https://www.demotest.eu/nerospinto/payoff.png

Antigone e l’immaginazione come forma di presenza, di resistenza e di trasformazione della realtà- Intervista a Simona Adelaide Martini

Antigone e l’immaginazione come forma di presenza, di resistenza e di trasformazione della realtà- Intervista a Simona Adelaide Martini

Il secondo appuntamento della Rassegna MILANO: MANEGGIARE CON CURA è Antigone- Viaggio nel mito tra legge e coscienza, venerdì 13 novembre, ore 19.00, alla Biblioteca Chiesa Rossa  (Via San Domenico Savio n.3, 20142 Milano).

L’evento combina la presentazione del libro illustrato Antigone. Tra radici e nuvole, a cura di Simona Adelaide Martini, Marina Romano e Rocco Carta, con le illustrazioni di Alessia Bussini (Edizioni Underground?, 2025)- e la messa in scena teatrale della rivisitazione contemporanea della tragedia classica di Sofocle, con la partecipazione di Teresa Carta e Lorenzo Galli.

 

Partendo da una delle figure più forti della tragedia greca, che esplora temi universali quali la giustizia e il coraggio, Antigone. Viaggio nel mito tra legge e coscienza è l’occasione per interrogarsi su questioni che continuano a riguardarci da vicino: il diritto alla pietà, la memoria dei morti, la possibilità di riconoscersi- oltre ogni confine- nell’umanità dell’altro. 

 

Nerospinto ha incontrato Simona Adelaide Martini, tra le curatrici del progetto.

 

Psicologa e psicoterapeuta a orientamento psicodinamico, specializzata nella Procedura Immaginativa e nell’EMDR. Integra nella pratica clinica immaginazione, strumenti simbolici, gioco e lavoro mente-corpo, anche attraverso pratiche derivate dallo yoga, con particolare attenzione al trauma, alla sessualità, alle relazioni e alle tematiche femminili. Cofondatrice di Psicoludìa, si occupa di formazione dei professionisti della relazione d’aiuto, valorizzando la creatività e il potenziale trasformativo dell’immaginazione. Psicologa dell’emergenza, è vicepresidente di TerraLuna, associazione impegnata nella prevenzione e nel contrasto alla violenza sulle donne.

È autrice di numerose pubblicazioni e contributi, tra cui Un fiore che sboccia. Le basi scientifiche dell’educazione all’affettività e alla sessualità (2015), Psicosociologia della genitorialità (2017), La piccola Edy (2018), Voci di donna. Il complesso intreccio tra Psicologia e Femminismo (2020), Psicoludìa. Dixit: da gioco a medium relazionale (2021), L’immaginazione e il pensiero magico. Come favorire la fantasia dei bambini (EMSE, 2023), Il viaggio delle orchidee danzanti. Alla scoperta della sessualità femminile (2023) e Antigone. Tra radici e nuvole (2025).

Al centro del suo percorso professionale, l’incontro tra immaginazione, corpo e relazioni come possibilità di conoscenza, cura e trasformazione.

Sul suo profilo Facebook c’è una bella riflessione sull’affrontare e sull’attraversare la paura, con riferimento al testo Antigone tra radici e nuvole e, più in generale, all’elaborazione del lutto. Cosa dobbiamo imparare da Antigone?

Non so se da Antigone dobbiamo necessariamente imparare qualcosa, ma certamente possiamo imparare che il dolore, così come la paura, non può essere soltanto evitato: va attraversato.

Attraversare la paura significa incontrarla facendo ricorso a tutte le risorse che abbiamo a disposizione: cognitive, emotive, corporee, ma anche a quel patrimonio di esperienze che costituisce la nostra storia personale.

Antigone attraversa la paura da giovane donna, portando con sé le proprie fragilità, ma anche una certezza profondissima: quella di essere nata per condividere l’amore, non l’odio. Ed è proprio l’amore a diventare la sua forza motrice. Un amore che non riguarda soltanto gli affetti, ma anche il legame con le proprie origini, con le radici della propria esistenza.

Qui trovo particolarmente significativo il richiamo filosofico all’arché, al principio, a ciò da cui tutto ha origine. Le radici rappresentano ciò che ci fonda, ciò che ci permette di riconoscerci e di dare continuità alla nostra identità.

Anche in psicologia l’immagine delle radici assume un importante valore simbolico.

Penso, per esempio, al test dell’albero, nel quale la rappresentazione delle radici e del terreno può offrire spunti di riflessione sul senso di appartenenza, sulla sicurezza e sul rapporto con le proprie origini. Naturalmente, la loro assenza non può essere interpretata automaticamente come segno di un trauma, ma va compresa all’interno della storia e del vissuto della persona.

Per Antigone, il legame con le proprie radici diventa un valore esistenziale così potente da superare la paura stessa. Non è soltanto una questione personale: è la difesa di un principio che sente appartenere all’umanità intera.

Antigone ci insegna, allora, che il coraggio non consiste nel non avere paura, ma nel trovare dentro di sé, nella propria storia e nei propri valori, le risorse per attraversarla.

E forse è proprio questo uno degli insegnamenti più profondi anche nell’elaborazione del lutto: non cancellare il dolore, ma imparare ad attraversarlo, riconoscendo che ciò che abbiamo amato continua a essere parte delle nostre radici.

 

A partire da Antigone, icona ribelle di non-violenza che contesta l’agire normativo (nómos) riconoscendo l’esistenza di leggi non scritte (thémis),vuole riflettere con noi sull’autorità e sulle dinamiche del dissenso nel tempo che stiamo vivendo?

Antigone ci parla di qualcosa che attraversa tutte le epoche e che ritroviamo anche nel nostro presente: la ribellione dei giovani. I giovani, in qualche modo, portano dentro di sé la ribellione, perché è proprio attraverso l’opposizione, il mettere in discussione i principi ricevuti e il non riconoscersi necessariamente in ciò che è stato stabilito da altri, che iniziano a costruire la propria identità.

È un passaggio fondamentale della crescita. Ci si allontana, ci si oppone, si cercano strade alternative, per poi magari ritrovare, nel corso della vita, un punto di incontro con ciò che inizialmente si era rifiutato. Si raggiunge così, auspicabilmente, una posizione più equilibrata, nella quale la forza delle emozioni riesce a dialogare con la razionalità e con la ragione. Una tensione che, in qualche modo, attraversa anche la vicenda di Antigone.

Credo però sia importante sottolineare un aspetto: l’agire normativo non è di per sé qualcosa di negativo. Le norme e le regole hanno un valore, una funzione necessaria nella convivenza umana. Creonte agisce nella convinzione di dover ristabilire un ordine, di contenere un disordine che potrebbe avere conseguenze profonde sulla comunità. La sua posizione ha quindi una logica, che non va semplicemente liquidata come sbagliata.

Dall’altra parte, però, c’è Antigone, con la sua dimensione profondamente umana ed emotiva, che richiama l’esistenza di leggi non scritte, superiori alle disposizioni degli uomini. Per lei sono le leggi degli dèi, che nel mondo greco rimandano anche ai principi fondamentali dell’esistenza. Sono leggi che parlano di legami, di appartenenza, di amore, di rispetto e di ciò che rende autenticamente umana la nostra esperienza.

Il punto, allora, non credo sia scegliere tra la regola e la ribellione, ma trovare un equilibrio tra la necessità dell’ordine e il rispetto di ciò che è profondamente umano.

Le regole dovrebbero riuscire a custodire e dare forma a ciò che è eticamente buono, autentico e vitale, non entrare in opposizione con esso.

Perché il vero problema nasce quando una norma, anziché proteggere la vita e le relazioni, finisce per contrapporsi all’amore, al rispetto, alla dignità e ai bisogni profondi dell’essere umano.

Ed è forse proprio qui che Antigone continua a interrogarci: non sulla necessità di ribellarci a ogni regola, ma sulla nostra capacità di riconoscere quando una regola smette di essere al servizio dell’umanità.

 

È secondo lei auspicabile educare alla ribellione? Penso, ad esempio, al contributo specifico che arriva dalla ludopedagogia, che si è sviluppata in Uruguay nel quadro della resistenza alla dittatura, in dialogo con l’educazione popolare del pedagogista Paulo Freire…

Non so quanto sia necessario educare alla ribellione. Credo, piuttosto, che sia fondamentale lasciare alle persone, e soprattutto ai giovani, la libertà di esprimersi.

Perché, quando esiste uno spazio autentico di libertà, la ribellione, intesa come capacità di mettere in discussione ciò che è dato, emerge spontaneamente.

In questo senso, per me, educare alla ribellione significa prima di tutto lasciare spazio alla creatività.

La creatività, il gioco, il pensiero divergente e il pensiero laterale sono risorse che appartengono naturalmente all’infanzia. I bambini le utilizzano quotidianamente per esplorare il mondo, affrontare le difficoltà, trovare soluzioni e dare significato alle proprie esperienze. Se queste capacità vengono riconosciute, valorizzate e lasciate libere di esprimersi, possono accompagnarci anche nell’età adulta.

Il problema è che, crescendo, spesso impariamo a contenerle, a limitarle, talvolta persino a censurarle.

Penso a Freud e al suo Disagio della civiltà, dove emerge proprio la tensione tra le esigenze della vita sociale e la libera espressione delle pulsioni individuali. La civiltà, naturalmente, ha un valore fondamentale: le regole rendono possibile la convivenza, così come l’ordine perseguito da Creonte risponde a una necessità collettiva. Ma questo ordine comporta anche delle rinunce e può finire per soffocare parti autentiche e vitali dell’essere umano.

Ed è qui che riconosco il valore profondamente educativo, ma anche trasformativo, del gioco.

Giocare significa potersi muovere oltre i confini del già stabilito, sperimentare possibilità, immaginare alternative, uscire dagli schemi senza necessariamente doverli distruggere.

Il gioco, la creatività e le attività espressive possono restituire spazio a ciò che i condizionamenti individuali e sociali tendono a comprimere. Ci permettono di esplorare ciò che siamo, ma anche ciò che potremmo diventare, senza rimanere imprigionati in ruoli, aspettative e modelli precostituiti.

In questo senso, ritrovo una profonda affinità con la ludopedagogia e con il pensiero di Paulo Freire: un’educazione che non si limita a trasmettere contenuti o a richiedere adattamento, ma che apre possibilità di espressione, consapevolezza e trasformazione.

Forse, allora, non dobbiamo educare i giovani a ribellarsi, ma evitare di diseducarli alla libertà di pensare, immaginare e creare.

Perché è proprio questa libertà che ci permette, quando necessario, di opporci a ciò che rischia di censurare i principi più vitali dell’esistenza: l’amore, il rispetto, il legame con le nostre radici e con gli altri.

E, in fondo, è ancora una volta ciò che Antigone ci ricorda: non ogni forma di opposizione è distruttiva. A volte, ribellarsi significa semplicemente difendere ciò che ci rende umani.

 

Lei integra il gioco nella pratica clinica. Quali sono le principali potenzialità del gioco in ambito psicoterapeutico?

Sì, nella mia pratica clinica integro giochi e strumenti ludici, compresi giochi veri e propri, nati quindi con finalità di intrattenimento, divertimento e svago. Siamo abituati a pensare al gioco come a un’attività che permette di distrarsi, alleggerire le preoccupazioni e prendersi una pausa dalla quotidianità. In ambito psicoterapeutico, però, accade qualcosa di apparentemente paradossale: il gioco, anziché allontanarci da ciò che ci riguarda, può aiutarci ad avvicinarci a noi stessi, ai nostri vissuti e alle nostre modalità di relazione. Le sue potenzialità sono molteplici.

Innanzitutto, il gioco è un potentissimo medium comunicativo e relazionale, capace di facilitare la connessione con l’altro, anche quando le parole faticano ad arrivare. Attraverso il gioco possiamo esplorare emozioni, rappresentazioni di sé, dinamiche relazionali, ma anche costruire sequenze, creare connessioni, immaginare scenari alternativi e dare forma a narrazioni personali e condivise. La dimensione ludica permette di osservare e sperimentare il proprio modo di stare in relazione, di affrontare gli imprevisti, di confrontarsi con le regole, con i limiti e con le possibilità. Alcuni giochi, inoltre, consentono di lavorare su specifiche risorse cognitive, come l’attenzione, la memoria, la flessibilità cognitiva, la pianificazione e la capacità di problem solving. Trovo particolarmente interessante la possibilità che il gioco offre di accedere a contenuti che, attraverso il solo linguaggio verbale, potrebbero risultare più difficili da esprimere.

Le immagini, le metafore, le narrazioni e le esperienze condivise possono rendere visibili aspetti del proprio mondo interno che non hanno ancora trovato parole. E poi c’è una dimensione che considero fondamentale: il gioco introduce movimento laddove spesso troviamo rigidità.Permette di sperimentare possibilità differenti, di modificare prospettive, di uscire temporaneamente dagli schemi abituali e di immaginare modi nuovi di raccontarsi e di stare con gli altri. Naturalmente, tutto questo richiede una precisa intenzionalità clinica: il gioco non è una terapia in sé, né sostituisce i modelli psicoterapeutici di riferimento, ma può diventare unostrumento estremamente prezioso quando viene integrato con consapevolezza all’interno di un percorso di cura. In questo senso, ciò che mi interessa non è semplicemente giocare in terapia,ma utilizzare il potenziale del gioco per ampliare le possibilità di conoscenza, espressione e trasformazione della persona.

 

Nella sua biografia si legge che nel suo percorso professionale valorizza la creatività e il potenziale trasformativo dell’immaginazione. Da qui nasce la sintonia con EdizioniUnderground, che fa dell’immaginazione un motore di resistenza culturale e cambiamento?

Sì, assolutamente. Come accennavo anche nelle risposte precedenti, credo che la creatività sia una delle istanze psichiche fondamentali che ci permettono di rimanere agganciati alla vita.

Creare significa, in qualche modo, continuare a generare possibilità, dare forma a qualcosa di nuovo, a qualcosa che è altro da sé ma che, inevitabilmente, parte da sé. È una capacità profondamente trasformativa, perché ci consente di non rimanere imprigionati esclusivamente in ciò che esiste, in ciò che conosciamo o in ciò che ci viene imposto, ma di immaginare e costruire qualcosa di differente. Penso, ad esempio, al potere creativo materno di cui parla Antigone, inteso non tanto in senso biologico, quanto archetipico. Antigone richiama l’immagine della Terra Madre e del seme paterno, due principi, il femminile e il maschile, che sul piano simbolico partecipano in modi differenti al processo generativo. Non parliamo necessariamente di uomini e donne in senso biologico, ma di dimensioni archetipiche della psiche che appartengono all’esperienza umana e che trovano nella creazione una possibilità di espressione. Il potere creativo materno, in particolare, è quella capacità di accogliere, custodire, trasformare e dare vita a qualcosa che prima non esisteva. Ed è proprio qui che, a mio avviso, la creatività incontra la resistenza culturale. Perché immaginare significa anche sottrarsi all’idea che la realtà debba necessariamente rimanere quella che è. Significa conservare uno spazio interiore di libertà, una possibilità generativa che può resistere persino quando le condizioni esterne sembrano negare ogni possibilità di cambiamento. Trovo potentissima, in questo senso, l’immagine di Antigone che, anche nella prigionia, riesce a riconnettersi al potere creativo materno, sentendosi nuovamente nel grembo da cui tutto ha avuto origine. È il richiamo all’archetipo della Madre Terra, a quella dimensione originaria e generativa che continua a esistere anche quando tutto il resto viene sottratto. Credo che questa sia una delle risorse più potenti che possediamo: la possibilità di continuare a immaginare, di creare significati e di generare qualcosa di nuovo anche a partire da ciò che sembra immobile, sterile o definitivamente compromesso. Ed è proprio in questa prospettiva che riconosco una profonda sintonia con Edizioni Underground: nell’idea che l’immaginazione non sia una fuga dalla realtà, ma una forma di presenza, di resistenza e, soprattutto, di trasformazione della realtà stessa.

Claudia Erba
Claudia Erba è nata nel 1983 ad Alghero (SS). Ha conseguito la “Laurea magistrale in Giurisprudenza” e un Master in “Social Media Management Specialist”. Nel 2017 ha conseguito il tesserino di giornalista, con iscrizione all’ODG Sardegna; si occupa di musica, costume e società e collabora, tra gli altri, con “SOund36 Magazine di Cultura Musicale, Arti e Spettacolo”, “Nerospinto” e con il bimestrale cartaceo “Rivista Ieri, Oggi, Domani”. Da qualche anno è anche paroliere. Dal 2015 cura la comunicazione degli artisti dell’etichetta discografica La Stanza Nascosta Records, con sede legale ad Alghero ma operativa in tutta Italia. Ha fondato nel 2017 "Verbatim Ufficio stampa”, diretto alla promozione di produzioni artistiche ed eventi culturali. Ha all’attivo la raccolta poetica Adagio con brio. Trentanove poesie e una canzone (Catartica Edizioni, Collana Tremori, 2018), con prefazione del Premio Unesco Oliviero Malaspina (ultimo collaboratore di Fabrizio De André) e la raccolta “Il passo del domani” (Edizioni Il ragazzo Innocuo, di Luciano Ragozzino, 2025). Vive tra Alghero e Costa Paradiso.
""

NEROSPINTO
Testata giornalistica online. Reg. Tribunale di Milano n° 276-9/92013

 

Nerospinto è un progetto dell'Associazione Rosaspinto
Via Schiaffino, 25 20158 Milano (Citofono 1002)
P.IVA 0755308096

 

CONTATTI
info@nerospinto.it

direttore@nerospinto.it
vicedirettore@nerospinto.it
redazione@nerospinto.it

>> LINK REDAZIONE