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Aspettando l’uscita dell’ultimo capitolo della saga Hunger Games, la protagonista Jennifer Lawrence regala ai suoi fans una novità da prima pagina.

L’attrice, già vincitrice di un Oscar per "Un Gelido Inverno" nel 2011, sarà infatti il nuovo volto di Lady Dior, la linea di borse della nota casa di moda francese. Proprio come il suo alter ego Katniss Everdeen dei romanzi di Susan Collins, la Lawrence diventa testimonial di una campagna dedicata al grande pubblico, anche se in questo caso lo scopo non sarà quello di sconfiggere una dittatura, ma quello di essere la portavoce di migliaia di donne.

L’analogia è se non altro curiosa, soprattutto per i fan della saga che hanno già iniziato a guardare in rete i teaser del film, che uscirà nelle sale cinematografiche solo il prossimo novembre. Una bellezza acqua e sapone, dal trucco leggero ed elegante, che negli scatti di Dior sembra essere ancora più eterea.

La giovane attrice statunitense, si sa, ama vestire i panni dell’eroina, come dimostra il ruolo di Mystica, all’interno della saga X-Men che la portò alla fama internazionale. Questa volta però non ci saranno armature, né archi con frecce da scoccare, né tantomeno superpoteri, ma dovrà convincere e stupire tutti quanti con il suo unico asso nella manica: la sua semplicità.

Visti i precedenti volti della casa francese, la scelta di passare il testimone a questa “donna d’azione” ha lasciato perplessi molti amanti della storica eleganza di Marion Cotillard o della sofisticata raffinatezza di Mila Kunis. Eppure, come tutti noi abbiamo imparato a osservare, le sfide non spaventano di certo Jennifer Lawrence, che proprio come le sue protagoniste sul grande schermo, che abbiano o no i super poteri, riesce sempre a convincere con ogni sua interpretazione.

La grintosa Katniss Everdeen, la più misteriosa Mystica, la dolcissima Tyffany Maxwell, de “Il Lato Positivo” al fianco di Bradley Cooper, sono soltanto degli esempi di quello che una giovane donna come lei può raggiungere. Perché recitare non vuol dire fingere; recitare, come qualsiasi arte che si rispetti, è regalare un pezzetto della propria anima al pubblico, cambiare se stessi anche solo per un personaggio. Gli attori non interpretano qualcun altro, gli attori diventano qualcun altro.

Per questo quando vediamo il volto di Jennifer Lawrence firmato Dior, vedremo attraverso i suoi occhi ogni singola sfaccettatura di ogni sua singola interpretazione. Il suo carattere combattivo fuoriuscirà dallo sguardo etereo di quel cartellone pubblicitario, perchè un volto non è e non dev’essere soltanto un viso anonimo, come direbbe lo stesso Chrstian Dior: “il segreto della bellezza consiste nell’essere interessante, nessun tipo di bellezza può essere attraente senza essere interessante”.

Adele Di Giovanni

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Fatemelo dire, è triste constatare che quando il cinema italiano ritorna alla propria origine e natura viene irrimediabilmente snobbato. Perché creare atmosfere e dialoghi sapienti fa incavolare i cineasti stranieri che non ci riescono, pertanto è più semplice premiare il caos e le battute scontate e sempliciotte, è più semplice dare rilevanza a La grande bellezza (il film più brutto mai visto a dar retta alla perduta e compianta Virna Lisi), alla sua denuncia sprezzante e irriverente della nostra capitale ma che è piaciuta così tanto, evidentemente, agli stranieri.

E così quando Sorrentino cerca di riscattarsi mettendo in scena, nel senso più letterale dell’arte visiva, una storia vera con dei personaggi che sono presentati soprattutto come persone, con dialoghi saggi e ben distribuiti e silenzi cinematografici altrettanto esplicativi allora non va bene e al diavolo il cast di eccezionali interpreti internazionali.

Fatemi dire anche che per fortuna il pubblico non si fa ingannare, che gli spettatori se il Cielo vuole sanno ancora scegliere con la loro testa e premiano Youth, La giovinezza facendole vincere la più importante e reale sfida del botteghino. La pellicola di Sorrentino sbanca nel primo fine settimana di uscita, quello cruciale per rientrare nei costi produttivi e se ne fa un baffo dei premi storici e blasonati. La giovinezza è peraltro un film crudele e romantico, riflessivo e di azione decisionale, fermo e liquido insieme.

Tutto gira attorno alla decisione dei due protagonisti, non più giovani e non più ambiziosi o arrivisti di completare il senso della loro vita assaporando il tempo e la possibilità data loro dall’età di scegliere. E lo fanno partendo dalla vacanza che scelgono, un centro benessere sulle Alpi svizzere. Chi ha letto e amato La montagna incantata non può non cogliere il sottile e magari involontario omaggio di Sorrentino a Mann.

Nel silenzio e nella sospensione dell’altezza e della location tra le montagne cominciano le riflessioni, ricomincia la vita e si risvegliano i sensi. Non per nulla l’icona su cui ruota tutto il film è la scena della giovane ragazza che entra nella stessa vasca idromassaggio dove si trovano i protagonisti. Un movimento di macchina perfetto in campo e controcampo che sospende il tempo e il linguaggio e spiega allo spettatore la filosofia del non ritorno nell’esistenza dell’essere umano. Primi piani e piani americani che traducono in immagine la struttura robusta e matura della sceneggiatura, anche questa di Sorrentino che finalmente fa pace con la sua parte di cineasta più puro e confeziona la migliore pellicola della sua vita.

Gli spettatori plaudono, gli estimatori del regista ritornano dopo la delusione della penultima pellicola e i francesi lo snobbano. Ma fatemelo dire, chi se ne importa.

Antonia del Sambro

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Che il successo senza talento esiste non vi è ombra di dubbio. Anzi spessissimo le due cose non vanno affatto di pari passo. Che si possa essere celebri ma snobbati e incompresi come artisti può succedere altrettanto… Ma qui arrivano gli inconvenienti, perché c’è chi si rassegna, si gode soldi e successo e se ne infischia altamente del resto e chi invece lotta, si logora e si impegna affinché la propria fama non oscuri anche il vero talento che pensa assolutamente di possedere. È successo anche al primo interprete cinematografico di Superman, tale George Reeves, morto per mano di una sua ex fiamma in un albergo di Beverly Hills. George lottò quasi tutta la sua carriera per farsi assegnare altri ruoli e staccarsi dall’interpretazione del supereroe che l’aveva reso famoso ma che alla lunga diventò un vero incubo per la sua carriera di attore e non gli permise di esprimere quel talento, che era convintissimo di possedere, in altri ruoli e altre interpretazioni. Ed è esattamente ciò che succede anche al protagonista della pellicola "Birdman", interpretato da un sempre e ancora bravo ed eclettico Michael Keaton e girato e realizzato da Alejandro González Iñárritu, regista messicano troppo poco commerciale per essere celebre presso il grande pubblico. Questa volta però Iñárritu ci prova a confezionare una pellicola hollywoodiana nel senso più dispregiativo per lui, ma di grande effetto sul pubblico, ricchissima come è di effetti speciali più o meno riusciti, movimenti di macchina classici e abusati e con una recitazione che scimmiotta ripetutamente le grandi produzioni di Broadway. E ci riesce benissimo perché dà vita alla tragicommedia nera che punta il dito sulla vita dei cineasti, degli sceneggiatori e degli studios e paradossalmente convince proprio loro, i membri della Academy che scelgono così di premiare un film che parla di loro stessi, della cultura delle celebrità e che ride dei supereroi che fanno mangiare da decenni tutti loro. Tutto si snoda intorno al desiderio dell’attore Riggan Thomson, divenuto famosissimo nel ruolo appunto di Birdman, supereroe amato e seguito da milioni di spettatori. Riggan però non ci sta più ad essere considerato capace di interpretare solo questo ruolo, a essere sottovalutato e del tutto ignorato dalla critica e dal cinema colto e intellettuale, che non gli affiderebbe mai nessun’altro ruolo impegnato o che preveda una capacità di recitazione molto più alta. Così stabilisce da un giorno all'altro di impegnarsi per realizzare un’impresa quasi impossibile, ovvero scrivere l'adattamento del racconto di Raymond Carver "Di cosa parliamo quando parliamo d'amore", e non solo: per dimostrare a tutto il mondo le sue doti artistiche, Riggan decreta anche di dirigerlo e metterlo in scena in uno storico teatro di Broadway. Accanto a lui in questa impresa disperata e ambiziosissima vengono coinvolti la figlia ribelle Sam, ex tossica e alcolista, la sua amante Laura, l'amico produttore Jake, un'attrice il cui sogno di bambina era calcare il palcoscenico a Broadway, e un attore di grande talento ma di pessimo carattere, che porterà sulla scena scompiglio e ripetuti cambi di programma. La pellicola è divertente quanto basta e mostra fin nei minimi dettagli quanto può essere dura e insoddisfacente anche l’esistenza delle persone famose, ancor di più se le stesse sono fagocitate dalle luci della ribalta e la ribalta porta i nomi dei grandi Studios della collina di Hollywood. Alejandro González Iñárritu, da parte sua, prova a fare un film solo all'apparenza commerciale, parodiando e mimando i veri film da botteghino, ma essendo lui assai colto non ci riesce, e imbottisce la pellicola di movimenti di macchina esagerati ed esasperati. Il risultato è ancora una meravigliosa interpretazione di Norton, capace da solo di reggere l’intero film e di dimostrare agli spettatori che lui stesso non se la caverebbe per nulla male sulle tavole di un teatro.

Antonia Del Sambro

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L’AIDS al cinema ha negli anni Novanta il volto emaciato del Tom Hanks di “Philadelphia”, premio Oscar nel 1994 come miglior attore protagonista. Esattamente vent’anni dopo, un altro interprete di un personaggio segnato dalla scandalosa malattia ottiene la statuetta dorata: è Mattew McConaughey, quasi irriconoscibile nel ruolo di Ron Woodroof, protagonista di “Dallas Buyers Club”, firmato dal regista canadese Jean-Marc Vallée. I toni del racconto non potrebbero essere più diversi dal precedente e famosissimo film sullo stesso tema, trattato qui con ruvidità e senza concessioni ai buoni sentimenti. Siamo a Dallas a metà degli anni Ottanta: Ron è il prototipo del texano un po’ bifolco e razzista, convinto che il senso ultimo della vita si consumi nello spazio di un rodeo innaffiato di alcool e festini erotici. Il vero toro, quello che non si può dominare con la forza mascolina, arriva all’improvviso nella sua vita: si chiama AIDS, una condanna a morte ancora poco conosciuta, ma abbastanza da sapere che quella sigla è abbinata allo status di omosessuale.

Impossibile crederci, impossibile far credere agli pseudo-amici del bar che quell’infame destino non è arrivato dal rapporto con un altro uomo. Quella che si sarebbe potuta trasformare in una deriva esistenziale, nella resa assoluta di fronte a un nemico impossibile da sconfiggere secondo la medicina ufficiale – che offre solo terapie palliative e consolatorie – si converte in occasione di riscatto e di crescita umana. Il cambiamento passa attraverso la sofferenza e diventa rivoluzione non solo individuale, ma sociale e collettiva, con la possibilità per gli spettatori di seguire un destino che si allarga e include un fenomeno di più ampia portata.

Le cure approvate negli Stati Uniti guardano forse più al profitto che alla salute dei pazienti, ma la speranza per un esercito di sieropositivi oltrepassa i confini con Ron deciso a fare della battaglia contro la lobby delle case farmaceutiche un business utile e vivacemente gestito. Hai un’alternativa per lottare contro l’AIDS, ce l’hai però solo se hai contanti a sufficienza per pagarla. Una buona dose di cinismo e di diffidenza verso il prossimo accompagnano Ron nel suo viaggio, lungo molto più del previsto, attraverso un virus colorato di passione e di sentimenti, in forma assolutamente nuova per lui, pronto a rinnegare la vecchia vita di cowboy per un’amicizia autentica.

Un racconto asciutto e misurato, riempito completamente dalla recitazione e in particolare dalla prova d’attore di McConaughey e di Jared Leto, che si è aggiudicato l’Oscar come miglior attore non protagonista. Per entrambi il lavoro è partito dalla preparazione fisica per il film, in cui appaiono fortemente dimagriti e portatori di una bellezza lontanissima dai canoni estetici hollywoodiani. La metamorfosi permette di dimenticare i loro volti patinati e sorridenti per identificarli completamente con i personaggi, realmente esistiti ma caratterizzati dalla sceneggiatura con qualche differenza rispetto alla realtà, almeno a sentire chi Ron lo ha conosciuto davvero.

“Dallas Buyers Club” ha avuto una genesi produttiva lunghissima: si parla di un soggetto già pronto vent’anni fa, quindi in un periodo ancora molto vicino ai fatti raccontati, rifiutato più di cento volte prima di arrivare nelle sale. C’è da chiedersi quale sarebbe stata la percezione della storia allora rispetto ad oggi, considerando il mutato scenario intorno al problema dell’AIDS, grazie alla maggiore consapevolezza e agli strumenti di prevenzione che hanno normalizzato il fenomeno riducendo pregiudizi e discriminazioni.

Le dubbie politiche messe in atto dalle multinazionali farmaceutiche con l’avallo delle Agenzie nazionali per il Farmaco rimangono di bruciante attualità e rappresentano probabilmente il cuore della pellicola, che rende onore a un uomo normale divenuto eccezionale quando di fronte alla morte ha scoperto quanta forza e bellezza fosse ancora possibile trovare nella pochezza del vivere.

Elisabetta La Micela

 

 

Parlare della morte è sempre un fatto triste ma quando a lasciarci è Shirley Temple allora il ricordo si impone e ci sembra che la bella bambina che conquistò Hollywood e il mondo del cinema internazionale negli anni Trenta del secolo scorso sia ancora con noi e soprattutto che non sia mai cresciuta. Questo è stato un po’ il destino di Shirley in vita e lo sarà malgrado tutto anche nel tempo a venire, anche per le nuove generazioni che continueranno a guardare i suoi film e che la immagineranno sempre piccola e graziosa. La Temple non è riuscita a “crescere” sul grande schermo e non lo ha fatto neppure nell’immaginario collettivo perché dopo di lei davvero nessuna mai è riuscita a imporsi come enfant prodige né negli Studios di oltreoceano né nel cinema europeo o orientale. Shirley aveva imparato a ballare a tre anni, cantare a quattro e recitare perfettamente a cinque, in un’epoca in cui le sue coetanee nelle altre parti del mondo erano quasi tutte analfabete e le sue coetanee statunitensi appena sapevano leggere e scrivere.

Il cinema, quello vero delle grandi produzioni e dei grandi attori, era cosa per adulti.

Per questo quando la Temple arriva sul grande schermo con i suoi vestiti corti di cotonina colorata, i suoi riccioli biondissimi, le sue adorabili fossette e il suo sorriso da birichina erano già tutti innamorati di lei, gli spettatori, i suoi colleghi adulti e già famosi e naturalmente i registi e i produttori. A Shirley sarebbe bastato questo. Incantare tutti con il suo candore, con la sua bellezza infantile e con la sua capacità di dire a tempo le battute del copione.

La Temple però era una bambina prodigio e nelle sue pellicole dimostra che sa anche ballare e cantare come una vera professionista, sa reggere la scena quanto e come i divi dell’epoca e che a volte sa anche surclassarli.

I suoi film sono un successo dopo l’altro, i suoi fan sono in delirio e i produttori di Hollywood se la contendono. Lei, bella, innocente e dotata si comporta come una vera professionista e non delude mai nessuno diventando non solo l’attrice bambina ma un fenomeno di costume e di imitazione studiato anche dal punto di vista sociale.

Le dedicano una stella sulla fame road e le costruiscono un Oscar per le interpretazioni infantili apposta per lei. Shirley Temple è la bambina più famosa del mondo.

I bambini però crescono. E con l’infanzia e la fanciullezza se ne vanno anche il fascino e l’incanto di Shirley che si ritrova negli anni Quaranta ad essere una adolescente come tante, senza più l’attrazione dei suoi riccioli biondi, delle sue fossette e dei suoi vestiti da bambina adorabile.

La riccioli d’oro del cinema internazionale è scomparsa per sempre.

La nuova Temple è quasi anonima, poco attraente dal punto di vista della recitazione, normale come può esserlo qualsiasi altra adolescente dell’epoca a Hollywood.

La favola è finita e l’ex bambina prodigio colleziona un flop cinematografico dopo l’altro.

Alla fine degli anni Quaranta la Temple si ritira definitivamente dalle scene e si dedica alla famiglia e successivamente alla politica e al sociale, diventando ambasciatrice USA.

Ora la riccioli d’oro di tante belle pellicole in bianco e nero ci ha lasciato definitivamente.

Shirley però no. La bambina bella e bravissima resterà così per sempre.

E tutti potranno continuare ad ammirarla nei suoi tip tap scatenati, nei suoi duetti canori e nelle sue interpretazioni più fortunate. Potere e magia del cinematografo. E non è poco.

 

 

 

Sono partenopei, amici e complici, protagonisti di una liaison artistica tra le più fortunate del cinema italiano degli ultimi anni. Stiamo parlando di Paolo Sorrentino e Toni Servillo, regista il primo e attore il secondo, lanciati con “La grande bellezza” in corsa verso l’Oscar, dopo la candidatura dell’Academy che li ha inclusi nella magica cinquina dei candidati nella categoria “Miglior film straniero”. Ma facciamo un passo indietro, un lungo passo di oltre dieci anni che ci riporta al 2001, quando il trentenne Sorrentino - impegnato già nella direzione di diversi corti - firma il suo primo lungometraggio, “L’uomo in più”. Protagonista doppio e capace di caratterizzare con il suo istrionico talento una sceneggiatura originale è già lui, Toni, la cui identità si confonde con quella dei suoi omonimi cinematografici. Antonio e Toni, uno e trino, uomo feticcio per il regista che lo vorrà ancora a consacrare il suo successivo film “Le conseguenze dell’amore”. Tutt’altra atmosfera, fredda e rarefatta, inquietante come i silenzi che un volto dalle mille sfumature riesce a modulare con maestria di teatral fattura. Il successo è già dietro l’angolo, i cinque David di Donatello conquistati dalla pellicola aprono la strada al vincente e profondo sodalizio rotto solo raramente - come succede per “L’amico di famiglia” - subito ricreato per conquistare il Festival di Cannes nel 2008 con “Il divo”, Premio Speciale della Giuria e fortissima interpretazione ideologica e figurativa del personaggio di Giulio Andreotti. Per Servillo è ovazione a furor di popolo, ma la recitazione è ancora una volta strumento a servizio di una prospettiva artistica intimamente legata all’universo Sorrentino, nel segno di un’alchimia professionale intensa e duratura. La bellissima parentesi americana di “This must be the place” vede uno straordinario Sean Penn rubare solo per poco il ruolo di primadonna a Servillo, cui Sorrentino dimostra dedizione assoluta ne “La grande bellezza”, costruendo la storia intorno al suo personaggio. Film corale, pieno di volti e di luoghi intessuti di visionarietà, movimento continuo intorno all’immobilità del Jep Gambardella incarnato da Servillo, vero fulcro narrativo e potente detonatore emotivo nel caos umano che si agita lento dentro una Roma multiforme, favolosa o ributtante come il film che la incornicia, come il regista che la racconta. Perché abbiamo a che fare con un cineasta molto amato ma anche molto criticato, per alcuni sopravvalutato, sicuramente artefice, insieme all’amico e ispiratore, della visibilità del cinema italiano nel mondo, e speriamo anche del prossimo Oscar conquistato dal nostro Paese.

 

Peter è stato l’attore più versatile del secolo scorso passando con la stessa facilità e bravura dal palcoscenico al grande schermo e infine alla televisione e interpretando ruoli deferentissimi tra loro con uguale successo e plauso.

Per ogni grande attore arriva però sempre il ruolo giusto e più che perfetto, quello che lo consacra al pubblico internazionale e lo fa diventare divo a tutti gli effetti. La storia del cinema apre le porte a O’Toole per la sua indimenticabile interpretazione di Lawrence d’Arabia e gli assegna un posto che nessun altro attore potrà mai soppiantare in quel ruolo e per quel personaggio.

Irlandese di nascita Peter ha saputo imporsi in quasi tutte le grandi produzioni del cinema inglese tanto da far dimenticare quasi a tutti le proprie origini e farsi riconoscere come uno tra gli interpreti più british del cinema.

Amato e corteggiato dai cineasti più famosi e impegnati degli anni Sessanta e Settanta, Peter gira una pellicola dopo l’altra e si diverte a cambiare genere e personaggio a secondo della trama e dell’esigenze registiche.

Arrivano così le nomination agli Oscar, praticamente per quasi ogni sua interpretazione ma alla fine lo star system hollywoodiano gli preferisce sempre qualcun altro.

Peter O’Toole con la pazienza degli irlandesi e l’umorismo degli inglesi fa spallucce e continua a lavorare sui set delle produzioni internazionali più prestigiose passando da un cast all’altro e girando con tre generazioni di artisti e autori.

E così nel 2003 accetta l’Oscar alla carriera e nel 2007 dopo quarantaquattro anni di nomination arriva la sua prima vera statuetta per il ruolo nel film Versus.

Elegante, raffinato, eclettico e bravo praticamente in ogni ruolo Peter O’Toole è uno dei protagonisti indiscussi del cinema del Novecento, uno degli attori che ancora sapeva dosare con garbo e successo gli insegnamenti ricevuti all’accademia di arte drammatica di Londra con la leggerezza e la sfrontatezza imposti dagli studios di Hollywood.

 

Il cinema è onirico per definizione. Il cinema sogna e soprattutto fa sognare. Certo, tutto vero ma a volte arriva un regista, un autore, un sognatore appunto che rende il meraviglioso mondo onirico del cinema ancora più da sogno e ancora più fantastico.

Il regista, il sognatore si chiama Federico Fellini e ha creato vere e proprie opere d’arte cinematografiche usando poco più che la dissolvenza incrociata e il bianco e nero.

Eppure, da La strada, a Otto e mezzo, da Amarcord a La dolce vita, da Le notti di Cabiria fino ai suoi ultimi lavori come Ginger e Fred e La voce della luna chi si è avvicinato al cinema di Fellini non ha potuto fare altro che amarlo incondizionatamente e sognare con lui.

Federico Fellini nasce a Rimini, una cittadina di provincia che ancora non risente del boom turistico degli ultimi decenni del ‘900 e che si presenta ancora come una località di mare sì ma abitata da i contadini e dagli operai della semplice e affascinante Romagna. Una Rimini dove tutti si conoscono e tutti sanno tutto degli altri. Qui, il giovane Fellini affina l’intelletto e il gusto per i personaggi caricaturali e parodistici di tutte le sue pellicole, nella sua città natale scruta, osserva, prende appunti e confeziona soggetti dal gusto “antico” e grottesco, qui incontra e conosce donne come la Gradisca di Amarcord e come la Carla di Otto e mezzo.

Sposatosi giovanissimo con la non molto affascinante ma superba attrice Giulietta Masina, Fellini ha molteplici amanti tra le attrici che lavorano con lui ma anche tra addette ai lavori e donne comuni ma di bell’aspetto. Restando sempre legato sentimentalmente e professionalmente a sua moglie, protagonista indiscussa di molte delle sue migliori pellicole.

Dal debutto cinematografico con lo Sceicco bianco, interpretato da un giovane ma già riconoscibile Alberto Sordi, fino alla sua ultima fatica, Fellini è sempre stato considerato uno dei più grandi e influenti cineasti della storia del cinema mondiale. Si è aggiudicato quattro premi Oscar al miglior film straniero, per la sua attività da cineasta gli è stato conferito nel 1993 l'Oscar alla carriera, ha vinto per due volte il Festival di Mosca e ha inoltre ricevuto la Palma d'oro al Festival di Cannes nel 1960 e il Leone d'oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1985.

Il segreto di un successo così ampiamente e universalmente riconosciuto poggia sicuramente, come lui ha sempre detto, sulle sue origini romagnole ma anche sulla sua vita nella Capitale e proprio negli anni in cui fare cinema a Roma ti permetteva non solo di conoscere e collaborare con i migliori attori e sceneggiatori ma anche con le più grandi maestranze che il nostro cinema abbia mai avuto.  A Roma Fellini, fa radio, inizia a scrivere soggetti e sceneggiature e sposta il proprio “sguardo cinematografico” dalla provincia italiana alla capitale e al suo mondo di lustrini e bella vita. Federico Fellini è estroso, impegnato, creativo ma anche semplice e umile sognatore e la sua dimensione onirica si ritrova in tutto in pellicole eccezionali e celebri come Otto e mezzo, considerato da ogni critico cinematografico un capolavoro assoluto e come La dolce vita, icona del film in bianco e nero italiano e tra le pellicole più conosciute all’estero.

Con questo lavoro Fellini crea e dà alla lingua italiana e internazionale perfino un neologismo: Paparazzi. Da quel momento in poi i fotografi e fotoreporter di costume e società si chiameranno solo così, e in tutto il mondo.

Ultimamente si parla spesso e a sproposito di “eccellenza italiana”. Federico Fellini è la nostra eccellenza, è il nostro orgoglio in Italia e all’estero, è il regista che non ha inventato il cinema ma che ha inventato sicuramente un nuovo modo di fare cinema, a metà e in bilico perenne tra quello che vedono i nostri occhi e quello che ci fa vedere la realtà

 

 

Dal 26 al 30 ottobre Fondazione Cineteca Italiana e Officine Blu propongono due imperdibili documentari.

 

Sei anni dopo il successo di The Pervert’s Guide to Cinema, la regista Sophie Fiennes e il filosofo Slavoj Zizek tornano sul grande schermo con The Pervert’s Guide to Ideology, in anteprima sul suolo milanese presso lo Spazio Oberdan.

Il film ha come protagonista il vulcanico Zizek: filosofo, cineasta, e infaticabile provocatore che, per rendere più consapevole il nostro sguardo sulla realtà, ha concepito un lungometraggio in diversi film diventano protagonisti per svelarci il messaggio ideologico celato alle spalle di molti titoli.

 

Per lo stesso periodo di tempo sarà in programma anche Un mondo in pericolo, propostoin anteprima al MIC durante la 7^ edizione del Festival della Biodiversità, che racconta lo spopolamento degli alveari con immagini spettacolari ottenute grazie all'utilizzo di tecnologie di ripresa avanzatissime.

Il documentario, candidato dalla Svizzera agli Oscar 2014, è un’opera sorprendente, che ci guida alla scoperta di un sistema perfetto, una vera e propria organizzazione sociale scandita dal lavoro e dal controllo della quale scopriamo tutti i segreti.

 

Due appuntamenti davvero unici a cui vi invitiamo a partecipare.

Di seguito il calendario delle proiezioni:

 

 

Sabato 26 ottobre

h 17.30 Un mondo in pericolo

h 21 The Pervert's Guide to Ideology (anteprima)

 

Domenica 27 ottobre

h 21.15 Un mondo in pericolo

 

Mercoledì 30 ottobre

h 19 Un mondo in pericolo

h 21 The Pervert's Guide to Ideology

 

 

Info e costi:

 

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

www.cinetecamilano.it

Tel. 02 87242114

 

Biglietto intero: € 7,00

Biglietto ridotto Cinetessera: € 5,50

Cinetessera annuale: € 5,00

 

Sala Alda Merini - Spazio Oberdan

Viale Vittorio Veneto, 2

Milano

A volte si è solo belle, a volte si è molto brave e a volte si diventa vere icone del proprio tempo.

 

Karen Black è stata tutto questo e se si vuole anche di più perché ha saputo interpretare come nessuna la sua generazione aggiungendo al talento e alla bellezza tanto lavoro e tanto studio.

Come molte attrici del suo tempo anche la Black partì dal teatro, dal debutto sul palcoscenico con le assi di legno e da quel luogo magico che era l’Off – Broadway negli anni Sessanta.

Il suo talento e la sua avvenenza la fecero notare subito dalla Hollywood che conta e nel 1966 Francis Ford Coppola la volle nella sua pellicola Big Boys nel ruolo della bella e concreta segretaria Amy che alla fine del film riesce a conquistare il timido e disilluso protagonista.

La Black è talmente brava a rubare la scena anche agli interpreti principali che dal quel 1966 in poi viene chiamata da quasi tutti i registi più importanti di Hollywood, girando titoli di gran successo come Nashville, Il giorno della locusta, Il grande Gatsby, Airport ’75.

Il grande successo e la fama però arrivano con Easy Reader, pellicola diretta da Dennis Hopper che la volle come protagonista assoluta accanto a Peter Fonda.

Il film del 1969 diventa immediatamente il lavoro cult della generazione degli anni Settanta e Karen Black l’icona della generazione stessa, la bella e maledetta per definizione.

Il “trittico” profano che lega il film, l’attrice e la storia restano immutati nel tempo tanto che la Black e Easy Reader diventano un tutt’uno per la storia del cinema internazionale.

La pellicola riceve, come sempre in questi casi, plauso e consensi per il coraggio e la veridicità del soggetto e feroci critiche da parte dei tutori della pubblica morale.

Tutto questo però non ne ferma il successo e il film non solo si aggiudica premi prestigiosi ma lancia ancora di più la figura di Karen Black come attrice e icona della sua generazione.

L’anno successivo, infatti, la brava e bella interprete riceve una nomination agli Oscar e conquista un Golden Globe con il film Cinque pezzi facili recitando accanto a Jack Nicholson.

Karen Black è ormai di fatto una delle attrici più importanti di Hollywood e può permettersi incursioni anche in televisione, girando e interpretando serie di grande prestigio come La Trilogia del terrore, dove recita accanto al suo secondo marito Robert Burton, e naturalmente a teatro, suo primo amore, per cui scrive e interpreta pièce e spettacoli di grande intensità.

 

Karen Black, nata e cresciuta in una famiglia di artisti, dove la scrittura la musica e l’interpretazione erano le doti che si tramandavano tra le generazioni, ci ha messo però tanto di suo, diventando l’attrice manifesto di una intera generazione.

 

La sua morte, dovuta a una malattia incurabile e molto aggressiva, priva il mondo dell’arte di una grande interprete e lascia contemporaneamente orfane le donne che dal mondo del cinema a quello del sociale hanno sempre visto in Karen Black un esempio e una figura da seguire, pur se nelle luci e nelle ombre che hanno caratterizzato la sua intera esistenza.

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