense, in occasione dei cento anni dalla nascita, icona del cinema mondiale, è dedicata la 43° edizione del Torino Film Festival, la rassegna che, dal 1982, punta i riflettori sul cinema indipendente con respiro internazionale e nostrano.

Il Festival, presentato Sabato 8 Novembre a Roma, nella splendida cornice dell’Acquario Romano dal presidente del Museo nazionale del cinema di Torino Enzo Ghigo, ha visto gli interventi, di Federico Mollicone (presidente della settima commissione cultura alla Camera dei Deputati), dell’assessora della città di Torino Rosanna Purchia, che ha sottolineato la candidatura del capoluogo piemontese a Capitale Europea della Cultura 2033, e del direttore artistico Giulio Base.

 

 

Base, regista e produttore nato proprio a Torino, si è detto emozionato e orgoglioso dell’investitura per il secondo anno consecutivo di direttore del Festival, indicato come “ l’evento che dà maggior risalto e ritorno economico alla città ”. Durante il suo intervento, ha poi proseguito presentando la composizione e il programma della rassegna, al via nella serata inaugurale al Teatro Regio di Venerdì 21 Novembre e che terminerà Sabato 29.

 

 Le due aree del 43° TFF

Il 43° TFF si dividerà in due distinte aree. Da una parte, i tre concorsi (suddivisi per categoria tra lungometraggi, cortometraggi e documentari), dall’altra, le tre sezioni non competitive tra le quali si trovano i “ fuori concorso ”, “ retrospettiva ”, sezione dedicata proprio a Newman, e “ zibaldone ” per un totale di centoventi titoli e che vedrà in giuria personalità come Ippolita Di Maio, pluripremiata sceneggiatrice, per i lungometraggi, Giovanna Gagliardo (regista, giornalista e sceneggiatrice) per la sezione documentari e Lina Sastri (attrice e cantante, due volte vincitrice del David di Donatello) per quanto riguarda il concorso dei cortometraggi.

Il Direttore Artistico ha spiegato poi il motivo per il quale, all’interno del Festival, non saranno presenti le serie televisive “per lasciare spazio esclusivamente a opere nate e concepite per il cinema” e rimarcando la specificità che il TFF deve mantenere.

Base, concludendo il suo intervento, ha poi acceso un focus sulle stelle che illumineranno i giorni e le notti della rassegna con la presenza di veri e propri giganti del mondo del cinema italiano come Sergio Castellitto, che presenterà in anteprima mondiale il suo “Zorro”, Stefania Sandrelli, Franco Nero e Fortunato Cerlino (al debutto da regista con Salvatore Esposito nel cast), e internazionale con la presenza di Spike Lee, Juliette Binoche, James Franco, Terry Gilliam e molti altri ospiti che “renderanno Torino il cuore pulsante del cinema”.

 

 

Si attende, dunque, una settimana ricchissima sotto la Mole Antonelliana pronta a brillare e ad accogliere persone da tutta Italia e non solo.

 

Programma completo e informazioni utili sul 43° TFF disponibili al seguente link: 

https://www.torinofilmfest.org/it/

Testo a cura di Alessandro Infortuna

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Nato dal recupero di un laboratorio di marmi in disuso, lo Spazio Made è una venue urban concepita come Location d'Autore in chiave industrial, per ospitare eventi privati e aziendali, nonché eventi culturali di varia natura. 

Da dieci anni a questa parte l’ Associazione Cultura Aesthetica, che ha sede all’interno dello spazio, si è impegnata fattivamente nell'offrire una proposta culturale esclusiva al territorio ligure-apuano.

Un ulteriore passo in avanti in questo senso si è registrato con il lancio del format The Fridays, che amplia il ventaglio di opportunità del Club con una offerta che coniuga gusto, arte e musica dal vivo, nel segno della bellezza e della godibilità, in un’atmosfera di ricercata convivialità.

Pensato inizialmente come showroom ad uso esclusivo della Massimo Ligeri Marmi, azienda autrice e curatrice del progetto di recupero e trasformazione,  Spazio Made diviene ben presto luogo di interesse per il mondo dell'organizzazione di eventi, grazie agli ampi spazi ed alla suggestiva atmosfera industrial chic e ora si trasforma in vero e proprio centro polifunzionale per le arti eLive Music Club.

Sul sito è possibile associarsi attraverso il form di iscrizione

I soci godono di vantaggi esclusivi e sostengono l’impegno dell’associazione nel portare avanti iniziative e sociali benefiche. 

Dopo la prima serata, che ha visto esporre alcuni artisti della Galleria Valeria Lattanzi (tra i quali il pittore livornese) Massimo Lomi ed esibirsi il cantautore Stefano Barotti con la Painter Loser Band, c'è grande attesa per il secondo appuntamento di venerdì 29 novembre.

A Orbetello torna Gustatus: quattro giorni di cultura, eventi e food immersi nella Maremma Toscana|||

Orbetello si prepara ad ospitare Gustatus 2024, dal 31 ottobre al 3 novembre 2024: quattro giorni di degustazioni enogastronomiche, cultura, eventi, spettacoli dal vivo e divertimento per tutte le età, nel cuore della Maremma Toscana

L'arte come resistenza: Re Lear è morto a Mosca di César Brie e il potere del teatro|||
In un mondo in continua evoluzione, dove le tensioni sociali e politiche spesso si ripercuotono sull’espressione artistica, l’opera teatrale di César Brie Re Lear è morto a Mosca emerge come un faro di riflessione sul ruolo dell’arte e sulla sua capacità di resistere, testimoniare e trasformare. Non si tratta solo di raccontare una vicenda storica, ma di risvegliare un interrogativo profondo: qual è il significato dell'arte oggi, e quale responsabilità porta con sé?
 
Lo spettacolo, in scena dal 19 al 27 ottobre al Campo Teatrale di Milano, rievoca un episodio oscuro e dimenticato del XX secolo: la tragica fine del grande Teatro Ebraico di Mosca e dei suoi attori più celebri, Solomon Michoels e Veniamin Zuskin. L’Unione Sovietica di Stalin, nel suo soffocare ogni forma di dissenso, decretò la fine violenta di questi due artisti, colpevoli solo di immaginare un teatro libero, in lingua yiddish, capace di cantare l'identità e la cultura di un popolo.
 
Eppure, al di là della vicenda storica, è il messaggio universale che Re Lear è morto a Mosca porta con sé a renderlo così attuale. È un richiamo alla fragilità della libertà creativa, al bisogno incessante di preservare gli spazi di espressione e di resistenza artistica, anche in tempi di silenzi forzati e poteri oppressivi. In un’epoca in cui i confini della libertà di espressione vengono messi alla prova in modi sempre più insidiosi, César Brie ci invita a guardare oltre il passato e a chiederci cosa accade quando l’arte diventa bersaglio del potere.
 
 
La bellezza di questo spettacolo sta nel suo dialogo silenzioso con il presente. In ogni gesto, in ogni nota musicale, si percepisce la tensione tra ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora essere. Attraverso la fusione di parole, canti e movimenti, Re Lear è morto a Mosca diventa un viaggio simbolico nell’anima stessa del teatro, uno spazio dove memoria e arte si incontrano per interrogare la nostra società.
 
È in questo senso che l’opera di César Brie parla a chiunque oggi, nel nostro contesto, viva l'arte come strumento di libertà e riflessione critica. La storia di Michoels e Zuskin è una storia di speranza tradita, ma anche di un’arte che, nonostante tutto, non smette di vivere, neanche di fronte alla repressione più crudele. Questa resistenza silenziosa è l’eco che attraversa il tempo e ci sfida a non abbassare mai la guardia, a proteggere gli spazi in cui la creatività può respirare e trasformare il mondo.
 
Mai come ora, in un'epoca frammentata e ricca di contraddizioni, il teatro si fa portavoce di verità nascoste e di domande scomode. Re Lear è morto a Mosca non è solo un’opera storica, ma un invito a riflettere su quanto l’arte possa essere veicolo di cambiamento e, soprattutto, di resistenza. Uno spettacolo che, con la sua forza e la sua delicatezza, ci ricorda che l’arte è una delle ultime forme di libertà ancora in nostro possesso. Cosa siamo disposti a fare per proteggerla?
 
L’arte, il teatro, la memoria: questi non sono solo concetti astratti, ma strumenti attraverso i quali si può comprendere il presente e gettare le basi per un futuro migliore. Guardare Re Lear è morto a Mosca significa lasciarsi interrogare, provocare e ispirare da una storia lontana nel tempo, ma più vicina che mai nel significato. E, forse, scoprire che ogni spettacolo, ogni atto creativo, è una piccola rivoluzione in sé.
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