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Martedì, 07 Maggio 2013 17:06

Fedele alla Linea: Il Documentario.

Il documentario 'Fedele alla Linea', dedicato a Giovanni Lindo Ferretti, è stato presentato a fine Aprile al Bergamo Film Meeting e sarà nelle sale dal 10 di Maggio. Il film ripercorre la carriera di Ferretti, partendo dai grandissimi CCCP e dai successivi CSI fino ad arrivare ai sui lavori solisti, compreso il suo ultimo 'Saga, Canto dei Canti' che parla del rapporto tra uomo e cavallo.

 

Il regista Germano Maccioni si ispira per il titolo allo slogan del gruppo punk CCCP (uno dei gruppi fondamentali in Italia del genere), per raccontare un uomo carismatico che ha preso, lungo un cammino che iniziò nel 1982 con Massimo Zamboni, decisioni davvero stravaganti e in contraddizione tra loro. Esiste una linea di collegamento tra Carpi e Berlino per Lindo, iniziando con Lotta Continua e cantando con Amanda Lear, per poi comunicare a tutti , facendosi vedere anche al meeting di Comunione e Liberazione, che si riconosce negli insegnamenti di Papa Benedetto XVI e del presbitero don Giuseppe Dossetti.

 

Maccioni, classe 1978 e bolognese di nascita, introduce così questo suo lavoro: “Ritrarre un poeta contemporaneo tra i più carismatici e sfuggenti degli ultimi decenni[...]la complessità di un personaggio che ancora oggi riesce a scatenare sentimenti e opinioni contrastanti. Fedele alla lineaè un film in forma di dialogo, forte di un’alchimia che permette di intravedere quegli spazi, fisici e non, abitualmente celati e scorgere prospettive inusuali sulla persona.[...]Infine la Musica - dove è racchiusa l’essenza della sua opera - si impone e va oltre il concetto di colonna sonora dando forma ai pensieri e alle parole di Ferretti.

 

Guardatevi, qui, il Trailer e date un’occhiata alle date e i luoghi per sapere dove andarlo a vedere:

http://www.fedeleallalinea.it/wordpress/film/proiezioni

 

 

Andrea Facchinetti

 

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Giovedì, 09 Maggio 2013 19:30

I Bambini Crescono - Il Fieno

*Attenzione, questo articolo non contiene canzoni con ukulele e diapason*

 

Il cantautorato italiano sembra esser tornato di moda, tra gruppetti indie-rock e sottogeneri strani. La tendenza negli ultimi anni è essere più lamentosi possibili e scrivere testi che letti con calma non significano niente.

 

"Fammi i tuoi discorsi metafisici sui fori dei piercing che si richiudono"

 

"i buchi neri della tua anima dove ingoi, dove ingoi, dove ingoi delle chiese dove ci siam sposati abbiam donato gli organi genitali"

 

Ma è un poco come parlare delle nuove parole che ogni anno l'accademia della crusca aggiunge al vocabolario, nessuno vorrebbe mai leggere sado-monetarismo, eppure è lo specchio del nostro tempo e dal punto di vista filologico ha una sua valenza molto importante. Ed è un piacere del tutto scientifico ascoltare i gruppi della nuova primavera del cantautorato italiano, non saranno De Andrè, ma ce la mettono tutta e soprattutto si distaccano nettamente da artisti commerciali come... Povia? va ancora quel fesso di Povia? Forse adesso è più ascoltato Mengoni....

Per nostra fortuna, tra il delirio di gruppi più o meno famosi, ogni tanto esce qualcosa di valido. I ragazzi che vi presento oggi sono una di queste eccezioni: Il Fieno.

 

La prima volta li sentii in acustica in un piccolo locale di Milano, niente di troppo entusiasmante, tra distrazioni alcoliche e impegni istituzionali la musica era un piacevole sottofondo e niente più. La vera svolta è stato ascoltare il loro EP (Il Fieno - EP - 2012) a casa, con calma.

Il sound è pulito e ritmato, un misto tra rock, power pop e new wave, perfettamente in sintonia con i testi cinici, appartenenti a un immaginario malinconico. Storie di vita e non vita, nascoste ai più da testi a volte criptici, ma con flash che rivelano una ponderata consapevolezza dei temi trattati. Facilissimo rimanere intrappolati nelle melodie, finendo a fischiettarle senza pensarci sotto la doccia o in macchina.

Il loro primo lavoro è andato bene, ha riscosso un grande successo di pubblico e critica, pubblicato su XL di Repubblica, promosso da Mtv new generation e Rolling Stone, ma si sa il secondo album è sempre più difficile nella carriera di un artista. Gabriele Bosetti (voce), Edoardo Frasso (chitarra), Alessandro V. (basso, Momo Riva (batteria), iniziano a lavorare intensamente e il risultato è I Bambini Crescono - EP, uscito qualche mese fa. Una sorta di concept album che ruota intorno all'adolescenza e tutti i drammi che comporta, ma da una prospettiva diversa dal solito. Se prima eravamo abituati ad ascoltare le lagne di  giovani musicisti senza peli sul petto, con questo disco passiamo a un punto di vista più maturo, che guarda indietro con malinconia e ironia, forse con invidia di quei piccoli drammi che nulla hanno a che fare con quelli dei "grandi", ma con la consapevolezza che tornare indietro non si può.

 

Come il precedente mantiene uno stile abbastanza classico, melodico, ma sempre con quella marcia in più nettamente rock. L'ascolto è abbastanza facile, piacevole, da viaggio in macchina o in treno con le cuffie, ma consiglio caldamente di far attenzione alle parole che forse si perdono nel ritmo, per non perdersi perle come:

 

"Bella come la rivoluzione in cui non credi più"

 

"la mia generazione è all'avanguardia e posta l'occupazione su youtube"

 

L'EP ci regala anche la collaborazione con Luca Urbani ne "Amos (togli il male come l'Oki)" e soprattutto la bellissima cover della canzone di Enzo Jannacci "Vincenzina e la fabrica".

 

Se siete così tirchi da non voler comprare il disco, allora non ve lo meritate!

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Il 18 aprile gli EELS si esibiranno all'Alcatraz di Milano.

 

Gli EELS sono schizofrenia pura. Mark Oliver Everett (Mr E)  ci ha messo sette anni per sfornare un concept album nel 2007, salvo poi pubblicarne uno in dieci giorni "per sfogarsi". Così tra montagne russe creative, quartetti d'archi e concerti nei conservatori, Mr E torna nei club con la sua “formazione rock” per presentarci la sua ultima fatica “Wonderful Glorious”, 26 tracce (26!), un acquerello della schizofrena di Mr E, tra ballate e tirate mid rock che fanno ben sperare sullo stato di salute del rock alternativo.

 

Così, dopo aver realizzato, da solo, tra il 2009 e il 2010, una vera e propria trilogia di dischi (“Hombre Lobo”, “End Times” e “Tomorrow Morning”), la traiettoria eelsiana sposta il baricentro dall'introspezione all'attitudine rock, un po’ come era accaduto un decennio fa con “Shootenanny!”. Cambia anche l'ambiente: non più lo scantinato solitario, ma uno studio di registrazione con i suoi fidati musicisti che l'accompagnano in tour. Il risultato è un contenitore di rock-blues dal sapore '70, spesso episodi costruiti intorno a poco più di un riff. Ma non solo, ci sono le ballate così intimiste e cariche, come “I Am Bulding A Shrine” dove MR E si pronuncia nell'elegia delle piccole cose, quelle da portare con se, giù nella fredda terra”. Come un barlume di eternità nella nostra gloriosa e meravigliosa vita.

 

http://www.youtube.com/watch?v=_vS_By_ZZ0g

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Ha compiuto 40 anni (pubblicato in UK il 24 marzo 1973) e continua ad essere il disco più popolare della storia della musica: 1.600 settimane nelle classifiche mondiali e 89 milioni di copie vendute. 30 anni di permanenza nelle classifiche degli album in UK. Un americano su 12 lo ha comprato nell’ultimo ventennio. I numeri impressionanti contribuiscono ad alimentare la leggenda. Ma ci sono degli elementi oggettivi che rendono questo disco “Il disco” dei Floyd. Le canzoni: "le migliori che avessimo mai scritto" disse una volta il compianto tastierista Richard Wright, "canzoni che parlano dello stress e dell'alienazione della vita moderna, cose in cui si possono rispecchiare milioni di persone, e sentirle proprie". Poi il suono: non una semplice raccolta di canzoni, ma un flusso ininterrotto, che all'epoca fu una novità assoluta, grazie anche al tecnico Alan Parsons che con il nuovo sedici piste appena allestito negli studi di Abbey Road fece autentici miracoli. Senza poi parlare degli arrangiamenti perfetti e assolo passati alla storia (quello vocale di Claire Torry in The Great Gig In The Sky, quelli chitarristici di Gilmour in Money e Time). E poi i misteri mai svelati: negli ultimi 30 secondi dell’album un’orchestra suona in sottofondo Ticket to ride dei Beatles. Perchè? I Floyd non hanno mai voluto spiegarlo. D'altronde Dark Side, più che un album, è una scatola magica, un universo di suoni, voci, suggestioni, citazioni da film, allusioni colte, viaggi lisergici e un concept di fondo: ognuno di noi ha un suo lato oscuro. E il tuo riesci a vederlo?

 

Ecco il lato oscuro di alcune canzone di Dark Side of the moon:

 

Speak to Me

La canzone (come l'album) è disseminata di parlati misteriosi. Sono le voci dello staff dei Pink Floyd, chiamato a registrare in sala d’incisione le risposte ad alcuni quesiti che Roger Waters aveva consegnato a tutti tipo: “Qual è l'ultima volta che sei stato violento?”. Lo stesso Paul McCartney fu "vittima" dell'interrogatorio-esperimento, ma le sue risposte furono considerate troppo scherzose.

 

Brain damage

Il riferimento diretto è all'ex leader e cantante dei Floyd Syd Barrett, che uscì dal gruppo per la pazzia provocata dall’uso smodato di Lsd.

 

Any colour you like

Il brano cita Henry Ford che, nel 1908, presentando al pubblico l’auto Model T, disse ironicamente: «Potete averla di qualunque colore vi piaccia, purché sia nera».

 

Time

Inizia con il suono di decine di sveglie registrato in un negozio londinese di orologi e pendole antiche. Nel brano i temi della morte e del tempo vengono trattati avendo come riferimento il filosofo tedesco Martin Heidegger (1889-1976).

 

The Great Gig In The Sky

Con l'assolo vocale di  Claire Torry entrato nella storia del rock. I suoi vocalizzi superbi portarono la canzone strumentale oltre la semplice performance. A parte qualche indicazione da parte dei musicisti, Clare improvvisò la melodia e nel giro di due ore terminò il suo lavoro totalmente ignara di quello che sarebbe diventato poi quel pezzo. La ragazza fu pagata 30 sterline per tre ore di lavoro.

 

 

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Giovedì, 25 Aprile 2013 17:00

The Playmore, il pump rock sbarca in Italia

Uscito da nemmeno 48 ore “Things”, il primo singolo dei Playmore, ha già un migliaio di visualizzazioni su youtube, ormai indice di gradimento di gran lunga più legittimato della deposta regina MTV. Il videoclip, spiritoso e visionario, ha come protagonista una scimmia-celebrità formato maxi che divide la sua giornata tra valigette piene di banconote (e banane!), cene in ristoranti di lusso, bische clandestine, festini e  sesso in ascensore. Le immagini come il testo, dipingono un ritratto sarcastico di una società improntata ai consumi, alla mera trasgressione senza scopo, alla dipendenza dalle dipendenze e dall’esaltazione dagli eccessi. “Our weight in gold, despite our diamonds glow" Bisogna dirlo però, gli anni ‘90-‘00 ormai ce li siamo lasciati alle spalle, e un videoclip ben riuscito non basta più a soddisfare la fame di novità del pubblico più curioso e i The Playmore sono in qualche modo una ventata di novità per il nostro paese. Pochissime sono infatti le band italiane che producano in casa questo genere, il pump rock, così apprezzato soprattutto dalle UK Charts degli ultimi anni.

 

Definire un genere è sempre un lavoro meschino e complesso, ma tant’è, qualcuno ci prova sempre.  Tosti groove di basso,  giù pesanti con cassa e rullante, chitarre melodiche ed una voce morbida e calda che spazia da grida potenti a lievi toni cantautorali. Il tutto coronato da qualche accenno di synth a fare da ponte tra un sound rock e la più recente musica  dance.

 

Il progetto The Playmore vede la luce ufficialmente nel 2012, sotto il sole di Napoli, partorito dalle menti di Bro Joe, Marfz, Gian e Pie, (rispettivamente batterista, bassista, chitarrista e voce del gruppo,); all’apparenza un po’ i Resevoir Dogs de noialtri. Il loro primo album, Pump Rock, non ha nulla da invidiare al sound e all’energia dei loro colleghi d’oltre confine, dai Two Doors Cinema Club ai Vaccines, e di tutto quel panorama musicale che si propone di far ballare il pubblico mescolando due mondi all’apparenza così diversi come il rock e la dance, ma collimati in un genere così decisamente riuscito. La loro ambizione? Portare la democrazia nella musica, far riflettere con ironia, far ballare, saltare e divertire nel rispetto della libertà e dell’individualità di ciascuno.

 

In attesa di scoprire l'intero album di debutto,

 

Things sarà presentato da martedì 23 aprile attraverso un ricco tour di interviste:

• Martedì 23 aprile, ore 15.00 – The Playmore @ Rai di Napoli con Gino Aveta nel programma "Generazioni a confronto" • Giovedì 25 aprile, ore 00.05 - webmob per l'uscita del video di "Things" • Sabato 27 aprile, ore 13.00 - flashmob c/o Napoli Comicon • Domenica 28 aprile, ore 19.00 – The Playmore Live @ DiscoDays: Fiera del Disco e della Musica

 

 

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Il giovane trio vicentino lo scorso febbraio è arrivato finalmente nei negozi di dischi con il loro album d'esordio: “1991” e noi di Nerospinto ci siamo lasciati incuriosire dai Bad Black Sheep.

Il nome per chi mastica un po' la scena emergente italiana non suona del tutto estraneo, abbiamo infatti già sentito parlare di loro in seguito alla partecipazione dello scorso anno a Casa Sanremo, ma il vero successo arriva solo adesso e le aspettative nei confronti della nuova rock band vicentina sono molte.

Il gruppo originario di Vicenza inizia a suonare insieme dal 2006, già fermamente convinti di voler intraprendere il cammino del cantautorato, i tre ragazzi iniziano da subito a comporre testi e musica propria che porteranno in giro per l'Italia in molti concerti live e contest per band emergenti.

Dal 2006 al 2012 sono protagonisti di diversi concorsi nazionali nei quali ricevono numerosi riconoscimenti(Emergenza Festival, Rock Targato Italia, Different Music For Different People, Musica nel sangue, Jesolo Music Festival, Sotterranea Rock, Riverock, ecc.).

“1991” è il nome sia del primo singolo estratto e mandato in radio lo scorso maggio che del primo album edito per Valery records.

Il titolo si presenta come un chiaro omaggio all'anno di nascita dei tre componenti della band (Filippo Altafini voce solista e chitarra, Teodorico Carfagnini basso e seconde voci, Emanuele Haerens batteria) e sottolinea la volontà di raccontare l'universo che li ha formati e continua a stimolare nuove riflessioni.

L'album, che presenta una scaletta di 12 pezzi completamente scritti e pensati dai componenti del gruppo, fa emergere fin dalle prime canzoni lo stile rock e le influenze tipiche della musica americana degli anni '90.

I testi, maturi e carichi di grinta, parlano delle difficoltà della vita, della solitudine che spesso ci circonda e sopratutto della sfiducia nel futuro della generazione nata al tempo della prima guerra in Iraq.

L'amore per la grande musica italiana dalla quale traggono ispirazione viene sottolineato non solo dal titolo del secondo brano estratto: “Radio Varsavia”, evidente riferimento alla nota canzone di Battiato del 1982, ma anche dalla cover di un'altra famosa ballata del celebre cantautore siciliano “Cuccurucucù”.

Insomma un album dove si intravede la nostalgia, (o forse l'invidia?) per una giovinezza vissuta in un'altra generazione, quella dei genitori, dove forse gli stimoli forti erano maggiori e le grandi prospettive verso il futuro più motivanti.

Per concludere dunque con buona dose di giovane rock lasciamo a voi il compito di scoprirne di più:

http://www.badblacksheep.it/

http://www.myspace.com/badblacksheep

http://www.facebook.com/home.php?#/pages/Bad-Black-Sheep/37338443570?ref=ts

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Venerdì, 08 Marzo 2013 09:00

Simona Gretchen - Post-Krieg

Simona Darchini, artista faentina classe 1987, crea e distrugge il suo avatar Simona Gretchen nel giro di quattro anni: ebbene si, parlerò oggi di un concept disco che chiude le tende sul progetto iniziato nel 2009 con 'Gretchen pensa troppo forte', pubblicato sempre per Disco Dada, che fece il botto come debutto. Se con il suo primo lavoro mi ha fatto applaudire e non poco, con questo 'Post-Krieg' mi prende completamente per tutta la sua durata, una mezz'ora scarsa; non c'è affatto bisogno di fare un disco monumentale se è il contenuto a essere grandioso.

 

Il conflitto (Krieg) è interiore probabilmente, un combattimento interno che dilania e mette a dura prova la persona, mentre le ispirazioni, sulle quasi si forma l'album, tirano in ballo nomi come Antonin Artaud, Carl Jung, Friedrich Wilhelm Nietzsche e Chuck Palahniuk. Eeviac e Karamazov prendono in mano l'artwork e ci mostrano una vulva con le piume di pavone, un dettaglio che lascia molto all'immaginazione: la figura “femminile”, dal corpo blu su sfondo rosso sangue, potrebbe essere anche quella di un demone e non di un'entità benevola. Vi racconto tutto questo perchè è tutto collegato, dal concetto alla copertina e dalla musica alla morte di Simona Gretchen. Un funerale organizzato, pensato e costruito ad arte.

 

'Post-Krieg' parte dalla base, dalla ritmica, il binomio composto dal basso e dalla batteria (suonata da Paolo Mongardi della Fuzz Orchestra) tiene insieme tutto e lascia libertà al resto, anche agli archi (gestiti dall'ottimo Nicola Manzan di Bologna Violenta). E' un disco che vaga nel mondo del rock, pescando dal kraut-rock al post-rock con un po' di prog e di blues nel mezzo, andandoci - quando serve - anche molto pesante.

 

'In' è un intro puro e semplice declamato da Sabina Spazzoli (presente anche in 'Everted Part III' per chiudere il cerchio) che apre alla title-track dove Simona mischia i Massimo Volume con dello stoner. 'Hydrophobia' mi fa ritornare ai CSI di Lindo Ferretti però più incazzati mentre 'Enoch' è splendida nel suo post rock strumentale e delicato, resa ancora più spettacolare dagli archi; 'Pro(e)vocation' è, oltre a un gioco di parole, un'ondata di wave dove la voce è, di nuovo, più vicina a un recitato che al cantato. Alla fine arriva la trilogia di 'Everted': ed è qui che incontriamo del kraut rock arricchito da vere e proprie sciabolate hard (Part I) e una marcetta (Part II) che ci avvicina alla perdita di Gretchen (margherita, in tedesco) con la già citata chiusura del cerchio affidata a un post-noir-rock se mi concedete il termine (Part III).

 

Simona Gretchen non c'è più ma Simona Darchini è una donna con le palle e, quando avrà qualcos’altro da dire, ritornerà in forme che ancora non conosciamo.

 

Simona Gretchen: www.simonagretchen.it

Artwork: www.eeviac.com

Disco Dada: www.discodadarecords.com

Blind Proteus: www.blindeproteus.com

Ufficio Stampa: www.sferacubica.it

 

 

Andrea Facchinetti

 

 

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Lo scorso 7 dicembre 2012 è uscito in tutta Italia il settimo disco dei Tre allegri ragazzi morti: “Nel giardino dei fantasmi”, edito per “La tempesta dischi”, l'etichetta indipendente creata nel 2000 dal bassista della band Enrico Molteni.

 

Negli scorsi mesi, in contemporanea alla pubblicazione dell'album, il trio di Pordenone ha da subito annunciato le date del nuovo tour che ha toccato e toccherà moltissime città italiane, tra cui Mezzago il prossimo venerdì 8 marzo.

 

Confermando live dopo live quello che fino adesso si è rivelato un lavoro ricco di novità, la band ha cercato in ogni data di creare un’ architettura visiva e musicale capace di far incontrare la poesia dei testi e le scenografie del palco per dare origine ad un leitmotiv dove le immagini dei sogni sono protagoniste.

 

L'ultimo lavoro del gruppetto mascherato, che da ormai quasi venti anni svetta tra le band alternative rock più ascoltate in Italia, prosegue il cammino intrapreso con “Primitivi del futuro” (“La tempesta dischi”, 2010), sottolineando la svolta musicale reggae-dub, che ha caratterizzato il precedente lavoro, e dona ancora una volta un'affascinante colonna sonora ai paesaggi onirici che vivono dentro e fuori di noi.

 

L'album trascina gli ascoltatori all'interno di un mondo altro, popolato da strani personaggi che grazie alle illustrazioni del leader della band, il famoso fumettista Davide Tuffolo, riescono a prendere vita creando un immaginario fantastico dove i fantasmi divengono i protagonisti delle canzoni, giocano con gli errori del passato, si trasformano nei mostri che vivono il presente e cercano risposte disilluse ai dubbi del futuro.

 

“Nel giardino dei fantasmi”, con le sue undici tracks dal sapore caraibico e le sue sfumature etniche, guarda verso mondi lontani, caldi e assolati, dove non vengono dimenticate  le coinvolgenti influenze blues e i graffianti riff punk-rock che da sempre hanno caratterizzato il gruppo, regalando come sempre al pubblico dei live un “incredibile spettaculo de la vida/(un) incredibile spettaculo de la muerte”.

 

Dunque per chi ancora pensa che i Tre allegri ragazzi morti sono realmente deceduti per lasciare spazio ad un qualcosa di nuovo, ancora scomodo da digerire dopo il primo ascolto da parte di un orecchio ormai abituato ai cupi mondi naif del passato, si potrebbe rispondere: si, qualcosa è cambiato, forse qualcosa si è evoluto. Come suggerisce “La fine del giorno”, sesta canzone dell'album: ”Non voglio fingere che sia così, non dirmi che non l'hai ancora capito, anche il colore del cielo lo dice, si rincomincia da qui.”

 

Il primo febbraio 2013 il tour che, come data zero, ha toccato la città di Cortemaggiore esibendosi presso l'ex teatro Fillmore, arriva nei pressi di Milano a Mezzago questo venerdì, e proseguirà in tutta Italia fino alla fine di maggio per poi riprendere dopo una breve pausa nei mesi estivi.

 

Qui di sotto le tutte le prossime date del tour:

 

08 Marzo 2013

BLOOM LIVE

Mezzago, MB

 

 

09 Marzo 2013

URBAN CLUB

Sant’Andrea delle Fratte, PG

 

22 Marzo 2013

MERCATI GENERALI

Catania

 

23 Marzo 2013

CANDELAI

Palermo

 

28 Marzo 2013

BLACK OUT ROCKCLUB

Roma

 

29 Marzo 2013

TIPOGRAFIA

Pescara

 

31 Marzo 2013

VIDIA CLUB

Cesena, FC

 

06 Aprile 2013

ETNOBLOG

Trieste

 

12 Aprile 2013

SONAR

Colle di Val d'Elsa, SI

 

13 Aprile 2013

AUDITORIUM COMUNALE

Salerno

 

19 Aprile 2013

LOCOMOTIV CLUB

Bologna

 

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Bob Dylan è una delle figure più influenti della cultura del ventesimo secolo. Nel corso degli ultimi 48 anni ha pubblicato più di 45 album e scritto più di 500 canzoni alcune delle quali si sono aggiudicate un posto nel nostro immaginario collettivo come "Blowing in the Wind", "All Along the Watchtower", " Knocking on Heaven's Door " e innumerevoli altre. I suoi successi sono stati riconosciuti in tutto il mondo e hanno fruttato vendite di oltre 110 milioni di dischi e le sue canzoni sono state cantate da più di 3.000 artisti dai Duke Ellington ai Rolling Stones, dai Guns N 'Roses a Stevie Wonder. Anche se Bob Dylan è meglio conosciuto come cantante e cantautore, è anche un autore, regista, attore e conduttore radiofonico. La sua collezione sperimentale di scritti, Tarantula, è stata pubblicata nel 1970 e le sue memorie, Chronicles: Volume One ,uscite nel 2004 , sono diventate un bestseller internazionale. Ma pochi sanno che uno dei piú famosi luminari della storia della musica americana è anche pittore. Da artista visivo, inedita veste che lo vede impegnato giá da tempo, Bob Dylan ha infatti iniziato solo di recente ad esporre le sue opere al pubblico. Risale all’autunno 2007  The Drawn Blank Series , una raccolta di acquerelli e gouaches esposta in Germania al Kunstsammlungen Chemnitz, e al 2010 la serie di opere su tela e acrilico dedicate al Brasile in mostra alla Galleria Nazionale di Copenhagen.

Uno dei piú grandi poeti e cantautori della musica americana che ha fatto la storia di quella mondiale, ha scatenato diverse polemiche nel mondo dell’arte con l’esposizione di dipinti presso la galleria Gagosian di New York che hanno messo in forte dubbio la sua immagine parallela di artista visivo. La collezione, chiamata The Asia Series, è un excursus personale dell’artista che lo ha visto cimentarsi con visioni varie tra cui scene di strada, architettura e paesaggi, ritratti dalla sua vita quotidiana. Ció che è stato fortemente criticato e che ha suscitato scalpore, iniziando dal blog Arts Beat del New York Times,  è stato il fatto che molti dei dipinti originali di Dylan possiedono sorprendenti analogie, alcune sono state addirittura definite riproduzioni, con fotografie di artisti del calibro di Busy Leon e Henri Cartier-Bresson scatenando il dibattito sugli standard dell’arte, sull’importanza dell’originalità nelle esposizioni e l’originalitá stessa di quella di Dylan.

"Dipingo per lo più dalla vita reale", ha detto l’artista, "devo iniziare da questo: persone reali, vere e proprie scene di strada, il dietro le quinte, modelle dal vivo, dipinti, fotografie, installazioni, architettura, graphic design. Tutto ciò che serve per far funzionare la rappresentazione visiva. " A sostenere la tesi, Dylan tira in ballo il discorso musicale dimostrando come "Whistle Duquesne", la canzone di apertura dal suo trentacinquesimo album, Tempest, prenda elementi della melodia, il coro e la struttura stessa del pezzo da una canzone del 1929 di Memphis Jug Band, KC Moan. Ma allo stesso tempo per non creare fraintendimenti aggiunge: "Ho fatto disegni per la maggior parte della mia vita. Nel notebook, sui tovaglioli, su carta ruvida o cartone, piatti e tazzine da caffé. . . con qualsiasi cosa si possa rappresentare qualcosa, quindi disegnare non è una novitá per me" spiegando come i suoi dipinti possano soddisfare le carenze espressive che si possono riscontrare con la musica. "Se invece avessi potuto esprimere le stesse cose con una canzone lo avrei fatto’’.

Descritto come il neo espressionista dello stile beat, dal 5 febbraio Palazzo Reale ospita la personale di Bob Dylan. L’esposizione presenta una serie di 22 dipinti, New Orleans Series, che rendono omaggio alla città americana del cantante e cantautore. Le opere raccontano la storia di questa affascinante città e propongono alcune scene decadenti, atmosfere sospese, tensioni di amore e violenza fissate sulla tela e ambientate tra il 1940 e il 1850. Dylan è stato una figura influente nella musica e nella cultura per più di cinque decenni. Durante la sua carriera ha saputo esplorare con maestria molte tradizioni musicali, tra cui folk, blues, country, gospel, rock and roll, jazz e swing e ora torna a far parlare di sé affrontando un campo artistico per lui inconsueto. Noi di Nerospinto, che amiamo la sua musica,  non vediamo l’ora di riscoprirlo sotto questa sua nuova veste di pittore controverso che osa sfidare la critica piú sfrontata..e voi?

Bob Dylan - New Orleans Series

Palazzo Reale piazza Duomo 12

Dal 5 febbraio al 10 marzo

Lunedì dalle 14.30 alle 19.30 Martedì, mercoledì, venerdì e domenica dalle 9.30 alle 19.30 Giovedì e sabato dalle 9.30 alle 22.30

(free entry)

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Lunedì, 28 Gennaio 2013 14:05

Asaf Avidan - “Different Pulses”

2008. Marzo.

Gerusalemme.

La città santa si sta risvegliando dal suo consueto inverno caldo e arido. Mandorli in fiore e profumi di zagare invadono le vie di Gerusalemme. È fermento. Sono i preparativi per la processione cristiana della Domenica delle Palme, e per la Pesach”– la Pasqua Ebraica.

…un’ordinaria primavera in Terra Santa insomma.

Non per tutti però.

C’è un ragazzo che si muove calmo tra intrecci di stradine di pietra e luoghi sacri, scansando giovani vestiti a festa, armati di cornamuse e tamburi. Ha altro per la testa. Sta per pubblicare il suo primo album, “The Reckoning, insieme agli amici di una vita, i Mojos.

Lui si chiama Asaf.

 

2012. Giugno.

Berlino.

A giugno le notti sono brevi e il buio sopra Berlino dura solo poche ore.

Jacob Dilßner non ha sonno. È uno studente di filosofia con la passione del djinig. Quando mixa si fa chiamare Wankelmut. Non ha impegni in quei giorni. Nessun ingaggio in qualche club della città. Nessuna voglia di studiare.

Una sera decide di rilavorare con il suo Ableton Live - software di produzione musicale - un pezzo scovato in rete. È “The Reckoning Song” di Asaf Avidan.

Lo spoglia. Conserva solo la voce del ragazzo israeliano e velocizza il riff della sua chitarra, aggiunge una base minimal ed ecco che “The Reckoning Song” diventa “One Day”.

Jacob carica il pezzo su SoundCloud. È subito gloria.

Milioni di ascolti trascinano Wankelmut e Asaf alla consacrazione su Beatport, santuario per ogni Dj che si rispetti.

 

2012. Dicembre.

Torino – Hiroshima Mon Amour

C’è un chiacchiericcio diffuso in sala, odore di alcool e tabacco.

Sul palco solo uno sgabello, un pianoforte sullo sfondo, qualche foglio sparso vicino al microfono. Una scenografia spoglia arricchita solo da qualche luce morbida che regala all’Hiroshima quell’atmosfera intima e autentica tipica dei piccoli luoghi di culto.

Asaf è solo. Sta portando in giro il suo nuovo lavoro, “Different Pulses”.

Sale sul palco così, chitarra tra le braccia, fisarmonica al collo, fisico asciutto e definito strizzato in una canotta bianca e in un paio di jeans. Solo lui e la sua voce… E che voce! È un suono ancestrale, senza sesso, tocca tutte le tonalità, le graffia e le abbraccia con un controllo assoluto in una serie di smorfie sofferenti e partecipate.

Asaf canta e, cosa ben rara, il pubblico zittisce se stesso. E fa bene, perché Asaf va ascoltato, sia che canti sia che racconti di sè.

 

"Sono musicista solo da 6 anni, e non sono poi molti... Ho iniziato perché una ragazza mi ha spezzato il cuore. Quando suonavo in casa, lei se ne stava sul divano a guardare qualche soap opera, e mi gridava: “Chiudi la porta Asaf, non c’è bisogno che urli così fucking forte!” Allora chiudevo la porta e cantavo più forte di prima, così che potesse sentirmi comunque. Ecco, è così che ho scritto la prima canzone, per la ragazza dall’altra parte del muro."

(n.d.r. la canzone è This Cool)

 

Canta anche “The Reckoning Song”, quella stessa che Jacob ha trasformato qualche tempo prima in “One Day”, ma la canta piano e le restituisce la sua autenticità.

 

2013. 23 aprile.

Milano.

Asaf torna in Italia.

Da non perdere.

I biglietti qui.

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Direttore Responsabile
INDIRA FASSIONI

Se vuoi scriverle: direttore@nerospinto.it

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