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È mancata lunedì 2 marzo all'età di 89 anni, Bettina Grazianitop model francese musa di Hubert de Givenchy, Dior e Jacques Fath, protagonista delle passerelle di Parigi negli anni '50.

L’AIDS al cinema ha negli anni Novanta il volto emaciato del Tom Hanks di “Philadelphia”, premio Oscar nel 1994 come miglior attore protagonista. Esattamente vent’anni dopo, un altro interprete di un personaggio segnato dalla scandalosa malattia ottiene la statuetta dorata: è Mattew McConaughey, quasi irriconoscibile nel ruolo di Ron Woodroof, protagonista di “Dallas Buyers Club”, firmato dal regista canadese Jean-Marc Vallée. I toni del racconto non potrebbero essere più diversi dal precedente e famosissimo film sullo stesso tema, trattato qui con ruvidità e senza concessioni ai buoni sentimenti. Siamo a Dallas a metà degli anni Ottanta: Ron è il prototipo del texano un po’ bifolco e razzista, convinto che il senso ultimo della vita si consumi nello spazio di un rodeo innaffiato di alcool e festini erotici. Il vero toro, quello che non si può dominare con la forza mascolina, arriva all’improvviso nella sua vita: si chiama AIDS, una condanna a morte ancora poco conosciuta, ma abbastanza da sapere che quella sigla è abbinata allo status di omosessuale.

Impossibile crederci, impossibile far credere agli pseudo-amici del bar che quell’infame destino non è arrivato dal rapporto con un altro uomo. Quella che si sarebbe potuta trasformare in una deriva esistenziale, nella resa assoluta di fronte a un nemico impossibile da sconfiggere secondo la medicina ufficiale – che offre solo terapie palliative e consolatorie – si converte in occasione di riscatto e di crescita umana. Il cambiamento passa attraverso la sofferenza e diventa rivoluzione non solo individuale, ma sociale e collettiva, con la possibilità per gli spettatori di seguire un destino che si allarga e include un fenomeno di più ampia portata.

Le cure approvate negli Stati Uniti guardano forse più al profitto che alla salute dei pazienti, ma la speranza per un esercito di sieropositivi oltrepassa i confini con Ron deciso a fare della battaglia contro la lobby delle case farmaceutiche un business utile e vivacemente gestito. Hai un’alternativa per lottare contro l’AIDS, ce l’hai però solo se hai contanti a sufficienza per pagarla. Una buona dose di cinismo e di diffidenza verso il prossimo accompagnano Ron nel suo viaggio, lungo molto più del previsto, attraverso un virus colorato di passione e di sentimenti, in forma assolutamente nuova per lui, pronto a rinnegare la vecchia vita di cowboy per un’amicizia autentica.

Un racconto asciutto e misurato, riempito completamente dalla recitazione e in particolare dalla prova d’attore di McConaughey e di Jared Leto, che si è aggiudicato l’Oscar come miglior attore non protagonista. Per entrambi il lavoro è partito dalla preparazione fisica per il film, in cui appaiono fortemente dimagriti e portatori di una bellezza lontanissima dai canoni estetici hollywoodiani. La metamorfosi permette di dimenticare i loro volti patinati e sorridenti per identificarli completamente con i personaggi, realmente esistiti ma caratterizzati dalla sceneggiatura con qualche differenza rispetto alla realtà, almeno a sentire chi Ron lo ha conosciuto davvero.

“Dallas Buyers Club” ha avuto una genesi produttiva lunghissima: si parla di un soggetto già pronto vent’anni fa, quindi in un periodo ancora molto vicino ai fatti raccontati, rifiutato più di cento volte prima di arrivare nelle sale. C’è da chiedersi quale sarebbe stata la percezione della storia allora rispetto ad oggi, considerando il mutato scenario intorno al problema dell’AIDS, grazie alla maggiore consapevolezza e agli strumenti di prevenzione che hanno normalizzato il fenomeno riducendo pregiudizi e discriminazioni.

Le dubbie politiche messe in atto dalle multinazionali farmaceutiche con l’avallo delle Agenzie nazionali per il Farmaco rimangono di bruciante attualità e rappresentano probabilmente il cuore della pellicola, che rende onore a un uomo normale divenuto eccezionale quando di fronte alla morte ha scoperto quanta forza e bellezza fosse ancora possibile trovare nella pochezza del vivere.

Elisabetta La Micela

 

 

Sono partenopei, amici e complici, protagonisti di una liaison artistica tra le più fortunate del cinema italiano degli ultimi anni. Stiamo parlando di Paolo Sorrentino e Toni Servillo, regista il primo e attore il secondo, lanciati con “La grande bellezza” in corsa verso l’Oscar, dopo la candidatura dell’Academy che li ha inclusi nella magica cinquina dei candidati nella categoria “Miglior film straniero”. Ma facciamo un passo indietro, un lungo passo di oltre dieci anni che ci riporta al 2001, quando il trentenne Sorrentino - impegnato già nella direzione di diversi corti - firma il suo primo lungometraggio, “L’uomo in più”. Protagonista doppio e capace di caratterizzare con il suo istrionico talento una sceneggiatura originale è già lui, Toni, la cui identità si confonde con quella dei suoi omonimi cinematografici. Antonio e Toni, uno e trino, uomo feticcio per il regista che lo vorrà ancora a consacrare il suo successivo film “Le conseguenze dell’amore”. Tutt’altra atmosfera, fredda e rarefatta, inquietante come i silenzi che un volto dalle mille sfumature riesce a modulare con maestria di teatral fattura. Il successo è già dietro l’angolo, i cinque David di Donatello conquistati dalla pellicola aprono la strada al vincente e profondo sodalizio rotto solo raramente - come succede per “L’amico di famiglia” - subito ricreato per conquistare il Festival di Cannes nel 2008 con “Il divo”, Premio Speciale della Giuria e fortissima interpretazione ideologica e figurativa del personaggio di Giulio Andreotti. Per Servillo è ovazione a furor di popolo, ma la recitazione è ancora una volta strumento a servizio di una prospettiva artistica intimamente legata all’universo Sorrentino, nel segno di un’alchimia professionale intensa e duratura. La bellissima parentesi americana di “This must be the place” vede uno straordinario Sean Penn rubare solo per poco il ruolo di primadonna a Servillo, cui Sorrentino dimostra dedizione assoluta ne “La grande bellezza”, costruendo la storia intorno al suo personaggio. Film corale, pieno di volti e di luoghi intessuti di visionarietà, movimento continuo intorno all’immobilità del Jep Gambardella incarnato da Servillo, vero fulcro narrativo e potente detonatore emotivo nel caos umano che si agita lento dentro una Roma multiforme, favolosa o ributtante come il film che la incornicia, come il regista che la racconta. Perché abbiamo a che fare con un cineasta molto amato ma anche molto criticato, per alcuni sopravvalutato, sicuramente artefice, insieme all’amico e ispiratore, della visibilità del cinema italiano nel mondo, e speriamo anche del prossimo Oscar conquistato dal nostro Paese.

 

La ragazza della porta accanto, quella che ha una laurea in tasca ed è costretta a vendere le diavolerie più improbabili per sbarcare il lunario trasformandosi in imbonitrice telefonica nel variopinto e spesso squallido universo dei call center: ecco come si è fatta conoscere dal vasto pubblico l’attrice palermitana Isabella Ragonese, scelta da quasi esordiente per interpretare “Tutta la vita davanti” di Paolo Virzì, che coglie nel segno affidandole il ruolo di protagonista. La bellezza poco urlata, incastonata nei tratti delle ragazze comuni della sua generazione ma capace anche di attrarre magneticamente chi guarda, si nutre profondamente dell’espressività di un corpo, di un volto soprattutto, plasmato dalla formazione teatrale e riversato al cinema nell’empatia con lo spettatore.

Arriva con volitiva emozione questa carica umana già a partire dai primi ruoli che in punta di piedi introducono la giovanissima Isabella nel sogno di celluloide, divenuto in un batter d’occhio realtà: brilla la nuova piccola stella sotto il cielo di Venezia, madrina nel 2009 del glorioso Festival del Cinema, mentre regala al pubblico forti prove drammatiche in “Viola di mare” e accanto ad Elio Germano ne “La nostra vita”, dimostrando una straordinaria versatilità dopo l’esilarante accoppiata di “Oggi sposi”, commedia degli equivoci diretta da Luca Lucini.

La bella fanciulla siciliana non si ferma però a coltivare il mestiere di attrice, scrive di teatro e continua a studiare e sperimentare nuovi linguaggi scenici per nutrire e riempire di senso il percorso artistico intrapreso, perché la popolarità raggiunta con i successi al botteghino non fermi la crescita professionale, non interrompa la fertile ricerca della bellezza che si infrange tra parola e gesto. Continua a muoversi con grazia e senza troppa fretta Isabella, dipingendo sui personaggi interpretati un sorriso leggero e aperto riempito da due occhi che parlano spesso di sentimenti.

La vedremo in veste comica nell’ultimo film di Carlo Mazzacurati “La sedia della felicità”, presentato al Festival del cinema di Torino, nei panni di un’estetista che tira a campare fino alla scoperta inaspettata di un tesoro nascosto. Un traguardo importante per la nostra eroina della nuova generazione del cinema italiano, spinta verso l’alto da un regista come Mazzacurati che fa solo ben sperare per i prossimi passi sulla strada verso la piena maturità artistica.

 

 

La televisione lo ha introdotto con discrezione al grande pubblico ma è in teatro che si è sudato il mestiere di attore, professato più che svolto sul fronte del puro utilitarismo. Michele Riondino parte da Taranto non con una valigia piena di sogni e in cerca di fortuna nella capitale, ma arriva a Roma deciso a rimanerci per studiare recitazione, e per ottenere un posto alla prestigiosa Accademia Silvio D’Amico si prepara con quella dedizione che gli permette di superare le selezioni e respirare finalmente l’odore del palcoscenico.

L’impegno nei primi ruoli teatrali diventa fertile terreno per coltivare il talento, per curare dettagli e sfumature esplorando con curiosità artistica diverse strade, tra laboratori e training per educare corpo e voce alle più svariate tradizioni espressive. Oltre a fondare una propria compagnia, l’inarrestabile Michele intraprende collaborazioni con registi d’impatto come Emma Dante e Marco Baliani mentre si affaccia alla televisione tra fiction come Incantesimo e Distretto di Polizia, dove la carica di pathos profusa a teatro deve essere contenuta nei ranghi di personaggi di ben altro spessore.

Ma è un passaggio quasi obbligato per arrivare con maggiore consapevolezza al cinema, scegliendo di stare davanti la macchina da presa solo per interpretare ruoli di estrema qualità, anche subendo una maggiore “invisibilità” rispetto ad altri colleghi impegnati in pellicole di più largo consumo. Una scelta o un modo di fare necessità virtù? Il crescendo anche cinematografico del giovane Riondino dimostrerebbe la prima ipotesi, perché partendo da film come “Il passato è una terra straniera”, diretto da Daniele Vicari, passando per la regia di Mario Martone in “Noi credevamo” sino agli ultimi “Bella addormentata” e “Acciaio”, con un ventaglio interpretativo quasi sempre tendente all’inquieto – declinato verso il rabbioso, lo sfuggente, il cupo e l’irrisolto – non ci sono sbavature né scivoloni ma un climax direttamente proporzionale alla maturità raggiunta dopo un decennio di gavetta soprattutto teatrale.

Come un fulmine a ciel sereno, eccolo tornare in tv e sfoderare un’inedita veste ironica come protagonista del prequel della storica e seguitissima serie dedicata al Commissario Montalbano: sfida difficile quella di conquistare milioni di telespettatori abituati ad identificare il rude paladino della giustizia uscito dalla penna di Andrea Camilleri con il volto di Luca Zingaretti. Una grande iniezione di fiducia ripagata brillantemente dal nostro Michele, arrivato con convinzione al mestiere di attore e arrivato in alto pur rimanendo ancorato a terra, quasi a non voler staccare i piedi dalle tavole polverose e affascinanti del palcoscenico che ha dato forza e spina dorsale ai personaggi arrivati dopo sul piccolo e sul grande schermo.

 

Come scovare il talento dietro gli occhi verde magnetico del bel Riccardo del nuovo cinema italiano? La generazione di “Tre metri sopra il cielo” ha consacrato ormai dieci anni fa uno Scamarcio poco più che ventenne, fresco di diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia,  sex symbol e idolo delle “mocciose”, che lo ritrovano anche nel secondo film ispirato, appunto, ai romanzi di Federico Moccia, “Ho voglia di te”. Deve affrancarsi dal carico scomodo del belloccio senza cervello il nostro Riccardo, partito dalla provincia pugliese con tutta l’intenzione di sfondare nel mondo del cinema, e se almeno all’inizio quell’aria affascinante da malandrino lo porta dritto al record d’incassi di un fenomeno generazionale, passando per qualche fiction tv, il salto verso il cinema “adulto” arriva presto con “Mio fratello è figlio unico” di Daniele Luchetti, dove la prova recitativa sembra finalmente oscurare almeno in parte la prestanza fisica. Risulta forse troppo uguale a se stesso, monocorde in più di un’occasione, anche quando si trova di fronte a ruoli drammatici come in “Colpo d’occhio” di Sergio Rubini o nel ritratto storico sul terrorismo italiano “La prima linea” di Renato De Maria. Torna invece simpaticamente in auge il sorriso furbetto nella carrellata leggera dei vari “Manuale d’amore”, “L’uomo perfetto”, “Una piccola impresa meridionale”, del conterraneo Rocco Papaleo, fino alla rivelazione brillante estorta dal Ferzan Ozpetek di “Mine vaganti”, sempre innamorato dei suoi attori e capace di svelare con profondità unica quel lato che nessuno aveva ancora visto. I rapporti amorosi rimangono quasi sempre al centro delle vicende interpretative affrontate sul grande schermo da Riccardo, come accade al supplente tormentato - ma non troppo - dalla cotta di una sua allieva ne “Il rosso e il blu” di Giuseppe Piccioni, insinuando per l’ennesima volta il crudele dubbio: è bravo o solo bello? Può a ragione essere affiancato ai suoi giovani colleghi in fatto di bravura o l’accusa di essere raccomandato, magari dalla storica compagna di vita Valeria Golino, è davvero fondata? A sentire Woody Allen, che lo ha scelto per un piccolo ruolo, insieme a molti altri attori italiani, per il suo “To Rome with Love”, è un attore pieno di carisma e almeno in questo caso non sarebbe stata la sua notorietà a convincere il grande regista venuto da oltreoceano e conquistato dalle capacità dell’attore più che dal fascino del personaggio famoso. Si potrebbe pensare che sia l’Italia, insomma, a non sfruttare appieno le risorse di Scamarcio, costretto da sceneggiature poco generose a ricalcare il modello del “bello e dannato”, senza spingerlo oltre per scoprire nuove sfumature inespresse, un’occasione per liberarsi dei pregiudizi e confermare il vero talento, quello che niente, nemmeno la bellezza, può mettere in discussione.

 

Ha un cognome difficile da pronunciare ma che ormai non si può non ricordare, così come quell’esile figura contornata da un volto pallido e dai tratti rinascimentali, ora antico nei riccioli d’oro ora improvvisamente trasformato dalla dura intensità di uno sguardo, di un colore e un taglio di capelli dettati dal personaggio di turno. Sono tantissime le donne vissute dentro il corpo di Alba Rohrwacher, rapita subito dai migliori registi italiani dopo una prima formazione teatrale e il diploma in recitazione al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, per il quale ha lasciato la natìa Firenze forse senza sapere fin dove il suo talento l’avrebbe portata, quale impegno totalizzante sarebbe diventato il mestiere di attrice. La scelta dell’impegno è evidente nell’amore e nella dedizione al ruolo dimostrata film dopo film, senza concedere spazio alla frivola vanità e all’autocompiacimento: passa dal criptico “Io sono l’amore” di Luca Guadagnino al surreale dramma soldiniano  “Il comandante e la cicogna” con la leggerezza di uno sguardo sottilmente colmo di varietà espressive, prestato a racconti mai banali e lontani dal vissuto. Partecipa alla storia con tutto il peso della sofferenza, della malattia, della mancanza di certezze quando entra nella vicenda di Eluana Englaro raccontata da Marco Bellocchio in “Bella addormentata” o nella disturbata figlia de “Il papà di Giovanna” di Pupi Avati, concedendosi poca leggerezza, lasciando ancora in larga parte inesplorata la vena comica. Non è un percorso mentale ma profondamente carnale, fisico, quello che passa attraverso lo schermo dando alla finzione un carico di verità sempre più netto negli ultimi “Via Castellana Bandiera” e “Con il fiato sospeso”, presentati al Festival di Venezia, percorsi di libertà creativa di una Sicilia piena di contraddizioni, stanca dell’immobilità esistenziale. Alba si tuffa con trasporto da protagonista ancora una volta cogliendo una nuova sfida con se stessa e con il suo lavoro, continuando a costruire una dimensione interpretativa molto più ampia del legame con un set e con una sceneggiatura da eseguire: la forza della ricerca di senso, della motivazione racchiusa tra parole e gesto, penetra e rimane nello spettatore affascinato dalla verosimiglianza, perché un personaggio interiorizzato diventa con naturalezza un altro sé, un modo per parlare delle proprie emozioni senza ricorrere al gossip. Non è l’ultimo fidanzato o la vacanza a Formentera a ricordarci di questa leggiadra e potentissima attrice della nuova generazione cinematografica, è la scelta di incarnare la qualità e l’impegno artistico per crescere consapevolmente nella strada intrapresa.

 

Metti che all’ultimo anno di Liceo una mattina arriva a scuola un regista, metti che quel regista di nome fa Nanni e di cognome Moretti, metti che tu non hai mai pensato di fare l’attrice fino a quel momento e che invece lui decide che vuole proprio te. Nasce così l’astro Jasmine Trinca, da un incontro quasi casuale che ha regalato al cinema italiano una delle più interessanti e talentuose attrici della nuova generazione, quella dei trentenni cresciuti davanti la macchina da presa.

Jasmine ha un viso magnetico, forse quell’espressività così forte non era ancora venuta fuori per una come lei che si dedica solo alla scuola e allo sport, tanto da arrivare con tutta l’inconsapevolezza dei suoi 19 anni ai provini per “La stanza del figlio”, storia intima e difficile premiata con la Palma d’Oro al Festival di Cannes. Era il 2001, e da quell’esperienza di condivisione dell’arte cinematografica con un grande regista inizia un percorso sempre in ascesa: quel volto dolente e ancora fanciullesco smette di essere paffuto e si smagrisce per essere prestato alla disturbata protagonista de “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana, ancora un trionfo di critica e di pubblico, ancora una recitazione dimessa, lontana dai toni impostati delle accademie.

E’ questo uno dei punti focali del percorso di attrice della giovane Jasmine, arrivata all’università dopo il diploma a pieni voti ma mai passata per una scuola di recitazione istituzionale, a contendere ruoli di primo piano alle sue colleghe sfornate in larga parte dal Centro Sperimentale di Cinematografia. Continuano ad amarla i registi italiani, definendo anno dopo anno un talento sicuramente innato e forgiato direttamente sul set: Michele Placido, Giovanni Veronesi, ancora Nanni Moretti per “Il caimano”, passando per piccoli progetti come l’esilarante cortometraggio di Paolo Calabresi “La sottile mensola rossa”

(http://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/187402/calabresi-la-sottile-mensola-rossa.html).

Non è una bulimica di film Jasmine, non è presenzialista ma ai Festival sorride sempre e non si nega mai all’obiettivo dei fotografi con uno sguardo aperto e sfuggente al tempo stesso, tenendo rigorosamente lontana dai riflettori la vita privata, il compagno, la nascita della figlia. Poche interviste, pochi capricci da diva e una seria dedizione al proprio lavoro, quello che forse non si aspettava di fare ma che è diventato un riflesso di sé: arrivano quest’anno il personaggio di Antonia per “Un giorno devi andare” di Giorgio Diritti e quello di Miele per la prima regia di Valeria Golino; storie pesanti come macigni, racconti dell’anima che solo attraversando nel profondo il significato dell’arte recitativa si possono offrire al pubblico senza retorica, spogliandosi di frivolezza nell’immagine netta ed essenziale delineata dalla regia. Altri successi, altre conferme di una giovanissima attrice diventata ormai donna, cresciuta e sbocciata dentro il suo talento senza clamori.

Ha 30 anni, nel 2010 sale sul palco di uno dei più importanti Festival di cinema del mondo e dedica il suo premio “All'Italia e agli italiani, che fanno di tutto per rendere l'Italia un paese migliore nonostante la loro classe dirigente”. Ecco il dissidente della nuova generazione del cinema italiano, primo italiano miglior attore a Cannes dopo il “mostro” Marcello Mastroianni, senza alcuna voglia di essere paragonato a lui né a nessun altro, perché Elio Germano rimane sempre se stesso, continua a vivere a Roma viaggiando in autobus e facendosi vedere solo per difendere l’arte, per dire con l’occupazione del Teatro Valle che la libertà d’espressione vale più dei soldi e dei giochi di potere.

Basterebbe sapere questo per capire cosa vuol dire fare l’attore per il 33enne romano iperamato dai registi, pieno di una plasticità espressiva che lo ha fatto passare dal bambino monello di “Ci hai rotto papà”, alle principali serie tv degli ultimi anni – “Un medico in famiglia” e “Paolo Borsellino” tra tutte – al cinema di qualità dei Luchetti, Scola, Virzì, Ozpetek, Salvatores, quasi senza prendere fiato.

Mai uguale a se stesso, regala al pubblico ruoli memorabili in una varietà di toni quasi insuperata: ruba la scena (e la ragazza) al bel Riccardo Scamarcio nella parabola politico-familiare di “Mio fratello è figlio unico”, vestendosi -  e spogliandosi suo malgrado - di grottesca rabbia contemporanea in “Tutta la vita davanti” di Paolo Virzì. Un precario ucciso dall’illusione del futuro racchiusa in un’ingombrante macchinario che nessuno vuole comprare; dal fallimento professionale la trasformazione diventa poi più radicale per l’estremo dolore di sopravvivere a chi si ama ne “La nostra vita”: una rabbia diversa, sorda più che isterica come nel film di Virzì, ma ugualmente piena di sfumature disperate come segno di una generazione stanca di effimero.

Evade dai circuiti della mente con una straordinaria capacità di non relegare il suo personaggio al ruolo di colpevole, di salvarlo dall’abiezione facendo sentire lo spettatore quasi triste per la sua disperata fine: lo fa vestendo i panni di Quattro Formaggi nel dramma a tinte fosche “Come Dio comanda”, facendo da contraltare al superbo Filippo Timi protagonista della pellicola.

E non poteva mancare il suo volto pieno di meraviglia alla corte di Ferzan Ozpetek, innamorato dei suoi attori immersi sempre in atmosfere di enigmatica grazia: “Magnifica presenza” rapisce Elio nel sogno di una casa affollata di misteri, consegnando i suoi occhi alla magia più dolce e malinconica. Ma il sogno, quello stavolta della tranquillità di provincia e dei buoni sentimenti, si infrange nel “piccolo” e riuscitissimo “Padroni di casa” di Edoardo Gabbriellini, tutto proiettato verso il breve, travolgente epilogo. Complice dell’ottima prova d’attore il coprotagonista Valerio Mastandrea, che con il nostro porta in scena un’intesa coatta di feroce bellezza. L’ultimo approdo è ora al cinema

http://www.mymovies.it/film/2012/lultimaruotadelcarro/

Guardiamolo, il nuovo Elio, con l’emozione inedita del racconto che si rinnova, nel corpo e nella parola, ad ogni nuovo ciak.

Leggere nell’anima di un Paese e dei personaggi che lo rappresentano nella continua ricerca della bellezza visiva: amore per la forma e per il suo contenuto,  questa la chiave estetica del cinema di Matteo Garrone, regista romano classe 1968, immerso nel valore dell’immagine sin dalla nascita - il padre Nico è critico teatrale, la mamma Donatella fotografa e figlia dell’attore Adriano Rimoldi – lanciato verso la regia dalla formazione pittorica. Il film diventa per il giovane Matteo un’occasione per sperimentare tutta la potenza figurativa del colore, della luce, dell’inquadratura come affaccio sul mondo. Le prime prove – “Terra di mezzo”, “Il caricatore”, “Estate romana” – sono frutto di questa ricerca che non si traduce però in astrazione, scegliendo di raccontare la realtà dal basso, quasi con approccio documentaristico, affondando lo sguardo nello scenario sociale contemporaneo, fino alle prime prove  attenzionate dalla critica italiana, “L’imbalsamatore” e “Primo amore” - ispirati ad episodi di cronaca - preludi all’affresco criminale di  “Gomorra”, che con la vittoria a Cannes nel 2008 consacra il talento registico di Garrone sulla scena internazionale. Attori non professionisti, insieme ad interpreti impegnati in teatro e cinema di qualità – su tutti Toni Servillo e Gianfelice Imparato – diventano luce e ombra plasmati dall’occhio della macchina da presa che racconta volti, corpi, ma soprattutto luoghi e atmosfere con un virtuosismo mai fine a se stesso, sempre complice della narrazione, indagatore al punto da accompagnare il pubblico dentro l’immagine, quella di un’Italia made in camorra e poi dell’ossessione mediatica in “Reality”, arrivato quattro anni dopo “Gomorra”. Non è più un sistema criminale a condannare le dolenti figure disegnate dal regista - con la collaborazione dello storico sceneggiatore Massimo Gaudioso – ma la finta verità del sogno televisivo, svenduto al centro commerciale in cambio della ragione. Resterà prigioniero di quel sogno senza più svegliarsi, intrappolato nel mondo deformato della celebrità, l’aspirante concorrente Luciano – denudato da Garrone nella sua fragilità senza bisogno di troppe parole grazie anche all’intensità dell’interprete Aniello Arena, ergastolano con una lunga esperienza di teatro al carcere di Volterra – mentre la vita continua a scorrere intorno a lui, piena di oggetti che riempiono con eccesso e ostentazione i vuoti di senso di una povera Italia vestita di illusioni. A noi di “Nerospinto” Matteo Garrone piace per il talento registico prestato al racconto dell’attualità con una ricerca di stile che vuole sempre raccontare un pezzo di vita, ci piace perché è una speranza per il cinema italiano di qualità.
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