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"L’amore è un bellissimo fiore, ma bisogna avere il coraggio di coglierlo sull’orlo di un precipizio" - Stendhal
Gratitudine, devozione, purezza, fedeltà possono rivelarsi sentimenti molto difficili da comunicare esplicitamente, per questo spesso ci si affida ad una lettera, ad un messaggio cifrato, ad ambigui giri di parole.
Uno strumento su tutti, però, si rivela più che mai efficace, ed elegante al tempo stesso, per trasmettere emozioni e stati d’animo che non sapremmo far trapelare altrimenti: il linguaggio dei fiori.
Fiori ed allestimenti floreali venivano, ad esempio, impiegati nell’epoca vittoriana per esprimere pulsioni e passioni che non potevano essere pronunciate, assumevano significati simbolici nel Medioevo o attribuzioni morali nel Rinascimento.
Conosciuto anche come florigrafia, è con l'Ottocento che il linguaggio dei fiori assunse il massimo sviluppo, tanto che si diffuse un'editoria specializzata nella stampa dei flower books, illustrati con incisioni e litografie.
Anche se oggi è quasi del tutto dimenticato, le rose rosse implicano ancora passione, i girasoli rispetto ed i tulipani riguardo.
Per questo c’è chi attorno alla poetica del fiore e ai suoi innumerevoli impieghi ha costruito una carriera ammirevole, chi, lavorando con la bellezza del fiore, è riuscito a trasmettere agli altri un messaggio d’eleganza per niente banale.
E’ il caso di Antonio Scaburri, fiorista, allestitore e flower designer nato a Monasterolo del Castello, sempre in viaggio tra l’Italia e Parigi.
L’ho incontrato a Milano, nei pressi della sua base operativa cittadina, il Mint Market (concept store di Via Casati), per saperne di più, tra una tazza di the verde e un salto nei ricordi, del suo mondo fatto di fiabe e natura.
Rassicurante nell’aspetto e pacato nei modi, Antonio è cresciuto osservando il lavoro del padre giardiniere prima e perfezionando tecnica ed esperienza a New York dopo, al The Flower per l’esattezza, uno dei più importanti flowershop di Soho.
Oggi è un professionista continuamente in bilico tra fragilità e coraggio, tra forza e dolcezza, che traspaiono chiaramente da tutti i suoi lavori.
La contaminazione, tanto nella vita quanto nel lavoro, è il segreto del suo successo. Alternare infatti sentimenti forti a momenti di vulnerabilità potrebbe sembrare incoerente e contraddittorio, quando è invece sintomo di autenticità. Ugualmente accostare piante esotiche e pregiate ad erbe aromatiche, arbusti o fiori artificiali persino non è peccato, quanto piuttosto armoniosa alchimia di oggetti distanti, ma non per questo avversari.
Elementi caratterizzanti sono per lui il bosco, come ideale natura in cui rifugiarsi, la dahlia, fiore d’orto legato ad un ricordo d’infanzia, e la fiaba, come fonte d’incessante ispirazione.
Collezionare fiabe è molto più che un semplice vezzo per Antonio che, nel variopinto giardino dell’immaginazione, trova terreno fertile per dar sfogo alla propria creatività. In barba a chi ne fa tutta una questione di melensi ed evitabili sentimentalismi, Antonio ci insegna quanto virile ed affascinante possa essere una favola scritta con il linguaggio dei fiori.
Colori e profumi sono il suo inchiostro, gli allestimenti imbastiti a mano le storie fantastiche che ci racconta.
Il grande Gatsby (The Great Gatsby) è un romanzo dello scrittore statunitense Francis Scott Fitzgerald pubblicato per la prima volta a New York nel 1925. Ambientato a New York a Long Island durante l'estate del 1922. E’ considerato il più acuto ritratto di quegli anni scintillanti, con le sue contraddizioni, il suo vittimismo e la sua tragicità. Un'icona rappresentativa di quelli che furono gli "anni ruggenti". Nel libro viene raccontata la storia del sogno impossibile di un uomo, Gatsby, che incarna la purezza degli ideali americani corrotti dal materialismo e dal successo sociale. Il libro può essere definito come una satira amara sull'“età del jazz”, un periodo di successo apparente, ma di profondo caos morale in cui si sono persi tutti i valori tranne quello della ricchezza.
Il geniale Baz Luhrmann regista di film come Romeo+Juliet e Moulin Rouge, ha deciso quest’anno di ripresentarci questo gioiello. Uscito nei cinema italiani da qualche giorno, il film interpretato da Leonardo Di Caprio, Carey Mulligan e Tobey Maguire ha inoltre aperto il Festival di Cannes ricevendo numerose candidature agli Oscar. Dal talento creativo e visionario di Luhrmann nasce una personale interpretazione visiva di questo capolavoro letterario, che riporta alla vita quel periodo storico in un modo mai visto prima anche grazie all’ausilio del 3D. Il regista ci descrive l’accattivante mondo dei super-ricchi e le loro illusioni, i sentimenti e gli inganni. Ci rende tutti testimoni, dentro e fuori, di un mondo fatto di amori impossibili e sogni incorruttibili. Tra le candidature all’Oscar troviamo quella per i costumi; impossibile in effetti, non notare il lavoro della costumista Catherine Martin vincitrice dell’Oscar per i costumi di Moulin Rouge. Il tocco glamour della pellicola è stato esaltato dalla prestigiosa collaborazione con la stilista Miuccia Prada.
Luhrmann ha infatti chiesto all'amica Miuccia Prada di collaborare con la celeberrima costumista Catherine Martin alla creazione del guardaroba della protagonista femminile del film, Carey Mulligan. I due hanno già lavorato insieme nel 1996 durante Romeo + Juliet, film per il quale la stilista ha disegnato gli abiti di scena di Leonardo Di Caprio (qui nei panni di Jay Gatsby). Una decisione vincente impreziosita dalla collaborazione della leggenda vivente nel mondo del cinema in fatto di costumi, Catherine Martin. Un team naturalmente di successo, dalla cui creatività ed esperienza è nata una collezione di abiti di scena che sono un vero e proprio capolavoro.
I 40 esclusivi abiti da cocktail e da sera sono ispirati a una selezione di modelli delle sfilate degli ultimi 20 anni di Prada e Miu Miu e si sviluppano in una serie di contrasti che rispecchiano l’anima del film, le differenze tra il glamour della vecchia Europa benestante e decadente e quello della nuova sfavillante ricchezza americana. Un mix di abiti scintillanti, decorati con cristalli e paillettes, abbinati a pellicce e velluti e caratterizzati da cascate di frange, nella migliore tradizione anni '20, dove un ruolo principale è giocato dalla lussuosissima gamma di dettagli, sofisticati e Déco. Una collezione, che è simultaneamente ricerca e testimonianza storica. Un’esperienza estetico-visiva che è un piacere per gli occhi, non soltanto per gli appassionati di cinema e letteratura, ma anche per gli amanti del fashion, entusiasti di questa collaborazione tra una costumista leggendaria e una delle designer italiane più apprezzate nel mondo."
Si è inoltre aperta a Maggio la prima tappa di una mostra itinerante dedicata a questa fertile collaborazione tra Miuccia e Catherine, moglie di Luhrmann. Le due creative hanno dedicato molto impegno a questo lavoro, sviluppando linee guida con riferimenti storici precisi che investono anche la scelta dei tessuti dei colori e dei materiali, che sono strettamente fedeli allo stile e all’atmosfera dell’epoca. Curata dallo studio 2x4 di New York, l'esposizione si sposterà poi nell'Epicentro di Tokyo e all'IFC Malldi Shanghai. La spettacolare esposizione, non è soltanto il riconoscimento di un grande lavoro in termini di creatività e cultura ma concede anche la possibilità di poter godere da vicino dei modi e delle tecniche di questa fusione stilistica. Miuccia ha confermato l’immensa qualità del suo lavoro di designer, fatto non soltanto di fashion, ma anche di costume, sapienza e abilità interpretativa. Questi capolavori sembrano a tratti essere i veri protagonisti del film, con le loro sfumature che stregano gli occhi. Il pezzo forte è l’abito da sera color oro, caricato di cristalli, che è indossato da Daisy Buchanan. Il tutto è perfettamente concluso con un diadema Déco di diamanti realizzata per il film da Tiffany & Co in collaborazione con Catherine Martin.
Scintillante, vorticoso, caotico e spettacolare: il Grande Gatsby ritratto da Baz Luhrmann è tutto questo.
Un turbinio di luci, musiche, balli sfrenati e avventori che si avvicendano ogni giorno nella casa dell'uomo più ammirato e misterioso di West Egg, celebrandone il mito ma non comprendendone appieno il potenziale.
Lo sfarzo e la ricchezza di questo fascinoso gentiluomo, che poco si concede delle grandi feste che organizza, sono uno specchio per le allodole che attrae la più ampia varietà di personaggi, tranne colei che lui veramente desidera, poiché, anche lo splendore del lusso più sfrenato, non può competere con la speranza che sa accendergli nel cuore quella luce verde che risplende ogni notte dall'altro lato della baia e che sembra possa afferrare solo tendendo la mano: la luce del pontile della casa della sua amata, la sua passione mai spenta per Daisy.
In una cornice anni 20 ricostruita in modo splendido, dai meravigliosi costumi alle preziose scenografie, il film rilegge in chiave pop (soprattutto per la scelta della colonna sonora, molto audace) il classico di F. S. Fitzgerald. Non potendo rendere la delicata poesia che caratterizza alcuni passaggi del libro, il regista ha optato per una lettura differente, portando all'estremo la resa visiva di alcune scene con carrellate vertiginose ed esplosioni di luce e colore, rendendo più contemporanei gli ambienti mondani descritti e regalando una dimensione a sé ai due protagonisti.
Il sentimento, mai dimenticato in 5 lunghi anni di distanza, che riempie il cuore di Gatsby viene esaltato con sequenze a tratti ironiche, ma nella maggior parte dal sapore onirico in quanto, come cerca di spiegare più volte l'amico Nick Carraway, non è possibile rivivere il passato.
Ma dentro Gatsby la convinzione e la volontà sono più forti della realtà e l'ardore che brucia in lui al solo pensiero di Daisy lo porta a credere che anche per lei sia la stessa cosa, che resteranno insieme per sempre.
Lo scontro con la verità dei fatti porta però a riflettere: Daisy è sposata, Gatsby per potersi permettere quanto possiede è entrato in affari con i peggiori malavitosi di New York e tutto ciò crea un solco tra i due che non si può cancellare.
Il conflitto tra un presente inaccettabile e un passato che deve rivivere ad ogni costo è incarnato perfettamente dal protagonista, la cui dedizione al proprio sogno lo porta ad avere fede nelle sue possibilità sino al momento della sua morte.
Un impareggiabile Leonardo Di Caprio sovrasta tutto il cast (composto da star di rilievo quali Tobey Maguire, Joel Edgerton, Isla Fisher), rendendo con i gesti e soprattutto con gli sguardi il tormento di un uomo innamorato e prigioniero di un'illusione meravigliosa da cui è impossibile affrancarsi, ma sprigionando al contempo quel fascino e quella compostezza degna dell'uomo più mirabile e realizzato, quale Gatsby mira ad essere.
Un film da non perdere per lasciarsi incantare dal fascino di un'epoca che non c'è più e per farsi travolgere dalla forza di un amore che determina la grandezza di un uomo più di quanto possa fare qualsiasi ricchezza o posizione sociale.
La nostra mente si sa, spesso viaggia per fugaci associazioni di idee ed immagini, a volte condivise, a volte solo nostre. Non voglio e non posso credere però, che quello che due parole come jazz e ska evocano alla mia mente, non sia condiviso dalla stragrande maggioranza delle persone. Swing e calice di vino rosso rubino in umidi bar di New Orleans degli anni ’20 da un lato, groove travolgente, sorrisi tropicali e naturali sostanze illecite (o per molti illecitamente illecite) dall’altro. Due realtà forse apparentemente diverse, ma in verità legatissime, entrambe con radici culturali profonde profondamente vicine. Il Jazz è il genere colto che arriva dal basso per eccellenza, modulato dalla cultura popolare africana e da quella dei circoli d’èlite europei, figlio scapestrato, ma consapevole del blues, contaminato da così tanti influssi diversi che si può dire stia alla base della maggior parte dei generi musicali più moderni. Dicono di lui « In genere, il jazz è sempre stato come il tipo d'uomo con cui non vorreste far uscire vostra figlia. » Lo ska? Anche lui, seppur spesso associato al semplice divertimento, è in realtà un genere musicale pregno di un forte senso di identità e di appartenenza che ha permesso alle comunità caraibiche immigrate, soprattutto in Inghilterra, di mantenere una forma culturale coesa, dopo le esperienze della DUB e dell’ RNB, e non senza gli influssi del sopracitato zio Jazz. Due parenti che hanno preso strade diverse? No signori. Anche oggi, a quasi cent’anni da quei magici anni ’20, il Jazz continua ad emozionare, ed insieme allo ska, fa divertire e ballare, creando un universo parallelo che è un po’ un tuffo nel passato. Di questo frullato frizzante fanno il loro piatto forte i ragazzi della New York Jazz Ensemble, che dal 1994 animano i corpi e le menti degli avventori a ritmo di uno ska dalle forti componenti Jazz, prima fra tutte l’improvvisazione. Nati come side project dei The Toasters acquiscono presto tutta l’autonomia che meritano, diventando forse il gruppo di maggior pregio della scena. All’interno dell’ensemble artisti già noti nel panorama ska, reggeae e jazz: il trombone di Ric Becker, il sassofono, nonché flauto traverso, di Freddie Reiter, la batteria di Yao Dinizulu, la chitarra di Alberto Tarin, le tastiere di Earl Appleton e il basso di Wayne Bachelor. Impossibile non farsi coinvolgere dalla febbre della loro energia dal loro sapore un po’ retrò, un po’ esotico, e dai ritmi travolgenti. (Si narra inoltre di una grande capacità intrattenitiva dei membri della band.)
I ragazzi della NYSJE saranno in Italia per due date, il 17/07 al circolo Magnolia di Milano e il 20/07 al Botanique Garden di Bologna. Performance artistica di livello e divertimento, assicurati!
In India, i partecipanti ad una lezione di yoga hanno stabilito un vero e proprio Guinness World Record: pensate che, nello stato del Madhya Pradesh, si è svolta una lezione in simultanea che ha coinvolto oltre dieci milioni di persone. Mai successa una cosa simile.
Si tratta di un evento richiesto dal responsabile dello stato indiano, mirato proprio a superare il record precedente, detenuto dal Kazakistan, con una lezione di massa di aerobica, oltre che ovviamente ad eseguire il “saluto al sole”, di grande aiuto per trovare armonia sia fisica che mentale.
Nonostante si trattasse di una manifestazione assolutamente pacifica, c’è stato anche chi ha tentato di boicottare l’evento.
I responsabili del tentativo sono un gruppo di minoranza musulmana, che non hanno voluto partecipare alla lezione di yoga collettiva, appellandosi al fatto che adorare il sole si trattasse di una fede pagana.
Ma i realizzatori dell’evento di yoga hanno puntualizzato più volte che non vi era compreso alcun fine religioso.
Non resta che attendere il verdetto del Guinness World Record, che sta facendo i suoi conti per l’anno 2012.
Anche New York, che non delude mai in fatto di “eventi curiosi”, ha indetto una lezione collettiva di Yoga in Times Square raggiungendo però a malapena 14.000 persone. Poche paragonato a ciò che è successo in India.
La manifestazione si ripeterà il 21 Giugno, giorno del solstizio di Primavera, a Broadway tra la 42esima e la 47esima strada.
Namasté,
Vittorio Pascale
Allievo praticante di Yoga Integrale presso il Centro Parsifal Yoga, Milano
Fondatore della pagina Fb: Yogamando
Studioso e praticante di Buddhismo Tibetano
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«Berlino combina la cultura di New York, il traffico di Tokyo, la natura di Seattle, ed i tesori storici di, beh, di Berlino» affermava Hiroshi Motomura (professore statunitense).
Grazie alla sua storia evocativa e ai rapidi cambiamenti che l’hanno attraversata durante gli ultimi due decenni, oggi Berlino è una città capace di mostrare a tutti il suo fascino ruvido. A oltre venti anni dalla caduta del Muro e dalla riunificazione della Germania, la capitale si presenta come una realtà giovane, dinamica e cosmopolita immersa nel cuore dell’Europa, una città in grado di reinventarsi ogni giorno con slancio e passione. Nel 2012 Berlino ha visto avvicendarsi circa 24 milioni di presenze sul suo territorio e l’Italia è tra i paesi più attivi nel flusso turistico.
Questo incessante sviluppo coinvolge anche il mondo enogastronomico: Berlino infatti è molto di più della tipica carne al curry o del classico stinco. Nel corso degli anni la città ha saputo attrarre a sé chef innovativi e ambiziosi, che l’hanno trasformata in una vera e propria capitale gourmet. La manifestazione S. Pellegrino Sapori Ticino, per la sua settima edizione, è approdata proprio nella città alemanna.
La manifestazione partita dal Ticino nel 2007, con l’intento di far conoscere e diffondere la grande cucina del suo territorio, le sue eccellenze nella ristorazione e nell’ospitalità, giunge quindi in terra tedesca varcando i confini nazionali, alla ricerca di nuove esperienze ed emozioni. Questo particolare gemellaggio con Berlino testimonia non solo il crescente interesse verso il mondo della cucina di qualità da parte della capitale tedesca, ma anche l’autorevolezza sempre maggiore che S. Pellegrino Sapori Ticino ha guadagnato in questi anni, imponendosi come una tra le manifestazioni più riconosciute a livello internazionale. Nel 2012 la Guida Michelin ha assegnato 16 stelle in 13 diversi ristoranti e Berlino è la città tedesca con il più alto numero di stelle. La partecipazione a S. Pellegrino Sapori Ticino 2013 rappresenta una grande opportunità per far conoscere i suoi migliori Chef e permettere a tutti di assaporare la cucina berlinese anche fuori dai confini nazionali.
L’intenso programma di appuntamenti, iniziato il 7 Aprile, si concluderà il 12 Maggio; le cene che mancano ancora all’appello sono ancora tre di sette.
Domenica 5 Maggio, il ristorante Conca Bella, tra i fiori all’occhiello della ristorazione svizzera, accoglie Sonja Frühsammer dal Frühsammers Restaurant, conosciuta per la sua cucina che non punta sull’ostentazione del sapore, ma sulla ricercatezza del gusto. Il giorno successivo, 6 Maggio, il ristorante La Perla (affaccio panoramico direttamente sul golfo di Lugano) ospiterà lo chef del Rutz Marco Muller. La serata di gala conclusiva si terrà al Grand Hotel Eden, sulle rive del lago Ceresio, che, con i suoi mille mq di spazi meeting, è l’albergo cinque stelle più grande del Ticino. Lo chef stellato Alessandro Fumagalli accoglierà Ivo Adam, Andrea Bertarini, Marco Ghioldi, Egidio Iadonisi, Dario Ranza, Antonio Fallini, René Nagy.
Location d’eccezione,dunque, piatti innovativi, vini prestigiosi e convivialità. Sono queste le parole chiave di un evento unico, un’occasione irripetibile di confronto che vede protagoniste due realtà emergenti nel panorama della ristorazione europea.
“Alcune ottime cose nascono dall’ozio e dalla meditazione. La fotografia è il risultato di un ozio e di una meditazione intensi che finiscono con il produrre una bella immagine in bianco e nero, ben fissata e risciacquata in modo da non sbiadire troppo presto.”
Elliott Erwitt è riuscito ad emergere con originalità ed audacia nel panorama della fotografia del Novecento trattenendone i suoi consueti contrasti. È stato invitato a far parte della Magnum Photos –quella che diventerà e resterà la più prestigiosa agenzia foto-giornalistica al mondo– niente di meno che da Robert Capa e nel primo piano di Jacqueline Kennedy ai funerali del marito sembra averle preso gli occhi agitati ed ammutoliti ed averli attaccati alla storia.
I suoi scatti sollevano luci impensate che aspettano il tempo e da beffarde lo scheggiano. Il suo intuito è un adesivo capiente e sensibile quanto basta per accogliere qualsiasi gesto e sguardo e documentare per esempio tanto l’Italia poverissima del dopoguerra quanto i set di pellicole quali “ Gli spostati” con Marylin Monroe.
"Quando è ben fatta, la fotografia è interessante. Quando è fatta molto bene, diventa irrazionale e persino magica. Non ha nulla a che vedere con la volontà o il desiderio cosciente del fotografo. Quando la fotografia accade, succede senza sforzo, come un dono che non va interrogato né analizzato.”
Dal 17 Aprile al 1 Settembre 2013 Palazzo Madama ospita presso la Corte Medievale una ricca retrospettiva dedicata proprio ad Elliott Erwitt ed organizzata con Magnum Photos in collaborazione con il Comune di Torino e la Fondazione Torino Musei.
L’esposizione è contraddistinta dalla selezione di 136 fotografie rigorosamente in bianco e nero ed il percorso è composto da tre sezioni, ciascuna delle quali è impostata su un tema significativo all’interno dell’ampio repertorio rappresentativo del fotografo.
I suoi scatti raccontano il suo carattere gioioso, la sua sottile ironia, il suo senso dell’umorismo ed il suo piacere per il paradosso vantando al contempo una creatività paziente che spesso adora i ritmi scomposti della casualità. Ai cani ha dedicato un intero libro , intitolato Dog Dogs, cominciando proprio dai giorni in cui, sceso da un autobus della Greyhound, ha messo piede a New York.
“Uno dei risultati più importanti che puoi raggiungere, è far ridere la gente. Se poi riesci, come ha fatto Chaplin, ad alternare il riso con il pianto, hai ottenuto la conquista più importante in assoluto. Non miro necessariamente a tanto, ma riconosco che si tratta del traguardo supremo.”
Che siano immagini di bambini, paesaggi urbani, celebrità, scatti pubblicitari, famiglie della classe media americana, reportage politici, visitatori di musei, nudisti o stanze d’albergo, negli ultimi sessant’anni Erwitt è stato testimone ed artista mai stanco di un’umanità chiassosa e a tratti insolita e stravagante. I suoi lavori sommergono gli occhi divertiti di coloro i quali non amano impegnarsi in discussioni e chiacchiere perché come lo stesso Erwitt sostiene: “delle foto non bisogna parlare, bisogna osservarle”.
Orari d'apertura
Da martedì a sabato: dalle 10.00 alle 18.00
Ultimo ingresso alle 17.00
Domenica: dalle 10.00 alle 19.00
ultimo ingresso alle ore 18.00.
Biglietti
Intero: 8€
Ridotto: 5€
Elliot Erwitt Retrospettiva
Palazzo Madama - Museo civico d'arte antica
Piazza Castello
Torino
‘Come un tuono’ è un film che ha fatto molto parlare di sé, per l’importanza dei contenuti trattati e la storia che lascia gli spettatori un po’ spiazzati, ma decisamente coinvolti, permettendo anche un margine di riflessione.
Il titolo originale della pellicola di Derek Cianfrance è ‘The place beyond the pines’, epopea familiare che mischia noir, poliziesco e melodramma con delle contaminazioni documentaristiche, caratteristiche che qualificano questo film come un futuro cult.
Luke (Ryan Gosling) è un talentuoso motociclista che si esibisce come stuntman in uno spettacolo itinerante chiamato globo della morte. Un giorno scopre di avere un figlio di un anno, Jason, nato dalla breve relazione avuta con Romina (Eva Mendez). Il protagonista decide quindi di non partire per essere il padre che lui non ha mai avuto. La donna però convive con un altro uomo, oltre al fatto che Luke non ha molti soldi. Su consiglio di un amico decide quindi di rapinare una banca ma viene tragicamente fermato dall’agente di polizia Avery (Bradley Cooper), diventato padre da poco di un bimbo di nome Aj. Quindici anni dopo Jason e Aj diventano amici, ma scopriranno il passato delle loro famiglie, che stravolgerà le loro vite.
Il magnifico cast interpreta benissimo i sentimenti dei diversi personaggi che si trovano di fronte a delle scelte che riguardano la replica o il rifiuto dell’eredità paterna. Nella trama ricorrono elementi narrativi che si rifanno alla tragedia greca, quali l’ineluttabilità del destino, l’idea della successione, le colpe dei padri che ricadono sui figli, la vendetta.
Il dramma familiare è decritto con grande realismo, infatti il regista predilige l’utilizzo di piani sequenza.
Anche la musica composta da Mike Patton va menzionata, che permette un totale coinvolgimento, restituendo intatte e immutate le atmosfere della cittadine di Schenectady, provincia di New York, riprodotte realisticamente dalla fotografia di Sean Bobbitt.
Nel complesso rapporto tra padre e figlio il bene e il male si confondono, vita e morte si intrecciano, attraverso due generazioni che sembrano portare ferite che non possono rimarginarsi ma solo tornare a sanguinare.
Un film romantico, disperato, commuovente ma magnificamente raccontato, già uscito da qualche settimana, ma per chi non volesse perderselo, è ancora nelle sale cinematografiche, pronto a regalare emozioni e anche qualche lacrima. Un film decisamente da non dimenticare.
Parlare di lusso al giorno d’oggi significa farlo con la piena consapevolezza di ciò che tal concetto ha rappresentato nel passato, evitando anche di inciampare in ricorrenti luoghi comuni. Magnificenza, sofisticatezza, ricercatezza potrebbero essere considerati nel contempo sinonimi e caratteristiche del lusso.
E’ tuttavia necessario sottolineare che, se ci si riferisce al lusso inteso come ricchezza e nello specifico ad oggetti costosi, in quel caso si tratterebbe di una ormai superata concezione dello stesso. Non è infatti detto che un oggetto particolarmente caro sia logicamente lussuoso, né tantomeno elegante. Anzi, un’eccessiva esibizione di oggetti del lusso sfocia in volgarità o in cattivo gusto.
Oggi si tende a definire il lusso come un ‘qualcosa’ a cui la nostra mente è rivolta o, più semplicemente, da cui è attratta in quanto manifestazione di una perfezione attraverso cui i nostri sensi si sentono appagati.
Decade il vecchio concetto di status symbol per essere sostituito da quello di style symbol: si vuole entrare in possesso di un oggetto del lusso non per testimoniare l’appartenenza ad una èlite, ma per sentirsi ‘esclusivi’.
Quello del lusso e quello del design sono due mondi che viaggiano di pari passo, incontrandosi e scontrandosi, portando alla luce nuove realtà estetiche che trascendono il necessario. Ci si ritrova improvvisamente colti da un desiderio: quello di cedere alle lusinghe che alcuni oggetti esercitano su di noi. Automobili dal design d’avanguardia, collier in oro impreziositi dai diamanti più ricercati, yacht arredati come alberghi a cinque stelle e, perché no, abiti. Già, anche - o meglio soprattutto - la Couture è legata al mondo del lusso. Nell’ambito specifico della Moda, il lusso deve essere oggi interpretato come l’occasione per cimentarsi nella sperimentazione finalizzata alla ricerca di nuove soluzioni che non risultino scontate o già viste - rischio che si è riproposto spesso e volentieri negli ultimi anni anche a causa della nascita di aziende di ‘fast fashion’. Proprio per contrastare questo mercato che inevitabilmente induce ad una forma di globalizzazione/omologazione, nell’ultimo decennio si è pensato di poter trovar rifugio nell’artigianalità. Parlare di artigianalità implica parlare del lusso, un po’ come un’equazione matematica: un abito, un accessorio, una scarpa pensati e realizzati a mano e su misura diventano oggetti di lusso.
A cadenza stagionale, puntualissima come da calendario, la Moda si fa spazio nei principali centri: New York, Londra, Milano, Parigi. Ogni collezione presentata sulle passerelle esprime il tentativo di voler reinterpretare l’identità della maison e, contemporaneamente, offrire al pubblico il frutto di nuovi studi relativo alle forme, ai volumi, dettagli, lavorazioni, stampe e ricami. La necessità di intraprendere nuove strade tesa ad una continua evoluzione è propria del prêt-à-porter di un certo tipo, ossia quello che si identifica come ‘alto’ in quanto a creatività e qualità, ed anche dell’Haute Couture.
Sulle passerelle sfilano abiti che, per la qualità e la meticolosità della manifattura, comunicano un’idea di lusso e di sofisticatezza.
Ne sono sicuramente un esempio i capi delle ultime collezioni firmate da Riccardo Tisci, direttore creativo del marchio francese Givenchy. Lo stilista italiano concretizza l’incontro fra la sua immaginazione ispirata dall’ osservazione del mondo e lo studio delle culture e delle sub-culture contemporanee da cui si lascia contaminare. Non mancano mai riferimenti letterari, musicali, cinematografici e artistici. Gli abiti non sono semplici ‘ritagli di stoffa cuciti’, ma uno strumento attraverso cui raccontare delle storie, delle emozioni, delle visioni.
Abiti che impressionano per la precisione dei ricami tridimensionali che li caratterizzano, per le lavorazioni ottenute attraverso gli intrecci con la pelle o il visone rasato, per i giochi di frange in nappa, per la preziosità dei tessuti di cui son fatti, per le ricercate ed equilibrate geometrie costruttive finalizzate alla definizione di silhouette contemporanee. Ed è proprio nella minuziosità di questi dettagli che si nasconde il lusso.
Lo stesso discorso potrebbe essere fatto se ci si riferisce al duo composto dagli stilisti Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli, a capo della storica maison Valentino. Attraverso le loro collezioni di prêt-à-porter e di Alta moda si percepisce come il concetto di lusso inteso come classe e discrezione nella ricchezza sia stata la svolta attraverso cui poter re-interpretare il marchio romano. Nel loro caso specifico si potrebbe parlare di lusso dell’artigianalità: nell’ ultima collezione estiva di Haute Couture emerge ancora una volta la straordinaria creatività del duo se non l’eccezionale bravura delle mani delle première che hanno saputo parafrasare attraverso costruzioni, cuciture e sperimentazioni di ricami la storia immaginifica che era alla base dell’ispirazione. Ne sono un chiaro esempio i capi impreziositi dal disegno di una cancellata reso attraverso un piping cucito con la tecnica del sottopunto o da fiori croché in 3D e paillettes di ceramica che si confondono fra le iridescenze madreperlacee dei tessuti, rimandando così a quell’idea di giardino, quasi onirico, da cui ha avuto vita il racconto.
La Moda è capace di regalare forti emozioni come in un climax ascendente sia a chi sa interpretarla o sia a chi, semplicemente, si limita ad osservarla. Un po’ come quando ci si ritrova dinanzi a “La zattera della medusa” di Géricault o si assiste ad un film di Lars von Trier: non si finisce mai con lo stupirsi. E di fronte a tutto ciò, forse, diventerebbe superfluo chiedersi perché la Moda sia un lusso.
Luigi Gentile
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