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Domenica, 22 Dicembre 2013 11:00

Torna Soderbergh…ma non convince

Dietro i candelabri è un film difficile da comprendere anche se facile da guardare perché la trama è semplice ma l’intento del regista di raccontare lo show bussiness attraverso la vita privata e pubblica di una icona dello spettacolo americano degli anni Settanta non si realizza appieno e non porta lo spettatore dove la sceneggiatura vorrebbe arrivare.

Il protagonista Liberace è probabilmente il pianista e intrattenitore più importante e celebre della sua epoca, fa ascolti altissimi, il pubblico l’adora e guadagna molti soldi, solo che le regole ferree del mondo dello spettacolo degli anni Settanta l’impongono di non rivelare la propria omosessualità e di continuare una messinscena perenne fuori e dentro il palcoscenico.

Strana cosa davvero, perché a prescindere dalla pellicola di Soderbergh, a chiunque capiti di osservare qualche filmato dell’epoca su Liberace, ovvero sul vero artista americano Valentino Liberace, non può sfuggire il fatto che lui ce la mette propria tutta, dagli abiti, ai candelabri vistosi, alla scenografia e alle performance dei suoi lavori a far capire alla gente e al suo pubblico come stanno sul serio le cose.

E allora quale rimane lo scopo della pellicola di Soderbergh?

Raccontare l’ipocrisia e le piccolezze di un mondo fatto di lustrini e spettacoli dal vivo dove anche l’evidenza sembra essere soggetta e ancella di uno scopo ultimo più importante e fondamentale, quello di fare soldi e di avere successo.

Nel mezzo, certo, c’è anche la relazione più importante del protagonista non più giovanissimo con un bel ragazzo che gli ruba il cuore e l’anima.

Però questo è secondario. E quindi lo spettatore non ha né il tempo né la possibilità di parteggiare per questa relazione o per il sentimento tra i due perché l’attenzione è perennemente richiamata su dialoghi, azioni e scenografia che nulla hanno a che vedere con Liberace e il suo giovane amante Scott Thorson.

Nel pieno dei suoi voli cinematografici Soderbergh opta anche per un cast del tutto incredibile, affidando il ruolo di protagonisti a Michael Douglas e Matt Damon.

Che per carità, sono bravissimi ma talmente poco credibili da costringere il regista a imbalsamarli in una recitazione serratissima e nervosa.

Scelta da autore sicuramente. Prova da cineasta consumato. Sì e ancora sì.

Il pubblico però si annoia perché non trova il pathos della tormentata storia d’amore sulla quale non si può fare outing e fa fatica a comprendere lo scopo reale della pellicola, che rimane la denuncia dello show business ma talmente mischiata e amalgamata con tutto il resto da risultare oscura.

Unica vera nota positiva l’effetto glamour. Quello vero, degli anni Settanta, dove il bianco, l’argento, le luci e l’eccesso erano inspiegabilmente di buon gusto.

Tempi passati. Guardiamoli con affetto…non possiamo fare altro.

 

 

 

Pubblicato in Cultura
Venerdì, 10 Maggio 2013 17:15

Nerospinto saluta "l'artista del colore"

Data la recentissima dipartita di Ottavio Missoni e la conseguente saturazione di notizie da parte dei giornali, noi di Nerospinto abbiamo deciso di parlare di uno degli ultimi, grandi couturier italiani, uno di quelli del gruppo di Valentino, di Armani, di Versace. Uno dei creatori del “Made in Italy”.

 

Qui non si parlerà di come si è spento serenamente nella sua casa nel Varesotto attorniato da moglie e figli, bensì della sua vita, di quello che era, di quello che non era e del perché oggi noi siamo qui a parlare di lui.

 

"La lettura è stata basilare nella mia vita. Penso sia come l'amicizia: costa poco e ti dà tantissimo. Con una spesa di pochi euro puoi permetterti il lusso di passare una serata con il signor Voltaire”.

 

Una questione che vorrei subito sfatare e che non viene detta, ma che percepisco spesso nell’aria, è quella che il marchio Missoni venga visto come una casa di moda “agè” da mamma, da zia, insomma non una marchio all’avanguardia, non un marchio innovativo, non un marchio realmente interessante.

Innanzitutto, tutto questo trend di stampe, di maglioni a fantasie grafiche, di ghirigori, di ninnoli e balocchi, non viene da un qualche esotico marchio straniero, i rombi, non sono una variante cheap delle fantasie tartan scozzesi, né sono stati ispirati da qualche arido professore di filosofia Inglese. Tutto questo mondo viene dalla casa Missoni, da Ottavio Missoni.

 

Il tutto ebbe inizio grazie anche al fiuto di Anna Piaggi, allora editor in chif di “Arianna” che vedendo uno dei loro maglioni alla Rinascente se ne innamorò e lo pubblico sulla sua rivista nel ’67: pare fosse un maglione di lana intrecciata ad altri materiali con una fantasia a zig-zag e intarsi, un autentico arazzo divenuto capo di vestiario.

 

Inoltre all’interno della casa Missoni non sono mancati gli scandali, che tuttavia, spesso hanno avuto il merito di accrescere ulteriormente la fama della griffe, portandola a Parigi, l’allora capitale indiscussa della moda e perfino oltreo-oceano, facendo valere a Ottavio Missoni un intero articolo all’interno del Woman’s Wear Deily in cui uno dei suoi abiti venne definito “uno dei vestiti più peccaminosi dell’Art Decò”.

Lo scandalo più famoso e forse il più divertente fu quello che scoppiò alla loro prima sfilata a Palazzo Pitti dove, pare, a Rosita Jelmini, moglie di Ottavio, non piacque il colore dei reggiseni delle modelle, tanto da decidere di mandarle in passerella senza. Peccato che nella sfilata non erano presenti solo pesanti maglioni di lana ma anche bluse e camicie in tessuti più leggeri che, abbagliati dai riflettori, divennero trasparenti.

 

Vorremmo che passasse il messaggio che Ottavio Missoni e il suo marchio erano anche duro lavoro, un lavoro partito dal suo primo laboratorio-cantina nelle campagne di Varese, un lavoro fatto di ricerca costante di nuovi spunti creativi ed emozionali con un immaginario che spaziava dal Folclore all’Africa, alla sua storia personale, intrisa del nostro paese e dell’amore per sua moglie.

 

In conclusione, un genio innovativo, un lavoratore e ricercatore instancabile, un creativo.

 

Rest in Peace.

 

Pubblicato in Lifestyle
Venerdì, 29 Marzo 2013 18:30

Moda: il lusso nel dettaglio

Parlare di lusso al giorno d’oggi significa farlo con la piena consapevolezza di ciò che tal concetto ha rappresentato nel passato, evitando anche di inciampare in ricorrenti luoghi comuni. Magnificenza, sofisticatezza, ricercatezza  potrebbero essere considerati nel contempo sinonimi e caratteristiche del lusso.

E’ tuttavia necessario sottolineare che,  se ci si riferisce al lusso inteso come ricchezza e nello specifico ad oggetti costosi, in quel caso si tratterebbe di una ormai superata concezione dello stesso. Non è infatti detto che un oggetto particolarmente caro sia logicamente lussuoso, né tantomeno elegante. Anzi, un’eccessiva esibizione di oggetti del lusso sfocia in volgarità o in cattivo gusto.

Oggi si tende a definire il lusso come un ‘qualcosa’ a cui la nostra mente è rivolta o, più semplicemente, da cui è attratta in quanto manifestazione di una perfezione attraverso cui i nostri sensi si sentono appagati.

Decade il vecchio concetto di status symbol per essere sostituito da quello di style symbol: si vuole entrare in possesso di un oggetto del lusso non per testimoniare l’appartenenza ad una èlite, ma per sentirsi ‘esclusivi’.

Quello del lusso e quello del design sono due mondi che viaggiano di pari passo, incontrandosi e scontrandosi, portando alla luce nuove realtà estetiche che trascendono il necessario. Ci si ritrova improvvisamente colti da un desiderio: quello di cedere alle lusinghe che alcuni oggetti esercitano su di noi. Automobili dal design d’avanguardia, collier in oro impreziositi dai diamanti più ricercati, yacht arredati come alberghi a cinque stelle e, perché no, abiti. Già, anche - o meglio soprattutto -  la Couture è legata al mondo del lusso. Nell’ambito specifico della Moda, il lusso deve essere oggi interpretato come l’occasione per cimentarsi nella sperimentazione finalizzata alla ricerca di nuove soluzioni che non risultino scontate o già viste - rischio che si è riproposto spesso e volentieri negli ultimi anni anche a causa della nascita di aziende di ‘fast fashion’. Proprio per contrastare questo mercato  che inevitabilmente induce ad una forma di globalizzazione/omologazione, nell’ultimo decennio si è pensato di poter trovar rifugio nell’artigianalità. Parlare di artigianalità implica parlare del lusso, un po’ come un’equazione matematica: un abito, un accessorio, una scarpa pensati e realizzati a mano e su misura diventano oggetti di lusso.

A cadenza stagionale, puntualissima come da calendario,  la Moda si fa spazio nei principali centri: New York, Londra, Milano, Parigi. Ogni collezione presentata sulle passerelle esprime il tentativo di voler reinterpretare l’identità della maison e, contemporaneamente, offrire al pubblico il frutto di nuovi studi relativo alle forme, ai volumi, dettagli, lavorazioni, stampe e ricami. La necessità di intraprendere nuove strade tesa ad una continua evoluzione è propria del prêt-à-porter di un certo tipo, ossia quello che si identifica come ‘alto’ in quanto a creatività e qualità, ed anche dell’Haute Couture.

Sulle passerelle sfilano abiti che, per la qualità e la meticolosità della manifattura, comunicano un’idea di lusso e di sofisticatezza.

Ne sono sicuramente un esempio i capi delle ultime collezioni firmate da Riccardo Tisci, direttore creativo del marchio francese Givenchy. Lo stilista italiano concretizza l’incontro fra la sua immaginazione ispirata dall’ osservazione del mondo e lo studio delle culture e delle sub-culture contemporanee da cui si lascia contaminare. Non mancano mai riferimenti letterari, musicali, cinematografici e artistici. Gli abiti non sono semplici ‘ritagli di stoffa cuciti’, ma uno strumento attraverso cui raccontare delle storie, delle emozioni, delle visioni.

Abiti che impressionano per la precisione dei ricami tridimensionali che li caratterizzano, per le lavorazioni ottenute attraverso gli intrecci con la pelle o il visone rasato, per i giochi di frange in nappa, per la preziosità dei tessuti di cui son fatti, per le ricercate ed equilibrate geometrie costruttive finalizzate alla definizione di silhouette contemporanee. Ed è proprio nella minuziosità di questi dettagli che si nasconde il lusso.

Lo stesso discorso potrebbe essere fatto se ci si riferisce al duo composto dagli stilisti Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli, a capo della storica maison Valentino. Attraverso le loro collezioni di prêt-à-porter e di Alta moda si percepisce come il concetto di lusso inteso come classe e discrezione nella ricchezza sia stata la svolta attraverso cui poter re-interpretare il marchio romano. Nel loro caso specifico si potrebbe parlare di lusso dell’artigianalità: nell’ ultima collezione estiva di Haute Couture emerge ancora una volta la straordinaria creatività del duo se non l’eccezionale bravura delle mani delle première che hanno saputo parafrasare attraverso costruzioni, cuciture e sperimentazioni di ricami la storia immaginifica che era alla base dell’ispirazione. Ne sono un chiaro esempio i capi impreziositi dal disegno di una cancellata reso attraverso un piping  cucito con la tecnica del sottopunto o da fiori croché in 3D e paillettes di ceramica che si confondono fra le iridescenze madreperlacee dei tessuti, rimandando così a quell’idea di giardino, quasi onirico, da cui ha avuto vita il racconto.

La Moda è capace di regalare forti emozioni come in un climax ascendente sia a chi sa interpretarla o sia a chi, semplicemente, si limita ad osservarla. Un po’ come quando ci si ritrova dinanzi a “La zattera della medusa” di Géricault o si assiste ad un film di Lars von Trier: non si finisce mai con lo stupirsi. E di fronte a tutto ciò, forse, diventerebbe superfluo chiedersi perché la Moda sia un lusso.

 

Luigi Gentile

Pubblicato in Lifestyle

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