La musica come terapia: intervista a Irene Manca- Il 29 novembre a La Claque di Genova per presentare il suo album di debutto
Disponibile dal 29 novembre su tutte le maggiori piattaforme digitali l’album di esordio dell’interprete, chitarrista e cantautrice genovese Irene Manca, Everything in its Place, autoprodotto insieme al compositore e producer Simone Carbone.
L’album verrà presentato il 29 novembre, con inizio alle ore 21.30, a La Claque, spazio culturale e teatrale del Teatro della Tosse, presso i Giardini Luzzati a Genova (Via di San Donato 9, angolo Vico Biscotti).
Sul palco de La Claque Irene Manca sarà affiancata da un ensemble d’eccezione: oltre ai già consolidati Giada Bassani (violino e cori) e Lorenzo Maresca (chitarra), che accompagnano normalmente la cantautrice nella formazione in trio, saranno presenti anche Alessio Serra (chitarra), Marco Fuliano (batteria) e il produttore genovese Simone Carbone (basso e altri strumenti).
Grazie a questa formazione i brani verranno vestiti di un arrangiamento in stile rock-band, che restituisce tutta la potenza dell’album di debutto dell’artista genovese.
Opening artist i New Gen, giovane band alternative rock del savonese che si sta facendo conoscere grazie a singoli come “Next to You” e “On my Skin”.
Nerospinto ha incontrato l' interprete, chitarrista e cantautrice genovese, in attività dal 2011, che innesta su una base pop-esistenzialista una commistione di folk cantautorale, alternative rock e progressive.
Quanto è difficile mettersi totalmente a nudo con la scrittura, come lei ha fatto nel suo progetto discografico “Everything in its Place”? C’è una sorta di riserbo che va superato o è tutto molto naturale?
Inizialmente è stato difficile. Da un lato, ero molto severa e giudicante nei confronti delle poche righe che riuscivo a tirare giù. Mi dicevo che, tutto sommato, sarebbe stato difficile definire “arte” quello che scrivevo; inoltre, temevo che i temi da me trattati fossero frivoli, che avrei preferito scrivere dei “problemi reali” del mondo. Poi mi sono accorta che scrivere quello che sentivo non era solo terapeutico per me, ma poteva effettivamente diventare arte.
Un altro scoglio, in questo processo creativo, è stato rappresentato dalla consapevolezza che la maggior parte di ciò che sento coinvolge anche altre persone. È stato molto difficile per me, talvolta, essere chiara e diretta con le persone a me vicine circa quello che provo (anche questo è un tema trattato nel disco); è stato ancora più difficile, quindi, scrivere canzoni al riguardo, poiché avevo paura dell’impatto che potessero avere sulle persone a me care.
Oggi è tutto molto più naturale: sicuramente ho superato il blocco iniziale dato dalla spietata autocritica, e forse ho migliorato la mia capacità di comunicare con gli altri, rendendo più facile, così, il processo di scrittura.
La scrittura è per lei un atto terapeutico, dunque?
Decisamente. Quando ho la necessità di “fare ordine” tra i miei pensieri, scrivere è la mia strategia vincente. Nei brani del disco questo è evidente: ognuno di essi mostra un percorso mentale che inizia con confusione e dolore, e che si conclude con risposte e chiarezza. Tant’è vero che spesso scrivo di getto, ma difficilmente porto a termine un brano in un giorno: dopo avere messo nero su bianco il caos che ho nella testa, ho bisogno di un po' di tempo per processarlo e per darmi delle risposte, che nella maggior parte dei casi costituiscono anche la conclusione del brano.
Quali sono i riferimenti musicali che hanno influenzato il suo album?
Sono tanti, e sono apparentemente distantissimi. Parlo soprattutto di Porcupine Tree, Tesseract, Leprous, Lizzy Mc Alpine, Elisa Toffoli (nei suoi primi lavori, in inglese), Yebba.
Una vocalità estesa e potente come la sua richiede uno studio assiduo?
Grazie, innanzitutto, per il complimento. Ho iniziato a studiare a 18 anni, e l'impegno è stato tanto. Capitano periodi in cui il tempo dedicato allo studio viene meno, e ne sento subito gli effetti. La mia insegnante, Giulia Ottonello, me lo dice spesso: “Ci vuole un po' di costanza”, come in tutte le cose, del resto. E aggiungo che, per mantenere la voce in forma, è fondamentale curare anche la salute in senso più globale: il riposo, l’alimentazione, il movimento e la salute mentale.
Parliamo della sinergia con il compositore e producer genovese Simone Carbone…
Simone è una persona alla quale sono molto legata, e questo pone ottime premesse per il nostro lavoro insieme. Abbiamo inoltre gusti musicali estremamente simili, e questo fa sì che spesso, quando curiamo gli arrangiamenti, lui sappia già in che direzione andare, ancora prima che io possa avanzare proposte.
Simone mi ha aiutata a sbloccare il processo che ha portato alla produzione di questo disco: nel 2020, dopo diversi anni in cui mi trovavo in uno stallo creativo dato dall’indecisione sulle sonorità da dare ai miei brani, lui mi ha proposto di provare a scrivere un pezzo curandomi solo di voce e chitarra acustica, per dare a lui il compito di fare il resto. Il risultato è stato Paralysed, un brano che mi ha concesso di reimparare a immaginare la mia voce e la mia scrittura in uno scenario sonoro che, tra l'altro, raccoglie elementi dai tanti generi che amo.
Oggi lavoriamo insieme partendo da mie idee, anche di arrangiamento, che lui perfeziona con la sua enorme competenza tecnica, e che realizza suonando gran parte degli strumenti. Per registrare i brani ci appoggiamo anche ad altri musicisti di altissimo livello, che abbiamo la fortuna di conoscere bene. Primo fra tutti, il batterista Marco Fuliano, ma anche gli altri artisti presenti nel disco: i chitarristi Lorenzo Maresca e Marco Ferretti, la violinista Giada Bassani, il pianista Francesco Negri.
Dalla fotografia di Nicola Dongo alle sovrastrutture pittoriche di Thomas Calcagno, l’artwork del suo lavoro è sorprendente. Come è nato il concept?
È nato sulla scia di un lavoro iniziato nel 2022, quando chiesi a Thomas Calcagno, pittore molto espressivo e mio carissimo amico, di realizzare la copertina per il singolo Paralysed. Lui realizzò questo dipinto sui toni dell’ottone, dividendo la tela esattamente a metà per rappresentare la dicotomia e la stasi, temi centrali nella canzone. Il risultato ricorda un paesaggio, un mare cupo e profondo. Con Thomas abbiamo deciso di portare avanti il concept, realizzando copertine simili per altri due singoli, Just Like Water e Deep in the Dirt, giocando con i colori e con la posizione dell’orizzonte, per dare ai paesaggi significati diversi, a seconda dei contenuti dei brani. Pertanto, ho deciso di rivolgermi a Thomas anche per la realizzazione della copertina del disco, che racconta l’intera storia iniziata con Paralysed. È stata di Thomas l’idea di usare una delle fotografie di Nicola Dongo, realizzate appositamente per la promozione del disco, per incorporare la mia immagine nel suo dipinto. L’ispirazione è venuta dalla copertina di un disco che io amo molto, Hand.Cannot.Erase. di Steven Wilson. Inizialmente temevo che la fotografia scelta, realizzata da Nicola con un cerchio di luce alle mie spalle, potesse essere percepito come un richiamo a immagini sacre. So che, in parte, è l’effetto ottenuto; tuttavia, sono estremamente soddisfatta del risultato, poiché esprime il significato del disco: l'abbracciare le proprie emozioni per trasformare ogni ombra in luce, come per me rappresentano la mia posa, il cerchio alle mie spalle e la scia di colore realizzata da Thomas.
Recentemente ha aperto il concerto di Diodato, è un artista che stima?.
Assolutamente sì. Ammiro molto la sua vocalità, per tecnica ed espressività, ed ammiro la sua scrittura che percepisco molto autentica. La sua esibizione a Genova è stata magnifica, emozionante, arricchita per di più dalla band che è pazzesca. È stato emozionante persino ascoltarlo mentre scaldava la voce nei camerini, prima del concerto. Mi è parso, inoltre, una persona splendida. Dopo il live, ha fatto il bellissimo gesto di condividere nelle sue storie Instagram il mio profilo e quello di Irene Buselli, anche lei in apertura quella sera. È un’attenzione rara. Aggiungo che stimo molto il suo prendere posizione pubblicamente su questioni spinose.
In “30” racconta un vissuto molto personale; si è pacificata, ora, con se stessa?
È stata proprio la scrittura della canzone a condurmi attraverso un percorso di pacificazione con me stessa. Un anno e mezzo fa, quel numero tondo mi faceva paura, perché gli obiettivi raggiunti a quel momento non mi sembravano sufficienti, per l’età che avevo. Con la terapia e con la scrittura sono riuscita a capire che è bene celebrare i propri traguardi, che sono inseriti in un percorso che è strettamente personale.
Come si vede tra vent’anni?
Mi vedo un po' come oggi, un’insegnante di scuola pubblica che fa musica. Magari più stabile, sia dal punto di vista del contratto di lavoro, sia dal punto di vista della capacità di gestire la coesistenza delle due cose. Spero, comunque, serena, assieme al mio compagno, capace di cantare “Just ‘cause I’m 50” senza rimpianti.
L’album è in inglese, come la prima Elisa le riesce più facile esprimersi così, piuttosto che in italiano?
Sì. Sono laureata in traduzione e insegno inglese a scuola, ho una grande passione per questa lingua, che ho iniziato ad adoperare per la scrittura a 12 anni, un po' per i miei ascolti principalmente internazionali, un po' perché volevo che i miei genitori non capissero i contenuti delle mie canzoni. Una furbacchiona, insomma.
Sebbene abbia provato a scrivere in italiano, non sono mai stata del tutto contenta del risultato, poiché non ho mai trovato uno stile che mi rappresentasse. L’inglese, forse per il suo essere semplice e diretto, mi facilita, specialmente nello scrivere di concetti molto intimi e talvolta tosti da esprimere.
Il libro che ha sul comodino?
“Giorgio Caproni maestro”, di Marcella Bacigalupi e Piero Fossati.
La sua personale playlist autunnale in 5 brani?
Ogni anno cambia, anche se alcuni brani ritornano. Ecco quella di quest’anno:
- True Believer - Hayley Williams
- Force of Nature - Lizzy Mcalpine
- October Sky - Yebba
- Blackest Eyes - Porcupine Tree
- The Sky is Red - Leprous
