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Care amiche, oggi vi segnalo un posto che avevo annotato in agenda da diverso tempo ma non avevo mai avuto occasione di andare a provare: Plato Chic Superfood. Si sa che Milano è la capitale di tutto quello che è trendy in ambito di food, ma questo ristorante diventerà sicuramente un indirizzo nella mia rubrica del cuore.

Pubblicato in Food
Venerdì, 25 Ottobre 2013 20:20

Gentleman's Dub Club - L'intervista

In questi lunghi pomeriggi mi ritrovo sempre più spesso a collassare sul divano senza preoccuparmi particolarmente delle scadenze, dei doveri e degli impegni presi. Verso le tre migro dalla scrivania al divano, una birra in mano e una sigaretta nell'altra. Allungo le gambe e con i piedi su una sedia mi dedico all'ozio, che mi piacerebbe fosse otium letterario, ma a conti fatti mi limito a procrastinare.

L'unico aspetto positivo di quest'attività è il poter ascoltare buona musica da un ottimo impianto con la cassa dei bassi più grande dello schermo del mio computer. E' in uno di questi pomeriggio che ho scoperto i Gentleman's Dub Club. Guardando il cielo grigio fuori dalla finestra cercavo giustificazioni per il mio pessimo comportamento e i GDC si spandevano nell'appartamento col loro sound prettamente inglese e un poco mi è sembrato di essere a Londra, in periferia, o a Edimburgo, in un appartamento per studenti accanto al Royal Mile, vista sul castello e malinconia a catinelle.

 

Oggi però sacrificherò il mio ozio per parlarvi proprio del gruppo che mi ha tanto contagiato nell'ultimo periodo. Non sono reggae, non sono dub, non sono ska, sono tutto questo e molto di più. I Gentleman's Dub Club: un club di gentiluomini dediti a nient'altro che la musica, la loro musica.

 

Sono in nove i protagonisti di questo viaggio, nove ragazzi di Leeds che hanno conquistato il pubblico di mezzo mondo con il loro sound variegato e profondamente radicato nella più pura tradizione Dub inglese.

Il 12 ottobre hanno suonato a Milano, al Leoncavallo, e il 18 è uscito il loro primo album, preceduto solo da 2 Ep. Ne abbiamo approfittato e, grazie agli amici di Low Fi Promotion, organizzatori dell'evento, ci siamo procurati un'intervista che vi proponiamo senza censure! W: Com'è possibile gestire un gruppo di 9 membri? Non è difficile prendere delle decisioni e trovare il sound giusto che vada bene a tutti? GDC: Si, può essere difficile, sebbene condividiamo tutti una passione per la dub e la musica reggae, per questo tiriamo avanti da sette anni. Sappiamo cosa va bene per i GDB e cosa no. In passato abbiamo sperimentato diversi modi per scrivere e registrare la nostra musica, ma alla fine ci limitiamo a suonare qualsiasi cosa funzioni al meglio Live e che faccia uscire di testa il pubblico!

 

W:  Come descrivereste il vostro sound?

GDC: Ci ispiriamo alla dub, alla dubby-dubstep, roots, levers e allo ska. Non vogliamo limitarci a un genere, semplicemente suoniamo la musica che ci favenire voglia di ballare!

 

W: Chi sono gli artisti che vi hanno influenzato di più?

GDC: Tutti, da King Tubby a Mala, dai Iration Steppas a J DIlla, dai Madness ai Beach Boys, dai Channel One  a Capleton. E tutto quello che ci sta in mezzo. SIamo in 9 e abbiamo background musicali molto diversi, le nostre influenze sono tantissime.

 

W: Quali sono i punti forti della vostra carriera? GDC: Abbiamo rilasciato 2 EP negli ultimi anni, ma ad ottobre abbiamo rilasciato "FourtyFour", il nostro album di debutto e siamo molto eccitati per questo. Sono sette anni che lo prepariamo e adesso abbiamo aspettato fin troppo...! Questo è un importante passo per la band. Siamo stati abbastanza fortunati da poter suonare in alcuni locali e festival impressionanti negli anni. I più famosi sono l'Outlook Festival in Croazia (n.d.r. Il più grande festival di Bass music d'Europa), il Glastonbury Festival e il Bestival.

 

W: Cosa c'è dietro al nuovo album? GDC: In passato non abbiamo rilasciato molto materiale e la ragione è che volevamo intrappolare l'energia di un Live anche nelle produzioni. Tuttavia la soluzione è arrivata dal nostro bassista Toby Davi, che ha prodotto le registrazioni ed è responsabile della gestione di ricreare l'energia dei live nel disco. Questo è stato un grosso passo avanti per noi nella produzione dell'album, ma volevamo anche mostrare gli altri lati della band, infatti in "44" abbiamo inserito dub, ska, lovers e digi-dub.

 

W: Ho sentito la preview dell'album su ITunes e sembra avere molte più influenze electro delle altre produzioni, ho sentito bene? GDC:Certo. Negli ultimi anni la band è stato più che influenzata dall'EDM di tutti i tipi e abbiamo assorbito le influenze riportandole nei nostri show live e nelle produzioni. E' qualcosa che penso esploreremo ancora di più in futuro.

 

W: Perchè si chiama "44"?

GDC:Ottima domanda! Abbiamo cominciato a suonare a Leeds e ci riunivamo nel seminterrato di Niall e Toby, che è al 44 di Otley Road... Abbiamo voluto lasciare una traccia di come abbiamo cominciato e delle idee originali dietro il progetto, così "44" sembrò un ottimo titolo.

 

W: Qual'è la storia della canzone e del video dietro il singolo dell'album, Riot? GDC: ovviamente, la canzone Riot stata influenzata da quello che è successo a Londra 2 anni fa. Tutti nella band vivono a Londra e sono stati coinvolti in quello che è successo. La traccia (e il video) non sono una dichiarazione politica, ma solo una riflessione su quello che è successo.

 

W: Quanto è influenzata la vostra musica dalla politica e dalla lotta sociale?

GDC: Non scriviamo niente di apertamente politico, tantomeno le nostre lyrics. Sentiamo che il fatto stesso di suonare musica sia abbastanza un atto politico e una protesta.

 

W: Se foste le ultime persone sulla terra, cosa fareste? GDC: Ci faremmo una birra e una Jam! E proveremmo a trovare qualche ragazza...

 

Buon ozio con i Gentleman's Dub Club!

 

 

Pubblicato in Musica
Martedì, 28 Maggio 2013 11:55

Yoga in tribunale. Obiezione vostro onore!

Ebbene sì: anche lo Yoga è stato portato in tribunale. Dove? Nella contea di Encinitas a pochi chilometri da San Diego.

 

In breve: tutto è cominciato l'anno scorso, quando la KpJois Foundation ha fatto una donazione generosa - cinquecentomila dollari - alle nove scuole della contea, per finanziare un programma di «salute e benessere» per gli studenti, attraverso l'insegnamento delle tecniche yoga. Nello specifico Yoga Ashtanga che un’“esperta di studi religiosi” ha affermato, in un video della Fox, essere strettamente connesso alla religione Induista.

 

Trattasi di cospirazione/incomprensione?

No, semplicemente di ignoranza. Ignoranza che uso come termine per indicare coloro che non sanno, che sono all’oscuro di un determinato argomento.

L’America è il paese delle grandi opportunità e dei grandi fraintendimenti che sono figli di rielaborazioni oscene di discipline Orientali e nobili come il Buddhismo, lo Yoga, la Meditazione, ecc.

Sembrerebbe che queste discipline siano state trattate alla pari di un pomodoro o di un ortaggio: diventano prodotti di massa insegnati e divulgati da gente sbagliata che “compra” on-line un DVD su come insegnare o sulle Asana esattamente come i corsi di fitness di Jane Fonda. Poco a poco, paradossalmente, si inizia ad insinuare persino l’idea che lo Yoga sia una religione, una sorta di messaggio pubblicitario con contenuti subliminali. E la cosa più strana (e scandalosa in realtà) è che ci siano anche degli “studiosi” che affermano che lo Yoga sia interconnesso con la religione Indiana.

 

Ovviamente nessuno può nascondere che lo Yoga si sia sviluppato in India in cui la religione vigente era l’Induismo. Ma non si può affermare che chi lo pratica diventi Induista! E’ come dire che se si mangia la pizza, emblema della cucina di Napoli, si inizia a parlare napoletano.

Scomodando nuovamente l’etimologia della parola Yoga, unione, facilmente si può intendere che non si traduce come un “evviva Shiva!” ma come un verbo che esprime nella sua estrema semplicità concetti come un legame e un saldo contatto tra l’uomo e la sua parte divina che può essere Dio, Gesù, se stesso o le parti più buone che ci sono in lui.

 

Un altro punto di vista sulla questione avvenuta nella contea di Encinitas in America: e se invece lo Yoga fosse stato insegnato in modo errato? Purtroppo capita spesso di imbattersi in insegnanti che fanno pensare allo Yoga come qualcosa di strano o a una pratica legata all’Induismo. Far ripetere come un pappagallo “Ohm” o qualsiasi altra parola presa dai mondi Orientali non serve a molto nonché fa alimentare la sensazione di disagio delle persone verso questa disciplina.

 

Come vi sentireste o cosa capireste se vi mettessi un mala nella mano (un rosario buddhista) e vi dicessi: “Bene, ora ripeti 10 volte questo mantra in sanscrito?”.

L’Ohm o i mantra (come le preghiere Cristiane) sono potenti mezzi che canalizzano le energie mentali e della concentrazione ma, ovviamente, come tutte le cose, bisogna comprenderne a fondo significato e utilizzo.

Mi  domando: perché allora non si dice Amen in una Sadhana? Perché fa più figo utilizzare l’Ohm?

“Ohm mani padmehum”,  “Ave Maria Piena di Grazia…” o “Tiro fuori la parte migliore della mia interiorità”. Lasciamo che l’individuo scelga cosa ripetere nella sua testa mentre pratica.

Lasciamo ai bambini la libertà di scegliere e studiare come coltivare da grandi la propria mente.

 

Namasté, Vittorio Pascale

allievo praticante di Yoga Integrale presso il Centro Parsifal Yoga, Milano

studioso di Buddhismo tibetano

fondatore della pagina Fb: Yogamando

domande o dubbi? @: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Per approfondimenti sull’articolo citato de ilGiornale.it: http://www.ilgiornale.it/news/interni/religione-vera-o-ginnastica-anche-yoga-va-tribunale-921053.html

Pubblicato in in[sano]
Martedì, 26 Marzo 2013 14:21

Devendra Banhart è "Mala"

C’è che dopo un lavaggio a 90 gradi con tanto di extra ammorbidente Hipster, esce dalla lavatrice un Devendra nuovo di pacca, ripulito da capo a piedi, con fidanzata a seguito (la fotografa e modella serba Ana Kras, una sommatoria bulimica di bellezza) e mood da "due cuori e una capanna" (n.d.r. la capanna l'ha comprata a New York, l'epoca dello squattrinato si è decisamente conclusa).

 

Personalmente lo preferivo nella versione "barbuto spiantato e arruffato", ma me ne farò una ragione.

 

Ok, Devendra si sarà anche tagliato barba e capelli perdendo quel suo fascino deliziosamente rozzo da sciamano dei poveri, ma in compenso ha riacquistato quel piglio geniale e beffardo che aveva contraddistinto i suoi primi lavori ("What Will We Be", il suo ultimo album, aveva scaldato pochi animi).

 

Ma veniamo all'ottavo capitolo della sua lunga (e giovane) carriera discografica. Siamo di fronte ad un home-made album a tutti gli effetti: registrato in casa (quella vecchia, la capanna vera, a Los Angeles) con l'aiuto dell'amico chitarrista Noah Georgeson, un bel set di strumenti presi in prestito e un vecchio registratore Tascam trovato in un monte di pietà.

Devendra quest’album lo fa tutto da sé, compresa la cover art, e lo chiama "Mala" - vezzeggiativo amoroso ereditato dalla fidanzata.

 

"Una sera ero al telefono con Ana e ad un certo punto mi ha detto 'oh mala' in modo molto dolce. In spagnolo 'mala' significa 'cattiva', mentre in serbo significa 'tenero'. Ho fatto un po' di ricerche e ho trovato diverse traduzioni… Mi è piaciuta subito la trasversalità di questa parola, si adatta molto bene a ciò che è questo mio nuovo lavoro".

 

Il risultato di tutto questo fai-da-te è un album che segue le orme prewar-folk psichedeliche dei precedenti, ma con una raffinatezza che lo avvicina più ad un minimal meditativo condito da leggere punte elettroniche.

Passiamo dai suoni ipnotici e delicati di "Golden Girls" e di "Daniel", alle sperimentazioni, quelle ironiche in stile dance anni '80 di "Your Fine Petting Duck" (dove duetta con la fidanzata Ana) e quelle ventilate di "Für Hildegard Von Bingen" dove, sotto effetto evidente di droghe sintetiche, Deventra trasforma Von Bingen (religiosa, naturalista e musicista tedesca del 12° secolo) in una VJ di MTV.

 

 

Scopriamo sfumature soul in “Won’t You Come Over” e ambientazioni cupe in “A Gain” e “Taurobolium”. E ritroviamo il buon vecchio Devendra amante del folk negli arpeggi acustici di "The Ballad of Keenan Milton" e nel canto iberico di "Mi negrita".

 

Il “nuovo” Devendra Banhart ci viene a trovare quest'estate.

4 mesi per farsi crescere capelli e barba. Speriamo.

 

• 25 Luglio al Summer Festival (Lucca)

• 26 Luglio al Rock in Roma (Roma)

• 27 Luglio al CarroPonte (Milano)

 

Pubblicato in Musica

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