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Stefania Ruggiero a Circoloquadro

Lo scorso giovedì mi sono recata a Circoloquadro, spazio espositivo milanese gestito da Arianna Beretta, Laura Calevo e Massimo Dalla Pola, situato nel quartiere Isola.

Incontro Elisa Fusi, la curatrice della mostra “Generica” di Stefania Ruggiero, che mi accingo a visitare. Ci presentiamo, prendiamo insieme un caffè e accenniamo quattro chiacchiere sulla Street art e sul bisogno di generare forze propulsive per i giovani artisti che operano nella bella città meneghina. Dopodiché facciamo quattro passi verso Circoloquadro. Vi si giunge per mezzo di una stradina ciottolosa e graziosissima che porta al cortile della storica Fonderia Napoleonica. “Mi piace già”, penso. La porta si apre e rimango come folgorata da un'ondata di colori. La città non è chiusa alle nostre spalle, bensì continua nella sua trasfigurazione artistica, nell'incanto di cui l'ha ammantata Stefania Ruggiero. Così introduce la mostra Elisa Fusi nel testo in catalogo dal titolo “Inaspettatamente, la metropolitana”:

“Così diffusa, affollata, rumorosa, attraversa la città e si ferma a Circoloquadro.
 Si scendono i primi gradini, si gira a destra, e senza passare dai tornelli ci si finisce dentro. Lo spazio espositivo diventa un tunnel, uno di quelli che ti portano al metrò. Così profondo, silenzioso, illuminato dai neon, da percorrere fino in fondo, fino alle scale mobili. 
Tuttavia non c'è uscita, non si può proseguire oltre. Lo sfondamento prospettico rivela la sua falsità, la sua innegabile finzione pittorica. E le scale mobili sono solo una rappresentazione, più morbida, di quelle reali. Nascono dal tessuto, si annodano con la seta e la lana, brillano dell’arancione della prima e si stagliano contro il rosa della seconda. Quel ferro freddo in continuo movimento meccanico assume ora la familiarità e il calore di un tappeto di casa. La scala, prelevata dalla vita metropolitana e sottratta al grigiore, è immobile di fronte a noi, imponente come una moderna icona bizantina, impreziosita dalla nuova collocazione e perfetta nel suo tracciato. La salita e la discesa accennano una profondità, sono esattamente una l’inverso dell’altra e, a seconda di come le si osserva, appaiono tra loro interscambiabili. L’occhio viene ingannato ancora una volta, ma da vicino può cogliere il gioco delle fitte trame a sbalzo che movimentano la superficie. Come quest’opera, la produzione di Stefania Ruggiero nasce dall’esperienza quotidiana e dalla relazione diretta con la vita reale, quella di tutti i giorni, in cui si incrociano numerosi volti ignoti, ciascuno impegnato a seguire una propria direzione. Sono proprio quelle persone, incontrate per strada, in metropolitana o in una fotografia, a diventare materia pittorica: sulle pareti si affacciano tante storie, tutte diverse e tutte sconosciute, ognuna immortalata in un’istantanea in cui i personaggi sono sorpresi nel loro privato, a mangiare o a farsi un bagno. La loro identità si nasconde dietro a una rappresentazione che volutamente riduce i tratti somatici a pochissimi dettagli,come la bocca o il profilo del naso, prossimi a quelli di un pupazzo o un personaggio dei cartoons.”

Generica nasce dalla consapevolezza che ogni gesto, ogni attività di cui siamo protagonisti è condivisa anche da altri, da tanti altri... Tant'è che quelli rappresentati sulla tela, a casa di amici o lungo un corridoio che porta al metrò, potremmo essere noi. Torno a citare Elisa Fusi: “Cancellata qualsivoglia manifestazione emotiva, insieme alla fisionomia dei volti, è il colore antimimetico e freddo a smascherare l'amarezza di una vita che si rivela artificiale, programmata, meccanica come una scala mobile. (…) I personaggi sono sagome bidimensionali che si muovono nello spazio senza occuparlo e senza proiettare alcuna ombra, in bilico tra presenza e assenza, tra corpo e smaterializzazione, nell'attesa che succeda qualcosa. Proprio come la metropolitana, che quando ancora non si vede, già si preannuncia. Prima o poi, arriva.

INTERVISTA A STEFANIA RUGGIERO

CZ: Stefania, sei giovanissima (dell'87, come me!). Tuttavia so che hai una solida preparazione, ci vuoi parlare un attimo della tua esperienza formativa e lavorativa?

SR: Ciao Chiara! Da sempre ho la passione per il disegno alla quale, attraverso gli studi di design, si è aggiunta la passione per gli oggetti e la produzione. Come primo impiego dopo la laurea ho lavorato come designer di tappeti mentre attualmente lavoro come designer di accessori. La mia idea è sempre stata quella di combinare i miei due interessi provando in qualche modo a combinare il disegno con il prodotto.

CZ: Soffermiamoci sui materiali che hai usato per la tua mostra site-specific a Circoloquadro: oltre a spray e acrilico ti servi del pastello ad olio e del marker per tratteggiare le silhouettes di soggetti e oggetti a partire dalla sagoma dei loro contorni. A cosa si deve tanta poliedricità?

SR: Fondamentalmente mi piace sperimentare, utilizzare e scoprire nuovi materiali. Nel mio lavoro utilizzo come base colori acrilici e spray ai quali sovrappongo medium grassi come il pastello ad olio. Sono tutte tecniche che ho dapprima sviluppato singolarmente e che poi ho deciso di fare incontrare. E’ proprio questo che mi fa divertire quando dipingo.

CZ: Elisa mi accennava a tue collaborazioni con Nais. Cosa avete realizzato insieme? Oltre ad avere imparato tanto, immagino che tu umanamente ne abbia tratto moltissimo. Ci vuoi dire qualcosa in proposito?

SR: Per Nais ho lavorato come assistente nella realizzazione di alcuni muri. Sono molto legata a Nais perché oltre ad essere un’artista generosissima, mi ha da subito dato fiducia nonostante l’ inesperienza iniziale. Non capita spesso di incontrare persone così libere come Marzia.

CZ: Sono rimasta incantata dalla tua mostra nel suo insieme. Un coacervo di colori, forme, materiali, rappresentazioni di presenze-assenze, come spiega bene Elisa nel catalogo. Tanti artisti come te ci fanno riflettere sull'omologazione a cui siamo assoggettati. Vuoi commentare?

SR: Sono attratta dalla società e dai suoi meccanismi. Mi sorprende sempre il modo in cui atteggiamenti e costumi costituiscano un linguaggio muto ma da tutti conosciuto e parlato. Probabilmente intendo l’omologazione come l’incoscienza sociale di ogni periodo storico.

CZ: L'arte però ci sottrae dalla grettezza dell'immanente e dalla prosaicità della vita metropolitana. Sei d'accordo? A me la tua pare una trasfigurazione bellissima.

SR: Attraverso il mio lavoro cerco di esprimere quei momenti di disincanto dall’abitudine. La metropolitana è il luogo in cui ogni giorno si è a più stretto contatto con gente sconosciuta. Incrocio e mi siedo accanto a tantissime persone senza nemmeno interessarmi ad una di queste.

CZ: Progetti futuri?

SR: Prossimamente vorrei portare avanti un progetto sugli archetipi continuando la sperimentazione sugli oggetti. Mentre la prossima mostra sarà una collettiva a Lecce nel mese di luglio.

Chiara Zanetti

Redazione Nerospinto

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