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Dal 19 Marzo al Teatro Oscar una pièce ispirata alla vicenda di Eluana Englaro! Uno spettacolo profondo che tocca un tema molto discusso e attuale.

 

Il Teatro Oscar decide di ricordare una donna che per il suo solo esistere ha smosso coscienze e dibattiti con uno spettacolo che fa parte del Progetto DonneTeatroDiritti, al suo quinto anno. Dal 19 Marzo al 23 Marzo il teatro Milanese ospiterà Una questione di vita e di morte - veglia per E. E., una produzione Ultima Luca, di e con Luca Radaelli.

 

Sul palcoscenico Luca Radaelli, autore, regista e attore teatrale di Lecco che, attraverso il teatro, la narrazione e la musica, affronta una riflessione e un approfondimento su temi profondi, cruciali e intimi. La vita, la morte, la malattia e la libertà personale, l’etica, la morale, la regione e la fede, la laicità: sono tutti i temi quella rappresentazione. Testi di Sofocle, Dante, Shakespeare, Molière, Foscolo, note e versi di grandi autori contemporanei come Fabrizio De Andrè e Robert Wyatt, oltre che canti della tradizione popolare, per sondare il mistero della morte e restituire allo spettatore quesiti, dubbi, interrogativi, sui quali riflettere.

Il regista Radaelli, direttore della compagnia Teatro Invito dal 1989, afferma: “In tutte le culture la morte è sempre stata un fatto naturale. Viviamo, invece, in una società che cerca di dimenticarla, occultarla, esorcizzarla. Lo spettacolo propone una veglia laica, dove la ritualità del teatro, ripercorrendo le tappe della vicenda Englaro arrivi a toccare corde emotive trascurate nelle discussioni pubbliche; una riflessione più generale sul nostro rapporto con la morte, con la religione, con la medicina, con la memoria per capire come vita e morte sono le due facce della stessa medaglia.”

 

Lo spettacolo e la riflessione prendono spunto dalla drammatica vicenda di Eluana Englaro, scomparsa il 9 Febbraio 2009, dopo 17 anni di stato vegetativo permanente provocato da un grave incidente stradale avvenuto nel 1992, la pièce Una questione di vita e di morte - vegli di E.E. è stata scritta con il contributo prezioso e la collaborazione di Beppino Englaro, il padre di Eluana, e del suo libro 'Eluana. La libertà e la vita' (scritto in collaborazione con Elena Nave, ed. Rizzoli, 2008).

Il progetto DonneTeatroDiritti al Teatro Oscar, di cui fa parte questo spettacolo, si pone l’obiettivo di raccontare le donne che sfidano la modernità con la loro arte e intelligenza come la scienziata Rita Levi Montalcini (MeRITA - 27/29 marzo 2014), per finire con donne di potere come le regine Maria Stuarda di Scozia e Elisabetta d’Inghilterra (LE REGINE. ELISABETTA VERSUS MARIA STUARDA - 8/25 maggio 2014).

 

Questo evento non è un semplice spettacolo, è una riflessione, una messa in discussione di argomenti importanti e vitali, un approfondimento da non perdere!

 

 

 

Teatro Oscar

Via Lattanzio 58, 20137 Milano (MM3 - Staz. Lodi T.I.B.B. | Tram: linea 16 Fermata Tito Livio - Lattanzio | Filobus: linea 92 - Fermata Umbria – Comelico)

Informazioni: www.pacta.org | e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. |

tel: 02.3650374002.36503740

Orari spettacoli: MART-SAB 21 | DOM ore 17

Orari biglietteria: LUN-SAB 16.00-19.00 e 19.30-21.00 l DOM dalle 15.30 a inizio spettacolo

Costo biglietti: Intero !24 | Ridotto e Convenzioni !18 | Under 25/Over 60 !12 | CRAL e gruppi 10 (min 10 persone) | Prevendita !1,50

ABBONAMENTI: CARTA AMICI DI PACTA 6 spettacoli* !60,00 - CARTA TANDEM 2 ingressi a 2 spettacoli* !38,00 – CARTA ALL YOU CAN SEE (carta personale) ingressi illimitati a tutti gli spettacoli* !100,00 – ABBONAMENTO DonneTeatroDiritti (carta personale) 6 spettacoli della rassegna DtD !45,00. * esclusi MITO, Oscar per tutti e Teatro in Matematica.

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Peter è stato l’attore più versatile del secolo scorso passando con la stessa facilità e bravura dal palcoscenico al grande schermo e infine alla televisione e interpretando ruoli deferentissimi tra loro con uguale successo e plauso.

Per ogni grande attore arriva però sempre il ruolo giusto e più che perfetto, quello che lo consacra al pubblico internazionale e lo fa diventare divo a tutti gli effetti. La storia del cinema apre le porte a O’Toole per la sua indimenticabile interpretazione di Lawrence d’Arabia e gli assegna un posto che nessun altro attore potrà mai soppiantare in quel ruolo e per quel personaggio.

Irlandese di nascita Peter ha saputo imporsi in quasi tutte le grandi produzioni del cinema inglese tanto da far dimenticare quasi a tutti le proprie origini e farsi riconoscere come uno tra gli interpreti più british del cinema.

Amato e corteggiato dai cineasti più famosi e impegnati degli anni Sessanta e Settanta, Peter gira una pellicola dopo l’altra e si diverte a cambiare genere e personaggio a secondo della trama e dell’esigenze registiche.

Arrivano così le nomination agli Oscar, praticamente per quasi ogni sua interpretazione ma alla fine lo star system hollywoodiano gli preferisce sempre qualcun altro.

Peter O’Toole con la pazienza degli irlandesi e l’umorismo degli inglesi fa spallucce e continua a lavorare sui set delle produzioni internazionali più prestigiose passando da un cast all’altro e girando con tre generazioni di artisti e autori.

E così nel 2003 accetta l’Oscar alla carriera e nel 2007 dopo quarantaquattro anni di nomination arriva la sua prima vera statuetta per il ruolo nel film Versus.

Elegante, raffinato, eclettico e bravo praticamente in ogni ruolo Peter O’Toole è uno dei protagonisti indiscussi del cinema del Novecento, uno degli attori che ancora sapeva dosare con garbo e successo gli insegnamenti ricevuti all’accademia di arte drammatica di Londra con la leggerezza e la sfrontatezza imposti dagli studios di Hollywood.

 

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Era il 1940 quando sulle scene americane appare la pellicola più di successo di Alfred Hitchcock.

Il film è Rebecca la prima moglie, sceneggiatura tratta da un lavoro letterario di du Maurier e la protagonista indiscussa è lei Joan Fontaine, bella, tormentata e magnifica negli abiti di scena creati apposta per darle l’aria più barocca e decadente possibile.

La pellicola è un successo mondiale e la Fontaine viene candidata come migliore interprete.

I tempi per lei non sono però ancora maturi e la statuetta va a una più nota e rampante Ginger Roger che incassa il successo ma comprende bene che quella giovane donna bionda e bravissima le starà di sicuro con il fiato sul collo.

Così è infatti e Joan Fontaine figlia di una attrice britannica e sorella della più famosa Olivia de Havilland scala tutti i traguardi e diventa la musa per eccellenza di Hitchcock aggiudicandosi due anni dopo l’ambita statuetta con Il sospetto.

Da quel momento in poi la carriera di Joan vola e lei interpreta, con successo, qualcosa come cinquanta film, l’ultimo dei quali nel 1994.

Arrivata piccolissima in California con sua madre Lilian e sua sorella Olivia, Joan scopre prestissimo la sua passione per la recitazione e calca il palcoscenico con amore e buoni risultati, fino a che non decide che il fascino del cinematografo è per lei più forte.

Gli anni Trenta del Novecento la vedono interprete di piccoli ruoli o di comparse ma sempre accanto ad attori famosi e questo è il periodo in cui Joan non solo può farsi le ossa con registi bravi e nella recitazione filmica ma anche frequentare il mondo dorato e pieno di occasioni di Hollywood.

Come succede spesso per le interpreti di successo e per le pellicole da cineteca anche per Joan Fontaine il ruolo chiave resterà sempre quello di Rebecca la prima moglie e così vogliano ricordarla anche noi. Fragile ma forte, bella e insicura. La vera rivelazione del cinema noir anni Quaranta.

 

 

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E' in scena dall'8 fino al 17 ottobre Pippo Delbono, al Piccolo Teatro Strehler, con la sua nuova produzione teatrale: Orchidee.

Orchidee è una riflessione, c'è un uso del cinema, della fotografia, con richiami all'Africa, ai viaggi. Per osservare, più che per narrare", così Delbono descrive il nuovo frutto del suo ingegno.

Uno spettacolo  dal titolo simbolico, per restituire l'idea di un tempo, il nostro, in cui il privato e il pubblico, il politico e lo spirituale, sono reale e falso. Con noi che ci alimentiamo di detriti, la mantide religiosa che pare un fiore, le cose politiche dietro le quali non sai mai che c'è, con relativa sfiducia delle masse, fino ad arrivare al teatro che, forse, non sarà più uno specchio dei tempi, ma continua a catturarci e a farci innamorare, con il suo potere catartico e liberatorio di cui erano a conoscenza persino gli antichi greci.

Una performance in cui il grande regista impegna tutto se stesso, senza risparmiarsi, mettendo a nudo il proprio cuore e la propria anima per regalarla a chi siede al di là del palco, per comunicare un senso di smarrimento che ha colpito la nostra società, in cui è sempre più difficile distinguere ciò che è vero ed importante da ciò che non lo è, ma lasciando sempre un senso di speranza, rimasto a guidarci ancora una volta fuori dalle tenebre.

Dodici performers, dodici voci differenti: voci vicine alla vita dell’artista e della sua  compagnia, ma anche il suono dei testi che si porta sempre appresso, nuclei da Amleto, Romeo e Giulietta, Il giardino dei Ciliegi, un distillato di amore per il teatro.

Non manca la voce della madre scomparsa, di chi se ne è andato e non può più ritornare, ma, sulla scena di un teatro, può essere fatto rivivere, può essere di nuovo vicino. Non a caso orchidea in francese vuol dire eternità, qualcosa di afferrabile e inafferrabile allo stesso tempo.

Un' esibizione altamente emotiva a cui noi di Nerospinto abbiamo avuto il piacere di assistere e che consigliamo caldamente a chiunque abbia voglia di prendere parte a qualcosa di magico e fuori dal comune, in grado di farti commuovere e riflettere, come solo i grandi talenti sanno fare.

 

Piccolo Teatro Strehler dall’8 al 17 ottobre 2013 Orchidee uno spettacolo di  Pippo Delbono con Dolly Albertin, Gianluca Ballarè, Bobò, Pippo Delbono, Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Julia Morawietz, Gianni Parenti, Pepe Robledo, Grazia Spinella immagini Pippo Delbono musiche Enzo Avitabile luci Robert John Resteghini direzione tecnica Fabio Sajiz, suono Corrado Mazzone, luci e video Orlando Bolognesi, elaborazione costumi Elena Giampaoli, capo macchinista Gianluca Bolla, responsabile produzione Alessandra Vinanti, organizzazione Silvia Cassanelli, amministratore di compagnia Raffaella Ciuffreda produzione: Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro di Roma, Nuova Scena- Arena del Sole- Teatro Stabile di Bologna, Théâtre du Rond Point- Parigi, Maison de la Culture d’Amiens- Centre de Création et de Production si ringrazia Cinémathèque suisse  

Per informazioni consultare il sito

http://www.piccoloteatro.org/play/show/2013-2014/orchidee

Foto di Chiara Ferrin

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Lunedì, 23 Settembre 2013 15:00

La vipera e il diavolo

"…convinci il mondo che non stai spodestando un parente rivale, bensì liberando la cristianità da una piaga. Da usurpatore diventerai messia…".

 

Milano, 1378, lo scontro finale tra Bernabò Visconti, signore di Milano, e suo nipote, Gian Galeazzo, in palio sta la gloria imperitura, per lo sconfitto, solo la morte.

“La Vipera ed Il Diavolo”, il libro di Luigi Barna Frigoli si inserisce proprio in questo contesto: una terra in tensione a causa di due forze parimenti astute e temibili, disposte a tutto per ottenere la supremazia.

Uno scontro memorabile, insito nella storia di una Milano che troppo spesso dimentica le sue origini. Con abili colpi di penna, Frigoli si colloca a metà tra storia e leggenda, dimostrandosi capace di rendere ciò che nascosto nella storiografia in un appassionante romanzo di avventura, dove tutti gli elementi per la suspense si mescolano ed amalgamano, creando una mistura esplosiva: tradimenti, gelosie, invidie, intrighi, brama di potere, amore, sesso, sangue e duelli. per non contare poi ciò che il retaggio popolare ci ha lasciato: magia ed eresie, tutto questo ci regala l’autore, inserendo anche la figura di un eclettico e tormentato Tasso, giunto a Milano in fuga dai suoi fantasmi.

 

La presentazione del libro si svolgerà il 27 settembre, alle h 18.00, alla Libreria di Corso San Gottardo, Milano (c/o San Gottardo 35).

Vedrà la presenza dell’autore stesso ed una ricca proiezione di immagini, per accompagnare l’immaginazione lungo il sentiero delle storie non raccontate. L’ingresso è libero.

 

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A volte si è solo belle, a volte si è molto brave e a volte si diventa vere icone del proprio tempo.

 

Karen Black è stata tutto questo e se si vuole anche di più perché ha saputo interpretare come nessuna la sua generazione aggiungendo al talento e alla bellezza tanto lavoro e tanto studio.

Come molte attrici del suo tempo anche la Black partì dal teatro, dal debutto sul palcoscenico con le assi di legno e da quel luogo magico che era l’Off – Broadway negli anni Sessanta.

Il suo talento e la sua avvenenza la fecero notare subito dalla Hollywood che conta e nel 1966 Francis Ford Coppola la volle nella sua pellicola Big Boys nel ruolo della bella e concreta segretaria Amy che alla fine del film riesce a conquistare il timido e disilluso protagonista.

La Black è talmente brava a rubare la scena anche agli interpreti principali che dal quel 1966 in poi viene chiamata da quasi tutti i registi più importanti di Hollywood, girando titoli di gran successo come Nashville, Il giorno della locusta, Il grande Gatsby, Airport ’75.

Il grande successo e la fama però arrivano con Easy Reader, pellicola diretta da Dennis Hopper che la volle come protagonista assoluta accanto a Peter Fonda.

Il film del 1969 diventa immediatamente il lavoro cult della generazione degli anni Settanta e Karen Black l’icona della generazione stessa, la bella e maledetta per definizione.

Il “trittico” profano che lega il film, l’attrice e la storia restano immutati nel tempo tanto che la Black e Easy Reader diventano un tutt’uno per la storia del cinema internazionale.

La pellicola riceve, come sempre in questi casi, plauso e consensi per il coraggio e la veridicità del soggetto e feroci critiche da parte dei tutori della pubblica morale.

Tutto questo però non ne ferma il successo e il film non solo si aggiudica premi prestigiosi ma lancia ancora di più la figura di Karen Black come attrice e icona della sua generazione.

L’anno successivo, infatti, la brava e bella interprete riceve una nomination agli Oscar e conquista un Golden Globe con il film Cinque pezzi facili recitando accanto a Jack Nicholson.

Karen Black è ormai di fatto una delle attrici più importanti di Hollywood e può permettersi incursioni anche in televisione, girando e interpretando serie di grande prestigio come La Trilogia del terrore, dove recita accanto al suo secondo marito Robert Burton, e naturalmente a teatro, suo primo amore, per cui scrive e interpreta pièce e spettacoli di grande intensità.

 

Karen Black, nata e cresciuta in una famiglia di artisti, dove la scrittura la musica e l’interpretazione erano le doti che si tramandavano tra le generazioni, ci ha messo però tanto di suo, diventando l’attrice manifesto di una intera generazione.

 

La sua morte, dovuta a una malattia incurabile e molto aggressiva, priva il mondo dell’arte di una grande interprete e lascia contemporaneamente orfane le donne che dal mondo del cinema a quello del sociale hanno sempre visto in Karen Black un esempio e una figura da seguire, pur se nelle luci e nelle ombre che hanno caratterizzato la sua intera esistenza.

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Malika Ayane rende omaggio a Pippa Bacca con il suo ultimo video “E se poi”, tratto dall’album Ricreazione.

Il video, con Malika vestita da sposa, ripercorre la vicenda dell’artista milanese brutalmente trucidata in Turchia nel 2008.

Pippa Bacca, nome d’arte di Giuseppina Pasqualino di Marineo, nipote di Piero Manzoni, nasce con l’arte nelle vene e segue sin da subito il percorso dell’arte performativa, che la porta, nel marzo del 2008, ad intraprendere la performance itinerante Spose in Viaggio, accompagnata dalla collega Silvia Moro.

Il concept di fondo della performance era quello di attraversare 11 paesi teatro di conflitti e di violenze, vestite da sposa, per promuovere la pace e l’amore tra gli uomini.

L’abito da sposa, creato personalmente da Byblos, era caratterizzato da un velo concepito come telo con cui le artiste intendevano lavare i piedi delle ostetriche incontrate lungo il percorso, in un omaggio a coloro che donano la vita in territori di morte.

L’abito stesso, lacero, sporco e portatore di tutte le testimonianze vissute durante il tragitto, sarebbe stato poi esposto al termine della performance.

Pippa e Silvia erano partire da Milano l’8 marzo e, grazie ad autostop e passaggi di fortuna, le due erano giunte in Turchia il 20, dove decidono di separarsi, per poi incontrarsi nuovamente di li a pochi giorni.

Cosi non è stato: Pippa Bacca è stata brutalmente aggredita e uccisa da un uomo che si era offerto di darle un passaggio; il suo corpo martoriato è stato ritrovato l’11 aprile in un campo diroccato.

Il suo funerale, celebrato il 19 aprile nella basilica di San Simpliciano a Milano, è stato una festa, una celebrazione di Pippa e della sua fiducia negli altri, del suo animo buono e del suo amore per l’arte. Il verde come fil rouge della celebrazione, il colore preferito di Pippa e simbolo di speranza.

"Certo che non ha prezzo il tempo passato insieme a spasso, tra questo mondo e un altro, per trovare l’universo adatto al nostro spazio, ogni giorno più stretto per contenere i sogni, tutti dentro ad un cassetto… " (…) (Malika Ayane e Giuliano Sangiorgi, E se Poi, 2013)

 

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Mercoledì, 29 Maggio 2013 23:09

Siamo tutte Franca Rame

Oggi, 29 maggio 2013, si è spenta a Milano Franca Rame, attrice teatrale, drammaturga, politica ma soprattutto paladina dei diritti delle donne.

Noi di Nerospinto vogliamo ricordarla attraverso le sue frasi più ribelli, forti, vere..per ricordare un'Italiana che non ha mai avuto paura di svelare al mondo il suo cuore.

 

(…) Perché mi stringono tanto? Io non mi muovo, non urlo, sono senza voce. Non capisco cosa mi stia capitando. La radio canta, neanche tanto forte. Perché la musica? Perché l’abbassano? Forse è perché non grido. (Lo stupro,1975)

 

"Non sono un flipper, che puoi infilarci le 100 lire e sbatterlo come ti pare" (Tutta casa, letto e chiesa-1977)

 

Te la caverai con poco, come tanti altri. Per quanto tu possa ripensare a quell’orribile momento… mai potrai capire quanto male mi hai fatto. Un male che brucia continuamente nel mio cervello… nel mio cuore… un male che nulla potrà mai cancellare. Mi hai bruciato la vita, ragazzo.(Stuprata da un ragazzo “per bene”-20/02/ 2012-Blog di Franca Rame su Il Fatto Quotidiano)

 

Noi moderni siamo i primi nella storia del mondo a porci il problema del nostro piacere. Quando la gente lavorava quelle diciotto ore al giorno, non aveva certo energie da dedicare al rapporto sessuale: erano stanchi morti, mangiavano, andavano a letto: tran-tran-tran, poi (russa) grgrrrrrrrr!, s'addormentavano... Succede anche oggi... anche se si lavora molto meno. Molte mie amiche si lamentano che i mariti: trun-trun-trun, poi grgrrrrrrrrr!, senza manco dire: "Grazie cara... vuoi un caffè?".

Oggi, per l'uomo, esibire il godimento è diventato uno status symbol: una moglie, una fidanzata, tre amanti, un fidanzato. Scherzo...

E spesso questo godimento, questo piacere i maschi lo esibiscono, lo millantano. (L’uomo che sbruffone!-XIII Puntata-Sesso?- 27/02/2013 -Blog di Franca Rame su www.francarame.it)

 

Nascere donna è un gran casino, perché fin da piccola ti distorcono le idee sul sesso, su te stessa. Che non sei bella, che c'hai dentro questa cosa sporca ma tanto preziosa che tutti te la vogliono. Ma se è così sporca, perché tutti la vogliono? "Perché sono dei maialoni!!!" Non capisci bene il significato, e invece di andarci a fondo, ti accontenti del non capire niente. Perché? (…) Improvvisamente, (lui) non è più un porco e tu non sei più un bidone della spazzatura ma un delicato mazzolino di rose con nel bel mezzo un'orchidea "bianca".

Perché? Perché tutto è stato purificato dall'AMMORRE! Che baggianata! Dall'amore! Una parola bellissima "amore amore amore quanto mi piaci... vivo solo per te... ti amo, ti amo... sei la mia vita!" Il giorno dopo ti ritrovi con una montagna di piatti da lavare e il detersivo è finito.(Nascere donna-XXXIII Puntata-Sesso?-26/04/2013/-Blog di Franca Rame su www.francarame.it)

 

Penso anche al mio funerale e qui, sorrido. Donne, tante donne, tutte quelle che ho aiutato, che mi sono state vicino, amiche e anche nemiche…vestite di rosso che cantano “bella ciao”.(Lettera d’amore a Dario-30/0 1/2013-Blog di Franca Rame su Il Fatto Quotidiano)

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È il più grande innovatore del teatro italiano,l’unico che è riuscito ad avvicinarsi all’amarezza,al realismo di Eduardo De Filippo, alla sperimentazione e alla ricerca del teatro newyorkese con la stessa intensità e bravura. Carlo Cecchi dichiara di amare Shakespeare sopra ogni altra cosa, di considerarlo il suo unico maestro, ma poi sulle tavole del palcoscenico offre ai suoi spettatori interpretazioni crude e prive di ogni fronzolo del teatro elisabettiano avvicinandosi alla contemporaneità amara e gotica di Carmelo Bene.

 

Cecchi sa essere magistrale nella prosa radiofonica e nell’interpretazione cinematografica. Incanta con la sua voce profonda e cupa e con la sua gestualità misurata, intensa, essenziale che ha imparato e sperimentato recitando Cechov, Pirandello, Brecht, Moliere.

Carlo Cecchi è il solo attore italiano vivente che sa essere uno e centomila insieme, ma che sa trasformarsi in “nessuno” quando deve dare l’idea del senso stesso dell’esistenza umana.

 

 

Per questo registi importanti e internazionali, ma anche autori esordienti come Martone e Valeria Golino si sono affidati completamente a lui quando si è trattato di portare in scena personaggi difficili, attuali e drammaticamente veri.

 

 

In Morte di un matematico napoletano Cecchi rivela al pubblico del grande schermo quanto possa diventare tediosa e insopportabile la vita, anche per un razionale e serioso professore di matematica pura.

Il film è una denuncia sociale delle più dure e Carlo Cecchi rende il personaggio di Renato Caccioppoli così reale e orribile da meritarsi il Premio Speciale al Festival di Venezia.

 

Nel 2007 gli viene consegnato il premio Gassman come migliore attore teatrale, ma Cecchi ha già girato film come Il bagno turco, Arrivederci amore, ciao, Il violino rosso, Io ballo da sola.

 

Nato a Firenze nel 1939, dove ha cominciato a recitare poco più che ragazzo, si è fatto conoscere dal grande pubblico e dalla critica con Finale di partita di Samuel Beckett, la più grande interpretazione mai stata fatta del protagonista dell’opera in tutta la storia del teatro.

 

Per Carlo Cecchi il teatro è tutto, il rapporto tra attore e pubblico in sala diventa allora per lui l’unica forma possibile di dialogo e di arte. “Il teatro è calore, è vita, ed è l'unica forma d'arte che non si trova su internet” dice spesso a tutti, una filosofia che egli per primo segue scrupolosamente e quando si “presta” al cinema lo fa solo per sceneggiature che hanno una scrittura quanto più vicina a quella teatrale, ovvero pura ed essenziale.

 

La sua ultima fatica cinematografica lo vede nei panni del coprotagonista del lungometraggio, Miele, diretto da Valeria Golino. La sceneggiatura è tratta da un romanzo di Covacich, ma il personaggio interpretato da Carlo Cecchi rimanda a ben altro.

Sicuramente è presente un richiamo al matematico napoletano di Martone, con la medesima difficoltà di vivere una vita che non appassiona più e da cui non si pretende più nulla; e ai più attenti non sarà sfuggita neppure la similitudine con la scelta inaspettata e lucida di Mario Monicelli, che ultranovantenne decide di suicidarsi buttandosi dalla finestra della sua camera di ospedale.

 

Carlo Cecchi  diventa, così,  la trasposizione concettuale, teatrale e filmica di uomini veri, reali, tormentati e coraggiosi, almeno a loro modo, e lo fa con tutto il rigore dell’attore novecentesco e la modernità dell’uomo contemporaneo, unendo luci e ombre, interpretazione classica e attualità di linguaggio.

Se pensiamo poi che lui non ama e non ha mai amato definirsi artista ma solo attore si può comprendere quanto per lui recitare non sia soltanto una professione ma la passione che guida le sue scelte e lo fa reinventare a ogni nuova interpretazione e a ogni nuovo personaggio.

La stessa morte per Carlo Cecchi diventa allora metafora e allegoria da accogliere fino in fondo per dare un senso compiuto alla vita di ogni uomo.

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Sabato, 27 Aprile 2013 15:30

Natalie Wood: tormento e mistero

Chi non si ricorda di Deannie, giovane liceale, bella e sfortunata, protagonista del miglior film drammatico di Elia Kazan?

Natalie Wood offre probabilmente in Splendore nell’erba la sua migliore interpretazione cinematografica, rendendo la pellicola un capolavoro e conquistando per sé una nomination come migliore attrice protagonista.

La pellicola è del 1961 e Natalie è al suo trentesimo film, avendo cominciato a recitare giovanissima in capolavori come Happy land, Il miracolo della 34esima strada, Sentieri selvaggi e Le colline bruciano e accanto ad attori del calibro di James Dean, Cary Grant, Clark Gable e William Holden.

 Il successo di Natalie è decretato dalla sua indiscussa bellezza, ereditata dai suoi genitori russi, ma soprattutto dal suo tormento interiore che le fa sposare per ben due volte lo stesso uomo, intraprendere relazioni clandestine e improvvise e trasportare tutto questo, poi, sul grande schermo. Le interpretazioni della Wood sono tanto realistiche quanto verosimili e così Jude, la fidanzata del protagonista di Gioventù bruciata, interpretato da James Dean, diventa l’icona di buona parte delle adolescenti americane ed europee degli anni ’50, e fa conquistare all’attrice anche l’ennesima nomination agli Oscar, in una parallelismo tra realtà e finzione che rende Natalie una delle artiste simbolo della sua generazione.

Il 1961 è anche l’anno di West side story e la Wood fa praticamente il pieno di nomination e consensi, facendo contemporaneamente impennare le vendite di foulard colorati negli Stati Uniti tra le adolescenti, tutte emuli di Maria, la protagonista dell’indovinato musical.

Natalie è orami per tutti l’icona della ragazza Giulietta, la shakespeariana protagonista che ama disperatamente il ragazzo inviso dalla famiglia o che viene osteggiata dalla famiglia dello stesso.

La Wood è bella, tormentata e drammaticamente credibile in questi ruoli. Nessun’altra riuscirà a pareggiarla, nessuna riuscirà a ricreare sul grande schermo la Deannie di Splendore nell’erba.

Come succede, però, a tutte le grandi icone del cinema anche per Natalie la vita reale finisce con l’avere il sopravvento sulla finzione filmica e l’attrice muore misteriosamente annegata nel 1981 nella baia dell’isola di Santa Catalina mentre è a bordo del suo yatch insieme al marito, l’attore Wagner, e al loro comune amico, l’attore Christopher Walken.

L’attrice ha solo quarantatré anni e naturalmente la sua morte crea scalpore e sospetti.

Si parla insistentemente anche di "triangolo amoroso" tra lei, suo marito e Christopher Walken, una relazione finita appunto in tragedia a bordo dello yatch dei coniugi.

Venne aperta un’inchiesta ma le testimonianze di Walken e Wagner sull'incidente furono perfettamente coincidenti. E l’annegamento fu dichiarato come tragico incidente, fino al 2011 quando nuove informazioni sulle circostanze della morte della Wood riportano alla riapertura del caso. Gli investigatori incaricati del cold case però non trovano nuovi indizi e ricongelano il dossier. Ma i figli di Natalie non si danno per vinti e lo scorso gennaio fanno nuovamente riaprire le indagini sulla morte della loro madre.

Una nuova autopsia condotta sul corpo rivela così la presenza di lividi sulle braccia, sui polsi e sul collo, che fanno ipotizzare un'aggressione. Il medico legale però non si sbilancia. Gli enigmi e le ipotesi non possono ancora essere svelati né scioli e sulla morte dell’attrice icona degli anni cinquanta continua ad aleggiare l’ombra del più assoluto mistero.

 

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