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Attore e interprete affermato, Alberto Tordi è uno dei talenti italiani su cui ha puntato il nostro cinema negli ultimi anni. Egli ricambia con impegno e costanza e nonostante la crisi della cultura e le poche possibilità per i più giovani dichiara: “l’Italia è il mio paese”. Sostenitore e promotore dell’arte indipendente sogna Almodovar e ama Mastroianni. Il prossimo 11 luglio sarà nelle sale cinematografiche italiane con il nuovo film di Stefano Calvagna La rabbia in pugno.

La sua intervista a Nerospinto.

 

Alberto, lei si è imposto sia in fiction di successo che in film impegnati come interprete puro, una figura cinematografica che è sempre stata propria della tradizione italiana.

Quali dei suoi personaggi ha amato di più?

Imposto è un parolone! Diciamo che lavoro da una decina d'anni con dedizione, studio e sacrifici.Il ruolo che più ho amato è stato sicuramente nel film indipendente Ovunque Miracoli nel quale interpretavo Francesco un compositore musicale. Due mesi di lavorazione in un convento del 1500 lontano dal caos della città completamente immerso in una dimensione a me nuova. Ho forse capito cosa significa ascoltarsi, aprire il cuore a questo lavoro.

 

 In piena crisi economica e sociale come fa un artista, nel suo caso un attore professionista, a non farsi scoraggiare dal clima non proprio di ottimismo che si respira ovunque e dalla mancanza di fondi che ha investito la cultura italiana in quasi tutti i suoi ambiti?

Non nego le difficoltà i sacrifici e la quantità di lavori fatti per portare avanti la professione di attore. Quello che mi dà la forza di continuare è senza dubbio la passione. L’approfondire la materia di studio, essere curioso, cercare di assorbire tutto ciò che può arricchire la mia preparazione.Cerco di non adagiarmi e non giustificarmi dietro il momento di crisi che il nostro Paese sta attraversando. Proprio in questi momenti si può attingere a qualità che abbiamo non ancora espresse. La speranza è che ci sia una ripresa del sistema italiano, ma questo è un discorso più ampio.

 

 Quale è il ruolo che ancora non ha interpretato e che amerebbe fare e con quale regista?

Adoro Marcello Mastroianni, il sogno sarebbe una versione teatrale del film "Una giornata particolare”, film che amo profondamente.Per quanto riguarda il regista, il cinema indipendente offre maggiori possibilità agli attori privi di raccomandazione come me. Comunque Almodovar è il mio preferito!

 

Tanti giovani di talento e di successo stanno lasciando il nostro paese per cercare fortuna altrove o semplicemente perché gli sono state offerte possibilità che da noi non si trovano più. Lei ha mai pensato di lavorare all’estero?

Posso dire che il nostro paese preferisce sostenere i "vecchi talenti”! Istintivamente più di una volta ho pensato "mollo tutto e me ne vado"ma abbandonare la nave non penso sia la soluzione migliore. Il mio Paese è l'Italia e credo sia giusto rimanere. C’è un mondo di artisti indipendenti in movimento, che sicuramente ha cose più interessanti da dire rispetto a chi è introdotto nei canali convenzionali. Spero che prima o poi queste voci vengano ascoltate e dato loro il giusto spazio.

 

A cosa sta lavorando ora e che progetti ha in corso?

Ho iniziato da poco le letture di un testo teatrale che porterò in scena a settembre a Roma. L'11 di luglio uscirà nelle sale cinematografiche italiane "La rabbia in pugno" un film di Stefano Calvagna che mi vedrà nel ruolo di un poliziotto corrotto.

Intanto grazie... e baci ai lettori di Nerospinto!

 

 

Antonia Del Sambro

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Il grande Gatsby (The Great Gatsby) è un romanzo dello scrittore statunitense Francis Scott Fitzgerald pubblicato per la prima volta a New York nel 1925. Ambientato a New York a Long Island durante l'estate del 1922. E’ considerato il più acuto ritratto di quegli anni scintillanti, con le sue contraddizioni, il suo vittimismo e la sua tragicità. Un'icona rappresentativa di quelli che furono gli "anni ruggenti". Nel libro viene raccontata la storia del sogno impossibile di un uomo, Gatsby, che incarna la purezza degli ideali americani corrotti dal materialismo e dal successo sociale. Il libro può essere definito come una satira amara sull'“età del jazz”, un periodo di successo apparente, ma di profondo caos morale in cui si sono persi tutti i valori tranne quello della ricchezza.

 

Il geniale Baz Luhrmann regista di film come Romeo+Juliet e Moulin Rouge, ha deciso quest’anno di ripresentarci questo gioiello. Uscito nei cinema italiani da qualche giorno, il film interpretato da Leonardo Di Caprio, Carey Mulligan e Tobey Maguire ha inoltre aperto il Festival di Cannes ricevendo numerose candidature agli Oscar. Dal talento creativo e visionario di Luhrmann nasce una personale interpretazione visiva di questo capolavoro letterario, che riporta alla vita quel periodo storico in un modo mai visto prima anche grazie all’ausilio del 3D. Il regista ci descrive l’accattivante mondo dei super-ricchi e le loro illusioni, i sentimenti e gli inganni. Ci rende tutti testimoni, dentro e fuori, di un mondo fatto di amori impossibili e sogni incorruttibili. Tra le candidature all’Oscar troviamo quella per i costumi; impossibile in effetti, non notare il lavoro della costumista Catherine Martin  vincitrice dell’Oscar per i costumi di Moulin Rouge. Il tocco glamour della pellicola è stato esaltato dalla prestigiosa collaborazione con la stilista Miuccia Prada.

 

Luhrmann ha infatti chiesto all'amica Miuccia Prada di collaborare con la celeberrima costumista Catherine Martin alla creazione del guardaroba della protagonista femminile del film, Carey Mulligan. I due hanno già lavorato insieme nel 1996 durante Romeo + Juliet, film per il quale la stilista ha disegnato gli abiti di scena di Leonardo Di Caprio (qui nei panni di Jay Gatsby). Una decisione vincente impreziosita dalla collaborazione della leggenda vivente nel mondo del cinema in fatto di costumi, Catherine Martin. Un team naturalmente di successo, dalla cui creatività ed esperienza è nata una collezione di abiti di scena che sono un vero e proprio capolavoro.

 

I 40 esclusivi abiti da cocktail e da sera sono ispirati a una selezione di modelli delle sfilate degli ultimi 20 anni di Prada e Miu Miu e si sviluppano in una serie di contrasti che rispecchiano l’anima del film, le differenze tra il glamour della vecchia Europa benestante e decadente e quello della nuova sfavillante ricchezza americana. Un mix di abiti scintillanti, decorati con cristalli e paillettes, abbinati a pellicce e velluti e caratterizzati da cascate di frange, nella migliore tradizione anni '20, dove un ruolo principale è giocato dalla lussuosissima gamma di dettagli, sofisticati e Déco. Una collezione, che è simultaneamente ricerca e testimonianza storica. Un’esperienza estetico-visiva che è un piacere per gli occhi, non soltanto per gli appassionati di cinema e letteratura, ma anche per gli amanti del fashion, entusiasti di questa collaborazione tra una costumista leggendaria e una delle designer italiane più apprezzate nel mondo."

 

Si è inoltre aperta a Maggio la prima tappa di una mostra itinerante dedicata a questa fertile collaborazione tra Miuccia e Catherine, moglie di Luhrmann. Le due creative hanno dedicato molto impegno a questo lavoro, sviluppando linee guida con riferimenti storici precisi che investono anche la scelta dei tessuti dei colori e dei materiali, che sono strettamente fedeli allo stile e all’atmosfera dell’epoca. Curata dallo studio 2x4 di New York, l'esposizione si sposterà poi nell'Epicentro di Tokyo e all'IFC Malldi Shanghai. La spettacolare esposizione, non è soltanto il riconoscimento di un grande lavoro in termini di creatività e cultura ma concede anche la possibilità di poter godere da vicino dei modi e delle tecniche di questa fusione stilistica. Miuccia ha confermato l’immensa qualità del suo lavoro di designer, fatto non soltanto di fashion, ma anche di costume, sapienza e abilità interpretativa. Questi capolavori sembrano a tratti essere i veri protagonisti del film, con le loro sfumature che stregano gli occhi. Il pezzo forte è l’abito da sera color oro, caricato di cristalli, che è indossato da Daisy Buchanan. Il tutto è perfettamente concluso con un diadema Déco di diamanti realizzata per il film da Tiffany & Co in collaborazione con Catherine Martin.

 

Difficile definire in una sola parola chi era Gordon Parks. E' stato fotografo, regista (The Learing Tree 1969, Shaft 1971), musicista, poeta e scrittore. Sicuramente fu un narratore in grado di raccontare il mondo tramite le sue foto sulla rivista Life.

Nacque nel Kansas del 1912 dove per lui, un bambino nero, povertà e segregazione erano all'ordine del giorno. Nel 1937 acquistò una macchina fotografica al banco dei pegni e, da autodidatta, imparò a usarla. Dopo un paio di anni di gavetta diventò freelance e cominciò le collaborazioni con importanti testate di moda come Vogue. La fama raggiunta gli consentì di diventare nel 1948 il primo collaboratore afroamericano di Life.

I suoi articoli, accompagnati da fotografie che da sole raccontano meglio delle parole, descrivono le pessime condizioni di vita dei neri d'America in quel periodo. Un bianco e nero che riesce a scavare nelle pieghe (e nelle piaghe) di una società razzista americana che, proprio in quegli anni, cominciava lentamente a cambiare.

Arrivò a narrare le storie dei primi afroamericani che iniziavano a distinguersi all'interno della società, come Muhammed Alì, Malcolm X, Adam Clayton Powell Jr. e Stokely Carmichael. Numerosi furono i riconoscimenti e i premi al suo lavoro, tra questi, nel 1988, la National Medal of Arts statunitense. Una mostra presso la Fondazione Forma per la Fotografia di Milano, a cura di Alessandra Mauro, ne celebra il lavoro e l'impegno.

 

“Those people who want to use a camera should have something in mind, there's something they want to show, something they want to say”. Gordon Parks

 

Una storia americana. Fotografie di Gordon Parks Dal 25 aprile al 23 giugno 2013 Tutti i giorni dalle 10 alle 20 Giovedì dalle 10 alle 22. Chiuso il Lunedì

Costo biglietto: 7.50€

Per informazioni: 02 58118067 www.formafoto.it

 

Fondazione Forma per la Fotografia Piazza Tito Lucrezio Caro, 1 Milano

Lui è un grande regista italiano, lei un’intensissima attrice, simbolo degli anni d’oro del Neorealismo; l’altra, la bella collega rivale, arriva in Italia dal Nord Europa per girare un film e distruggere il loro amore. Sotto i riflettori c’è Roberto Rossellini – un matrimonio alle spalle e una relazione in corso con Anna Magnani - trascinato nello scandalo per l’unione con la svedese Ingrid Bergman, già diva ad Hollywood, stregata dalle pellicole del cineasta italiano al punto da indirizzargli una lettera che suonava più o meno così: “Caro Signor Rossellini, ho visto i suoi film Roma città aperta e Paisà e li ho apprezzati moltissimo. Se ha bisogno di un'attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo 'ti amo', sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei”.

E’ il 1950, il film galeotto è “Stromboli terra di Dio”, protagonista una straniera che non riesce più a vivere con un povero pescatore siciliano. A darle voce e corpo è proprio lei, l’algida Ingrid, icona di quella borghesia europea che con il suo stile e i suoi valori comincia a frasi strada nell’Italia del dopoguerra e nel cinema che la rappresenta, sostituendo nell’immaginario filmico la drammatica figura della figlia del popolo che da “Roma città aperta” in avanti fu identificata con la disperata corsa verso la morte della Magnani.  Anna, donna e artista appassionata, rapisce i sensi di Rossellini mentre stanno girando il film, il sentimento li travolge e si riversa nell’arte.

Nel 1948, tre anni dopo “Roma città aperta”, rinnovano infatti il sodalizio artistico con il film “L’amore”, in cui verità e finzione si fondono nell’inquietante presagio del personaggio della Magnani abbandonato dal compagno: è incombente la minaccia sulla loro felicità, la nordica diva che già sogna il cinema italiano e il suo maestro.

Due isole belle e selvagge, due set, ancora una volta, saranno teatro del triangolo cine-amoroso più chiacchierato del momento: a Stromboli Rossellini sceglie la Bergman come musa e amante, mentre il tradimento scatena nella furiosa Magnani la vendetta con “Vulcano”. E’ il regista americano William Dieterle a dirigerla negli stessi giorni poco lontano dal vento scandaloso del nuovo amore.

 

Dive dai destini incrociati: Ingrid rimarrà in Italia da attrice e moglie di Rossellini, fino alla crisi che “Viaggio in Italia” racconta, con-fondendo ancora una volta cinema e vita, nel segno della verità umana indagata oltre ogni finzione dal grande cineasta. E Anna? La tormentata Anna? Hollywood, persa la Bergman ormai accasata nel Bel Paese, la accoglie alla fine degli anni Cinquanta e la celebra con un Oscar per  “La rosa tatuata”, sottraendola però solo per pochi anni al cinema italiano al quale tornerà, passata la bufera, per concludere la sua carriera, ritrovando quel legame forse mai spezzato con Roberto che le sarà accanto fino alla fine, accompagnandola nell’ultimo viaggio verso il Paradiso degli artisti.

Valeria Golino sbarca al Festival del Cinema di Cannes e lo fa per la prima volta da regista con un lungometraggio, Miele, che affronta uno temi più difficili e personali dell’umanità: la dolce morte, l’eutanasia, il passaggio assistito.

I termini e le definizioni si sprecano, ma l’argomento rimane scottante, ostico e universale.

La sceneggiatura scritta dalla stessa Golino, con altre due donne di livello intellettuale indiscusso quali Marciano e Santella, non è originale ma si basa sul romanzo di Mauro Covacich, A nome tuo.

 

Valeria, attrice matura, affermata e impegnata ha deciso di passare dall’altra parte della macchina da presa e ha scelto di farlo senza sotterfugi o plagerie.

Non strizza l’occhio allo spettatore e non vuole mentirgli. Ha qualcosa di importante da raccontare e desidera farlo prendendo di petto il tema della libera scelta, della volontà di vivere o morire, al di là di ogni ragionevole critica o convinzione etica e religiosa.

 

Miele è il lungometraggio di una neo regista che ha saputo anche scegliere il cast giusto e immedesimarsi in ogni sequenza filmica, costruendo e ricostruendo perché quando si è dall’altra parte della macchina da presa non si può lasciare nulla al caso e il lavoro raddoppia all’infinito.

La cronaca degli ultimi anni non ha affatto aiutato la Golino in questo senso perché ha sempre presentato casi “estremi” di eutanasia o desiderio di porre fine a indicibili sofferenze fisiche e psicologiche.

E così se gli spettatori di Miele si aspettavano di vedere la pratica della dolce morte messa in atto su malati terminali, persone attaccate a un respiratore o in coma da decenni restano oltremodo sorpresi da una trama che nulla a che vedere con gli articoli giornalistici di tanta stampa e televisione.

Con un finale che la neo regista decide di modificare e sconvolgere rispetto a quello del libro di Covacich.

 

Miele è la protagonista del lungometraggio ed è interpretata da una più che credibile Jasmine Trinca; un’attrice che si è fatta le ossa in ruoli drammatici e in film come Cefalonia, La meglio gioventù, Romanzo criminale, che la Golino sceglie appositamente diversa e più matura dalla protagonista di A nome tuo.

 

La storia è quella di Irene, una donna di trent'anni che ha deciso di dedicare il proprio tempo ad aiutare chi soffre. I suoi assistiti sono tutti malati terminali che vogliono abbreviare la propria personale agonia e non subire più la stretta di una malattia che distrugge ogni giorno la loro dignità di esseri umani. Miele svolge il suo lavoro con convinzione e con profonda umanità. Forte e algida. Fino a che un giorno a richiedere il suo servizio è un settantenne in buona salute, che ritiene semplicemente di aver vissuto abbastanza. La donna allora oppone un netto e convinto rifiuto.

La determinazione dell’uomo e le sue lucide argomentazioni, però, finiscono con il mettere in discussione tutte le convinzioni di Irene.

Inizia così il dialogo sulla morte e sulla vita che è portato avanti filmicamente dalla protagonista del lungometraggio, ma che è assolutamente anche dialogo della regista e della donna che è dietro la macchina da presa.

 

E se per la Golino è la prima esperienza da regista per il suo compagno e attore Riccardo Scamarcio è la prima volta come produttore di Valeria. I due oltre ad essere una coppia unita e affiatata nel privato lo sono anche nella vita lavorativa, dove hanno creato praticamente dal nulla una società di produzione, La Buena Onda, con cui supportano giovani talenti del cinema italiano ed europeo e splendide pellicole d’autore.

 

Il film è piaciuto moltissimo a Thierry Frémaux, direttore del Festival di Cannes, che ha voluto la Golino come fiore all’occhiello del concorso Un Certain Regard, un vero onore per una pellicola italiana e per una regista esordiente.

 

Protagonista maschile del lungometraggio è Carlo Cecchi, l’attore che ha innovato il teatro italiano degli ultimi decenni e che offre una interpretazione magistrale ugualmente nei dialoghi che nei silenzi di Miele. Un scelta che conferma quanto l’esperienza da attrice della Golino sia stata fondamentale per farsi affiancare dai migliori colleghi per realizzare una pellicola così difficile e matura.

 

Coppia vincente non si cambia.

Ritorna Paolo Sorrentino e per protagonista del suo ultimo film sceglie e si affida al bravissimo e versatile Toni Servillo. I due sanno come lavorare insieme.

Il regista lascia libera espressione alle superbe doti mimiche di Servillo, che lo ricambia impersonando ogni volta “maschere” del nostro tempo tanto realistiche quanto emozionali nelle loro luci e nelle ombre.

 

L’ultima pellicola di Sorrentino non fa eccezione e si merita completamente di rappresentare l’Italia all’ultimo Festival di Cannes, non solo perché il film è girato con sapienza e forza autoriale, ma perché mostra al mondo come sono gli italiani oggi, così come i grandi maestri del cinema di casa nostra facevano o si sforzavano di fare nelle pellicole degli anni ’50 e ’60.

 

Non a caso La grande bellezza ha come location dell’intera storia la città di Roma, la capitale eterna dove la politica si intreccia con le passioni individuali e pruriginose, il potere con la corruzione e il nichilismo, la carriera con il servilismo, l’inganno e il ricatto.

 

Cosa è cambiato da La dolce vita di Fellini? In apparenza nulla, in realtà tutto.

I personaggi di Sorrentino fingono solamente di divertirsi, recitano la loro “commedia umana” a vantaggio e privilegio degli stranieri che arrivano a Roma con il sogno della capitale italiana dove per le strade si respira l’arte e la cultura di una nazione in realtà impoverita e spenta nei valori e nelle azioni.

 

Toni Servillo è ancora una volta superbo perché ha imparato a non filtrare i tic e vizi dell’italiano tipo, ha capito che non serve nascondere sotto la recitazione le ombre e quelle piccole depravazioni che ogni giorno accompagnano politici, personaggi mondani e comparse del sottobosco della società italiana. È bene invece che tanto gli stranieri, quanto gli stessi italiani, guardino davvero in faccia la realtà.

Che fuori dall'Italia ci vedano per quello che veramente siamo e che da noi si capisca che non basta una camicia firmata e un locale alla moda per fare finta di essere migliori degli altri.

 

Servillo interpreta Jep Gambardella, giornalista della Roma che conta. A sessantacinque anni compiuti il suo fascino, la sua dialettica e i suoi rapporti con le persone più in vista lo rendono ancora un protagonista indiscusso dei salotti e dei locali più glamour in città.  È un professionista affermato che si muove tra cultura e mondanità in una delle location più affascinanti e magiche del mondo. Roma è colta e brillante, segreta e misteriosa, meretrice e mamma. È un circo di nani e ballerine perennemente alla ricerca delle luci della ribalta, che ambiscono a conquistare la città eterna anche attraverso sotterfugi e squallidi compromessi.

I valori non esistono, o meglio, non sono importanti: quello che conta è l’apparenza del potere, dei privilegi per pochi, della bella vita condotta senza scrupoli o principi morali.

 

Accanto a Sorrentino, un cast di numeri uno che affiancano in modo mirabile e verosimile le gesta e il credo del protagonista. Bravissimi Carlo Verdone e Sabrina Ferilli, ma anche Giorgio Pasotti e la sempre sensuale Isabella Ferrari.

 

La grande bellezza merita di rappresentare l’Italia a Cannes perché non fa altro che narrare proprio noi italiani nel luogo capitale e principe di tutti i vizi e le bellezze nazionali.

Paolo Sorrentino, il regista commerciale più autoriale che si sia mai visto negli ultimi decenni.

 

Si potrebbe pensare che Hitchcock, il film di Sacha Gervasi, sia una celebrazione dell'indiscutibile talento del maestro della suspense e di Psycho, il suo film più clamoroso.

Nulla di più sbagliato.

 

La pellicola verte sui dubbi, i turbamenti, le difficoltà emotive e pratiche affrontati dal regista in un periodo specifico della sua vita, i suoi 60 anni ed il vertice della propria carriera (dopo il successo eclatante di Intrigo internazionale), in cui la fiducia nelle proprie capacità e nel proprio talento vacillano, o quantomeno vengono messe in discussione.

 

È un Hitchcock dalle mille ossessioni quello presentato sullo schermo, un uomo tanto legato alla moglie, quanto distolto dalle mille tentazioni cui non riesce a sottrarsi: il lusso, il buon cibo, l'alcol e le bionde attrici dei suoi film, sulle quali sfoga il proprio voyeurismo.

 

Sono proprio quelle debolezze ed insicurezze che lo inducono a prestare attenzione al romanzo di Psycho, un testo aberrato dalla società che tratta di incesto, istinti brutali, sesso e violenza, in cui il protagonista incarna in modo estremo pulsioni e frustrazioni che in parte coinvolgono lo stesso regista.

 

Il parallelo tra le due figure è reso molto bene dall'intrecciarsi di 3 diversi livelli narrativi lungo il dispiegarsi della storia: la commedia che affronta la vita sentimentale e professionale di Hitchcock, segnata profondamente dal legame e dal conflitto con la figura di Alma, la moglie e il cardine della sua vita; la trama di Psycho, resa a tratti dalle scene che ne mostrano la realizzazione in studio (peraltro fedelissime all'originale); ed un livello intermedio, sospeso tra sogni ed allucinazioni, in cui il regista dialoga e si confronta con Norman Bates, protagonista del libro, scoprendolo e scoprendosi.

 

Per realizzare la pellicola, disprezzata ed osteggiata da tutti (Paramount Pictures, giornalisti e, inizialmente, anche da Alma), Hitch è disposto a mettersi in gioco totalmente, sia sul piano finanziario -ipoteca la casa per autofinanziarsi-, sia su quello emotivo per raggiungere un traguardo che non è solo quello del successo economico, ma dell'affermazione di un talento che ancora brucia dentro di lui e non dev'essere dato per scontato.

 

Giunto al termine della produzione, non ancora del tutto soddisfatto del risultato, Hitchcock si rende conto che non è solo il suo ruolo a dover essere preservato, ma anche il suo rapporto con Alma, imperdibile supporto che lo ha sempre sostenuto nella vita, valorizzandolo come uomo e indirizzandolo nel lavoro, contribuendo praticamente alla riuscita dei suoi film.

Il suo intervento in sede di montaggio e la brillante intuizione di inserire la colonna sonora all'interno della scena più famosa del film, quella della doccia, salva l'esito materiale del film e il rapporto fra i due.

 

Il film di per sé non rappresenta un caso emblematico.

Indubbiamente il cast presenta attori di rilievo: Anthony Hopkins eccellente interprete, Hellen Mirren (nel ruolo della moglie), Scarlett Johansson e Jessica Biel come perfette bionde hollywoodiane, i quali interagiscono con estrema naturalezza, ma senza particolari virtuosismi.

 

La stessa trama non è particolarmente brillante: il punto di forza della pellicola è suscitare curiosità e interesse verso il mito del film di cui viene mostrato il making of, facendo leva su tanti piccoli dettagli che non possono sfuggire agli occhi degli appassionati.

Per un neofita del genere, Hitchcock è banalmente il racconto delle vicende che si snodano intorno al regista, ma per chi segue con passione il lavoro del maestro del brivido, il film si configura come un omaggio esplicito, un collage di citazioni che solo un esperto può cogliere, favorendo una lettura più ricca e approfondita del testo filmico.

 

L'impressione generale è che il film non si rivolga a tutti, ma parli ad una nicchia che può comprendere ad ogni livello di cosa tratta, un gruppo di pochi che, forte della propria passione, riscopra nuovamente l'amore per il cinema del grande maestro.

 

I Ministri tornano alla ribalta con un nuovo singolo, il cui video sarà oggi in anteprima su Corriere.it.

 

Spingere, questo il titolo, è una “piccola ode alla felicità” dice la band, “al suo egoismo e a come miracolosamente riesca a farsi strada là dove non riescono neanche le erbacce.

È una felicità sostenibile quella che permea tutto il disco ed il fulcro delle riflessioni che soggiacciono ai diversi brani risiede nel fatto che miracolosamente tutti, in qualche modo, riescono a trovarla o anche solo intravederla per un attimo.

 

Il video di Spingere è la terza creatura nata dalla collaborazione tra il regista Sterven Jonger e i Ministri, dopo l’immobilità di una generazione raccontata con amarezza in Noi Fuori (ultimo singolo del precedente album) e il fortunato clip di Comunque, che fotografa in vhs la band e l’immaginario 90’s cui il nuovo album è debitore,

Spingere chiude idealmente la trilogia, con un corto che rende tributo a Trainspotting e all’estetica televisiva che ha plasmato le aspettative e le speranze di almeno due generazioni.

 

Girato con una telecamera del ’92, il video vede nuovamente Divi, voce del gruppo, dare vita e corpo alle liriche rassegnate del brano - tra colloqui di lavoro, impieghi avvilenti, cravatte, fitness retrò, esplosioni e messaggi subliminali - mentre sullo sfondo si staglia minaccioso il segnale di fine trasmissioni.

Eppure, con la stessa gioia disperata del nuovo album, l'epilogo è ancora una volta un invito a reagire, a spingere appunto.

 

Per un passato migliore, il nuovo album uscito il 12 marzo per Godzillamarket/Warner, ha debuttato al settimo posto nella top ten degli album più venduti in Italia.

Il tour che lo promuove, partito il 15 marzo, sta riscuotendo lo stesso successo, registrando una serie di sold out in tutto il Paese.

 

Di seguito le informazioni sulle prossime date:

 

18 aprile @ GALLERIA 19 - Napoli

19 aprile @ BARBARA DISCO LAB - Catania

20 aprile @ RETRONOUVEAU - Messina

26 aprile @ PHENOMENON - Novara

27 aprile @ THE CAGE - Livorno

30 aprile @ LATTE + - Brescia

03 maggio @ FUORI ORARIO - Taneto di Gattatico (RE)

04 maggio @ RIVOLTA - Marghera (VE)

17 maggio @ LIVELLO 11/8 - Trepuzzi (LE)

18 maggio @ PIN UP - Mosciano Sant'Angelo (TE)

Antonioni c’è!

Gli ammiratori e gli appassionati del grande Maestro del cinema italiano mi perdoneranno per la citazione sportiva, ma nelle ultime settimane il nostro Bel Paese si è destato dall’indifferenza e dalla poca conoscenza della figura di Michelangelo Antonioni e per fortuna si è ricordato di elargire a uno dei nostri artisti più grandi il giusto riconoscimento nel centenario della sua nascita.

 

Mostre, come quella bellissima di Ferrara visitabile fino al 9 giugno, cineforum in tutta Italia e pagine di recensioni e amarcord sulle riviste più importanti.

E ci mancherebbe, aggiungo io!

 

Antonioni è stato per il cinema italiano quello che Bresson è stato per il cinema francese.

Tanto che le pellicole dei due cineasti spesso si sono uguagliate e sovrapposte per tematica e scelte registiche negli anni '60 e '70 del secolo scorso.

 

Antonioni segna la fine del neorealismo del cinema italiano e lo fa in maniera decisa e da maestro con il film del 1950, Cronaca di un amore. La pellicola riscuote uno sorprendente successo di critica e fa sì che al regista si aprano quasi subito le porte degli ambienti cinematografici italiani che contano. Collabora così con i migliori sceneggiatori e autori del suo tempo e con le attrici più in voga del momento. Il fatto è che Antonioni non è un regista di genere, ma un regista indipendente che gira e realizza solo pellicole importanti, con scene difficili, scelte registiche da maestro e storie assolutamente non commerciali. Eppure e malgrado questo, il pubblico lo premia.

 

I suoi film sono amatissimi e il botteghino gli dà ragione. Merito della sua indubbia bravura registica, ma merito anche della sua lungimiranza artistica con le quali trasforma l’attrice comica italiana più importante degli anni ’60 in una straordinaria attrice drammatica. Applaudita e osannata in tutta Europa, Monica Vitti è la musa incondizionata di Michelangelo Antonioni che la vuole in pellicole importanti come Deserto rosso, Leone d’Oro nel 1964 ma soprattutto nella sua trilogia dell’incomunicabilità. E così la bionda in calze a rete e gonne attillate dei film con Alberto Sordi si trasforma nella drammatica e bravissima protagonista di pellicole in bianco e nero come L’avventura, La notte, L’eclissi. Per gli appassionati del film di autore e per i critici cinematografici praticamente le pietre miliari del nostro cinema esistenziale.

 

Negli anni ’70 arrivano i lungometraggi girati in lingua inglese con attori internazionali e la fama di Antonioni si espande e si consolida anche oltre oceano.

Blow-up, sequestrato dalla magistratura per oscenità nell'ottobre 1967, dove il suo pessimismo angoscioso si trasforma nel totale rifiuto della realtà in cui l'uomo vive. Zabriskie Point, incentrato sulla contestazione giovanile, che diventa anche una feroce critica alla società dei consumi e

Professione: reporter con il lungo e celebre piano sequenza finale, dove affronta l'impenetrabilità della realtà attraverso un repentino cambio di identità del protagonista.

 

Antonioni studia al Centro di cinematografia di Roma negli anni ’40 e subito diventa assistente e collaboratore dei maggiori registi del tempo come Visconti, De Santis, Zavattini; la sua mentalità speculativa e la sua ossessiva ricerca sperimentale lo portano, però, molto presto a percorrere strade e ricerche tutte sue con successi che si mantengono immutabili e duraturi nel tempo e nella storia del cinema.

 

Tra aprile e luglio di quest’anno chi volesse conoscere Michelangelo Antonioni come artista, regista e autore ha solo l’imbarazzo della scelta tra mostre, rassegne filmiche e convegni.

Il cinema italiano è più vivo che mai!

 

Toledo. Un aereo della compagnia iberica “La Península” diretto a Città del Messico vola sopra la città spagnola in attesa di un pista per un atterraggio di emergenza causato da un' avaria al carrello. I passeggeri, terrorizzati dal vedersi  a un passo dalla morte, si lasciano andare, raccontano la loro vita. Ognuno di loro rivela  emozioni, desideri, speranze, paure che, seppur bizzarre, in fondo, non ci sono così estranee.

 

A prima vista potrebbe sembrare il tipico inizio di un thriller ad alta tensione, invece è la trama della nuova pellicola di Pedro Almodóvar dal titolo "Gli amanti passeggeri" uscita nelle sale cinematografiche il 21 marzo, che segna il  ritorno del regista spagnolo alla “commedia di riflessione”.

 

La spregiudicata comicità che si spinge filo al grottesco non è una sterile provocazione ma vuole smuovere noi spettatori a riflettere sul nostro modo di essere e sul mondo che ci circonda.

 

In  un’atmosfera fuori dal tempo, surreale e incantata come quella di un aereo che vola nel cielo senza meta, si muovono i diversi personaggi. Almodóvar non li sceglie casualmente, ognuno di essi con la propria personalità e storia rappresenta una tipologia umana.

 

Come due anfitrioni aprono il sipario Antonio Banderas e Penelope Cruz nelle veci di una coppia di lavoratori distratti che causano il guasto al carrello dell’aereo.

 

Animano la scena un pilota sposato con una vita parallela da gay (Antonio de la Torre), un copilota etero attratto dagli uomini (Hugo Silva), un trio di steward omosessuali sfacciati, sboccati e autoironici (Javier Càmara, Raùl Arévalo, Carlos Areces) , una stravagante veggente ancora vergine ossessionata dal sesso (Lola Dueñas), una ex regina del gossip che si è data al mondo dell’hard come dominatrice (Cecilia Ruth), un imprenditore truffatore in fuga (Josè Luis Torriio), un killer professionista (Josè Maria Yazpik), un attore playboy (Guillermo Toledo), una coppia di sposi senza limiti (Miguel Angel Silvestre e Lava Marti).

 

Personaggi diversi l’uno dall’altro, ma tutti con faccende in sospeso che sembrano trovare una soluzione una volta atterrati.

 

Almodóvar mette sulla scena le tematiche più controversie in modo sfrontato, senza alcun filtro. Omosessualità, bisessualità, promiscuità sessuale, sregolatezza, alcol, droga, tabù che vengono spontaneamente sfatati dalla sapiente ironia del regista.

 

Amore, sesso, morte, le ossessioni dell’autore riaffiorano nei singoli episodi raccontati dai protagonisti e diventano il motore principale dell’intera narrazione.

 

I personaggi scelti dal regista con le loro storie scandalose ed eccentriche, a tratti paradossali, presentano un chiaro riferimento alla società spagnola: playboy, imprenditori che fuggono all’estero per evitare condanne, escort che minacciano uomini potenti, persone disposte a fare qualsiasi cosa per soldi.  Questa non è solo la realtà che Almodóvar vive nel suo paese, ma riguarda l’intera società contemporanea dominata da un senso di ipocrisia, decadenza, precarietà, priva di ideali e personalità forti in cui credere per innestare il cambiamento.

 

Forse “Gli amanti passeggeri” non hanno quella incisività e brio che ha sempre incantato il pubblico delle commedie di Almodóvar, ma senza dubbio sono un film da vedere per la  capacità attraverso l’assurdo e il  paradosso di rappresentare in maniera così spaventosamente reale la nostra epoca.

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