Figura chiave dell’arte performativa cinese, celebre per aver ispirato le avanguardie russe ed europee, nella direzione di un teatro non più, o almeno non solo, forma di svago o espressione artistica ma azione performativa in grado di portare un cambiamento sociale, etico e culturale reale.
Mei Lanfang (1894-1961), maestro e attore dell’Opera di Pechino, è stato una figura chiave del teatro cinese, cui si deve il merito di un profondo rinnovamento nelle arti performative dell’epoca. Lanfang era esperto di ruoli Dan: poiché alle donne non era concesso calcare il palco, i ruoli femminili venivano ricoperti da uomini, scenograficamente truccati e agghindati, che si distinguevano per la recitazione in falsetto.
Mei si inserisce in una fase critica per l’arte teatrale in Cina: da una parte con la nascita della Repubblica di Cina, il teatro da semplice svago diviene evento culturale, sovvenzionato dalla borghesia e riconosciuto come espressione artistica, dall’altra veniva contestato dalle nuove generazioni e tacciato come feudale, rappresentativo delle vecchie classi, obsoleto e ormai distante dalla contemporaneità.
Lanfang trova terreno fertile per le proprie idee: propone aggiornamenti di danza e recitazione, modifiche di trucco e accompagnamento sonoro per le vecchie opere teatrali, e ne produce di nuove con costumi più moderni e incentrate su temi attuali.
Primo attore a esibirsi internazionalmente, ha rappresentato l’Opera di Pechino in Giappone, Stati Uniti e Russia, diffondendo le bellezze del teatro cinese in terre straniere: occasioni di incontro, scambio e contaminazione artistica che portarono nuova inspirazione alle arti performative, in particolare al teatro russo e tedesco. Nel 1935, seguito dalla sua compagnia teatrale, Lanfang parte da Shangai alla volta di Mosca, dove arriva a bordo di un treno che da Vladivostock lo porta diretto nella capitale, in un viaggio per le desolate lande russe. Mei e la sua compagnia erano stati invitati allo scopo di far incontrare la più antica delle culture, quella cinese, con quella più giovane della Russia socialista.
Durante la tournée Mei Lanfang incontra grandi personaggi del teatro e del cinema russo: Stanislavskij, Tretyakov ed Ejzenstejn, ma anche Brecht, in fuga dalla Germania nazista, profondamente colpiti dalle sue dimostrazioni, a cui si ispirarono per perfezionare le proprie tecniche.
Brecht in particolare si servirà dell’effetto di straniamento della tecnica di recitazione di Mei per ampliare il suo concetto di Verfremdungseffekt, tradotto appunto come “effetto straniamento”.
In netta opposizione con il metodo Stanislavskij, la teoria drammatica concepita da Brecht prevede un radicale distacco da parte dell’attore, che si limita a rappresentare il personaggio senza esprimerne le emozioni. La mancata immedesimazione e il conseguente senso d’alienazione del pubblico doveva servire a risvegliare un atteggiamento di riflessione, critica e analisi dei fatti rappresentati. L’interpretazione dello spettatore è libera e non più guidata dall’autore. Per Brecht il teatro non è una forma di svago, né un’arte, ma ha una precisa funzione sociale e civile.
Questa impostazione, che deriva dal teatro orientale, era figlia della convinzione che il teatro doveva necessariamente “risvegliare le masse” e indurre ad una riflessione.
La comunione di intenti e la felice contaminazione culturale hanno portato il teatro russo e quello cinese a correre, almeno per un certo periodo, su binari paralleli: il teatro concepito come mezzo d’avanguardia per la rivoluzione, motore di una trasformazione sociale e culturale reale.
Daniela Ficetola
