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La femminilità raccontata da Giovanna Casotto

Illustrazione, erotismo ispirato alle pin up anni Cinquanta, studio e ricerca sul corpo, fotografia ma anche psicologia – tanta-, filosofia greca e indiana e letteratura classica. Eccolo il mondo di Giovanna Casotto

Illustratrice e fumettista, pioniera di un modo di disegnare l’erotismo che, fino a quel momento, era stato una peculiarità maschile. L’abbiamo incontrata in occasione della sua personale, “Il punto C” (ve ne abbiamo parlato qui) presso lo spazio Wow di Milano.

 

Irrompi nella scena del fumetto erotico nei primi anni Novanta. Una novità assoluta unita a una buona dose di coraggio e caparbietà che ha comportato, però, una presa di posizione negativa nei tuoi confronti. Cosa ti veniva maggiormente contestato?

 

Davo fastidio, questo sin dall’inizio, sia perchè ero donna sia perché le storie erano raccontate da un punto di vista maschile. Io sono per un’idea di donna che si propone, che ha bisogna del piacere, come un uomo, d’altronde, ma che non per questo deve essere considerata una poco di buono! Ecco fiorire mille critiche che, ti assicuro, sono state pesanti e hanno purtroppo coinvolto anche le mie figlie che in quel periodo frequentavano la scuola e, più di una volta, mi hanno chiesto di lasciare il mio lavoro. Ora lo capiscono e apprezzano.

Secondo alcuni, poi, le mie donne provocanti andavano a richiamare il concetto della donna oggetto. Niente di più sbagliato! Detesto il concetto del corpo femminile come merce. Ora più che mai il corpo è mercificato. Vedi il discorso legato ai disturbi alimentari ma anche, in linea più generale, tutta la cultura che propone il corpo come uno strumento non da conoscere ma da dominare con vari mezzi, come, per esempio, la chirurgia plastica. Dominio contro corpo: ci troviamo di fronte a corpi scollegati dalle mente ed altri corpi che vogliono solo dominare. All’inizio, insieme alle critiche, molti uomini mi proponevano delle sceneggiature che rifiutavo perché prevedevano stupri o violenze. Non disegno quello che non eccita anche me e che prevede una mancanza di rispetto nei confronti del prossimo.

 

Non un esordio semplice, sicuramente. Non solo disegnatrice di “tabù” ma anche, in un certo senso, prima ispiratrice dei tuoi lavori che, ancora oggi, partono da fotografie di donne in carne e ossa. Cosa ti ha spinto ad andare avanti per la tua strada?

 

Mi reputo più una disegnatrice che una fumettista. Il racconto è un pretesto per disegnare la carne, il corpo femminile. A volte mi sembra di ingannare il lettore perchè non sono fumettista nel senso stretto del termine. Inizialmente disegnavo  me stessa per comodità. E lì, via con l’accusarmi di egocentrismo, misoginia e quant’altro. Non solo da singoli ma anche da parte dei mass media. Certamente non consideravano che quando si deve disegnare un corpo o un volto, si parte dal modello che si ha a portata di mano e quindi, spesso, - ma questo in tutta la storia dell’arte – sono gli stessi artisti a ritrarsi.  Sono sorti problemi con la mia famiglia, con le mie figlie. Ma sono una capocciona e se mi metto in testa di fare qualcosa non mi ferma nessuno! Questo, per quanto ancora oggi a casa mia sia vietato parlare del mio lavoro: pensa che mia sorella è catechista, mio padre viene dall’educazione salesiana e quando andavo in tv, facevo in modo che mia mamma stesse al telefono per non vedere le trasmissioni dove apparivo. Nonostante tutto, eccomi ancora qui.

 

In diverse interviste ti sei definita ma non una femminista ma una femminilista. A proposito di donne, vorrei parlare con te della famosa teoria del tetto di cristallo declinandola nel tuo settore. Intorno a un certo tipo di letteratura e illustrazione portata avanti dalle donne vigono ancora molti tabù e, come dimostra il tuo percorso artistico, molte difficoltà nel momento in cui si decide di intraprenderne la strada. Come infrangere il tetto?

 

È la cultura che ci circonda che ci porta posizioni e decisioni. Tu non ne sei consapevole. Io mi definisco atea, per esempio,  ma sono cristiana perché sono permeata di quel tipo di cultura così come le persone che mi circondano e che, in un certo senso, mi condizionano. Come frantumare il tetto? Bisogna rivedere tutto, fermarsi a riflettere ma prima che dal pensiero si passi all’azione ci vorranno millenni. Non c’è solo la cultura cristiana ma anche un certo tipo di  filosofia platoniana unite a un mondo che ha visto le donne escluse da certi ambienti e compiti che, volenti o nolenti, ci condizionano. Io mi sento molto vicina alle culture greche e indiane nel modo di vivere il mondo che mi circonda, di intendere la natura e il ciclo vitale. Nel disegno, per esempio, cerco di cogliere una emozione nel suo insieme, non mi fisso mai su un particolare. Ecco, dovremmo ripensare a questo: ogni cosa che si fa è sempre basata su relazioni interconnesse tra di loro sulle quali dovremmo concentrarci maggiormente. Invece ci nutriamo di un individualismo portato all’estremo e di modelli e procedimenti lineari; gi indiani consideravano il tutto come un cerchio sposando la teoria dell’eterno ritorno.

Se ci pensiamo, il sistema degli organismi si basa sulla ciclicità. Indiani e greci avevano il senso del finito che noi, invece, non abbiamo per niente. Tutto questo si ripercuote sul corpo che, come dicevamo prima, diventa una merce, un oggetto da dominare, sulle nostre passioni, anch’esse controllate e sulle relazioni.

 

Si tratta, dunque, di ripensare le relazioni. A tal proposito, hai raccontato in diverse occasioni la tua infanzia nella campagna veneta dove, per colpa della troppa solitudine, hai iniziato a fantasticare il tuo mondo illustrato. Disegno anche come cura, dunque?

 

La campagna veneta, già. Un mondo dove dovevo, per forza, protendere i miei sensi per avvolgermi di sensazioni: suoni, colori, profumi. Mi aggrappavo a quanto potesse, in un certo senso, farmi compagnia. In una situazione di solitudine, rischi di scollegarti dalla realtà. Aggiungici, poi, un ambiente di estremo pudore: venivo lavata completamente vestita dalle mie zie, mi era vietato guardarmi allo specchio e tutti i pomeriggi li passavo in chiesa.

Avevo bisogno di vedere persone intorno a me, di sentire chiamare il mio nome! Le mie sorelle rimanevano con i genitori e io mi sentivo messa da parte. Così, immaginavo un mondo e lo disegnavo. Per me era una psicoterapia. E, anche se può sembrare sconvolgente, le attenzioni particolari che mi dedicavano i miei cugini più grandi sono state per me una salvezza: un modo per uscire dalla solitudine.

 

 

Quella che ritrai è una femminilità vera dove il gioco della seduzione si intreccia con la forte caratterizzazione che vai a imprimere in ogni personaggio. Cosa studi del carattere di chi disegni? Oltre a La Cocca, tua musa divenuta fumetto, c’è un’artista alla quale ti ispiri per i tuoi lavori o che ti ha influenzata?

 

Quando ho iniziato a disegnare, in primis dominavo le fantasie e le mie allucinazioni. Disegnare me stessa era anche un modo per amarmi.

Quando disegno ripercorro tutto il corpo ed uso appositamente la matita che non è definitiva come la china. Sono ipercritica! A proposito de La Cocca (non solo un fumetto ma una donna in carne e ossa!) lei mi dice sempre che quando la disegno si sente amata. Cerco di far trapelare la femminilità, quella vera, non artefatta, di far sentire le donne amate, ecco. Mi ispiro molto ai lavori del fotografo  Jan Suadek e, a proposito di donne, mi piace moltissimo Olivia de Berardinis, artista americana con origini italiane, famosa per le sue pin up; alla fiera del fumetto di San Diego avevamo lo stand vicino e ho avuto modo di chiacchierare a lungo con lei.

 

 

Nelle tue “donne mainstream”  sono sempre presenti, spesso in primo piano, i piedi e un’idea costante di movimento anche nelle scene di costrizione. Mi viene in mente il lavoro sul fetish con Saudelli. Come intendi questo mondo e quello delle perversioni?

 

Disegno molto il piede, è vero. Ho perfino partecipato, come relatrice, a una conferenza sul piede. Come ti dicevo, preferisco raccontare il corpo nella sua completezza, nell’insieme delle emozioni che trasmette. Reputo il fondoschiena la pare più sensuale, quella che dà il movimento di un corpo che quasi “si taglia” come un quadro di Fontana dando motivo di riflettere sui concetti di spazio e tempo che mi affascinano da morire. Se le perversioni possono essere considerate come parte dell’erotismo, queste sono sempre molto personali e si devono basare sul rispetto reciproco. L’atteggiamento di rispetto è fondamentale, altrimenti non si tratta di erotismo ma di violenza su una persona non consenziente. Io sono per la moderazione e dico sempre che se dovessi scrivere un libro lo intitolerei “La misura”.

 

 

A proposito di Franco Saudelli con il quale hai partecipato a diversi progetti (tra questi anche Dylan Dog), vogliamo parlare anche del rapporto con Milo Manara e Crepax?

 

Disegnai Dylan Dog con Saudelli ma non potei co-firmarlo perché stavo lavorando, nello stesso periodo, con un altro editore e il contratto non me lo permetteva. In quell’albo inserì una serie di mie conoscenze di Cusano Milanino: il mio dentista si arrabbiò tantissimo quando scoprì che avevo preso in prestito il suo volto per disegnare l’assassino della storia! Con Manara ci stimiamo a vicenda, “tutto ricominciò con un estate indiana” è il lavoro che preferisco. Crepax, purtroppo, l’ho conosciuto una volta sola, di sfuggita, a una sua mostra.

 

Mi hai parlato tanto di arte, filosofia e ora sono curiosa di sapere cosa c’è, oltre ai fumetti nella libreria di Giovanna Casotto. Ultimi libri letti?

 

Leggo tantissimo: almeno sei o sette libri per volta, poi! Ora sto leggendo “I paesaggi dell’anima” di Galimberti, autore che adoro e “Il Secolo breve”. Mi piacciono moltissimo, oltre a Galimberti, Ammaniti,Bukowsky,Pirandello, Fritjof Capra, un fisico e saggista austriaco autore de “La rete della vita e poi  lo psicoanalista Massimo Recalcati, il ci pensiero riassume molte delle cose che ci siamo dette: “Arriviamo al mondo con un grido e quando questo non viene ascoltato nascono i problemi”.

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-- Mariella Cortès

Redazione Nerospinto

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