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Stasera, al Teatro della Città di Catania, torna uno spettacolo unico e inimitabile: Centomila, Uno, Nessuno, la curiosa storia di Luigi Pirandello.

Recensione Diaframma – Preso nel vortice (Diaframma Records, 2013)

 

Federico Fiumani è davvero inarrestabile, non c'è che dire; dopo solo un anno dall'ottimo precedente disco 'Niente di serio' (Miglior album autoprodotto ai Pimi 2012), il relativo tour e la ristampa della pietra miliare dei Diaframma, ovvero il grandissimo 'Siberia', ha sfornato un album nuovo di zecca contente quattordici brani: 'Preso nel vortice'.

 

Probabilmente non ve lo aspettavate ma questa volta ci sono diversi ospiti, a partire dal prezzemolino e bravissimo Enrico Gabrielli (sax, piano e tastiere), le voci di Alex Spalck e Marcello Michelotti (rispettivamente Pankow e Neon, se non vi dicono nulla andate a ripescarli), Max Collini degli OfflagaDiscoPax in 'Ho fondato un gruppo' e last but not least Gianluca de Rubertiis de Il Genio (piano e tastiere). Per non lasciare indietro nessuno vi dirò che la formazione è completa con Lorenzo Moretto alla batteria, Luca Cantasano al basso ed Edoardo Daldone come seconda chitarra.

 

'Claudia mi dice' è una bella ballade ricca di sentimenti e si inizia bene anche con le citazioni, in questo caso Il Teatro degli Orrori, poi verranno i Rolling Stones di Altamont e Allen Ginsberg in 'Hell's Angels' così come i Television nella nostalgica 'Il suono che non c'è più'. 'Ottovolante' è addirittura dedicata a Piero Pelù, compagno di avventura negli anni '80 e destinatario di una gran bella visione: “Io te sopra l'ottovolante, amico mio che bella la terra da quassù, amico mio il mondo sorride assieme a te, peccato che l'effetto svanisce e se ne va ma spero che, che presto anche lui ritornerà, da me”.

 

'Infelicità' invece è dark e carica del pensiero dell'artista, si perché qui oltre alla nostalgia canaglia, ai sentimenti contrastanti, all'essere orgogliosi di quello che si possiede ('Ho fondato un gruppo') e alla filosofia del Fiumani, non c'è molto altro. I testi però sono mastodontici, nel senso che la capacità lirica di Fiumani è davvero notevole, rimane assai ispirata anche quando si parla di questioni comuni, se così si possono definire.

 

I Diaframma sono un gruppo importantissimo del panorama new wave italiano, che si è risollevato dopo alcuni dischi non all'altezza. 'Preso nel Vortice' però rimane, se non allo stesso livello, nella scia del predecessore, pur essendo arrangiato e curato assai meglio.

 

 

Andrea Facchinetti

 

Nella prima settimana di giugno uscì una sorta di documentario, un 'making of' sul nuovo album di David Lynch che, senza approfondire troppo, presentava ai fan del regista il suo secondo disco: 'The Big Dream', a soli due anni dal debutto visionario di 'Crazy Clown Time'. Gli Artisti (sì, con la 'a' maiuscola) spesso non sono molto bravi ad esprimersi a parole, e nel caso di Lynch dobbiamo anche tenere presente quella sua vena yoga ricca di meditazione; ma bisogna lasciar parlare la sua arte.

 

Nel grande sogno di Lynch troviamo buona parte dei suoi film o, forse è meglio, possiamo immaginare le canzoni come parte di una nuova colonna sonora: è qui che si fonde l'ispirazione del maestro, la sua sperimentazione sonora e vocale e quel brivido che David Lynch sente al sound giusto con Twin Peaks, Strade Perdute e Velluto Blu. Per dare una giusta collocazione alla musica vorrei riportare le sue stesse parole: “questo è un blues moderno, i pezzi partono come delle jam session e vanno per la loro strada, una sorta di modernizzazione del blues più scarno, il blues è una forma onesta ed emozionale e continuo a tornarci perché suona così bene”. Musica dell'anima, quindi, per un'anima inquieta e oscura, moderna grazie all'aiuto dell'ingegnere di studio Dean Hurley che mette a proprio agio la sua elettronica in un binomio artistico che viaggia sulla stessa lunghezza d'onda.

 

La title track parte proprio dal blues scarno e ancestrale, con una frase che ci era già stata anticipata dal twitter del regista: “Love is the name, in the wind”; la successiva 'Star Dream Girl' è un omaggio indiretto a Tom Waits, mentre 'Last Call' con quel beat caldo ci porta dalle parti del trip-hop con una semplicità disarmante. 'Cold Wind Blowin' potrebbe essere un omaggio a se stesso, al suo cinema e al famosissimo Twin Peaks; 'The Ballad of Hollis Brown' è una cover di Bob Dylan (pescata da 'The Times they are A-Changin') oltre che un esempio chiarissimo del modern-blues: torbido e psichedelico con un po' di dub. 'Wishin’ Well' è ancora trip-hop, 'We Rolled Together' è tetra e legata agli immaginari lynchiani mentre 'Sun Can’t Be Seen No More' con una voce assai bizzarra viene dai classici rock.

 

'I Want You' è tanto sensuale quanto sporca, seguita da 'Are You Sure' che chiude l'album spostando il tiro su una musica più d'atmosfera. C'è però una bonus track per coloro che hanno la versione digitale o LP (con il 7”): la sognante 'I'm Waiting Here' cantata perfettamente da Lykke Li che questa volta sfoggia tutta la sua bravura, non c'è che dire. La voce di David è unica, riconoscibile, è uno strumento vero e proprio che si unisce perfettamente con il tipo di musica che sta creando; lui lo ammette, e l'ha sempre detto, che non è un musicista e non è un bravo chitarrista ma ama la musica e la musica gli dà quell'eccitazione che difficilmente riesce a provare in altri mondi artistici.

 

Con un carisma simile e questa sua devozione per il suono, 'The Big Dream' non poteva che essere un gran bel disco. Caro David, non smettere e continua a fare tutto ciò che credi, massì anche la meditazione che tanto ti piace, mischia anche i tuoi mondi ma non scendere più da questo livello, promettimelo!

 

www.davidlynch.com

 

 

Andrea Facchinetti

 

C’è che dopo un lavaggio a 90 gradi con tanto di extra ammorbidente Hipster, esce dalla lavatrice un Devendra nuovo di pacca, ripulito da capo a piedi, con fidanzata a seguito (la fotografa e modella serba Ana Kras, una sommatoria bulimica di bellezza) e mood da "due cuori e una capanna" (n.d.r. la capanna l'ha comprata a New York, l'epoca dello squattrinato si è decisamente conclusa).

 

Personalmente lo preferivo nella versione "barbuto spiantato e arruffato", ma me ne farò una ragione.

 

Ok, Devendra si sarà anche tagliato barba e capelli perdendo quel suo fascino deliziosamente rozzo da sciamano dei poveri, ma in compenso ha riacquistato quel piglio geniale e beffardo che aveva contraddistinto i suoi primi lavori ("What Will We Be", il suo ultimo album, aveva scaldato pochi animi).

 

Ma veniamo all'ottavo capitolo della sua lunga (e giovane) carriera discografica. Siamo di fronte ad un home-made album a tutti gli effetti: registrato in casa (quella vecchia, la capanna vera, a Los Angeles) con l'aiuto dell'amico chitarrista Noah Georgeson, un bel set di strumenti presi in prestito e un vecchio registratore Tascam trovato in un monte di pietà.

Devendra quest’album lo fa tutto da sé, compresa la cover art, e lo chiama "Mala" - vezzeggiativo amoroso ereditato dalla fidanzata.

 

"Una sera ero al telefono con Ana e ad un certo punto mi ha detto 'oh mala' in modo molto dolce. In spagnolo 'mala' significa 'cattiva', mentre in serbo significa 'tenero'. Ho fatto un po' di ricerche e ho trovato diverse traduzioni… Mi è piaciuta subito la trasversalità di questa parola, si adatta molto bene a ciò che è questo mio nuovo lavoro".

 

Il risultato di tutto questo fai-da-te è un album che segue le orme prewar-folk psichedeliche dei precedenti, ma con una raffinatezza che lo avvicina più ad un minimal meditativo condito da leggere punte elettroniche.

Passiamo dai suoni ipnotici e delicati di "Golden Girls" e di "Daniel", alle sperimentazioni, quelle ironiche in stile dance anni '80 di "Your Fine Petting Duck" (dove duetta con la fidanzata Ana) e quelle ventilate di "Für Hildegard Von Bingen" dove, sotto effetto evidente di droghe sintetiche, Deventra trasforma Von Bingen (religiosa, naturalista e musicista tedesca del 12° secolo) in una VJ di MTV.

 

 

Scopriamo sfumature soul in “Won’t You Come Over” e ambientazioni cupe in “A Gain” e “Taurobolium”. E ritroviamo il buon vecchio Devendra amante del folk negli arpeggi acustici di "The Ballad of Keenan Milton" e nel canto iberico di "Mi negrita".

 

Il “nuovo” Devendra Banhart ci viene a trovare quest'estate.

4 mesi per farsi crescere capelli e barba. Speriamo.

 

• 25 Luglio al Summer Festival (Lucca)

• 26 Luglio al Rock in Roma (Roma)

• 27 Luglio al CarroPonte (Milano)

 

David Bowie è tornato e non è cosa da poco. ‘The Next Day’ esce dieci anni dopo un ‘Reality’ che non è piaciuto né alla critica né ai fan, un tempo enorme dato che i suoi lavori precedenti venivano pubblicati ogni due anni circa. Tutti lo davano per spacciato, il silenzio poteva essere benissimo una presa di posizione sul non fare più musica. David Bowie ci ha fregato, di nuovo, tutti quanti e nel migliore dei modi perché ‘The Next Day’ è un gran bel disco.

Personalmente avevo una gran paura di sentire il suo nuovo lavoro, ero davvero troppo legato al periodo berlinese e a molte sue ‘immagini’ del passato. Icone che rimangono se guardiamo la copertina: è quella originale di ‘Heroes’, che si ispirò a Erich Heckelil, ma con il titolo cancellato da un tratto nero e al centro troviamo un quadrato pieno di colore bianco con la scritta ’The Next Day’ in nero (chiunque avrebbe potuto farla anche con Paint). L’artwork sembra comunicare che, sì, è l’artista che tutti conoscono ma bisogna andare oltre perché è tornato e ha ancora tanto da dare.

Troviamo Berlino, con i suoi studi di registrazione, anche nel primo singolo ‘Where are we now?’, dove subito se ne esce cantando: “Had to get the train from Potzdamer Platz, You never knew that, That I could do that”. Nel video del secondo singolo (ha un coro eccezionale e un riff anfetaminico), girato dalla nostra Floria Sigismondi e con la presenza di Tilda Swinton, Bowie è grandioso sia con il carrellino della spesa che durante i vari giochi di personalità (androgine) multiple; ci sono rimandi (oh caro e vecchio Ziggy) e citazioni un po’ ovunque ma questa è una cosa che ritroverete lungo tutto il disco. ‘The Next Day’ è prodotto dal fedele Tony Visconti, presente sia nel trittico d’oro Low/Heroes/Lodger che nei due album scadenti datati anni zero. I testi pescano davvero nel languido e nell’indecifrabile: trovandosi faccia a faccia con l’amore e con la guerra Bowie si alza e invoca l’avant William S. Burroughs.

La title-track apre con un art-rock spavaldo, non me l’aspettavo; mentre in ‘Dirty Boys’ Steve Elson e il suo Bariton Sax accompagnano la voce magnifica di Bowie. ‘Love Is Lost’ è insicura nel suo incedere, le chitarre con i loro riff grattano l’ansia che si respira durante l’ascolto. ‘Valentine’s Day’ è pop sixties di quello ruffiano ma ben fatto, seguita da brani che scorrono tranquilli senza troppi rumori (‘If You Can See Me’ e ‘Boss of Me’). ‘Dancing Out in Space’ è una variazione di ‘Lust for Life’ camuffata per l’occasione, ma cosa possiamo dire al Duca Bianco? ‘How Does The Grass Grow?’ è stupenda, un mix di tutti i Bowie che furono con un coretto nato dalla strumentale ‘Apache’ degli Shadows. ‘You Feel so Lonely You Could Die’ ma soprattutto ‘Heat’ rimandano a Scott Walker, come se Bowie volesse fargli un bel tributo in chiusura. Per finire con le tre bonus track, posso dire che, per due minuti circa ciascuna, chiudono piacevolmente un album che in pochi si sarebbero aspettato così.

Non è un disco monumentale ma un ritorno in pompa magna, perché Bowie ha fregato tutti e ci fregherà sempre. Lui è il Re dei Goblin, è Ziggy Stardust e il Duca Bianco, bianco come la luce che contiene tutti i colori ma con l’unica differenza che contiene anche il nero. Insomma, lui può.

 

Andrea Facchinetti

 

E quindi i nostri amici australiani amanti della sobrietà sono tornati.

 

Parliamo ovviamente di quei due baracconi di Luke Steele dei The Sleepy Jackson e di Nick Littlemore dei Pnau, noti ai più come gli Empire of the Sun.

 

A 5 anni di distanza dal primo e unico album – “Walking on a Dream” - che ha fatto impazzire orde di piccoli indie in erba, i due tornano con "Ice on the Dune", in uscita a giugno per la Astralwerks.

 

La curiosità sul nuovo album è davvero tanta, ma le domande che mi attanagliano ormai da giorni sono in realtà altre...

In quale fantastica dimensione psichedelica e visionaria l'MDMA trasporterà questa volta i nostri amici Luke e Nick? Quali magiche e avvincenti peripezie avranno come protagonisti l’Imperatore Steele e il profeta Lord Littlemore? Riusciranno i nostri eroi a distruggere il Re delle Ombre, dopo il furto del gioiello dalla corona dell'imperatore? Chi dei due si fidanzerà con Priscilla, la regina del Deserto? Harry Potter salverà tutti alla fine? Dove è nascosto il tesoro di Willy l’Orbo che la banda Fratelli sta cercando?

 

No, ok. Va bene, va bene.

Troppa avanguardia genera caos.

Un bel respiro e guardiamoci insieme il trailer del nuovo album. Enjoy the trip!

 

 

I Matmos non si fermeranno mai, cercano ogni volta qualcosa di nuovo su cui costruire un album per stupire lo zoccolo duro dei fan e per incuriosire chi, semplicemente, ama la musica e l'elettronica. Partendo da suoni ispirati ai colori base (RGB - An Audio Spectrum, 1998) e attraversando le celebrazioni delle icone gay (The Rose Has Teeth In The Mouth Of A Beast, 2006), arriviamo oggi a qualcosa di molto più mentale: gli esperimenti Ganzfeld.

 

M.C. Schmidt e Drew Daniel hanno passato gli ultimi anni a condurre esperimenti di carattere metapsichico, sollecitando dei volontari (anche alcuni dei musicisti) a scosse di white noise tramite cuffia, oscurando la vista con occhialini opachi (quelli che vedete sulla copertina), in modo da raccogliere tutti i dati e le descrizioni sulle sensazioni auditive e visive generate dalla trasmissione. In sostanza i “pazienti” stesi, rilassati e con gli occhi coperti venivano inondati di luce e di rumore bianco; privati sensorialmente trasmettevano telepaticamente (per così dire) le informazioni che, raccolte, sono servite appunto per costruire ogni singola traccia dell'album, a esclusione della cover ESP dei Buzzcocks.

 

Premettendo che, anche in ambito scientifico sperimentale, non si è certi dei risultati e che quindi potrebbero essere saltati fuori dalla casualità, potremmo dire che The Marriage of True Minds è un disco unico nel suo genere e nella sua conclusione. Percezioni extrasensoriali a parte, veniamo dunque alle singole tracce: se il centro dell'intero lavoro è quello spiegato precedentemente, lo strumento “prezzemolo” delle nove canzoni è il triangolo ma fortunatamente viene utilizzato sapientemente senza infastidire troppo. You è sul piano onirico grazie allo spoken word, ad un piano jazz e ai rumorini vari mentre Mental Radio è una piece jungle con sirene e acqua.

 

Very Large Green Triangles è la traccia pop che gioca con i glitch (presenti anche in Tunnel) in un'ambientazione lievemente oscura; Ross Transcript è una rappresentazione nostalgica di suoni e registrazioni di tempi differenti mentre Aetheric Vehicle pesca un'aria etiope rinvigorendola con un po' di funky. La già citata ESP chiude The Marriage of True Minds con otto minuti di follia e di giochi growl futuristici, l'anima e l'urlo dei Buzzcocks sono presenti così come la telepatia funzionale dei Matmos.

 

Schmidt e Daniel, da sempre, fanno dei dischi interessanti sia dal punto di vista musicale che da quello concettuale e anche questa volta hanno fatto centro, sebbene il tema trattato risulti davvero ostico.

 

Sito Internet:  vague-terrain.com

Tumblr:  verylargegreentriangles.tumblr.com

Casa Discografica:  www.thrilljockey.com

 

Andrea Facchinetti

 

 

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