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Ci sono giornate del Salone del Libro che tengono insieme incontri lontanissimi tra loro. Non per tema, non per pubblico, non per tono. Ma per un filo sotterraneo che compare a distanza di ore e costringe a rileggere tutto da un’altra prospettiva.
Succede nella giornata che passa dalla Sala Oro, dove Roberto Saviano racconta Michela Murgia a partire da Lezioni sull’odio, all’Arena Bookstock del Padiglione 4, dove l’incontro Sociologia del maranza, il ribaltamento degli stereotipi sulla periferia prova a smontare una parola ormai entrata nel linguaggio comune.
Da una parte c’è l’eredità intellettuale di una scrittrice che ha fatto del linguaggio un campo di battaglia. Dall’altra una generazione spesso raccontata attraverso un’etichetta — “maranza” — prima ancora che attraverso una storia.
In mezzo, lo stesso problema: le parole non sono mai innocue. Possono diventare cura, memoria, ironia, ma anche ferita, stigma, esclusione. Possono proteggere qualcuno o inchiodarlo a un’immagine.
L’incontro dedicato a Michela Murgia si svolge in una Sala Oro piena, davanti a un pubblico attento, commosso e a tratti divertito. A introdurre Roberto Saviano è Concita De Gregorio, in un appuntamento che non ha il tono della commemorazione formale, ma quello di un ritorno vivo dentro il pensiero di Murgia.
Il punto di partenza è Lezioni sull’odio, libro che permette di affrontare uno dei temi più scomodi della sua eredità: l’odio non come semplice insulto, non come rabbia generica, ma come gesto relazionale. Qualcosa che si costruisce nel rapporto con l’altro, che ha bisogno di un bersaglio, di una distanza, di un nome da trasformare in colpa.
Saviano insiste proprio su questa differenza: rabbia e odio non sono la stessa cosa. La rabbia può nascere da una ferita, da un’ingiustizia, da un dolore. L’odio, invece, spesso arriva da fuori, viene educato, indirizzato, reso socialmente disponibile.
È il meccanismo di chi non si assume fino in fondo la responsabilità del proprio sguardo: “io non sono razzista, sono loro che sono neri”. Una frase che sposta sull’altro il peso dell’odio, come se il problema non fosse in chi guarda, ma in chi viene guardato.
Murgia viene ricordata non come una voce semplicemente “controcorrente”, ma come una figura scomoda. La differenza è importante. Essere controcorrente può diventare una posa. Essere scomodi significa non permettere agli altri di restare tranquilli nella neutralità.
Su questo punto entra anche Marcello Fois, richiamando la neutralità come mancanza di responsabilità, come forma di ignavia. L’intellettuale, quando prende davvero posizione, non può essere comodo. Non lo era Murgia, non lo è Saviano, non lo è stato Gramsci. E proprio per questo l’indifferenza diventa una delle zone più pericolose: perché spesso consente al meccanismo dell’odio di continuare senza essere nominato.

De Gregorio e Saviano
Uno dei momenti più intensi arriva con il video portato da Chiara Tagliaferri come omaggio a Michela Murgia: un intervento in cui la scrittrice racconta una serie di insulti in sardo, trasformando il tema dell’offesa in qualcosa di linguistico, culturale e profondamente fisico.
In quel passaggio, la presenza di Murgia torna in sala non come immagine da archivio, ma come voce ancora capace di lavorare sul presente. Il sardo non è soltanto una nota biografica o un colore locale: diventa lingua della memoria, dell’appartenenza, ma anche della ferita.
L’insulto, pronunciato in una lingua carica di identità, mostra ancora meglio quanto le parole possano essere concrete. Non sono solo suoni. Non sono solo sfoghi. Sono forme di potere. Servono a ridurre l’altro, a chiuderlo dentro una definizione, a impedirgli di essere più complesso dell’etichetta che gli viene appiccicata addosso.
È qui che il discorso sull’odio smette di essere astratto. Le parole toccano. Lasciano segni. Entrano nella vita delle persone. Possono trasformare una fragilità in bersaglio, una differenza in colpa, un’identità in caricatura.
Nella parte finale dell’incontro, Concita De Gregorio riporta il ricordo dell’ultimo incontro con Murgia. Entrambe, in modi diversi, si trovavano davanti a un danno: Murgia già segnata dalla malattia, De Gregorio davanti a una decisione importante.
Da quel racconto emerge una figura quasi da condottiera, ma non nel senso più semplice del termine. Murgia appare in posizione di battaglia, sì, ma anche intenta a proteggere la propria fragilità. Una fragilità fatta di solitudine, frattura, disagio. Qualcosa che non viene nascosto, ma custodito. Quasi trasformato in maschera, in scudo.
Il punto più umano dell’incontro sta forse qui: nessuno è invincibile. Nemmeno chi sembra avere sempre la parola giusta, la risposta più netta, la postura più forte. Ma il modo in cui Murgia ha attraversato la propria vulnerabilità la rende ancora oggi una figura difficile da archiviare. Non perché fosse intoccabile, ma perché ha mostrato che anche la fragilità può diventare pensiero, posizione, resistenza.
Alla domanda su che cosa resti di lei, Tagliaferri risponde indicando i libri. Non una memoria ridotta a citazioni, non una santificazione pubblica, ma una produzione scritta che continua a parlare. Chiedersi cosa direbbe oggi Michela Murgia significa, prima di tutto, tornare ai suoi testi.
Fois aggiunge un’altra parola: promessa. L’eredità di Murgia sta anche nelle promesse fatte e sussurrate. Non accettare l’opzione fascista in un Paese antifascista. Non accettare un Paese che impedisce a ciascuno la propria narrazione. Non accettare che “intellettuale” diventi un insulto.
Qualche ora dopo, il discorso sulle parole e sulle etichette cambia luogo, pubblico e temperatura. All’Arena Bookstock del Padiglione 4, per l’incontro Sociologia del maranza, il ribaltamento degli stereotipi sulla periferia, la fila racconta già qualcosa prima ancora che inizi il dibattito.
Non c’è un solo pubblico. Ci sono ragazzi, adolescenti, giovani adulti, ma anche persone più grandi, curiosi, lettori, genitori, frequentatori del Salone che forse con quella parola — “maranza” — hanno un rapporto più esterno, più mediato, più giudicante.
La varietà anagrafica della fila dice già che il tema non riguarda soltanto una generazione. Riguarda il modo in cui una società guarda i suoi giovani, le sue periferie, le sue trasformazioni.
Con Kriim, artista legato al linguaggio rap e alle culture urbane, Anas Moukhafi, direttore dell’etichetta discografica Kayros Music, Tommaso Sarti, autore di Pisciare sulla metropoli, e Gabriel Seroussi, giornalista e autore di La periferia vi guarda con odio, l’incontro prova a smontare una parola diventata comoda proprio perché semplifica.
“Maranza” sembra dire tutto in fretta: un certo modo di vestirsi, una certa musica, una postura, la strada, la periferia, il sospetto. Ma è proprio questa rapidità a essere pericolosa.
Perché quando una parola diventa etichetta, non descrive più: blocca.
Il cuore dell’incontro sta nel ribaltamento dello stereotipo. La periferia non viene raccontata soltanto come luogo del disagio, ma come spazio di produzione culturale. Non solo rabbia, non solo marginalità, non solo cronaca nera: anche linguaggio, estetica, musica, appartenenza, creatività.
Rap, trap, social, abiti, slang, modi di stare insieme: tutto ciò che spesso viene liquidato come folklore urbano o segnale di degrado può essere letto anche come forma di autorappresentazione. Un modo per dire: non vogliamo essere raccontati soltanto dagli altri.
È un passaggio decisivo. Perché il “maranza” non è solo una figura osservata, derisa o temuta. Può diventare anche un soggetto che prende parola. Che costruisce un’immagine di sé. Che occupa lo spazio pubblico non solo come problema, ma come presenza.
Il discorso diventa ancora più forte quando entra il tema delle seconde generazioni. Ragazzi che rischiano di essere considerati “figli di nessuno”: non più pienamente appartenenti al Paese d’origine delle famiglie, ma nemmeno riconosciuti fino in fondo dal Paese in cui vivono, parlano, crescono, desiderano.
A quel punto la periferia non è più soltanto un luogo geografico. Diventa una condizione simbolica. Stare dentro la città, ma essere percepiti ai margini. Parlare la stessa lingua, ma essere trattati come estranei. Produrre cultura, ma essere ancora letti come minaccia.
Visti insieme, i due incontri finiscono per rispondersi. In Sala Oro, Murgia e Saviano mostrano come l’odio passi attraverso le parole, come l’insulto non sia mai soltanto una battuta, come la neutralità possa diventare una forma di complicità. All’Arena Bookstock, la sociologia del maranza mostra cosa succede quando una parola diventa sguardo sociale, quando un’etichetta si appoggia sui corpi e li precede.
In entrambi i casi, il problema è la narrazione. Chi ha il potere di nominare? Chi decide che una persona è scomoda, pericolosa, ridicola, fuori posto? Chi stabilisce quando una fragilità diventa debolezza, quando una periferia diventa degrado, quando un’identità diventa insulto?
Il Salone, in questa giornata, sembra suggerire che la cultura non serve a rendere tutto più elegante o più sopportabile. Serve, semmai, a complicare ciò che il linguaggio comune semplifica troppo in fretta. A restituire peso alle parole. A ricordare che dietro ogni definizione c’è qualcuno che può esserne colpito.
Le storie, i libri, gli incontri pubblici non restano mai soltanto sulla pagina o sul palco. Scendono nella voce, nei corpi, negli sguardi, nelle file davanti a una sala. E quando arrivano lì, sulla pelle delle persone, smettono di essere teoria. Diventano esperienza.
In uscita oggi Pensieri Bianconeri. Juventus: Dna di una tifoseria (Ultra Edizioni, Collana Sport) di Vincenzo Greco, tra le altre cose opinionista fisso di Radio Bianconera. Il libro, con prefazioni di Luigi Schiffo e Franco Leonetti, vuole essere un viaggio appassionato e appassionante dentro la juventinità: J-DNA, analisi giuridiche e socio-psicologiche e una emozionante carrellata di ricordi personali e collettivi, alla scoperta di una squadra che è un unicum storico e sportivo.
Ci sono luoghi che non sono semplici spazi, ma ”Luoghi di attraversamento”. Posti in cui si entra per assistere a qualcosa e si esce con la sensazione di aver vissuto un’esperienza. La Scighera, nel quartiere Bovisa, è uno di questi; un Circolo che nel tempo ha costruito una proposta culturale coerente, fatta di musica, ricerca interiore e comunità, mantenendo viva una dimensione umana e partecipata.
Gli eventi di fine gennaio alla Scighera raccontano con chiarezza questa identità. Tre appuntamenti ravvicinati, diversi per linguaggio, ma uniti da un filo comune: il corpo come strumento di ascolto, il suono come veicolo di trasformazione, l’esperienza come centro.

VENERDÌ 23 GENNAIO 2026 – Dalle ore 21.30
ODYXEA – Live + DJ Set
L’appuntamento è affidato a Odyxea, progetto musicale che unisce elettronica house e deep a strumenti ancestrali e sonorità organiche, dando vita a un linguaggio sonoro personale e riconoscibile. Definito world house, il loro sound costruisce un ambiente ipnotico in cui groove pulsanti e melodie arcaiche convivono in equilibrio, creando una dimensione sospesa tra ritualità e club culture.
La serata prende forma attraverso un live set di ottanta minuti, seguito da un DJ set che accompagna il pubblico fino a mezzanotte. Un flusso continuo e senza interruzioni, in cui la dimensione del club si intreccia con quella della trance, invitando al movimento spontaneo, alla perdita delle coordinate abituali e all’abbandono del controllo mentale.
Sul palco, Alessandro Tarolo e Roberto Sorrentino danno vita a una performance immersiva, in cui l’elettronica dialoga con strumenti tradizionali e ancestrali senza gerarchie né confini. Il suono diventa spazio, il ritmo un terreno comune su cui incontrarsi. L’ingresso è libero, con tessera ARCI, nel segno dell’accessibilità, della condivisione e di un’esperienza collettiva vissuta in modo autentico.

DOMENICA 25 GENNAIO 2026 – Pomeriggio dalle ore 14.00
Laboratorio di Danze Sufi
La domenica si apre con un’esperienza intensa e trasformativa: il laboratorio di danze Sufi condotto dal maestro iraniano Hadi Habibnejad, accompagnato dalla musica dal vivo di Biagio Accardi.
Non si tratta di una lezione di danza nel senso tradizionale, ma di un vero e proprio percorso esperienziale che utilizza il movimento come pratica spirituale, meditazione in azione ed espressione artistica. La rotazione non è mai un gesto meccanico, ma diventa un atto consapevole, guidato dal respiro e dall’ascolto interiore. Il corpo si trasforma in uno spazio sensibile, capace di accogliere il silenzio, il ritmo e la presenza, mentre la mente rallenta e lascia andare il controllo.
In questo processo il tempo perde la sua dimensione abituale e si dilata, permettendo a chi partecipa di entrare in una relazione più autentica con se stesso. Il movimento diventa linguaggio, il gesto una forma di preghiera laica, accessibile e profondamente umana. È un’esperienza aperta a chi desidera esplorare il legame tra fisicità e interiorità, senza la necessità di competenze tecniche o esperienze pregresse, ma con la sola disponibilità all’ascolto e alla presenza.
Early board (20/01) € 60 – Dal 21/01 € 70
Info: corsi@schìghera.com

DOMENICA 25 GENNAIO 2026 – Sera dalle 20.30
Trame. La via mistica dell’anima
La giornata si conclude con Trame. La via mistica dell'anima, una performance che unisce danza, musica e percussioni in un racconto emotivo e simbolico. In scena, la danza ipnotica di Hadi Habibnejad dialoga con la musica di Biagio Accardi e le percussioni di Andrea Murada, dando vita a un intreccio di suoni e corpi che coinvolge profondamente il pubblico.
Trame non è uno spettacolo da osservare soltanto, ma una esperienza da attraversare, da vivere con il corpo e con l’ascolto. Non chiede allo spettatore di restare fermo, ma di lasciarsi coinvolgere in un viaggio sensoriale e interiore, dove danza, musica e ritmo diventano un unico linguaggio.
È un percorso che parla di connessione profonda, di ritmo interiore e di ascolto autentico, in cui ogni gesto e ogni suono trovano senso nello spazio che li accoglie. La performance non cerca l’effetto, ma la presenza, invitando chi assiste a rallentare, a respirare, a sentire ciò che accade dentro e fuori di sé.
In questo attraversamento, le emozioni emergono senza forzature e trovano spazio per risuonare. Trame lascia che il silenzio finale diventi parte integrante dell’esperienza, un tempo sospeso in cui ciò che è stato vissuto può sedimentare, trasformarsi e continuare a vibrare anche dopo che la scena si è chiusa.
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Gli eventi di fine gennaio alla Scighera restituiscono l’immagine di un luogo che continua a essere presidio culturale vivo, capace di accogliere linguaggi diversi e di metterli in relazione. Musica elettronica e strumenti ancestrali, danza rituale e performance contemporanea convivono senza forzature, creando occasioni autentiche di incontro.
In un tempo che spesso chiede velocità e consumo, la Scighera sceglie ancora la profondità, l’esperienza e la presenza. Ed è proprio questo che la rende, oggi più che mai, un luogo necessario.
INFO: www.lascighera.org
C’è un legame profondo, quasi ancestrale, che unisce terra, cultura e sensi. È lungo questo legame che prende forma la 15ª edizione di Olio Officina Festival, presentata a Milano il 14 gennaio 2026 dal presidente di Olio Officina, Luigi Caricato. Con parole lucide, appassionate e mai accomodanti, più che una conferenza stampa, un manifesto culturale che invita a ripensare l’olio per quello che è davvero: un alimento vivo, complesso, carico di storia e futuro.

Il tema scelto per il 2026 è la sensorialità. Una parola che qui smette di essere astratta e diventa esperienza concreta. L’olio non è solo gusto, ma anche profumo, consistenza, memoria, relazione. È un prodotto millenario, addomesticato dall’uomo migliaia di anni fa, che accompagna i gesti quotidiani della cucina e della cura e che oggi chiede di essere ascoltato con maggiore attenzione, oltre le semplificazioni e le categorie rigide.
Durante la presentazione è emersa con forza una delle battaglie storiche di Olio Officina: restituire dignità narrativa e libertà espressiva all’olio extra vergine di oliva. Un comparto che ha visto crescere in modo significativo la qualità media, ma che continua a essere frenato da una burocrazia miope e da una comunicazione obsoleta. L’olio resta l’unico alimento sottoposto a un panel test obbligatorio con valore sanzionatorio, uno strumento che rischia di diventare punitivo invece che conoscitivo, soprattutto per i produttori medio-piccoli. Il tema dell’etichetta è centrale: ridurre la complessità sensoriale di oltre cinquecento varietà di olivo a tre sole parole: fruttato, amaro, piccante, significa impoverire il racconto e disorientare il consumatore. Come ha sottolineato Caricato, descrivere un olio non è ingannare, ma rispettare chi lo acquista. Ogni bottiglia racchiude un territorio, una scelta agronomica, una raccolta, un clima; oggi, tra cambiamenti climatici e raccolte anticipate, gli oli sono sempre più diversi anche sul piano organolettico.
Accanto alla riflessione critica, Olio Officina Festival conferma la sua vocazione di laboratorio culturale multidisciplinare. Qui il pensiero dialoga con l’arte, la scienza incontra il design, la sensorialità si fa esperienza condivisa, racconto e consapevolezza. La parola scritta si intreccia con il teatro. Interviene anche il dott. Antonello Maietta illustrando il concorso dedicato al design dell’olio promosso in collaborazione con Olio Officina, un progetto pensato per valorizzare il packaging come strumento culturale e comunicativo, capace di fare da ponte tra il mondo oleario e altri settori creativi e produttivi.

Tra i libri citati spiccano “L’olio che parla ai sensi”, di Adele Bonaro, esperta di marketing e neuroscienze applicate, che esplora il valore della percezione sensoriale e del neuromarketing nel racconto digitale dell’olio, e “Breve storia dell’assaggio dell’olio” di Lorenzo Cerretani, oleologo e tecnologo alimentare, che ripercorre in modo rigoroso l’evoluzione dell’analisi sensoriale, mettendone in luce limiti, potenzialità e la necessità di un cambio di paradigma. Marisa Fumagalli con: “Te lo do io il design” un libro che smonta luoghi comuni e rigidità del progetto, riportando il design alla sua funzione più autentica: dare forma alle idee, migliorare l’esperienza delle persone e dialogare con l’uso quotidiano degli oggetti, olio compreso. “Io sono naso” di Ilaria Legato, consulente specializzata in hospitality, food e lifestyle. Infine, Guido Novaro porta il pubblico dentro una storia familiare e industriale che attraversa generazioni, presentando il suo libro “Liscio come l’olio”; un racconto che intreccia memoria privata e storia collettiva, ripercorrendo le vicende della famiglia Sasso, nome simbolo dell’olio italiano, tra intuizioni imprenditoriali, trasformazioni del mercato e passaggi chiave della cultura alimentare del Novecento. Un contributo che restituisce all’olio anche la sua dimensione narrativa, fatta di persone, scelte e visione nel tempo.
Il festival è anche emozione. Lo spettacolo Boccascena. Nel piccolo teatro del sapore, ispirato al pensiero di Rosalia Cavalieri, restituisce al gusto una dimensione poetica e corporea, ricordando che la bocca può essere considerata un teatro, in cui tutti i sensi collaborano alla percezione. Il design diventa strumento di racconto con un progetto triennale dedicato alle bottiglie d’autore: si parte nel 2026 dalla ceramica, per poi esplorare nel 2027 il vetro e chiudere nel 2028 con il metallo.
Fotografia, cinema, contributi scientifici e storici ampliano ulteriormente lo sguardo sull’universo dell’olio e dell’olivo nel Mediterraneo.
Grande attenzione sarà riservata alla formazione sensoriale, che qui cambia prospettiva. Non solo professionisti e appassionati, ma anche bambini e operatori sanitari saranno coinvolti in percorsi che utilizzano l’olio come strumento di stimolazione sensoriale, relazione e benessere. Si parlerà delle scuole di assaggio nate negli anni Ottanta, ma anche della necessità di superare un approccio basato esclusivamente sulla ricerca del difetto, per tornare a educare al riconoscimento del pregio e della qualità.
Ampio spazio sarà dedicato anche al rilancio dell’olio tra le nuove generazioni, una sfida culturale prima ancora che commerciale. Olio Officina Festival lavora per avvicinare i giovani a un linguaggio meno didascalico e più esperienziale, capace di parlare di gusto, identità e creatività. Laboratori, connessioni con il design, il digitale e il neuromarketing diventano quindi strumenti per trasformare l’olio da prodotto percepito come scontato a ingrediente contemporaneo, da scegliere con consapevolezza e curiosità.

Il Festival si svolgerà dal 22 al 24 gennaio presso il Centro Congressi Mantovani Furioli, in Corso Europa 228, a Rho, alle porte di Milano. Un contesto architettonico ampio e luminoso, capace di accogliere incontri, degustazioni, mostre e momenti performativi, favorendo un dialogo naturale tra pubblico, relatori e contenuti. In questo ambiente pensato per la condivisione e la riflessione, Olio Officina Festival propone un percorso articolato che intreccia cultura, esperienza sensoriale e visione, invitando il visitatore a esplorare l’olio non solo come alimento, ma come linguaggio, patrimonio e strumento di relazione contemporanea. che comprende:
Partecipare a Olio Officina Festival significa entrare in un luogo di pensiero e di esperienza, dove l’olio torna a essere cultura viva, racconto, identità. Un viaggio che invita a rallentare, ad ascoltare, a sentire di più e che lascia il segno ben oltre il momento della degustazione.
Sito ufficiale: https://www.olioofficina.it
Programma: https://www.olioofficina.it/olio-officina-festival/15a-edizione-2026/programma.htm
Masterclass: https://www.olioofficina.it/festival-degustazioni.htm
Luigi Caricato, scrittore, giornalista e oleologo, ha pubblicato per Mondadori Oli d’Italia (2001), Olio di lago (2010) e Atlante degli oli italiani (2015) e, presso altri editori specializzati, una nutrita serie di manuali e saggi. Per le edizioni Olio Officina ha dato alle stampe, in edizione bilingue italiano/inglese, Il grande libro dell’olio. Guida ragionevole ai migliori extra vergini del mondo in commercio, il primo volume nel 2021, il secondo nel 2024, pubblicazione altamente innovativa, con un taglio decisamente visual, interamente dedicata alla cultura olearia.
“ Recitare significa assorbire le personalità degli altri e aggiungere un po’ della propria esperienza ” è una delle citazioni più famose attribuite a Paul Newman.
All’attore statunitense, in occasione dei cento anni dalla nascita, icona del cinema mondiale, è dedicata la 43° edizione del Torino Film Festival, la rassegna che, dal 1982, punta i riflettori sul cinema indipendente con respiro internazionale e nostrano.
Il Festival, presentato Sabato 8 Novembre a Roma, nella splendida cornice dell’Acquario Romano dal presidente del Museo nazionale del cinema di Torino Enzo Ghigo, ha visto gli interventi, di Federico Mollicone (presidente della settima commissione cultura alla Camera dei Deputati), dell’assessora della città di Torino Rosanna Purchia, che ha sottolineato la candidatura del capoluogo piemontese a Capitale Europea della Cultura 2033, e del direttore artistico Giulio Base.

Base, regista e produttore nato proprio a Torino, si è detto emozionato e orgoglioso dell’investitura per il secondo anno consecutivo di direttore del Festival, indicato come “ l’evento che dà maggior risalto e ritorno economico alla città ”. Durante il suo intervento, ha poi proseguito presentando la composizione e il programma della rassegna, al via nella serata inaugurale al Teatro Regio di Venerdì 21 Novembre e che terminerà Sabato 29.
Il 43° TFF si dividerà in due distinte aree. Da una parte, i tre concorsi (suddivisi per categoria tra lungometraggi, cortometraggi e documentari), dall’altra, le tre sezioni non competitive tra le quali si trovano i “ fuori concorso ”, “ retrospettiva ”, sezione dedicata proprio a Newman, e “ zibaldone ” per un totale di centoventi titoli e che vedrà in giuria personalità come Ippolita Di Maio, pluripremiata sceneggiatrice, per i lungometraggi, Giovanna Gagliardo (regista, giornalista e sceneggiatrice) per la sezione documentari e Lina Sastri (attrice e cantante, due volte vincitrice del David di Donatello) per quanto riguarda il concorso dei cortometraggi.
Il Direttore Artistico ha spiegato poi il motivo per il quale, all’interno del Festival, non saranno presenti le serie televisive “per lasciare spazio esclusivamente a opere nate e concepite per il cinema” e rimarcando la specificità che il TFF deve mantenere.
Base, concludendo il suo intervento, ha poi acceso un focus sulle stelle che illumineranno i giorni e le notti della rassegna con la presenza di veri e propri giganti del mondo del cinema italiano come Sergio Castellitto, che presenterà in anteprima mondiale il suo “Zorro”, Stefania Sandrelli, Franco Nero e Fortunato Cerlino (al debutto da regista con Salvatore Esposito nel cast), e internazionale con la presenza di Spike Lee, Juliette Binoche, James Franco, Terry Gilliam e molti altri ospiti che “renderanno Torino il cuore pulsante del cinema”.

Si attende, dunque, una settimana ricchissima sotto la Mole Antonelliana pronta a brillare e ad accogliere persone da tutta Italia e non solo.
Programma completo e informazioni utili sul 43° TFF disponibili al seguente link:
https://www.torinofilmfest.
Testo a cura di Alessandro Infortuna
Nato dal recupero di un laboratorio di marmi in disuso, lo Spazio Made è una venue urban concepita come Location d'Autore in chiave industrial, per ospitare eventi privati e aziendali, nonché eventi culturali di varia natura.
Da dieci anni a questa parte l’ Associazione Cultura Aesthetica, che ha sede all’interno dello spazio, si è impegnata fattivamente nell'offrire una proposta culturale esclusiva al territorio ligure-apuano.
Un ulteriore passo in avanti in questo senso si è registrato con il lancio del format The Fridays, che amplia il ventaglio di opportunità del Club con una offerta che coniuga gusto, arte e musica dal vivo, nel segno della bellezza e della godibilità, in un’atmosfera di ricercata convivialità.
Pensato inizialmente come showroom ad uso esclusivo della Massimo Ligeri Marmi, azienda autrice e curatrice del progetto di recupero e trasformazione, Spazio Made diviene ben presto luogo di interesse per il mondo dell'organizzazione di eventi, grazie agli ampi spazi ed alla suggestiva atmosfera industrial chic e ora si trasforma in vero e proprio centro polifunzionale per le arti eLive Music Club.
Sul sito è possibile associarsi attraverso il form di iscrizione.
I soci godono di vantaggi esclusivi e sostengono l’impegno dell’associazione nel portare avanti iniziative e sociali benefiche.
Dopo la prima serata, che ha visto esporre alcuni artisti della Galleria Valeria Lattanzi (tra i quali il pittore livornese) Massimo Lomi ed esibirsi il cantautore Stefano Barotti con la Painter Loser Band, c'è grande attesa per il secondo appuntamento di venerdì 29 novembre.

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