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Olei Ristorante & Bistrot, una piccola oasi in via Washington, a Milano, elegante e dalle luci soffuse, ospita una mostra d'arte davvero speciale!

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Olei, ristorante dall'anima italiana, ospita un evento prezioso: una degustazione guidata per scoprire i prodotti della azienda agricola Ione Zobbi. 

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Il trio beat rock di Luino torna a calcare i palchi dei club italiani

Prosegue anche nel 2015 il tour di Un'America per Il Triangolo, con il loro ultimo album uscito a maggio per Ghost Records ed accolto molto positivamente da pubblico e critica.

Un' America è il secondo disco della band, che fa trasparire la propria consapevolezza del mondo circostante e dell'inesorabile tempo che passa.

In questo nuovo lavoro il gruppo mantiene la freschezza dei testi, senza rinunciare al proprio stile cantautoriale e all'impronta beat pop e prog degli anni Sessanta e Settanta della scena musicale italiana. Il Triangolo si è buttato in questo nuovo lavoro e ha messo mano ai suoni e ci è andato pesante con il rock, facendo sentire la potenza della batteria e tutte le vibrazioni distorte del basso. Il Triangolo ha messo quindi il proprio timbro - oltre a quello liquido e pulito della  voce - a un disco che affronta religione, gitani, colonialismo e amore. Ovviamente amore? No, non è scontato parlarne come si fa in Varsavia, un testo personale e disincantato che fa più che altro pensare a un clima da dopoguerra che a una storia di passione. Se ancora siete fra i pochi a non averlo sentito, date uno sguardo al cliccatissimo video per la regia di Francesco Roma  e Federico Scaglia.

https://www.youtube.com/watch?v=OGogcmuwMb0

Ma ancora più imperdibile è il loro tour che arriva a Milano stasera, 14 febbraio, al Circolo Magnolia, in concomitanza al Lemon Party di San Valentino. Torneranno poi il 13 marzo a Cusano Milanino, all'Agorà e all'Arci Malabrocca di Pioltello il 3 aprile. Se volete seguirli nel loro viaggio on the road per l'Italia, ecco qui le prime date confermate.

14/02 - Segrate (MI) - MAGNOLIA 20/02 - Bergamo - DRUSO CIRCUS 26/02 – Siena – Birreria La Diana 27/02 - Piacenza - SOUND BONICO 13/03 - Cusano Milanino (MI) – AGORÀ 26/03 – Pisa – SMASHING YOUR HOUSE (secret concert) 28/03 - Latina – SOTTOSCALA9 02/04 – Torino – BLAH BLAH 03/04 - Pioltello (MI) - ARCI MALABROCCA 12/04 - Cremona - IL FICO 08/05 – Recanati (MC) – CIRCOLO DONG

facebook.com/iltriangolorock godzillamarket.it ghostrecords.it

Indira Fassioni

 

 

Dal 5 al 15 febbraio in scena al Teatro Menotti "Amerika", adattamento teatrale del noto romanzo di Franz Kafka scritto tra il 1911 e il 1914, per la regia di Maurizio Scaparro. Lo spettacolo racconta l'odissea del sedicenne Karl Rossmann in America. Il giovane arriva infatti negli Usa in seguito a uno sandalo che lo vedeva coinvolto con una domestica e qui deve raggungere lo zio Jacob affinchè gli trovi un lavoro e una sistemazione. Karl si confronterà con altri immigrati europei, vivendo l'illusione di un benessere che sembra facilmente raggiungibile ma che nei fatti è invece perennemente inafferrabile. Ne esce la stessa visione dell'America che Kafka aveva voluto esprimere nel romanzo: una visione che non necessariamente ha a che fare con la vera realtà d'oltreoceano ma ne rivela i suoi mali, le sue contraddizioni e tuttavia pure la sua dirompente vitalità. Kafka infatti non era mai stato in America, la racconta affidandosi alla sua fantasia. Scaparro in questa trasposizione del romanzo dà gran risalto al tema dell'immigrazione e alla condizione dei migranti, mantenendosi fedele ai dialoghi originali.

AMERIKA dal 5 al 15 febbraio 2015 martedì giovedì venerdì sabato ore 20.30 lunedì riposo mercoledì ore 19.30 domenica 17.00

costo: intero 25 euro convenioni 20 euro ridotto /under 25 17.50 euro ridotto/over 65(residenti a milano) 12.50 euro ridotto/over65 (residenti fuori Milano) 17.50 euro prevendita 1,50 euro

Teatro Menotti Via Ciro Menotti 11 Milano 0236592544 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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Una mostra imperdibile dal 18 Aprile al 6 Luglio 2014 a Roma! Non mancate all’appuntamento Wim Wenders in mostra a Roma con Urban Solitude!

 

Il fotografo di paesaggi, appunti di memoria e Urban solitude presenta le sue opere nella capitale d’Italia. Orizzonti urbani stratificati, che mescolano vecchio, nuovo e senza tempo. Angoli sospesi, tra il pieno e il vuoto, tra alberi cresciuti nel cemento e animali dipinti. Viali di negozi deserti, vetrine che non mostrano niente, strade di periferia che attraversano spazi liberi di conservare il vuoto, e il ristoro dalla sovrabbondanza che acceca.

 

Fotografie che proseguono il viaggio fotografico di (Ernst Wilhelm) Wim Wenders, regista di Düsseldorf, che dopo circa vent’anni di tentativi, visioni innamorate, e quel progresso tecnologico che non ha mai tradito la passione per la fotografia analogica, e la Leica protagonista del video in apertura.

Urban Solitude fotografate nell’ovest americano e l’Estremo Oriente, passando per la Russia, l’Italia e la sua Germania, dal regista che continua a puntare l’obiettivo della cinepresa e quello della macchina fotografica, su spazi e paesaggi di ogni genere, dalle città alla campagna, dai nodi autostradali alle zone di confine.

L’esponente del Nuovo Cinema tedesco, (Neuer Deutscher Film o Junger Deutscher Film) che con Werner Herzog, Rainer Werner Fassbinder, Margarethe von Trotta, Alexander Kluge, Hans-Jürgen Syberberg, e Edgar Reitz, fa tesoro del neorealismo italiano e la nouvelle vague francese, per inquadrare spazi intimi, critica feroce e climi poetici, liberi da condizionamenti culturali, estetici e commerciali.

 

Due sezioni compongono il corpus di immagini esposte, una prima parte dedicata all’indagine sugli scenari urbani americani, mentre una seconda parte caratterizzata da uno sguardo più introspettivo. Entrambe ripercorrono quella che è stata la ricerca condotta da Wenders, dal tema del viaggio al paesaggio antropizzato, fino alla memoria dei luoghi in decadenza.

 

Il fotografo di paesaggi della memoria espone venticinque fotografie accompagnate da testi e haiku dell’artista, al Palazzo Incontro di Roma, dal 18 aprile al 6 luglio 2014.

La mostra, curata da Adriana Rispoli, è promossa dalla Regione Lazio nell’ambito del Progetto ABC Arte Bellezza Cultura, e organizzata da Incontri Internazionali d’Arte e Civita.

 

Una mostra da segnare subito in agenda!

 

 

Ingresso:

Dal martedì alla domenica, dalle ore 11.00 alle 19.00.

Aperto in via eccezionale anche il 21 aprile e il 2 giugno 2014.

Biglietto intero: 8€

Biglietto ridotto: 6€ per ragazzi di età compresa tra 6 e 25 anni, over 65, titolari di apposite convenzioni, gruppi (min 15 max 25 persone), guide turistiche con tesserino

Ingresso gratuito: bambini fino ai 6 anni, 1 accompagnatore per gruppo, visitatori diversamente abili e 1 accompagnatore, 2 accompagnatori per scolaresca, giornalisti con tesserino.

 

La biglietteria chiude alle 18.30.

 

 

 

 

 

Dal 19 Aprile al 4 Maggio una rassegna dedicata ai migliori film americani degli anni Sessanta e Settanta vi aspetta allo Spazio Oberdan.

 

 

 

Presso la Sala Alda Merini, Fondazione Cineteca Italiana presenta “America: controcultura e nuova Hollywood”: una rassegna di film in lingua originale.

Dalla metà degli anni Sessanta gli Stati Uniti conobbero una stagione di eccezionale fermento politico, sociale e culturale.

Numerose furono le manifestazioni che videro protagonisti i giovani, gli studenti e la parte più progressista della nazione, contro la discriminazione razziale, la guerra in Vietnam e a favore dei diritti delle donne e per l’emancipazione sessuale.

Il cinema fu investito da questa onda di controcultura libertaria e, grazie a una schiera di agguerriti nuovi cineasti (registi, attori, sceneggiatori e produttori), la scena hollywoodiana si rinnovò profondamente e con essa lo stesso linguaggio filmico. Nel giro di pochi anni si affermarono artisti che avrebbero fatto la storia del cinema mondiale dei decenni successivi e si realizzarono decine e decine di indimenticabili capolavori.

 

La rassegna, che si terrà allo Spazio Oberdan nel capoluogo lombardo, ha come obiettivo far rivivere quell’incredibile periodo storico.

15 titoli, fra i quali, segnaliamo 3 titoli per il loro valore e la loro rarità: Maharishi Mahesh Yogi – Sage of a New Generation, l’unico documentario mai realizzato con Maharishi Mahesh Yogi, mistico e filosofo indiano fondatore della tecnica conosciuta come meditazione trascendentale che tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta raggiunse un’enorme popolarità anche grazie al fatto di avere avuto tra i suoi discepoli numerose celebrità dell’epoca come il gruppo musicale dei Beatles, Mia Farrow e altri; Free at Last, documentario che riprende con lo stile del cinema-verità l’organizzazione e la realizzazione della marcia su Washington di Martin Luther King nel 1968 chiamata “The Poor People’s Campaign” e che, in seguito all’assassinio di King avvenuto qualche giorno dopo la fine delle riprese è un documento eccezionale delle sue ultime settimane di vita; e infine il magnifico Lo spaventapasseri, ritratto impietoso dell’America con due giovani formidabili protagonisti allora ai loro primi passi: Gene Hackman e Al Pacino.

Questi sono solo alcuni dei titoli presenti nella rassegna; saranno proiettati anche “Ciao America!” di Brian De Palma, “Cinque pezzi facili” con Jack Nicholson, “Easy Rider” di Dennis Hopper e molti altri film imprendibili per la loro rarità e bellezza.

 

Il programma completo è consultabile visitando il seguente sito: http://oberdan.cinetecamilano.it/eventi/america-controcultura-e-nuova-hollywood/.

 

 

 

Nerospinto consiglia di non mancare a una rassegna così interessante! Un’occasione per immergersi in un periodo storico vivace e importante!

 

 

 

 

 

America: controcultura e nuova hollywood

DAL 19 APRILE AL 4 MAGGIO

 

Sala Alda Merini - Spazio Oberdan - Provincia di Milano

Viale Vittorio Veneto 2, Milano

 

 

MODALITÀ D’INGRESSO

Biglietto d’ingresso:intero € 7,00

Biglietto d’ingresso ridotto per possessori di Cinetessera: € 5,50

Spettacoli delle ore 15 e 17 dei giorni feriali: intero € 5,50, ridotto per i possessori di Cinetessera € 3,50

 

Per la prima volta in Italia l’opera del più famoso autore contemporaneo australiano Andrew Bovell! Dal 4 al 14 Marzo vi attende al Teatro Libero di Milano Speaking in tongues.

 

Dalla traduzione di Giovanni Mannarà e dalla regia di Michael Rodgers nasce uno spettacolo innovativo e unico con produzione Merenda. In scena attori talentuosi come Laura Anzani, Nicola Caruso, Margherita Remotti e Giacomo Rabbi.

La rappresentazione narra di due coppie che si accingono a tradire i rispettivi partner, in due stanze diverse d’hotel. La situazione è così simile che a volte entrambe le coppie pronunciano le stesse frasi.

Un sentimento che riemerge dal passato e un marito che non risponde al telefono, una donna che scompare, lasciando l’auto in panne su una strada deserta e un vicino di casa che è il primo sospettato: questi sono alcuni elementi della storia.

Mentre procede la polifonia, magistralmente composta da Andrew Bovell, e mano a mano che si accumulano gli indizi, queste storie apparentemente diverse si incrociano tra loro in una catena di coincidenze che conducono ad un finale totalmente inaspettato.

 

Il regista Rodgers, famoso per il suo ruolo di Rodolfo nell’acclamato “Sguardo dal ponte” di Arthur Miller, afferma: “Sfortunatamente viviamo nell'era del "non ne ho mai abbastanza". In un momento storico in cui non c'è nulla di stabile e in cui corriamo per ottenere sempre di più, i livelli d'ansia hanno raggiunto un punto di non ritorno. Tutto questo mi viene in mente mentre cammino per Milano e mi sento turbato da un mondo che si muove a questa velocità: sms, Facebook, Instagram, WhatsApp, Twitter, e-mail, telefoni, traffico caotico... eppure, da artista, cerco di coglierne il lato positivo. Quanto meno, mi domando il perché, mi chiedo quale sia il senso. Perché guardiamo costantemente il telefono per vedere se qualcuno ci ha mandato un messaggio? Perché vedo per strada persone con la faccia incollata al cellulare? Perché ci affrettiamo a pubblicare foto delle nostre ultime vacanze, del week end, del nostro ultimo amore, foto dei nostri nuovi cani o gatti, del cielo, di una nuvola, di un filo d'erba...? Ci deve pur essere qualcosa di buono in questo, no? Quando ho letto Speaking in Tongues per la prima volta ho avuto l'inquietante sensazione che raccontasse qualcosa di cui non mi ero reso conto, perché sono troppo naive o inconsapevole. Uno stato d'animo che permea questo testo dall'inizio alla fine. Un'onda di qualcosa che ho disperatamente cercato di non sentire perché non volevo vedere l'abisso che avevo dentro. Isolamento. Persone che non sono in grado di conformarsi alla velocità di un mondo in cambiamento e che quindi cominciano a sgretolarsi. Persone che si sono smarrite nella corsa per arrivare prime. Persone che hanno perso la capacità di comunicare con i più intimi. Persone che strisciano nel buio, faticando a dare un senso al tutto. In poche parole, ho visto me stesso. Mentre camminavo per tornare a casa, ha squillato il telefono e ho notato che avevo cinque messaggi su WhatsApp. Così ho inserito il mio codice e ho guardato insaziabile le foto del mio bimbo appena nato, che mia moglie mi aveva mandato. Allora ho capito perché facciamo tutto questo. Ci fa sentire parte di qualcosa, ci fa sentire uniti gli uni agli altri. Tutte le volte in cui abbiamo la sensazione di parlare una lingua sconosciuta, questo ammorbidisce il dolore causato dalla solitudine, dall'isolamento. Questi momenti critici fanno si che ne valga la pena.”

 

The New York Times definisce il testo di Bovell, per il quale ha vinto un Awgie, intelligente e provocatorio mentre The Observer scrive “Bovell esplora l’amore, il matrimonio, l’estraneità, l’intimità, la fiducia, il tradimento, l’ossessione, l’autopunizione ed il distacco con una generosa intelligenza emotiva.

Il trailer dello spettacolo è visibile su http://www.merenda.tv/theatre/speaking-in-tongues/.

Uno spettacolo unico, un testo per la prima volta in scena in Italia, un regista d’eccezione famoso in tutto il mondo: questi sono gli ingredienti per un appuntamento da segnare in agenda!

 

 

 

Teatro Libero

Via Savona 10 - Milano

 

BIGLIETTERIA

PREZZI BIGLIETTI

Intero: €  19,00

Under 26: € 15,00

Over 60: € 11,00

Allievi Teatri Possibili con carta TP CARD: € 6,00 (prima rappresentazione € 3,00)

 

ORARIO SPETTACOLI

dal lunedì al sabato ore 21.00

domenica ore 16.00

 

ORARI BIGLIETTERIA da lunedì a venerdì dalle 15.00 alle 19.00

Nei giorni di spettacolo: da lunedì a venerdì dalle 15.00 alle 21.30 sabato dalle 19.00 alle 21.30

domenica dalle 14.00 alle 16.30

 

INFO E PRENOTAZIONI 02 832312602 8323126 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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www.teatrolibero.it

 

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Niente Hollywood o New York, niente completi da agenti di Wall Street né abitini di paillettes e feste glamour, in Nebraska, pellicola dolce, realistica e bellissima del cineasta indipendente Alexander Payne c’è tutta l’America vera, quella di piccole cittadine dimenticate e di uomini e donne che vivono una vita ai margini, fatta di quotidianità assoluta e di piccoli sogni infranti e mai realizzati. Nel grigio anonimo di giorni che si ripetono in lavori stanchi e luoghi popolati da poche anime un padre e un figlio si incamminano a piedi per raggiungere dallo stato del Montana lo stato del Nebraska. Il pretesto è una presunta vincita milionaria alla lotteria di Woody Grant, indiscusso protagonista del film, che viene accompagnato nel viaggio dal suo figliolo più giovane, David.

Il cammino per raggiungere la meta diventerà un viaggio interiore di formazione per il giovane coprotagonista, di rimpianto e ricordi per l’anziano Woody e di scoperta ed esplorazione dell’America on the road per lo spettatore.

Nebraska non è solo un film, è poesia pura. È il modo che ha Payne per far scoprire e raccontare alla sua platea l’America di chi non ha mai letto Kerouac o Steinbeck o meglio di chi non si è mai appassionato alla musica di Springsteen.

È l’America perduta e poi ritrovata anche dagli stessi protagonisti che camminando insieme comprendono quanta bellezza e sentimento può sfuggire a tutti noi, ogni giorno, costretti nella quotidianità della vita, anche di una vita che non volevamo.

Quando Woody riceve la notizia della sua vincita milionaria alla lotteria del Nebraska non si chiede se la cosa può essere vera o meno, non si lascia dissuadere dalla moglie né dal figlio maggiore, decide di incamminarsi a piedi, da solo, dal Montana per andare a ritirare quei soldi e lasciare a figli qualcosa per cui farsi ricordare e amare. Per lui ormai non chiede più niente. La vita è stata avara con Woody, gli ha distrutto sogni e speranze e lo ha lasciato disincantato e anziano senza che lui neppure se ne accorgesse. Ora vuole solo ritirare i soldi vinti e andarsene con la certezza di avere almeno qualcosa di buono per cui farsi ricordare.

Il figlio minore, David, prima cerca di farlo desistere come tutti gli altri, poi decide però di accompagnarlo e la vincita allora diventa il viaggio in sé. La conoscenza vera del padre, non solo come genitore ma come uomo, come persona. Un uomo che è stato giovane e pieno di speranze a sua volta, che ha amato e ha vissuto coltivando sogni e cantando canzoni folk.

Woody e David così si scopriranno a vicenda e insieme scopriranno la loro terra di origine che è avara e bellissima, scontrosa ma ricca di speranza, capace di infrangere il sogno americano classico e patinato ma capace anche di coltivare i valori della famiglia e del rispetto reciproco, dell’impegno e della responsabilità verso se stessi e verso gli altri.

L’eredità che Woody lascia a David allora è questa. I valori dell’America più vera e più profonda.

I soldi della lotteria sono solo un pretesto per far raccontare ad Alexander Payne la storia di assoluto amore e rispetto tra un padre e un figlio, di un valore che David assorbe e fa suo e che potrà a sua volta trasferire come eredità ai suoi figli. Agli spettatori resta la poesia di una pellicola che è quasi un libro da sfogliare, la bellezza di luoghi tanto isolati e brutali e tanto ugualmente affascinanti e la possibilità di percorrere con i protagonisti un viaggio emozionale e familiare dove magari ci si potrà anche riconoscere.

 

 

 

 

Roberto Minervini, marchigiano andato negli Usa per imparare il mestiere di regista ha fatto davvero centro. Ha appreso dagli americani tutto quello che c’era da imparare sulle origini del cinematografo e delle pellicole pioneristiche e ci ha aggiunto del suo, con la grazia e la cultura regalategli dal suo essere italiano. Il risultato è un nuovo cineasta che sorprende quanto il primo Godard e coinvolge quanto Ivory.

Stop the pounding heart esce questo fine settimana e io consiglio a tutti di andarlo a vedere perché un film fatto così bene e con tanta grazia e poesia non è facile che ci venga proposto dalle sale italiane, soprattutto in periodo natalizio.

La storia racconta della vita bucolica e tranquilla di una giovane donna del Texas che vive nella fattoria dei genitori, molto religiosi, con le sue sorelle e tante pecore e animali.

Sara trascorre le sue giornate a contatto con una natura quasi primitiva e incontaminata e le sue serate nel calore del focolare leggendo la Bibbia e commentandola con i suoi familiari.

Praticamente una cartolina di fine Ottocento. Un piccolo mondo antico che se da una parte sconvolge e fa inorridire gli amanti della tecnologia e dell’alta velocità dall’altra non può che affascinare anche loro, in una minima parte, per la diversità e l’incontaminazione che prospetta.

Tutto sembra scorrere quindi nella vita della protagonista fino a che non arriva Colby Trichell, allevatore di tori e cowboy senza sella che ne sconvolge l’esistenza e la porta in una crisi profonda. Sara, per la prima volta, comprende e assapora un sentimento nuovo, che la porta ad avvicinarsi al recinto del giovane e a godere dei suoi sorrisi e dei suoi saluti.

Nel ranch arriva però una ragazza molto più intraprendete e smaliziata di lei e la giovane donna comprende allora che il sentimento che l’ha distratta e fatto sognare non può che restare solo platonico perché lei non sarà mai diversa dalla donna che è, dalla persona educata da semplici e religiosi allevatori di pecore e che il suo mondo interiore ed esteriore lei ce l’ho ha già.

Allora ritorna alla sua vita che è bella e meravigliosa proprio perché sempre sospesa a metà tra un sogno bellissimo e una realtà altrettanto fiabesca e onirica.

Bravissimo Minervini a giocare sul deus ex machina proprio della tradizione classica, inserendo in una storia di formazione come Stop the pounding heart il personaggio maschile chiave che serve solo alla crescita interiore e fisica della protagonista. Un colpo da maestro per un cineasta arrivato con successo e bravura al suo primo film lungo.

La pellicola di Minervini ha un pregio dopo l’altro a partire dalle location, dove una fotografia filmica superba mostra allo spettatore un’America e un Texas insoliti e sognanti. Bellissima e appropriata la colonna sonora e indovinata la scelta degli attori che come insegnano i grandi maestri del realismo devono essere il meno famosi possibile.

Insomma, ne vale davvero la pena vederlo.

 

 

 

Nerospinto vi racconta l'Autunno Americano del Comune di Milano attraverso un viaggio inconsueto alla scoperta della mostra di Andy Wharol Palazzo Reale. Gli ultimi anni hanno visto un generoso proliferare di mostre riservate al re della Pop Art in un rinnovato interesse generale. Fino a poco tempo fa ad esempio era possibile visitare gratuitamente una piccola esposizione dedicata all'artista presso il Museo del 900. Da ricordare anche "The Andy Wharol Show" del 2004-2005 con cui la Triennale celebrava l'eclettismo dell'artista attraverso un approccio multimediale.

Cosa distingue allora questa nuova esposizione dalle precedenti e cosa le attribuisce fascino ed interesse?

La prima risposta che mi viene in mente è di sicuro il taglio personale e fortemente biografico che è stato dato al percorso espositivo. Le opere fanno parte della collezione di Peter Brant, amico di Wharol e curatore stesso della mostra, si tratta di 160 tra le più significative creazioni dell'artista Pop per eccellenza. L'esposizione  è caratterizzata per l'evidente tentativo di una maggiore vicinanza all'uomo rispetto al personaggio.

Wharol; all'epoca Andrew Warhola Jr, figlio di immigrati di umili origini, nato a Pittsburgh in Pennsylvania, il 6 agosto del 1928, dove trascorre un'infanzia in condizioni economiche drammatiche, divenuto il celebre artista noto al pubblico che tutti conosciamo, crede in un'arte che sia "Pop" e cioè "Popular" - Adatta a tutti.

A riprova della concretizzazione delle teorie estetiche del filosofo W. Benjamin sull' "Opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica" del 1936, per Wharol non vi è più un'arte aulica, da contemplare, un'artista che sia demiurgo e creatore, ma nel mondo nuovo dell'America degli anni 60, nella Società dei Consumi di massa, l'artista deve essere soprattutto un comunicatore; deve cioè saper rendere semplice ciò che altrimenti potrebbe risultare complicato, abbassare il concetto di aura ed unicità dell'opera d'arte fino al punto da sottometterlo all'ideale della fruizione di massa. Ė la democrazia dei consumi: un ricco ed un povero si trovano ormai ad acquistare gli stessi prodotti; una lattina di Coca Cola è sempre la stessa, così come la famosa Zuppa Campbell's (1962) riprodotta in serie dall'artista.

Influenzato dal New Dada e con poca simpatia per Pollock e l'espressionismo astratto degli Irascibili, per i quali l'arte viene generata da un'esplosione emotiva; l'arte è per Wharol produzione controllata, fredda tecnica e meccanica della riproducibilità, capacità di fare business. E il business per Wharol è tanto importante da portarlo a fare del lavoro artistico una specie di produzione in "fabbrica"; The Factory era il nome dello studio originario di Andy Wharol a New York City tra il 1962 e il 1968, e con lo stesso nome sono conosciuti anche i suoi studi successivi. Nello studio i collaboratori di Warhol producono serigrafie e litografie. Nei giorni in cui diviene famoso Warhol lavora giorno e notte ai suoi dipinti. L'uso di serigrafie è finalizzato a produrre immagini in massa, allo stesso modo in cui le industrie capitalistiche producono in massa prodotti per i consumatori.

"Don't worry there's nothing about art that a person can't understand" Rassicura Wharol.

"Niente di complicato e difficile nell'arte, che l'uomo moderno, l'uomo qualunque, non possa arrivare a comprendere". Una straordinaria democratizzazione del concetto di fruizione artistica, figlio della società industriale, in cui la produzione avviene in modo  meccanico - in serie - così, per Wharol, nell'arte come nella vita, l'accessibilità prevale sull'esclusività. Da qui, i modelli della sua arte; la pubblicità, il fumetto, quei divi del cinema e quelle celebrities riprodotte a ripetizione che sarebbero divenute delle icone.

In esposizione troviamo Liz Taylor, le sue celebri Marilyn, ed ancora, del 1963 "Trenta sono meglio di una" che ha come soggetto la Monna Lisa, che si ripete in maniera sequenziale in stile foto-tessera. Ed inoltre la riproduzione di foto segnaletiche di ricercati e criminali. Wharol gioca e si diverte a ricordarci la sua naturale propensione per un artista-macchina, che non inventa ma riproduce, che non interpreta ma ripete all'infinito.

Sono del 1964 "Le 12 sedie elettriche" che fanno di uno strumento di morte un motivo decorativo, così come "Mao", che ripreso in serie nel 1973 sembra più un soggetto da carta da parati che un leader politico.

E le opere dedicate ai dollari, già dal 1962, a dimostrare che un artista non deve temere di produrre business ma anzi deve esser fiero dei propri risultati economici. Facile leggervi il riscatto personale da un'infanzia in povertà.

"Making money is art and working is art and good business is the best art" ricorda.

Del 1964 il "Self-Portrait" - autoritratto di un uomo che ci tiene ad essere "la cosa giusta nel posto sbagliato o la cosa sbagliata nel posto giusto" in modo che qualche cosa di straordinario e inaspettato accada. L'autore ha un'indubbia fascinazione per ciò che è artificiale (il travestimento in alcuni autoritratti con occhiali e parrucche), ama definirsi superficiale; egli sviluppa un'estetica della rappresentazione  grazie a tecniche quali la serigrafia che rimpiazzino l'idea di stile con quella di copia ad alta diffusione e riproducibilità. L'amore per i soggetti comuni, banali, diffusi, viene celebrata in riferimento al fumetto con "Dick Tracy" poliziotto leale con i buoni ma duro con i criminali ed eroe della cultura popolare americana.  La passione per il cinema si mostra con "Il Bacio (Bela Lugosi)" scena tratta dal film Dracula del 1931.  L'interesse per le celebrities - feticcio di quelle stampate sulle figurine e collezionate dal Wharol bambino, è ripresa tra gli altri in "Elvis rosso"(1962).

Sebbene si definisse "superficiale" c'è un lato nell'artista che non pare esserlo affatto; lo ritroviamo ad esempio nei suoi "Flowers Large Flowers" del 1964, in cui la bellezza del fiore si accompagna alla consapevolezza della tragedia della sua morte.

Tra le ultime opere esposte in ordine cronologico sono di particolare bellezza il ritratto di "Jean Michel Basquiat" del 1982, le grandi tavole decorative che riprendono, giocando sulla simmetria, le famose macchie dello psichiatra Rorschach, e "l'ultima cena" del 1986, esposta a Milano nel 1987, che segna la chiusura della carriera dell'artista poco prima della sua morte. "L'ultima cena" e "La Monna Lisa" sono per Wharol un'ulteriore tappa alla ricerca delle celebrities, quali celebrità nel campo della storia dell'arte che riprodotte divengono patrimonio alla portata di tutti. D'altronde la fama stessa è alla portata di tutti secondo Wharol: "Ciascuno avrà i suoi 15 minuti di celebrità".

Wharol pare interpretare perfettamente le tendenze estetiche del suo tempo, comprende la bellezza e l'eccezionalità, ma anche la tragedia sottesa, di ciò che si ripete nella vita quotidiana, sempre uguale ma pure diverso, si interessa al valore e all'attrazione generata dall'oggetto di uso comune, dal bene di consumo, dalle immagini pubblicitarie, guardando il mondo con quella "ingenuity" che è sì genialità ma è anche purezza di sguardo, curiosità, capacità di stupirsi, ingenuità simile a quella di un bambino di fronte alle cose del mondo. Questa è la forza di Wharol, la sua vicinanza, la potenza della sua opera. Egli ha saputo vedere la bellezza anche in una scatola di zuppa, o in una sedia elettrica, ora, è forse nella loro edulcorazione che Wharol restituisce agli oggetti ed ai personaggi che ritrae quella forza e quel valore che furono il cuore della cultura del suo tempo e, per certi versi, anche del nostro, in un contesto in cui i mezzi di comunicazione si accavallano, i differenti linguaggi si sovrappongono e siamo bombardati da immagini che ripetono se stesse; fino a portarci ad osservare la copia, di una copia, di una copia, in una costante sensazione di déjà vu.

 

WHAROL. Dalla collezione di Peter Brant: dal  24 ottobre 2013 al 9 marzo 2014

Palazzo Reale, Piazza del Duomo 12, Milano.

Lunedì: 14.30 - 19.30. Da martedì a domenica: 9.30 - 19.30. Giovedì e sabato: 9.30 - 22.30.

Biglietto: intero 11€/ ridotto: 9,50€

Informazioni: www.warholmilano.it      #wharol

 

 

Giovanna Canonico

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