Nel cuore pulsante del Teatro Franco Parenti di Milano, il palcoscenico si fa territorio di riflessione, attraverso la partecipazione attiva dello spettatore. “Chi come me”, dalla penna di Roy Chen e diretto da Andrée Ruth Shammah, è una rappresentazione teatrale che con ritmo levato non si limita a raccontare, ma invita a vivere l’esperienza, diventando parte integrante del flusso emotivo che la scena innesca. L’allestimento immersivo con il pubblico disposto al centro della scena, scelta audace ed efficace, crea una vera e propria esperienza condivisa, in cui la platea si unisce ai protagonisti, fisicamente e psicologicamente in un processo che scava, emoziona e coinvolge, amplificando il messaggio dello spettacolo e rendendolo così tangibile.
La regia non lascia mai solo lo spettatore in questo processo e con cura e delicatezza entra nei cuori, curandoli. I protagonisti – cinque ragazzi che combattono con le loro fragilità psicologiche, rivolgono la scena e i dialoghi direttamente alla platea creando così sin da subito una relazione immediata ed intensa. E’ proprio così che “il palco” si trasforma in una incubatrice emotiva, nella quale ogni spettatore riesce a vivere una piccola parte di quella solitudine, rabbia, speranza e voglia di riscatto che i giovani protagonisti interpretano abilmente.
L’intensità della trama risiede soprattutto nel delicato bilanciamento tra dramma e comico. Nonostante i forti temi trattati spazino dal disagio psichico adolescenziale all’identità di genere, dalla rabbia alla ricerca di un posto nel
mondo, il tono non è mai pesante o monolitico. La disarmante sincerità dei ragazzi inserita nei dialoghi ha il pregio di alleggerire il dramma con momenti di ironia e comicità, che mai minimizza il dolore, al contrario dona la giusta leggerezza per leggere e accogliere la complessità delle emozioni. Lo spettacolo rende chiaro quanto il tragico e il comico siano facce di una stessa medaglia e siano la vita stessa che respira. Tratto da una storia vera, i protagonisti commuovono sì, ma più importante scuotono. Alma, Barak, Ester, Emanuel e Tamara (che si fa chiamare Tom) sono il ritratto di un’adolescenza frammentata sì, ma viva e capace di desiderare, sognare e ribellarsi per esaudire i loro sogni. La loro sofferenza non è solo quella di chi ha bisogno di essere curato, ma di chi ha bisogno di essere visto, riconosciuto e amato. Ed è su questa ricerca, universale e profonda, che si concentra la narrazione.
Ogni parola, ogni gesto, ogni silenzio rivela il desiderio di connessione, di esistenza condivisa, che ha il potere di oltrepassare la barriera del palco e arriva direttamente al cuore di chi guarda. Il tema del disagio psichico adolescenziale, così delicato e spesso frainteso, viene trattato con grande rispetto e partecipazione emotiva. Il fatto che lo spettacolo non si concentri solo sulla malattia, ma sull’esperienza di chi la vive fa sì che ogni spettatore possa riconoscersi in quelle voci, in quei corpi e in quelle storie. La pièce ha il pregio di restituire una visione completa e sfaccettata del disagio psichico, che non neghi la sofferenza, ma la faccia entrare in relazione con la bellezza, la forza, l’umanità.
La regia, la scenografia e l'interpretazione dei personaggi creano un'opera che tocca corde profonde, spingendo il pubblico a mettersi in gioco e a fare i conti con il proprio mondo emotivo. Questo spettacolo è da vedere, per viverlo. Alla fine, nel fragoroso applauso resta una domanda: è quindi un dar voce o un grido? L’intensità è nel tuo cuore, è lì che lo sentirai urlare o bisbigliare.

