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Dopo il successo della stagione 2019-2020 ALADIN il Musical Geniale prodotto da Alessandro Longobardi per OTI Officine del Teatro Italiano in collaborazione con Viola Produzioni torna in scena al Teatro Brancaccio di Roma e in tour in una nuova versione e con un cast parzialmente rinnovato dal 18 al 20 febbraio 2022.

Venerdì 27 novembre è l’ennesima serata di debutto per la fitta stagione teatrale presentata dal Franco Parenti di Milano. “Il lavoro di Vivere” di Hanoch Levin, peraltro reduce del grande successo riscosso lo scorso anno, va in scena con la regia di Andrée Shammah e la ripresa di Carlo Cecchi, grande maestro del teatro italiano, protagonista dell’opera insieme a Fulvia Carotenuto e Massimo Loreto.

Hanoch Levin è uno dei più importanti autori e drammaturghi israeliani, il suo lavoro comprende commedie, tragedie, e cabaret satirici. L’idea di teatro che proponeva è irriverente, nei testi unisce spiritualità e cruda realtà, le situazioni più imbarazzanti celano la poesia dei suoi intenti. La critica verso la cultura borghese si fonde ai contrasti tra carne e spirito, facendo emergere la vera essenza dell’uomo meschino: colui che sogna di stare nel riflesso della luce della felicità altrui.

“Il lavoro di vivere” narra il rapporto di amore e odio tra due persone di mezza età, dalle quali il sentimento reciproco emerge solo a tratti, intervallato da dure parole, rimpianti ed insulti. L’opera si apre all’insegno del sarcasmo, i coniugi si rivolgono vicendevolmente con appellativi cattivi, provano rimorsi l’uno nei confronti dell’altra, ma allo stesso tempo non riescono a distaccarsi e a rompere il loro rapporto.

Yona accusa la moglie Leviva dei suoi insuccessi, ma al contempo prova pena per lei fino ad ammettere che «non riesce a vivere né con lei né senza di lei». L’uomo ritrova nella donna le sue origini, il duro rapporto con la sua terra, Israele, con la quale insiste il suo rapporto di amore e odio. Intorno a queste due persone ci sono dubbi, paure, prima la morte, ed il rimpianto di non aver raggiunto i propri obbiettivi, fino a porsi la più banale delle domande “Cosa è successo? Come siamo potuti arrivare a questo punto?”.

A risolvere i loro interrogativi interverrà un terzo personaggio, amico di Yona, che con sottile ironia e indirettamente, tratterà molti luoghi comuni del suo popolo. Lo spettatore ride di gusto, senza accorgersi che sta ridendo di sé stesso.

La scenografia di Gian Maurizio Fercioni ospiterà lo spettacolo fino al 13 dicembre, accompagnata dalle musiche di Michele Tadini, le luci di Gigi Saccomandi ed i costumi di Simona Dondoni.

 

“Il lavoro di Vivere” 27 novembre – 13 dicembre 2015

di Hanoch Levin

uno spettacolo di Andrée Ruth Shammah ripreso da Carlo Cecchi con Carlo Cecchi, Fulvia Carotenuto, Massimo Loreto collaborazione alle scene Gian Maurizio Fercioni collaborazione alle luci Gigi Saccomandi costumi Simona Dondoni musiche Michele Tadini Produzione Teatro Franco Parenti

 

INFO e PREVENDITE: Biglietti intero 32€; under26/over60 18 €; convenzionati 22,50€ (prevendita 1,50 €)

martedì ore 20.00; mercoledì ore 19.15; giovedì ore 20.30; venerdì ore 19.15; sabato ore 21.00; domenica ore 16.00; lunedì riposo

Tel : 02 59 99 52 06 E-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. Sito : http://www.teatrofrancoparenti.it Fb : http://www.facebook.com/teatrofrancoparenti

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Emma è quello che possiamo definire per la cultura italiana una eccellenza. È un’artista completa che ha saputo coniugare alla perfezione un indiscutibile talento personale con la passione per il suo lavoro, tanto studio e una determinazione che è il tratto caratteristico di molte donne nate e vissute in territori tanto belli quanto difficili.

I risultati non si sono fatti attendere. Dagli anni Novanta, infatti, Emma Dante ha continuato a raccogliere successi e riconoscimenti prima con i suoi progetti teatrali, nei quali come regista ha saputo portare in scena sogni e realtà difficili e marginali e poi come attrice di film e di pièce, lavorando con i maggiori artisti e registi nazionali.

Emma ha la determinazione e il background giusti per parlare di quella parte dell’Italia che gli stessi italiani conoscono appena, se non per sentito dire o per luoghi comuni, e che invece diventa nei lavori e nelle pièce dell’artista il microcosmo necessario per comprendere la realtà tutta di una penisola colma di contraddizioni e incoerenze.

Nel 2009 Emma Dante pubblica il suo primo romanzo, Via Castellana Bandiera, dove al pari di molte sue colleghe iraniane, cilene, nigeriane sfrutta le sue capacità artistiche per dichiarare pubblicamente l’ancora non definita e difficile condizione delle donne in molte parti del mondo.

Il romanzo piace e fa riflettere, tanto che Emma decide di trasformare la trama dello stesso in una sceneggiatura e da questa nasce la pellicola omonima Via Castellana Bandiera, prima prova da regista della Dante e film italiano in concorso a Venezia 70.

La trama e il filo conduttore del film è ancora una volta lo scontro generazionale e culturale tra donne di età diversa e differente nazionalità che però in un contesto geografico e sociale come quello di Palermo si esaspera e si amplifica dato che le stesse donne già vivono e subiscono prevaricazioni e tirannie.

In un caldissimo pomeriggio di domenica la protagonista Rosa e la sua compagna Alba arrivano a Palermo per partecipare al matrimonio di un loro amico ma presto si perdono per le vie della città e finiscono in una strada a doppio senso. La strada è in realtà poco più di un vicolo e quando sopraggiunge dalla parte opposta un altro veicolo tutte e due le macchine si trovano praticamente bloccate senza poter procedere oltre. La via in questione è appunto Castellana Bandiera e diventerà lo scenario per lo svolgersi dell’intera pellicola. Nell’ altra auto, quella di fronte alla macchina di Rosa e Alba c’è Samira, che porta con sé tutta la famiglia Calafiore. La logica e il buon senso vorrebbe che una delle due donne al volante faccia retromarcia per permettere all’ altra di passare e per sbloccare l’ingorgo a vantaggio di entrambe…ma basta un solo sguardo tra Rosa e Samira per capire che il blocco in una stradina di Palermo è in realtà un duello tra loro due e niente altro.

Un duello tra donne di diversa origine e di differente generazione che non è estraneo alla vita di ogni giorno di ogni donna in una qualsiasi altra città. Nessuna delle due quindi è disposta a cedere il passo. E non lo faranno neppure sotto i colpi del caldo, della sete, della stanchezza e delle parole e dei gesti degli uomini che solo da comparse arrivano nella scena.

Via Castellana Bandiera è un film tanto crudele quanto poetico che non mancherà di affascinare molti uomini sull’ universo intenso e molteplice delle donne e permetterà a tante donne di guardarsi in uno specchio il più veritiero possibile del loro mondo.

 

Lui è un grande regista italiano, lei un’intensissima attrice, simbolo degli anni d’oro del Neorealismo; l’altra, la bella collega rivale, arriva in Italia dal Nord Europa per girare un film e distruggere il loro amore. Sotto i riflettori c’è Roberto Rossellini – un matrimonio alle spalle e una relazione in corso con Anna Magnani - trascinato nello scandalo per l’unione con la svedese Ingrid Bergman, già diva ad Hollywood, stregata dalle pellicole del cineasta italiano al punto da indirizzargli una lettera che suonava più o meno così: “Caro Signor Rossellini, ho visto i suoi film Roma città aperta e Paisà e li ho apprezzati moltissimo. Se ha bisogno di un'attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo 'ti amo', sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei”.

E’ il 1950, il film galeotto è “Stromboli terra di Dio”, protagonista una straniera che non riesce più a vivere con un povero pescatore siciliano. A darle voce e corpo è proprio lei, l’algida Ingrid, icona di quella borghesia europea che con il suo stile e i suoi valori comincia a frasi strada nell’Italia del dopoguerra e nel cinema che la rappresenta, sostituendo nell’immaginario filmico la drammatica figura della figlia del popolo che da “Roma città aperta” in avanti fu identificata con la disperata corsa verso la morte della Magnani.  Anna, donna e artista appassionata, rapisce i sensi di Rossellini mentre stanno girando il film, il sentimento li travolge e si riversa nell’arte.

Nel 1948, tre anni dopo “Roma città aperta”, rinnovano infatti il sodalizio artistico con il film “L’amore”, in cui verità e finzione si fondono nell’inquietante presagio del personaggio della Magnani abbandonato dal compagno: è incombente la minaccia sulla loro felicità, la nordica diva che già sogna il cinema italiano e il suo maestro.

Due isole belle e selvagge, due set, ancora una volta, saranno teatro del triangolo cine-amoroso più chiacchierato del momento: a Stromboli Rossellini sceglie la Bergman come musa e amante, mentre il tradimento scatena nella furiosa Magnani la vendetta con “Vulcano”. E’ il regista americano William Dieterle a dirigerla negli stessi giorni poco lontano dal vento scandaloso del nuovo amore.

 

Dive dai destini incrociati: Ingrid rimarrà in Italia da attrice e moglie di Rossellini, fino alla crisi che “Viaggio in Italia” racconta, con-fondendo ancora una volta cinema e vita, nel segno della verità umana indagata oltre ogni finzione dal grande cineasta. E Anna? La tormentata Anna? Hollywood, persa la Bergman ormai accasata nel Bel Paese, la accoglie alla fine degli anni Cinquanta e la celebra con un Oscar per  “La rosa tatuata”, sottraendola però solo per pochi anni al cinema italiano al quale tornerà, passata la bufera, per concludere la sua carriera, ritrovando quel legame forse mai spezzato con Roberto che le sarà accanto fino alla fine, accompagnandola nell’ultimo viaggio verso il Paradiso degli artisti.

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