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The Last Movie Stars smonta la favola dell’unione tra Paul Newman e Joanne Woodward ma non la distrugge, anzi, ne fa un ritratto talmente autentico che ce la fa amare ancora di più. La docuserie prodotta da Martin Scorsese e realizzata da Ethan Hawke, approda su Sky dal 6 dicembre. Riassunta in sei puntate, The Last Movie Stars, prova a raccontarne la storia struggente, piena di contraddizioni, a volte folle e, finalmente, così umana.
«Io sono la prova vivente che Hitler non ha vinto.
Ne sono consapevole ogni giorno.
Se non avessi raccontato la mia storia,
chi conoscerebbe la verità?»
Friedrich Paul von Groszheim
Negli anni 20 la Repubblica di Weimar era convenzionalmente nota in tutto il mondo come il paradiso degli omosessuali. La maggioranza degli abitanti di Berlino però non conosceva il Paragrafo 175, legge tedesca antisodomia risalente al 1871. Per abolirlo nacque un movimento guidato dal professor Magnus Hirschfeld, scienziato e sessuologo socialista, nonché ebreo e omosessuale. Egli fondò un istituto per l’emancipazione degli omosessuali in Germania, un vero e proprio comitato scientifico-umanitario finalizzato alla difesa dei diritti di genere e all’abrogazione del suddetto paragrafo. Nonostante i dissapori interni sull’approccio cognitivo utilizzato nell’inquadramento della figura degli omosessuali, sfociati in una scissione interna, il comitato riuscì a raccogliere ben cinquemila firme per l’abolizione di quella legge così discriminatoria. Tra i firmatari anche Albert Einstein, Hermann Hesse, Thomas Mann, Tolstoj. Sembrava profilarsi una nuova era di libertà. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare quello che sarebbe successo da lì a breve. Quando, nel 1933, i nazisti assunsero il potere una delle prime azioni intraprese, dopo aver legiferato sull'aggravamento del Paragrafo 175, fu quella di distruggere l'Istituto Magnus e dare fuoco alla biblioteca in esso contenuta. Essere omosessuali, da trasgressione, divenne dapprima un crimine ed infine un delitto contro natura da punire con l’imprigionamento e la deportazione. Migliaia di gay vennero sottoposti alla sterilizzazione forzata e alla castrazione, utilizzati come cavie in esperimenti pseudo-scientifici o chirurgici e torturati. Il triangolo rosa di stoffa, cucito sulle divise degli internati per omosessualità, divenne stigma distintivo rispetto a criminali (triangolo verde), prigionieri politici (triangolo rosso), nomadi e zingari (triangolo marrone), ebrei (stella di David). Secondo una stima, comunemente accettata, i prigionieri che portarono il triangolo rosa furono tra i 5.000 e i 15.000. Il trattamento particolarmente crudele riservato agli omosessuali all'interno dei campi ha fatto sì che il loro tasso di mortalità fosse di circa il 60% (contro il 41% dei deportati politici e circa il 35% dei testimoni di Geova) secondo solo al tasso di mortalità degli internati di origine ebraica. Numeri importanti, spaventosi, che delineano chiaramente i confini di un olocausto dimenticato, che solo da qualche anno si cerca di portare allo scoperto. Tra le iniziative che, in occasione della giornata della memoria, accendono i riflettori su questa pagina così dolorosa ed infame della storia moderna, la mostra intitolata Rosa Cenere, in programma presso il Cassero di Bologna dal 27 al 31 gennaio, è davvero tra le più belle e commoventi. Ideata e coordinata dall’artista Jacopo Camagni, con la collaborazione di Peopall (gruppo volontari casserini) e del Centro di Documentazione, Rosa Cenere coinvolge 19 illustratori vicini alle istanze LGBT e racconta le esperienze di 11 vittime delle deportazioni naziste, utilizzando come punto di partenza il triangolo rosa e accompagnandolo ai toni del bianco e del nero. Tra le undici storie vere illustrate alcune sono già note, come quelle di Heinz Heger e Pierre Seel che con le loro pubblicazioni hanno aperto la strada alle prime ricerche sugli omosessuali deportati. Altre invece sono state recuperate negli archivi online, come quella di Henny Schermann, una delle poche donne deportate perché lesbica. L’urgenza di raccontare attraverso l’arte quella memoria che negli anni ha rischiato di perdersi nel silenzio della vergogna è una chiave d’accesso nuova, diversa e per questo non banale, ad una tematica che merita riflessioni profonde e durature. Un lavoro strepitoso e drammatico al contempo che prova a rendere giustizia alle vittime di quell’immane tragedia trasformando la suggestione dell’arte in ricordo ossequioso e toccante.
Ecco l’elenco degli artisti coinvolti con le relative scelte biografiche:
Marco B. Bucci e Damiano Clemente - Kurt von Ruffin
Jacopo Camagni e Michele Soma - Heinz Dörmer Flavia Biondi (Nethanielle) e Davide Mantovani - Pierre Seel Vinnie Palombino e Isabel Pilo - Annette Eick
Massimo Basili e Sebastian Dell’Aria - Heinz Heger
Giopota e Mabel Morri - Henny Schermann Giulio Macaione - Friedrich Paul von Groszheim Francesco Legramandi (Franze) - Paul Gerhard Vogel Wally Rainbow, Luca Vanzella e Roberto Ruager - Rudolf Brazda Mattia Surroz - Karl Gorath
Andrea Madalena - Albrecht Becker. Rosa Cenere: 27-31 gennaio 2014 @ Il Cassero, Via Don Minzoni 18 Bologna
"E’ una storia da dimenticare, è una storia da non raccontare, è una storia un po’ complicata, è una storia sbagliata."
E’ la storia tratteggiata da Massimo Cotto ne "All’ombra dell’ultimo sole’" attraverso la musica, le canzoni, le storie e le passioni di Fabrizio De Andrè. Al Tieffe Teatro, in via Menotti a Milano, è stata notevole la partecipazione del pubblico, accorso in gran numero per la sera della prima. I frequenti applausi dei presenti in sala hanno sottolineato palesemente tutto il calore di chi ama la musica e la poesia di Fabrizio, protagonista indiscusso di questo musical dal sapore malinconico. Impossibile non perdersi in un viaggio nostalgico fatto di immagini indelebili e testi che centrano sempre il proprio bersaglio, cioè il cuore di chi li ascolta. Gli attori del racconto prendono tutti nome da un testo del cantautore genovese ed è appunto Genova il palcoscenico effettivo dell’intera vicenda. Una Genova disillusa, consumata e sempre impaziente, una Genova che diventa simbolo di battaglie e rivoluzioni partite dal basso, ma ugualmente rappresentative di un’umanità tutta italiana. La ballata dell’amore cieco, Quello che non ho e Morire per delle idee su tutte impressionano per quanto ancora siano capaci di descrivere e raffigurare sentimenti, emozioni e storie più che mai attuali. Colpiscono affermazioni come: «Ci raccontiamo rassicurati che basta la salute, ma la salute senza le palanche è una mezza malattia» o ancora «L'emarginazione è uno stato di grazia perché tiene lontani dal potere e quindi dal marcio che lo contraddistingue». Parole incisive che definisco la cifra emotiva dell’atmosfera presente in sala e che offrono spunti di riflessione dai quali è impossibile desistere. La cattiva strada allora non è solo quella cantata da De Andrè o quella dell’insegna al neon del bar di Via del Campo, ma è quella di chi ha il coraggio di schierarsi contro l’abbruttimento dei costumi passati e futuri, contro le sopraffazioni di classe, contro l’impoverimento intellettuale e culturale che oggi, giorno in cui il teatro italiano piange la scomparsa di Franca Rame, reclama profonda attenzione.
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