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Niente Hollywood o New York, niente completi da agenti di Wall Street né abitini di paillettes e feste glamour, in Nebraska, pellicola dolce, realistica e bellissima del cineasta indipendente Alexander Payne c’è tutta l’America vera, quella di piccole cittadine dimenticate e di uomini e donne che vivono una vita ai margini, fatta di quotidianità assoluta e di piccoli sogni infranti e mai realizzati. Nel grigio anonimo di giorni che si ripetono in lavori stanchi e luoghi popolati da poche anime un padre e un figlio si incamminano a piedi per raggiungere dallo stato del Montana lo stato del Nebraska. Il pretesto è una presunta vincita milionaria alla lotteria di Woody Grant, indiscusso protagonista del film, che viene accompagnato nel viaggio dal suo figliolo più giovane, David.
Il cammino per raggiungere la meta diventerà un viaggio interiore di formazione per il giovane coprotagonista, di rimpianto e ricordi per l’anziano Woody e di scoperta ed esplorazione dell’America on the road per lo spettatore.
Nebraska non è solo un film, è poesia pura. È il modo che ha Payne per far scoprire e raccontare alla sua platea l’America di chi non ha mai letto Kerouac o Steinbeck o meglio di chi non si è mai appassionato alla musica di Springsteen.
È l’America perduta e poi ritrovata anche dagli stessi protagonisti che camminando insieme comprendono quanta bellezza e sentimento può sfuggire a tutti noi, ogni giorno, costretti nella quotidianità della vita, anche di una vita che non volevamo.
Quando Woody riceve la notizia della sua vincita milionaria alla lotteria del Nebraska non si chiede se la cosa può essere vera o meno, non si lascia dissuadere dalla moglie né dal figlio maggiore, decide di incamminarsi a piedi, da solo, dal Montana per andare a ritirare quei soldi e lasciare a figli qualcosa per cui farsi ricordare e amare. Per lui ormai non chiede più niente. La vita è stata avara con Woody, gli ha distrutto sogni e speranze e lo ha lasciato disincantato e anziano senza che lui neppure se ne accorgesse. Ora vuole solo ritirare i soldi vinti e andarsene con la certezza di avere almeno qualcosa di buono per cui farsi ricordare.
Il figlio minore, David, prima cerca di farlo desistere come tutti gli altri, poi decide però di accompagnarlo e la vincita allora diventa il viaggio in sé. La conoscenza vera del padre, non solo come genitore ma come uomo, come persona. Un uomo che è stato giovane e pieno di speranze a sua volta, che ha amato e ha vissuto coltivando sogni e cantando canzoni folk.
Woody e David così si scopriranno a vicenda e insieme scopriranno la loro terra di origine che è avara e bellissima, scontrosa ma ricca di speranza, capace di infrangere il sogno americano classico e patinato ma capace anche di coltivare i valori della famiglia e del rispetto reciproco, dell’impegno e della responsabilità verso se stessi e verso gli altri.
L’eredità che Woody lascia a David allora è questa. I valori dell’America più vera e più profonda.
I soldi della lotteria sono solo un pretesto per far raccontare ad Alexander Payne la storia di assoluto amore e rispetto tra un padre e un figlio, di un valore che David assorbe e fa suo e che potrà a sua volta trasferire come eredità ai suoi figli. Agli spettatori resta la poesia di una pellicola che è quasi un libro da sfogliare, la bellezza di luoghi tanto isolati e brutali e tanto ugualmente affascinanti e la possibilità di percorrere con i protagonisti un viaggio emozionale e familiare dove magari ci si potrà anche riconoscere.
Commedia degli opposti nella più classica delle tradizioni del cinema francese questa pellicola presenta le contraddizioni e il coraggio di due uomini che fanno della cultura del teatro e del palcoscenico l’alibi perfetto per la loro vita e le loro azioni.
Serge e Gauthier recitano dentro e fuori della scene e lo fanno per mettersi in gioco ma anche per vivere ognuno secondo i propri principi, il primo restando inflessibile e rigoroso all’arte e disposto anche a rinunciare al palcoscenico pur di non scendere a compromessi, il secondo versatile e più ironico e talmente propenso al compromesso da farne una vera filosofia di vita.
Gauthier sogna di mettere in scena Il Misantropo di Moliere che racconta proprio la vita di un uomo intransigente che rifiuta ogni forma di ipocrisia e finisce con lo scontrarsi con tutto e tutti.
E chi meglio di Serge può aiutarlo a realizzare questo suo progetto!
Gauthier convince perciò l’attore a ritornare in scena e con lui inizia a provare all’infinito i dialoghi e le scene del primo atto della commedia di Moliere. I due si confrontano, si scambiano i ruoli e colgono ogni momento per declamare e commisurarsi con i versi del grande drammaturgo, anche andando in bicicletta per le strade e vicoli della loro città.
Confrontarsi su Moliere però diventa inevitabilmente un mettersi di fronte a se stessi e alla vita, i due colleghi-amici recitando Il Misantropo finiscono per confessarsi ipocrisie e simulazioni, il loro personale conflitto con la vita e con l’esistenza che conducono e gettano la maschera.
La commedia francese allora diventa l’unico spazio temporale dove poter essere se stessi e confessarsi le proprie sconfitte e le proprie angosce.
Pellicola estremamente teatrale Moliere in bicicletta propone dialoghi alla vecchia maniere tra protagonisti, un sottobosco fittissimo di coprotagonisti e comparse e soprattutto una sequenza di scene all’aperto che fanno distrarre in maniera sapiente lo spettatore e che restano il punto di forza della cinematografia francese degli ultimi decenni.
Credibile e perfetti nei propri ruoli Fabrice Luchini e Lambert Wilson.
Film per chi adora il cinema d’autore.
Quante forme ha la violenza, e in quanti modi la si può declinare?
La risposta non è scontata soprattutto guardando Miss Violence, l’ultima pellicola del regista greco Alexandros Avranas, in uscita nelle sale italiane dal 31 di ottobre.
Nel film di violenza reale, cruda e fisica non c’è ne è affatto. Non si ci sono scene dure, non ci sono scontri fisici di nessun genere e anche i “mostri” presentati e descritti dall’autore sono persone comuni, di buone maniere, appartenenti alla buona società ed economicamente agiate.
La violenza descritta nella pellicola di Avranas è talmente sottile, psicotica, emotiva e difficile da comprendere che lo spettatore è scioccato in maniera sublimale senza comprendere realmente perché. Certo, il motivo reale e apparente c’è. Il suicidio di una ragazzina di undici anni.
Ma questa è l’unica scena brutale di tutto il film. Quella davvero sconvolgente. Il percorso per arrivare alla decisione estrema di Angeliki è il vero orrore, il buio dell’anima che sembra appartenere a tutti i componenti della sua famiglia, la violenza estrema che inchioda lo spettatore e che lo devasta fino all’ultimo fotogramma.
Nella famiglia di Angeliki tutto sembra andare nel migliore dei modi. Una benestante famiglia borghese in cui i membri hanno ruoli diversi ma collegati, dove tutto è all’apparenza perfetto e normale, se non fosse che Angeliki il giorno del suo undicesimo compleanno, si suicida buttandosi dalla finestra. E lo fa dopo aver spento, con aria serena e con il vestito della festa, le candeline sulla sua torta, circondata da partenti e familiari. Allo spettatore, la tragedia viene annunciata vagamente e velocemente solo dalla sguardo e dal sorriso della bambina che racchiude tutto il dramma e lo sconforto della sua vita. La reazione della famiglia a questa incredibile tragedia è misurata e cauta e fotogramma dopo fotogramma il regista svela l’inferno privato vissuto dalla bambina nei suoi pochi e intensi undici anni di vita, un inferno che sembra lambire e coinvolgere anche gli altri membri della famiglia. E si comprende che la pulizia del perbenismo borghese e la normalità che il patriarca mantiene è solo una patina.
Il problema di Miss Violence però rimane la scarsità delle doti emotive, sentimentali e passionali dello stesso regista. Alexandros Avranas confeziona una pellicola psicologica ma senza patos che nelle sue intenzioni dovrebbe coinvolgere solo gli strati più profondi e sensibili dello spettatore senza grandi colpi di scena o effetti speciali ma che non riesce neppure in questo.
La sterilità della sua regia, i movimenti di macchina sperimentali e troppo colti, la narrazione filmica che non lascia spazio ai protagonisti fanno sì che lo spettatore si perda completamente tra i cambi di scena e quello che solo il regista vede sul serio.
Miss Violence così diventa un diario quasi privato di Avranas che usa la pellicola come una sorta di diario di bordo personale per descrivere la propria visione della società attuale. Lui, greco di origine e di cultura è come se in un certo qual modo imbastisse il film di riferimenti e fotogrammi sulla difficile situazione sociale e umana che vive il suo Paese in questi ultimi anni.
Ma lo fa nella maniera più sbagliata e sterile possibile.
Infine, sembrerebbe che la storia di Angeliki sia basata su un fatto di cronaca davvero accaduto in Germania, un orrore reale che diventa orrore cinematografico.
Forse, se la sceneggiatura fosse stata originale o pura finzione cinematografica qualcosa della pellicola di Avranas si sarebbe potuto salvare, ma così c’è solo da riflettere sulla psiche del regista e sulla sua volontà insana di condirla con gli spettatori.
Nascere figlia di un artista è cosa tanto bella quanto complicata, crescere come figlia “d’arte” è ancora più difficile, soprattutto se intorno a te tutti sembrano essere portati per la recitazione e la regia.
Il destino di Sofia Coppola sembra scritto e tracciato dalla sua stessa esistenza e quindi la piccola di casa inizia a recitare in piccole parti che poi diventano ruoli sempre maggiori e più importanti e, dato che la recitazione sembra proprio non essere il suo forte, non passa molto tempo perché abbia tutti contro. Certo a una figlia d’arte si perdona anche meno e la carriera di Sofia sembra terminare definitivamente nel 1990 con il suo criticatissimo ruolo ne Il padrino parte III.
La ragazza, però, non ci sta. E non perché è figlia di uno dei più grandi registi di Hollywood, ma perché qualcosa dentro di lei le dice che il cinema è tanto altro e tanto di più.
Allora si mette a scrivere. Confeziona sceneggiature brillanti e originali e cerca di farsi conoscere e apprezzare nel difficile mondo delle star di professione.
E ci riesce. Ottiene premi prestigiosi e riconoscimenti importanti per le sue storie e per il suo grande senso nel raccontarle, e allora Sofia decide che se è brave a raccontare senza una macchina da presa, probabilmente lo è anche con una macchina da presa e decide così di dedicarsi alla regia.
Nascono pellicole come Il giardino delle vergini suicide e Lost in Translation, che oltre a ottenere premi e consensi fanno anche scuola per quello che riguarda il cinema al femminile.
Sofia Coppola capisce che la sua strada è segnata davvero adesso. Che la piccola di casa ha trovato il suo destino e allora si impegna ancora di più. Nel 2010 presenta a Venezia il suo capolavoro assoluto, Somewhere, aggiundicandosi il Leone d’Oro.
Da quel momento in poi è tutto un susseguirsi di successi e di riconoscimenti fino a quest’anno 2013 quando, a giugno scorso, conclude le riprese del suo ultimo film The Bling Ring, attesissimo in Italia e presentato in anteprima a Cannes.
La storia è così realistica e scandalosa da far scrivere ai giornali americani che l’unica regista che poteva narrarla è proprio Sofia Coppola.
La pellicola narra le vicende di un gruppo di ragazzi americani ossessionati dallo stile di vita dei protagonisti di film e programmi televisivi per adolescenti. Tormentati dall’esistenza dei loro idoli allora decidono di prendersi un po’ della loro vita svaligiandogli le case.
Una realtà cruda e per niente filmografica e che sta facendo riflettere l’America sul divismo e sull’ossessione di mettere in piazza la vita dei personaggi famosi.
L’attrice protagonista di The Bling Ring è Emma Watson, la famosa Hermione Granger di Harry Potter, cresciuta anche lei e perfetta nei panni della fan tormentata e della scassinatrice provetta.
Sofia Coppola ha dato ancora una volta prova di essere una grande regista ma soprattutto una superba sceneggiatrice, dimostrando a tutti che il cinema è un universo con mille stanze, aprire la migliore è questione di sintonia.
In un luogo, come la Biennale d'Arte di Venezia, dove la ricerca della novità e del contemporaneo è all'ordine del giorno, nel Padiglione Austria, presente sin dalla prima edizione, si torna un po' bambini.
Imitation of Life è una video installazione di Mathias Poledna, che ruota attorno a un cartone animato realizzato grazie alla collaborazione di artisti dei dipartimenti d'animazione degli studios di Los Angeles, tra cui la Disney.
Evocazione dell'epoca d'oro dell'animazione (gli anni '30 e '40), è stata prodotta una pellicola in formato 35 mm di circa 3 minuti. Reinventando il linguaggio tramite le sue contraddizioni (il metodo di produzione all'avanguardia per l'epoca e la narrazione basata su favole), spicca il contrasto tra la sinteticità delle scene e il grande lavoro che sta dietro alla sua realizzazione. Il vaudeville, i film muti e i musical sono alla base dell'opera: è un indagine della relazione tra arte e intrattenimento.
La scena si apre con un uccellino che vola tra i rami di un bosco e scopre un asinello, vestito da marinaio, che dorme e, svegliandosi, comincia a ballare e cantare nella natura. La stessa colonna sonora è stata registrata da un'orchestra completa, secondo lo stile del tempo.
Proseguendo, oltre 40 disegni, serviti alla realizzazione dell'opera, sono esposti sulle pareti. L'installazione ha lo scopo di favorire una lettura incrociata tra avvenimenti dello stesso periodo: la relazione tra arte europea e cultura americana di massa, l'emigrazione verso gli Usa e l'esportazione commerciale di quest'ultimi nel Vecchio Continente, la presentazione dei film d'animazione Disney alla Mostra del Cinema di Venezia, il tardo modernismo dell'architettura del padiglione e un'analisi del periodo 1938-1942, nel quale l'Austria espose nel Padiglione Germania.
Venezia, Giardini
Padiglione Austria
Fino al 24 novembre.
Dal martedì alla domenica, dalle 10.00 alle 18.00
Attore e interprete affermato, Alberto Tordi è uno dei talenti italiani su cui ha puntato il nostro cinema negli ultimi anni. Egli ricambia con impegno e costanza e nonostante la crisi della cultura e le poche possibilità per i più giovani dichiara: “l’Italia è il mio paese”. Sostenitore e promotore dell’arte indipendente sogna Almodovar e ama Mastroianni. Il prossimo 11 luglio sarà nelle sale cinematografiche italiane con il nuovo film di Stefano Calvagna La rabbia in pugno.
La sua intervista a Nerospinto.
Alberto, lei si è imposto sia in fiction di successo che in film impegnati come interprete puro, una figura cinematografica che è sempre stata propria della tradizione italiana.
Quali dei suoi personaggi ha amato di più?
Imposto è un parolone! Diciamo che lavoro da una decina d'anni con dedizione, studio e sacrifici.Il ruolo che più ho amato è stato sicuramente nel film indipendente Ovunque Miracoli nel quale interpretavo Francesco un compositore musicale. Due mesi di lavorazione in un convento del 1500 lontano dal caos della città completamente immerso in una dimensione a me nuova. Ho forse capito cosa significa ascoltarsi, aprire il cuore a questo lavoro.
In piena crisi economica e sociale come fa un artista, nel suo caso un attore professionista, a non farsi scoraggiare dal clima non proprio di ottimismo che si respira ovunque e dalla mancanza di fondi che ha investito la cultura italiana in quasi tutti i suoi ambiti?
Non nego le difficoltà i sacrifici e la quantità di lavori fatti per portare avanti la professione di attore. Quello che mi dà la forza di continuare è senza dubbio la passione. L’approfondire la materia di studio, essere curioso, cercare di assorbire tutto ciò che può arricchire la mia preparazione.Cerco di non adagiarmi e non giustificarmi dietro il momento di crisi che il nostro Paese sta attraversando. Proprio in questi momenti si può attingere a qualità che abbiamo non ancora espresse. La speranza è che ci sia una ripresa del sistema italiano, ma questo è un discorso più ampio.
Quale è il ruolo che ancora non ha interpretato e che amerebbe fare e con quale regista?
Adoro Marcello Mastroianni, il sogno sarebbe una versione teatrale del film "Una giornata particolare”, film che amo profondamente.Per quanto riguarda il regista, il cinema indipendente offre maggiori possibilità agli attori privi di raccomandazione come me. Comunque Almodovar è il mio preferito!
Tanti giovani di talento e di successo stanno lasciando il nostro paese per cercare fortuna altrove o semplicemente perché gli sono state offerte possibilità che da noi non si trovano più. Lei ha mai pensato di lavorare all’estero?
Posso dire che il nostro paese preferisce sostenere i "vecchi talenti”! Istintivamente più di una volta ho pensato "mollo tutto e me ne vado"ma abbandonare la nave non penso sia la soluzione migliore. Il mio Paese è l'Italia e credo sia giusto rimanere. C’è un mondo di artisti indipendenti in movimento, che sicuramente ha cose più interessanti da dire rispetto a chi è introdotto nei canali convenzionali. Spero che prima o poi queste voci vengano ascoltate e dato loro il giusto spazio.
A cosa sta lavorando ora e che progetti ha in corso?
Ho iniziato da poco le letture di un testo teatrale che porterò in scena a settembre a Roma. L'11 di luglio uscirà nelle sale cinematografiche italiane "La rabbia in pugno" un film di Stefano Calvagna che mi vedrà nel ruolo di un poliziotto corrotto.
Intanto grazie... e baci ai lettori di Nerospinto!
Antonia Del Sambro
Il film vincitore della Palma d’Oro a Cannes 2013 ha entusiasmato la Giuria del Festival, ricevuto applausi a scena aperta dagli spettatori e mandato letteralmente in estasi i critici che per giorni non hanno fatto altro che parlare del talento di Abdellatif Kechiche e della bravura delle due attrici protagoniste Lea Seydoux e Adele Exarchopoulos.
Kechiche però è tunisino di origine e nella madre patria il suo capolavoro che parla di amore lesbo e mostra scene erotiche esplicitamente omosessuali non è piaciuto affatto, tanto che il leader del partito laico Union Patriot Libre, Slim Rihai, è giunto ad affermare con vera indignazione di essere disonorato dal fatto che un suo compatriota abbia vinto il massimo premio al Festival di Cannes, dicendo che la Tunisia non ne è affatto orgogliosa né onorata e che l'oggetto di un film che difende l'omosessualità lede il loro essere arabi e musulmani. E Rihai è il leader del partito laico!
Insomma, come sempre Nemo profeta in patria.
Nel caso del regista Kechiche, inoltre, le polemiche si estendono anche ai costi effettivi della pellicola, in principio considerati e immaginati come quelli di un lungometraggio d’autore e in seguito levitati a quelli di una produzione americana e con tempi di lavorazione lunghissimi e massacranti tanto che sul set allestito nella città di Lille l'atmosfera è stata piuttosto tesa e il lavoro dell’intera troupe e delle maestranze è passato da due mesi e mezzo a cinque, con tecnici e operai che hanno denunciato condizioni lavorative non facili.
Ma Abdellatif Kechiche ha dimostrato di avere tempra resistente e caparbietà da vendere e alla fine ha realizzato il suo lavoro più importante, la pellicola che lo consacrerà negli annuali della storia del cinema. In realtà, il film non è bellissimo nel senso cinematografico più puro.
Non emoziona per la regia o per le scelte dei movimenti di macchina. Non ci sono scelte autoriali che fanno pensare al capolavoro filmico vero e proprio. Anzi, a volte alcune sequenze si ripetono cadenzatamente pur con mutamenti di scena e di location. È vero che il rispetto delle unità aristoteliche è stato abbandonato ormai da tempo dai cineasti internazionali ma è anche vero che la storia deve reggere proprio nei passaggi e nei momenti più importanti e difficili della narrazione.
E da un film vincitore della Palma d’Oro ci si aspetta sempre che sia da esempio per tutti gli altri.
Allora perché tutto questo entusiasmo? Sicuramente per il coraggio.
Il coraggio di portare sul grande schermo una storia così forte e soggetta a critiche e il coraggio per averla saputa raccontare senza mezzi termini. A questo possiamo aggiungere sicuramente la capacità di Kechiche di dirigere i propri attori, soprattutto se ancora giovani e poco conosciuti e, in questo suo ultimo lavoro, se donne in particolare.
La pellicola racconta la vita di Adèle, innamorata di una ragazza dai capelli blu incontrata per caso e ritrovata in un locale gay. Un cocktail e una panchina sono l’inizio di una storia d'amore appassionata e travolgente che matura Adèle e che la porta fuori dall’adolescenza. Nella vita con Emma, che studia Belle Arti e la dipinge nuda dopo averla amata per ore e sconvolta dal sentimento travolgente che prova per quella donna, Adèle diventa adulta imparando molto presto che la vita è molto più di quello che si legge nei libri.
Ancora una volta Abdellatif Kechiche guarda a Pierre de Marivaux, e attingendo al suo celebre romanzo "La Vie de Marianne" confeziona e realizza La vie d'Adèle, storia d'amore e di formazione di un'adolescente che concede alla macchina da presa ogni dettaglio e ogni sfumatura di sé. Il desiderio delle due protagoniste, il loro amarsi e concedersi reciprocamente restano il vero senso del film. Niente di morboso o scabroso. Solo amore omosessuale e passione. Chi si aspetta di sbirciare dal buco della serratura rimane deluso. La vie d’Adèle è solo cinema.
E così va preso e va visto.
La mostra del cinema di Cannes 2013 è stata già ribattezzata da molti come l’edizione degli esordienti.
Dei registi esordienti in particolare, che hanno portato nella cittadina del sud della Francia le loro pellicole e i loro lungometraggi e cortometraggi per mostrarli al grande pubblico come si fa con gli abiti in vetrina. Tanto per esserci anche loro e non per vincere qualcosa o partecipare al concorso cinematografico vero e proprio.
E così in qualche sala di qualche albergo della Croisette è possibile guardare anche pellicole assurde o noiosissime come il primo lavoro da regista di Keanu Reeves, Man of Tai Chi che ha come attore protagonista un vecchio amico del regista, ed ex stuntman di Matrix, e una trama che più noiosa non si può.
Come si può evincere dal titolo la pellicola è stata girata prevalentemente in Cina, tra Pechino e Hong Kong, e narra la storia di un giovane combattente di arti marziali reclutato da un uomo cattivo e spietato, interpretato dallo stesso Reeves, per combattimenti clandestini, pericolosi e illegali.
Insomma una vera barba anche per gli appassionati del genere dato che la griglia narrativa è molto simile a un’altra sessantina di film sul genere e che gli attori, pur avendo esperienza da vendere, sembrano alle prese con la loro prima recita scolastica.
Eppure la regia della pellicola e la tecnica delle riprese erano state pensate dal neo regista in maniera molto ambiziosa tanto che durante la pre-produzione era stata fatta circolare una clip in cui si annunciava e si mostrava che le sequenze di combattimento sarebbero state girate con un avanzatissimo sistema di ripresa Bot & Dolly. Peccato che lo stesso sistema abbia finito per rivelarsi troppo impegnativo da utilizzare impedendo così di integrarlo nelle riprese come ha spiegato lo stesso Reeves e che anche per questo alla fine la pellicola appaia davvero sotto tono in quasi tutto.
Rimane il sospetto che anche il famoso attore americano si sia lasciato affascinare dalla facilità con cui le pellicole asiatiche o di registi asiatici abbiano fatto incetta di premi nelle ultime più importati manifestazioni cinematografiche internazionali.
Man of Tai Chi però è una pellicola proprio scialba. La storia non decolla e i combattimenti anche se sono spettacolari si ripetono in una sequenza che lascia allo spettatore poco tempo per affezionarsi alle vicende e alle disavventure del giovane protagonista.
Keanu Reeves invece ha tenuto a rimarcare che ha voluto presentare agli spettatori un giovane che è ancora innocente in questo mondo corrotto e pieno di pericoli. Il protagonsita deve fare un viaggio spirituale e qui metterà in discussione i propri valori e si lascerà affascinare dalle tentazioni del mondo moderno. Addirittura!
Reeves si è ritagliato per sé la parte dell’antagonista cattivo anche se a lui piace definirsi in questo film più un seduttore di anime e un maestro di vita.
Probabilmente per gli amanti del genere l’unica particolarità da segnalare è il contributo alla pellicola del bravissimo coreografo, Yuen Woo Ping, anche lui già in Matrix e in lavori come La tigre e il dragone e che ha curato personalmente tutte le action del film.
Un film che ha in tutto diciotto combattimenti e quaranta minuti di esclusivo kung-fu movie.
Come dicevo: una vera noia!
Lui è un grande regista italiano, lei un’intensissima attrice, simbolo degli anni d’oro del Neorealismo; l’altra, la bella collega rivale, arriva in Italia dal Nord Europa per girare un film e distruggere il loro amore. Sotto i riflettori c’è Roberto Rossellini – un matrimonio alle spalle e una relazione in corso con Anna Magnani - trascinato nello scandalo per l’unione con la svedese Ingrid Bergman, già diva ad Hollywood, stregata dalle pellicole del cineasta italiano al punto da indirizzargli una lettera che suonava più o meno così: “Caro Signor Rossellini, ho visto i suoi film Roma città aperta e Paisà e li ho apprezzati moltissimo. Se ha bisogno di un'attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo 'ti amo', sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei”.
E’ il 1950, il film galeotto è “Stromboli terra di Dio”, protagonista una straniera che non riesce più a vivere con un povero pescatore siciliano. A darle voce e corpo è proprio lei, l’algida Ingrid, icona di quella borghesia europea che con il suo stile e i suoi valori comincia a frasi strada nell’Italia del dopoguerra e nel cinema che la rappresenta, sostituendo nell’immaginario filmico la drammatica figura della figlia del popolo che da “Roma città aperta” in avanti fu identificata con la disperata corsa verso la morte della Magnani. Anna, donna e artista appassionata, rapisce i sensi di Rossellini mentre stanno girando il film, il sentimento li travolge e si riversa nell’arte.
Nel 1948, tre anni dopo “Roma città aperta”, rinnovano infatti il sodalizio artistico con il film “L’amore”, in cui verità e finzione si fondono nell’inquietante presagio del personaggio della Magnani abbandonato dal compagno: è incombente la minaccia sulla loro felicità, la nordica diva che già sogna il cinema italiano e il suo maestro.Due isole belle e selvagge, due set, ancora una volta, saranno teatro del triangolo cine-amoroso più chiacchierato del momento: a Stromboli Rossellini sceglie la Bergman come musa e amante, mentre il tradimento scatena nella furiosa Magnani la vendetta con “Vulcano”. E’ il regista americano William Dieterle a dirigerla negli stessi giorni poco lontano dal vento scandaloso del nuovo amore.
Dive dai destini incrociati: Ingrid rimarrà in Italia da attrice e moglie di Rossellini, fino alla crisi che “Viaggio in Italia” racconta, con-fondendo ancora una volta cinema e vita, nel segno della verità umana indagata oltre ogni finzione dal grande cineasta. E Anna? La tormentata Anna? Hollywood, persa la Bergman ormai accasata nel Bel Paese, la accoglie alla fine degli anni Cinquanta e la celebra con un Oscar per “La rosa tatuata”, sottraendola però solo per pochi anni al cinema italiano al quale tornerà, passata la bufera, per concludere la sua carriera, ritrovando quel legame forse mai spezzato con Roberto che le sarà accanto fino alla fine, accompagnandola nell’ultimo viaggio verso il Paradiso degli artisti.
Coppia vincente non si cambia.
Ritorna Paolo Sorrentino e per protagonista del suo ultimo film sceglie e si affida al bravissimo e versatile Toni Servillo. I due sanno come lavorare insieme.
Il regista lascia libera espressione alle superbe doti mimiche di Servillo, che lo ricambia impersonando ogni volta “maschere” del nostro tempo tanto realistiche quanto emozionali nelle loro luci e nelle ombre.
L’ultima pellicola di Sorrentino non fa eccezione e si merita completamente di rappresentare l’Italia all’ultimo Festival di Cannes, non solo perché il film è girato con sapienza e forza autoriale, ma perché mostra al mondo come sono gli italiani oggi, così come i grandi maestri del cinema di casa nostra facevano o si sforzavano di fare nelle pellicole degli anni ’50 e ’60.
Non a caso La grande bellezza ha come location dell’intera storia la città di Roma, la capitale eterna dove la politica si intreccia con le passioni individuali e pruriginose, il potere con la corruzione e il nichilismo, la carriera con il servilismo, l’inganno e il ricatto.
Cosa è cambiato da La dolce vita di Fellini? In apparenza nulla, in realtà tutto.
I personaggi di Sorrentino fingono solamente di divertirsi, recitano la loro “commedia umana” a vantaggio e privilegio degli stranieri che arrivano a Roma con il sogno della capitale italiana dove per le strade si respira l’arte e la cultura di una nazione in realtà impoverita e spenta nei valori e nelle azioni.
Toni Servillo è ancora una volta superbo perché ha imparato a non filtrare i tic e vizi dell’italiano tipo, ha capito che non serve nascondere sotto la recitazione le ombre e quelle piccole depravazioni che ogni giorno accompagnano politici, personaggi mondani e comparse del sottobosco della società italiana. È bene invece che tanto gli stranieri, quanto gli stessi italiani, guardino davvero in faccia la realtà.
Che fuori dall'Italia ci vedano per quello che veramente siamo e che da noi si capisca che non basta una camicia firmata e un locale alla moda per fare finta di essere migliori degli altri.
Servillo interpreta Jep Gambardella, giornalista della Roma che conta. A sessantacinque anni compiuti il suo fascino, la sua dialettica e i suoi rapporti con le persone più in vista lo rendono ancora un protagonista indiscusso dei salotti e dei locali più glamour in città. È un professionista affermato che si muove tra cultura e mondanità in una delle location più affascinanti e magiche del mondo. Roma è colta e brillante, segreta e misteriosa, meretrice e mamma. È un circo di nani e ballerine perennemente alla ricerca delle luci della ribalta, che ambiscono a conquistare la città eterna anche attraverso sotterfugi e squallidi compromessi.
I valori non esistono, o meglio, non sono importanti: quello che conta è l’apparenza del potere, dei privilegi per pochi, della bella vita condotta senza scrupoli o principi morali.
Accanto a Sorrentino, un cast di numeri uno che affiancano in modo mirabile e verosimile le gesta e il credo del protagonista. Bravissimi Carlo Verdone e Sabrina Ferilli, ma anche Giorgio Pasotti e la sempre sensuale Isabella Ferrari.
La grande bellezza merita di rappresentare l’Italia a Cannes perché non fa altro che narrare proprio noi italiani nel luogo capitale e principe di tutti i vizi e le bellezze nazionali.
Paolo Sorrentino, il regista commerciale più autoriale che si sia mai visto negli ultimi decenni.
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