Al Dù Cesari lo Chef Danilo Pelliccia cucina ad arte. Cronaca di una sera di fine maggio.
L’arte necessita della giusta distanza. Mi riecheggia nella testa una cosa che dice più o meno così.
Ed è così che ne parlo, a qualche giorno di distanza da una cena metafisica, nel senso più aristotelico del termine: Μετά τα φυσικά - metà taphysikà, «dopo i libri di Fisica», ma anche «al di là delle cose fisiche».

Tutto nasce da un’idea di Micol Ferrara condivisa, per l’evento del 31 maggio, con Marco Lombardi (giornalista espero di cinegustologia) e Flavio Tiberti artista.
Questo tutto è un progetto: lo Chef Danilo Pelliccia, già noto per aver sdoganato la cucina romana a Torino nel suo ristorante Dù Cesari, ha creato delle nuove ricette fatte di accostamenti inediti a caccia di sapori ed emozioni.
I piatti oltre i piatti, abbinati a delle foto, evocativi di immagini quindi, ma anche di odori, di intensità.
Ed è così che in una sera di fine maggio mi sono ritrovata grazie a Micol, allo chef (sempre sia lodato) a Lorenzo Germak (fondatore di Paratissima), a sperimentare una cosa nuova e dirompente. Ho mangiato l’arte.
La tavola si è trasformata in uno spazio in cui imparare a conoscere l’arte attraverso il gusto (ParaGusto).
Ho iniziato a degustare un flan di puntarelle con crema di pecorino e poi tonnarelli al nero con pecorino, stracciatella e bottarga e ancora filetto di maiale con guanciale di pata negra Joselito e per dessert gelato alla sambuca nera. E, mentre le papille gustative saltellavano, i miei occhi sono stati rapiti da queste quattro foto, meravigliose e tutte rigorosamente in bianco e nero di Flavio Tiberti, con il quale ho avuto il piacere di parlare.
- Flavio, parlami di te, della tua arte, da dove arriva tutta questa placida esplosione, questo bianco e nero che però, dento, possiede mille sfaccettature più dei colori stessi?
- Io credo nell’arte, nelle sue mille sfaccettature che ho conosciuto anche prima di approdare alla fotografia, partita dall'influenza del contesto sociale nella lotta di comunicazione e integrazione nella vita contemporanea. La profondità psicologica e l'esplorazione introspettiva rappresentano oggi la caratteristica principale del mio lavoro. Una forte connessione tra i generi del ritratto e della natura morta consente di sfruttare ogni potenziale fotografico come mezzo per tradurre e rappresentare il mondo.

- Da dove nasce l’idea che ha reso possibile associare un piatto a un’opera d’arte?
- Credo che attraverso la fotografia si possa raggiungere una contaminazione dei sensi che rompe la sintesi del fotogramma e sprigiona reazioni inaspettate. Come il gusto, per esempio.
Una sera abbiamo assaggiato dei piatti e, con Marco Lombardi, abbiamo davvero immaginato e inventato questo gioco, che è più di un gioco, è una ricerca. Che è l’essenza del mio lavoro.
- Flavio so che a un padre non si può dire di scegliere tra i suoi figli, per cui lo faccio io. La mia fotografia preferita era quella che avevamo sul tavolo, dal titolo Canone inverso. So che l’obiettivo era associarla esclusivamente al piatto, eppure a me quella foto ha lasciato altro. In tutte in realtà ho ritrovato la pacatezza della malinconia, una cosa che mi attrae molto. Ho totalmente sbagliato interpretazione o vi è della malinconia nelle tue foto?
- Sono davvero felice che ti sia giunta questa cosa, io amo molto capire cosa la mia arte suscita in chi la osserva. Io ho dentro di me questo sentimento che tu hai espresso. Sono un Torinese che ha viaggiato per il mondo e ora vive in Sicilia. E tutto ciò fa parte della mia ricerca non solo di forme artistiche ma anche di emozioni, come questa di cui stiamo parlando.

- Che fase artistica stai vivendo?
- Di ricerca, di profondità psicologica e ricerca introspettiva. Armato di apparecchiature anni '70 e negativi in bianco e nero, mi rivolgo a composizioni sempre più minimal, sfruttando le diverse potenzialità della fotografia che diventa così mezzo d’interpretazione e di rappresentazione del mondo. Questa è sicuramente una fase molto più minimal e, se vogliamo dire, più reale il più vicina possibile alla realtà. A tratti feroce.
- Forse è questo che deve fare anche l’arte, no? Creare delle sensazioni, delle emozioni, con ferocia, fosse anche il disgusto. Tutto fuorché l’indifferenza.
- Sì, è così.
Andate per le strade, cercate la verità, digitate il nome di Flavio, andate a vedere le sue opere e non perdetevi i prossimi ParaEventi. Ne mangeremo e vedremo e vivremo delle belle.
Cinzia Giordanelli
