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Corpo – Dolore – Disegno. Rita Pierantozzi per Nerospinto.

Un'intervista esclusiva a Rita Pierantozzi, tatuatrice dello studio FreakShow

Piove, a dirotto, una pioggia che preannuncia neve. Devo andare allo studio FreakShow, dove mi attende Rita Pierantozzi, detta La Zia, per sottoporsi alle mie domande curiose.

La pigrizia mi porta a rotolare stancamente in un taxi.

Tutto bene, ma il conducente, dimostratosi un attivista politico, non fa che ripetermi quanto l’Italia stia andando male, destinata a morte certa. Con il cuore gonfio di male di vivere, scappo in quel seminterrato ricco di colori e vitalità che già conoscevo.

Una tazza di tè, il volto gioviale di una donna energica e vitale, la gentilezza gratuita: questo basta, per fermare il declino.

O per lo meno, per dimenticarne la gravità.

 

Innanzitutto, presentati: chi è Rita? Quali sono le sue passioni, i percorsi lavorativi e di vita, le sue paure e le sue vittorie?

 

Una matta! No, non riesco a dare una definizione univoca di me: ho sempre fatto cose troppo disparate per poterle riassumere.

Le parole forse più importanti atte a descrivermi sono: tatuatrice, piercer, rigger e lesbica.

Ho vissuto una vita molto movimentata, da Roma a Bologna, da Bologna a Milano e domani, chissà.

Per vent’anni disegnai vestiti, ma ormai mi trovo a non avere quasi più punti di contatto con il mondo della moda; parallelamente mi dedicai all’attività di tatuatrice e fortunatamente, con il tempo, da passione marginale che era diventò la mia occupazione principale. (Ride spesso, con gusto. È uno scroscio sincero e deciso che mi contagia e godo di quegli attimi, quello sparuto istante di felicità. N.d.R.).

Con i soldi guadagnati grazie ai miei lavori nella moda, ebbi modo di aprire lo studio Freak Show.

Paure? In questo momento storico l’Italia vive la paura della crisi, e in qualche modo tange anche me, sebbene non così profondamente: i tatuaggi sono sempre richiesti, anche se adesso la gente preferisce le piccole dimensioni e modiche spese; quindici anni fa non era così.

Ci vuole molto coraggio per aprire un’attività in proprio, ho paura che questo paese sia destinato alla scatafascio ed io con lui. Ma vado avanti, senza lamentarsi troppo, che non fa bene al cuore.

 

Svolgi parallelamente sia l’attività di tatuatrice, che quella di legatrice: qual è il concetto primo che accomuna queste due attività?

 

Tutto nasce da una curiosità primitiva e impulsiva per il corpo, per le sue ragioni e modi d’essere: la passione  poi porta a sperimentare tutto ciò che il corpo concerne.

Corpo – Dolore – Disegno, i tre grandi imperativi della mia vita: l’attività di tatuatore li comprende tutti, e in qualche modo anche lo shibari. Sono due i discorsi pregnanti: segnare il corpo e fargli del bene. Ciò che faccio è un percorso assieme le persone: il tatuaggio è marchiare, in un certo senso, il corpo per ciò che è in quel momento, così è una buona legatura, la quale porta ad attuare il medesimo percorso di catarsi.

In entrambi i casi, poi, è necessaria una grandissima fiducia.

Parliamo delle legature: come hai conosciuto questa disciplina, potresti inoltre descrivere quale sia la tua concezione estetica riguardo a essa?

Ho sempre legato perché, praticando BDSM, quest’approccio era necessario. Tuttavia, il mio legare era qualcosa di puramente costrittivo, non m’interessava minimamente la qualità delle corde, l’estetica e il resto.

Conobbi, quattro anni fa, Andrea Ropes, il quale diede un certo qual ordine al mio caos, mostrandomi come le legature potessero anche essere qualcosa di “rilassante”. Ho imparato moltissimo, con pratica continuativa, e le corde stesse si sono trasformate in dimensione espressiva, di contatto con la persona legata e con il mio gruppo.

Riesco a creare un legame (sorride per il plurimo significato della parola. N.d.R.) emotivo: la mia ideologia estetica dello shibari si distacca moltissimo da quella BDSM, faccio molta fatica a far sì che questo avvenga in quanto si è fin troppo radicati in queste occlusioni d’immaginari statici che ormai fanno parte del vedere comune.

Non voglio più che le legature siano associate a un mondo di pervertiti, brutti e cattivi (ridacchia N.d.R.), le corde non devono far paura, possono essere interpretate sia in senso erotico che non.

Il mio senso estetico è più un senso d’intensità, in fin dei conti.

Si parla molto di bondage e di pratiche BDSM. A tuo parere, come e perché è nata questa curiosità per questo “universo parallelo”?

Mi sono avvicinata tantissimi anni fa al BDSM, finiremmo per perderci nella notte dei tempi. (Ride, si ferma, alza gli occhi pensosa. N.d.R.)

Credo ormai diciott’anni fa, quindi prima di tutte le sfumature del mondo: cercai di creare un piccolo mondo lesbico legato al BDSM, che allora si chiamava solo sadomasochismo. M’interessava solo per la sfera della mia vita sessuale, miei personalissimi gusti.

Pian piano iniziai a frequentare feste, conobbi poi Ayzad, che ha scritto il manuale BDSM  e gestisce il Sadistique; fu una persona importante nella mia vita e nel mio percorso.

Come in tutti i mondi chiusi ho conosciuto tante belle persone e molti idioti, l’importante, a mio parere, è non farsi inglobare tout-court. Noia mortale! Personalmente mi sento piuttosto “anarchica” a tutte le regole.

Come vivi le performance: momento di catarsi o esperimento ludico? E come ti pare che il pubblico si approcci ad esse?

 

Per  quanto concerne me, è sempre una catarsi; all’inizio ho il terrore, dal momento che ho non solo la responsabilità delle legature e di non fare male, seriamente, a nessuno, ma anche tutto ciò che riguarda la bellezza visiva della performance. Nel momento poi le corde sono il mio veicolo per fuggire all’ansia, mi concentro talmente tanto sulle figure e sulla salute della persona legata che il pubblico non esiste più. Fatico tantissimo, somatizzo l’ansia nei miei movimenti, a fine spettacolo sono distrutta.

Ciò che distingue un buono spettacolo da uno meno bello è la catarsi, l’espressione dell’emozione del momento. Senza umiltà, umanità e sensazione, non si ha altro che uno sfoggio di tecnica.

Per quanto riguarda il pubblico, dipende da chi guarda: c’è chi la vive come una forma di “famolostranismo”, in altri ambienti, forse più consapevoli, lo si vive come qualcosa di naturale e semplice, chiaramente.

Spesso a fine spettacolo, se ho la forza, lego chi lo desidera, per fargli capire che non si tratta di nulla di spaventoso.

L’ignoranza non è mai una buona maestra.

 

 

Spesso, nel mondo BDSM, ho colto una certa “chiusura” verso l’esterno, ti faccio un esempio: “tutti gli altri sono dei bigotti, NOI viviamo la sessualità come si deve” (ovviamente sto generalizzando). Cosa ne pensi? Ti poni anche tu in quest’ottica? E, a parer tuo, perché si è arrivati a questo?

 

Non comprendo questa chiusura: i mondi si possono intersecare serenamente, dal confronto non nasce altro se non la crescita.

C’è da dire che questo fenomeno è propriamente Italiano – Meditterraneo; all’estero ci si sta avvicinando molto alla forma di pansexual play party, chiunque tu sia o qualunque cosa ti piaccia, puoi venire e divertirti, senza ghettizzarsi. Mi piacerebbe tanto che in Italia accadesse lo stesso.

Quando ragazza, forse, mi è capitato di volermi nascondere all’interno di una nicchia, ma è una cosa propriamente giovanile dalla quale mi sono distaccata. Ora lotto instancabilmente contro tutte le normative, sono insofferente a tutto ciò che è limite, etichetta e quant’altro.

Come trovi la persona da legare? È una scelta casuale o vi sono dei motivi di sostrato?

 

Sono più le persone a scegliere me, non io. Spesso trovo “aspiranti” a fine spettacolo, o a feste BDSM, anche se con finalità completamente diverse.

Una nuova realtà molto interessante è il Peer Ropes di Milano, gestito da Alcymia: una situazione totalmente informale e ben poco erotica, dove si chiacchiera, si sperimenta senza alcuna finalità, ma per compagnia e interesse per l’argomento.

Andando indietro nel tempo, difficilmente mi ricordo di momenti in cui io abbia mai chiesto a qualcuno di farsi legare. Quanta attenzione e quanta preparazione c’è dietro una performance?

Ho una mania di controllo assoluta e totalizzante: per me prepararmi è controllare di avere tutto il necessario, studiare e soppesare lo spazio attorno a me; divento una specie di nazista, prima di uno spettacolo sono  intrattabile.

DelinQueers, chi sono? Delinquenti e Queer: è il mio gruppo, ove noi bandiamo qualunque forma di eteronormativa. L’unica condizione necessaria è non avere i paraocchi per quanto riguarda il genere sessuale, un mondo molto fluttuante e pieno di movimento. Inizialmente eravamo solo un gruppo di amici che s’incontravano per legarsi e giocare, poi pian piano abbiamo cominciato a lavorare a dei progetti fotografici, e poi ancora verso le performance.

 

I detrattori, persone che ti ostacolano durante il tuo percorso: ti hanno mai messo i bastoni tra le ruote apertamente?

Ben pochi: tra il pubblico ovviamente ne ho sentite di tutti i colori, ma non posso considerarli detrattori.

Ricordo un solo episodio: nel 1997, a Bologna, avevamo organizzato una settimana lesbica, a Villa Guastavillani. Chiesi di poter fare un workshop sul sadomasochismo, e mi dissero che avrei potuto farlo solo se sottoposta a un processo pubblico. La maggior parte delle lesbiche di allora considerava il sadomasochismo come espressione di violenza e rimasuglio del vetero patriarcato. Accettai. Prima del workshop c’erano donne che giravano con, appuntate sulle maglie, dei distintivi contro di noi.

Due esponenti di un gruppo francese, vaneggiante partenogenesi ed eliminazione del maschio, ci misero un cartone davanti al proiettore che stava riproducendo delle foto fatte da noi, facendocelo spegnere. Come se loro, con questo gesto, non fossero state violente. Infine, se tu potessi dedicare le tue parole a qualcuno, per chi sarebbero?

 

Mia moglie, che mi ha sempre sostenuta in qualunque pazzo progetto avessi per la mente.

DelinQueers, senza loro non sarei stata capace di crescere e Andrea Ropes, il mio maestro, bravo e paziente nel  farmi capire, senza pontificare o assurgere a chissà quale ruolo, che le corde avrebbero potuto essere un percorso per me.

Per quanto riguarda i tatuaggi invece, assolutamente Cristian, che ha avuto e ha tutt’ora la pazienza di sopportarmi per quello che sono.

 

 

Eleonora Casale

 

 

Redazione Nerospinto

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