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Parole dalla notte. Japi, Coolkidscantdie

Intervista a Japi, DJ del Toilet Club

Oggi vi parlerò della musica che inonda le strade di Milano, il venerdì sera. Di suoni pulsanti e vivi, cadenze che hanno volti lisci, nessun dresscode se non la propria fantasia ed il sorriso sempre pronto.

Brancolo per vie della città che non conosco, verso la casa dove mi aspetta Japi, Dj resident del Toilet.

Come da copione, mi perdo.

Una volta arrivata, mi accoglie lui, con gentilezza e buonumore: è un bel ragazzo alto, tratti accattivanti, movenze agili e parlantina svelta. Non ha ancora pranzato, mi dice. Ci accomodiamo in cucina, un’ambiente piacevole e vissuto (noto con un sorrisetto il frigorifero traboccante di stikers) e l’intervista comincia, tra un sorso di caffè e del seitan fatto in casa dal profumo irresistibile.

 

Fare il DJ non deve essere un lavoro semplice, cosa ti ha dato la carica per cominciare? E per continuare?

 

Guarda, è successo tutto veramente per caso, io non ho deciso di fare il DJ: quando abitavo in provincia dei miei, fuori Milano, frequentavamo sempre questo locale, dove ho conosciuto una giovane pittrice. Questa ragazza trovò uno spazio espositivo, ed i proprietari le chiesero se avesse voluto creare un evento più grande di una semplice esposizione. Così lei tirò in mezzo me, la ragazza che suona con me al Toilet, Laemi, ed un altro ragazzo.

La serata andò molto bene: avevamo invitato anche il proprietario del nostro locale di fiducia, il quale apprezzò la performance e mi chiese se avessi voluto suonare la stagione dopo.

Siamo partiti tuttavia, fondamentalmente, come organizzatori della serata, non come musicisti: suonavo solo ogni tanto. Solo che la cosa ha cominciato a piacermi sempre di più, e univo il fattore musica con il travestitismo.

Spesso e volentieri mi vestivo secondo il tema della serata. La cosa mi piaceva, e il pubblico era stimolato: si sarebbero potuti vestire come più gli piacesse, ed era piacevole sia ricevere complimenti dal lato musicale che da quello performativo.

Abbiamo cominciato a prenderci la mano ed è tutto venuto un po’ da sé: ospiti internazionali, mood anni Ottanta, il tutto estremamente divertente. Siamo riusciti a farci un nome sia come locale che a livello personale.

 

Come hai iniziato a suonare al Toilet?

 

Ricollegandomi alla domanda di prima: dopo un paio di anni, il proprietario del locale dove cominciai a suonare, decise di vendere e ci propose di ricominciare con un nostro locale a Milano, che poi è il Toilet. Mi dissi, - perché no?-. Alla fine il lavoro mi piace, sono contento, riesce bene, la gente si diverte ed apprezza...buttiamoci in quest’avventura!

Dunque con lui, che aveva già esperienza, siamo riusciti a prendere in gestione l’ex Agapò che è diventato poi appunto il Toilet.

Il mio amico poi ha lasciato, si riteneva troppo vecchio, ed avendo lasciato lui ho lasciato anche io. Continuo a lavorarci, mi piace, ma non sono più socio.

 

Quando vedi le persone scatenarsi sulla pista da ballo e dimenticare ogni cosa, come ti senti?

(Continuando a cucinare il suo seitan, sorride inconsciamente. N.d.R.)

Mi esalto molto! Devi capire che, a inizio serata, sono sempre lì che dico - oddio non arriva abbastanza gente, aiuto – anche se poi è sempre arrivata gente perché, fortunatamente, la serata piace.

Quando vedo che sono lì belli carichi che ballano, o quando metto quel pezzo, magari poco conosciuto, che non sono sicuro funzioni e mi dico ma sì dai, proviamo, e ci sono persone che saltano, si divertono, vivono! Questo è molto stimolante,  è averla presa nel modo giusto.

(gli occhi sfavillano, il tono di voce si è alzato N.d.R.)

 

Cool kids can’t die, perché?

 

Ma guarda: è partito sempre per quella serata, quell’incipit. Non sapevamo come chiamarla, io il capodanno prima ero stato a Berlino ed avevo portato a casa un sacco di flyer, e c’era questo volantino con “Cool kids can’t die”, era la serata di presentazione del singolo dei  Kissogram, e quello era il nome di questo singolo.

 

Essere giovani, secondo il tuo punto di vista.

 

Ho trent’anni; difficilmente rivelo la mia età, non so per quale motivo, alla fine è diventato quasi una sorta di gioco.

Mi rendo conto di non sentire la mia età, ma vedere ragazzi di vent’anni adesso mi fa sempre effetto: le generazioni cambiano, con il lavoro che faccio poi, il target d’età è per lo meno sempre lo stesso, quindi riesco a percepire questo cambiamento anche più chiaramente.

I giovani, secondo me, hanno la smania di fare, di congelarsi in una determinata età.

Trovo questo desiderio d’immobilità un poco patetico, a tratti. Anche se questo, alle volte, la gente potrebbe anche pensarlo di me, che non abbia voglia di crescere.

Ultimamente rifletto sul fatto che i trent’anni di adesso non siano più quelli che erano dieci, quindi anni fa. Il fatto di avere trent’anni mi fa sentire forse un po’ un nuovo ventenne, e non mi piace neanche tanto come cosa. Alla mia età ci si può permettersi ancora di dire: “Non so cosa io voglia fare da grande.” Prima era impossibile.

La mia affermazione non è assoluta: vero è che ciascuno ha l’età che si sente, ma è importante trovare un proprio ruolo nella vita, la propria strada, anche entro certi tempi. La società non rispetta molto Peter Pan.

Il mio fidanzato ha dieci anni in meno di me, ed il gap generazionale si sente sebbene lui sia un po’ più maturo della sua età ed io un po’ più “pirla”. (ride N.d.R.). Però le differenze ci sono, pensa, ho dovuto fargli vedere i Goonies che non aveva mai visto!

 

Quale significato ha per te la notte?

 

C’è stato un periodo nel quale vivevo e lavoravo praticamente solo di notte: abitavo in un seminterrato di 170 mq, senza finestre, lì era sempre notte, ero obbligato a viverla. Mi alzavo alle 3 di pomeriggio, mi svegliavo con calma, facevo colazione ed i miei ritmi erano totalmente notturni.

La notte, anche ripensando alle varie avventure che mi sono capitate, la vivo in un modo sì diverso, ma continua ad essere per me importante, quasi fondamentale.

La notte, nel senso stretto, mi dà da mangiare. La notte è un altro mondo: per un po’ mi è pesato, e riabituarmi a vivere di giorno non è stato facile.

Adesso mi piace vivere la mattina, sarà anche perché non la vedo molto spesso, quel momento poi nel quale la città si sveglia e sei tu invece, che ancora ti porti addosso la serata passata e devi ancora dormire, cammini tra la gente pronta per il lavoro con il trucco sfatto, le collant e tutto il resto. Che ridere! Una sera, dopo il Toilet, andrò al Carrefour che c’è qui vicino, tutto vestito e truccato, per forza!

Quindi sia la notte che la mattina momenti magici: se la notte è la libertà, la mattina è la tenerezza. (gli offro una sigaretta, la fuma sorridendo, con aria assorta. N.d.R.).

Cosa ti rilassa di più?

Cucinare, assolutamente. Ho anche un piccolo blog di cucina su un giornale online. Ci sono giorni che cucino senza sosta: venerdì scorso, che era la serata inaugurale del Toilet, invece che arrivare all’orario di apertura prestabilito, sono arrivato ben più tardi perché ho passato tutto il giorno a cucinare.

Poi ovviamente passeggiare, passeggiare molto.

 

Come ti rapporti con la solitudine?

 

Prima la soffrivo parecchio, forse questo è stato un motivo, magari inconscio, per il quale ho scelto di fare questo lavoro. Usavo la compagnia anche per non pensare, per non ritrovarmi affacciato su me stesso, e farmi domande.

Adesso invece me la vivo molto più serenamente: ci sono delle volte nelle quali, adesso, la gente proprio mi da noia... (ridacchia, pare molto a suo agio. N.d.R.). Pochi ma buoni!

Tutto è partito da un corso che ho frequentato l’anno scorso: avevo l’obbligo di presenza, non avrei potuto fare serata, o sarei arrivato distrutto. Anche il sabato avevo il corso, ed il venerdì è la serata nella quale lavoro. Quindi ho cominciato a uscire meno, ed ho preso ad apprezzare la cosa.

 

Il tema portante del Toilet è l’origine dell’Amore: definisci la tua visione di Amore più alto (ma non necessariamente il più puro).

 

Quando penso all’amore, lo intendo sempre come relazione. È un’associazione automatica. Sono tuttavia molto reticente verso le coppie: ho frequentato veramente tante persone, ma l’amore in sé lo sto provando un po’ adesso, con questa bella relazione che dura da sei mesi, sono molto felice, di solito sono sfortunato in amore.

Quindi, per attribuire un nome all’Amore più alto che io possa provare, direi quello per i miei amici: sono una persona che instaura relazioni molto morbose. Una cena tra amici per me è la serenità massima.

 

Che rapporto hai con Laemi?

 

Un rapporto bello ma strano nel contempo: abbiamo iniziato assieme, abbiamo vissuto tante avventure, non possiamo che volerci bene.

È da dire che non ci vediamo spesso durante la settimana, eccezion fatta per il venerdì, il giorno di lavoro al Toilet. Però capisci, dobbiamo vederci.

Quindi quando scazziamo, siamo consapevoli di dover fare pace, quindi i nostri diverbi non sono mai poi così pesanti, tutto è risolvibile.

Le voglio bene, e la ringrazio per avermi accompagnato in questo percorso, alle volte difficile, ma alla fine soddisfacente.

 

Come ti gestisci nelle relazioni?

 

Ho avuto molte relazioni, che fossero di una notte o più durature. Ho avuto modo, nel tempo, di conoscermi e di capirmi.

Nei rapporti brevi, quasi fugaci, sono consapevole della brevità della passione, però m’illudo a tratti, vedo sempre qualcosa in più, spero di poter rivedere la suddetta persona, ma è quasi sempre solo un’illusione.

Le storie da “una botta e via” sono qualcosa di dolceamaro e non mi hanno mai soddisfatto più di tanto. Mi chiedo sempre – perché? -.

All’inizio di ogni relazione mi faccio sempre desiderare, poi divento premuroso: amo fare quelle piccole cose che l’altro apprezza.

Ti senti un po’ narciso?

In realtà no: me ne frego abbastanza. Vado anche a fare la spesa in pigiama!

Ci sono situazioni nelle quali non mi piaccio, mi sento fuori luogo: la mia insicurezza deriva da un mio certo egocentrismo, finisco con il provare una sensazione di disagio perché mi sento osservato.

Poi passa, e me ne curo poco.

 

“Ciò che voi chiamate depravazione non è altro che lo stato naturale dell’uomo”, scriveva De Sade. E tu, libertino o a modo?

 

A livello mentale sono molto, molto libertino, quindi assolutamente d’accordo con la frase di De Sade.

A livello pratico invece tante volte le fantasie è bene che rimangano tali: quando mi è capitato di soddisfare dei miei sogni erotici, non sono rimasto poi così tanto soddisfatto: magari non era né la situazione né la persona giusta. Forse le fantasie devono rimanere impalpabili, spesso queste si gonfiano talmente tanto da vivere più nell’immaginazione che nel reale.

La tua più grande trasgressione? Ed il tuo maggior tabù?

 

Non saprei dirti: la sensazione di trasgressione più grande che io abbia mai avuto è stata quando mi sono travestito per la prima volta, era un halloween. Ero emozionato e spaventato, lo ricordo ancora.

Per il resto, non sono una persona che reputi di troppa importanza l’idea della “trasgressione”, preferisco viverla semplicemente, senza caricare l’atto di un valore maggiore di quello che ha.

I tabù. Ho avuto un’educazione molto, molto cattolica, quindi tante volte mi rendo conto di avere questi retaggi cristiani, tutti dogmi, imposizioni ed echi.

Forse il mio più grande tabù è stata sia la mia omosessualità che l’accettazione da parte dei miei: l’ho capito molto presto, e non con leggerezza ma quasi con dolore. A casa mia, delle mie tendenze sessuali, non si può parlare. Io non posso essere libero con i miei genitori, e mi dispiace.

 

Infine, a chi dedicheresti le tue parole?

 

Ad Aurelio, il mio fidanzato. Ed anche a chi non conosce queste cose di me.

L’intervista termina e lui pare sereno, tale e quale nel momento in cui mi ha accolto alla porta, al mio arrivo.

M’intabarro nel mio cappotto ed il freddo mi abbraccia, la porta si chiude.

Solo allora mi accorgo che Japi non ha ancora pranzato.

Redazione Nerospinto

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