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Pubblicato in 16mm
Domenica, 07 Luglio 2013 17:10

Multiplex: paura e passione al cinema

Nel fine settimana che ha visto uscire nelle sale cinematografiche italiane film costosi, grandi produzioni e pellicole pubblicizzatissime Stefano Calvagna regala al suo pubblico un thriller sorprendente, intenso, quasi a costo zero, realizzato da chi il cinema lo ama davvero e quindi lo sa fare. Multiplex è il film che non ti aspetti. La prova di regia che fa pensare che nel nostro paese esiste ancora un certo modo di fare il cinema, di costruire le scene, di alimentare la suspense, di plasmare gli attori e renderli credibili e meravigliosamente naturali. È il cinema italiano in poche parole e non ha bisogno di effetti speciali e tecnologie all’avanguardia per essere buono.

Basta soltanto saper raccontare una storia ed essere abbastanza bravi a far immaginare tutto il resto agli spettatori. La trama di per sé è molto semplice: sei ragazzi, tre maschi e tre femmine. La struttura classica della narrazione che diventa sceneggiatura. La decisione di fare qualcosa di pericoloso e adrenalinico insieme, nulla che possa danneggiare persone o cose, solo un gioco tra loro per mettersi alla prova e per saggiare qualcosa di nuovo.

Insieme decidono di rimanere chiusi in una sala cinematografica dopo l’orario di chiusura e di trascorrere la notte in un Multiplex al buio e isolati, sperimentando e inventando giochi proibiti e ad alta tensione emotiva. Nella struttura del cinema, però, scoprono presto di non essere da soli e per i sei ragazzi comincia una caccia all’uomo spietata e fatale con un finale tutto da assaporare.

Le prede e il cacciatore si inseguono e si scontrano nei lunghi corridoi del Multiplex, nelle bianche cabine dei bagni, nelle scale di emergenza e tra le locandine di film in programmazione da cui gli attori di carta li sbirciano impotenti.

Lo spettatore rimane affascinato e coinvolto da una tensione e da un pathos creato ancora alla vecchia maniera, fatto di rumori fuori campo, di lunghe carrellate in avanti e di primi piani indovinatissimi. Multiplex è un thriller d’autore che ricorda e richiama il miglior Dario Argento e la scuola dei cineasti italiani di genere anni Settanta e Ottanta. Una pellicola fatta da chi di cinema se ne intende, intrisa di citazioni filmiche e di rimandi ai grandi maestri del noir e dell’horror, come il film che scelgono di andare a vedere i ragazzi protagonisti, un vero cult come Fatal Frames,il cammeo che si regala il regista Calvagna nella propria pellicola e che rimanda al vezzo del grandissimo Hitchcock e soprattutto le musiche. L’intera colonna sonora originale di Multiplex è stata creata e curata da Claudio Simonetti, guru musicale di Dario Argento e compositore della maggior parte delle colonne sonore dei suoi film, da Suspiria a Profondo rosso, da Phenomena a Opera. Insomma, una vera garanzia. Simonetti sottolinea e sottotitola la pellicola di Stefano Calvagna facendone aumentare il fascino e la trepidazione, l’attesa e la scoperta.

Pertanto, se per questa estate non ne potete più di zombi e di mostri di zinco e metallo, di effetti speciali computerizzati e di commedie tristemente divertenti il cinema italiano rimane ancora una garanzia e Stefano Calvagna una vera scoperta.

 

 

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Alzi la mano chi non ha mai ascoltato, anche per una millesima frazione di secondo, l’inquietante ed ossessivo giro di note che accompagna, come un’ombra, le gesta del pianista Marc Daly e della giornalista Gianna Brezzi, protagonisti di Profondo Rosso, thriller a tinte horror italiano del 1975.

Il lento circolare delle note, che abbracciano lentamente basso, chitarra, sintetizzatore ed organo, riprende la struttura stessa del capolavoro horror di Dario Argento, dove gli indizi si assommano uno dopo l’altro, fino al coup-de- théâtre finale, e si incastra perfettamente con una macabra nenia infantile (School at night), ricordo di un’infanzia cancellata dalle nebbie del tempo.

E come non citare Suspiria (1977), prima pellicola del ciclo delle Tre Madri, la cui title track e soprattutto la summa dei sospiri delle streghe (Sighs) sono pennellate di musica allucinata che ben rendono l’atmosfera gotica espressionista voluta da Argento.

I Goblin sono soprattutto questo, ma non solo: uno dei più grandi gruppi progressive della storia del rock italiano, assurti a fama internazionale grazie alle celeberrime collaborazioni con Dario Argento, sono celebrati con un cofanetto di 6 CD, The Awakening, il risveglio.

L’opera, uscita ad ottobre su etichetta Cherry Red Records (UK), compie un viaggio oscuro nella produzione dei folletti cattivi, spaziando dalle 34 tracce di Profondo Rosso (alcune delle quali arricchite da contaminazioni jazz), a Roller (1976), Suspiria, Il Fantastico viaggio del bagarozzo Mark (1978), Zombie (noto anche come L’Alba dei morti viventi, 1978) e Tenebre (1982).

La prova che i Goblin non siano stati maestri solo nella stesura di partiture “da brividi” sta nelle produzioni meno note al grande pubblico e non concepite come colonna sonora di film: Roller è un disco strumentale, votato al jazz rock, mentre Il fantastico viaggio del bagarozzo Mark è un concept album che narra di viaggi lisergici tramite metafore fiabesche (Le cascate di Viridiana, vero gioiello prog-dark italiano).

L’avvento del punk e della new wave, a metà anni Ottanta, decretò la fine dell’esperienza progressive tricolore di Claudio Simonetti e soci, da molti critici bollati come semplici hit makers, ma in realtà protagonisti e testimoni di una sperimentazione musicale rivoluzionaria che non ha eguali in Italia.

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