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Mercoledì, 04 Marzo 2015 19:20

Addio alla mannequin francese Bettina Graziani

È mancata lunedì 2 marzo all'età di 89 anni, Bettina Grazianitop model francese musa di Hubert de Givenchy, Dior e Jacques Fath, protagonista delle passerelle di Parigi negli anni '50.

Pubblicato in Tête-à-tête
Mercoledì, 16 Gennaio 2013 02:49

ZUSHII, follow the ears stickers!

Colore, fashion, vintage, stile, divertimento, improvvisazione, sogni… Ma cos’è Zushii? Un logo a forma di orecchio che ha ormai invaso tutta Milano celebra il mantra ‘Follow The Ears Stickers’ che stuzzica, incuriosisce, decora i manifesti pubblicitari, trasforma le locandine del centro, ma rimane avvolto nel mistero. Nerospinto svela per voi il suburbano arcano che sta dietro il brand Zushii attraverso l’intervista ai suoi due creatori Davide e Francesca Micheli.

Come avete iniziato, com’è nato il progetto Zushii? D.: i creatori di Zushii siamo io e mia sorella Francesca, non siamo milanesi, veniamo dalla non contaminata Aprica, io mi occupo della parte più creativa, gestendo anche il sito e i social, mia sorella gestisce la parte organizzativa e commerciale e di pr. Questo brand di accessori non convenzionali e irriverenti è nato nel 2009 dalla nostra agenzia di comunicazione non ordinaria che si chiama Korrokontro. Siamo una realtà piccola, abbiamo alcuni collaboratori, promuoviamo le collezioni negli eventi in giro per Milano, facendo anche un marketing direttamente sulle strade. Abbiamo lanciato il marchio con una campagna di guerrilla marketing con degli stickers on the road, il nostro logo è l’orecchio (un punto di domanda per l'orecchio destro e uno per quello sinistro), crediamo infatti che il mistero sia ciò che fa andare avanti tutto, quindi anche per le nostre collezioni manteniamo sempre il mistero su quale sarà la prossima, cerchiamo sempre di spiazzare i nostri affezionati clienti. Qual è dello stile dei vostri accessori? D: Vogliamo fornire al cliente una scelta molto ampia, dall’animale, passando alla recentissima collezione che abbiamo fatto di ispirazione medievale con croci, angeli, riproduzioni di vetrate. La prima collezione è stata quella delle caramelle resinate, che tra l’altro quest’anno abbiamo riprodotto in un’edizione limitata. Abbiamo sempre indagato il mondo del gioco, dell’ironia, dell’infanzia perché noi crediamo che il mondo della moda non debba essere qualcosa di grigio e di comunque limitante per la persona, ma invece di possibilità, di grande espressione e con i colori dei nostri accessori riusciamo a esprimere la personalità di ciascuno. Un’altra collezione che ha spopolato è stata la collezione Wild Wild Zoo composta da animaletti un po’ sezionati e poi trasformati in anelli fashion e collane, questa collezione ha avuto tanto successo tant’è che Vladimir Luxuria ha indossato in tutte le puntate dell’Isola dei famosi i nostri accessori. La terza collezione, Zushiiland, è un po’ il riassunto delle prime due collezioni. Da dove nasce il nome, come vi è venuto in mente di chiamarvi così? D: In realtà il nome è ispirato un po’ al Giappone, un po’ a Madonna, agli anni Ottanta e vuole rappresentare la stranezza. Poi, in seguito ad un consulto con una nostra risorsa che ha studiato lingue orientali, abbiamo scoperto che la parola zushii può avere tantissime accezioni ed una di queste è, neanche a farlo apposta, i ‘disegni del pensiero’ e quindi il libero sfogo all’immaginazione. Come reperite dei materiali così singolari? D: Abbiamo diversi fornitori che sono top-secret per consentirci la replicabilità, tutti i nostri accessori, salvo alcuni casi che sono pezzi unici, sono riproducibili e quindi siamo un vero e proprio brand che ha una vera e propria collezione con un ordinativo. I nostri produttori sono variegati e diversificati perché le nostre collezioni sono anch’esse molto eterogenee. Ovviamente poi abbiamo anche un laboratorio che assembla i pezzi secondo la nostra direzione creativa. Qual è la vostra fonte di ispirazione? D: In realtà sono io principalmente il motore delle idee creative e non ho una particolare ispirazione, queste idee malsane o comunque fulminanti mi vengono così… Magari sono per strada e mi viene l’idea… poi sicuramente conoscere nuove persone, girare, io sono stato per tanti anni a Berlino e ho viaggiato molto, sono appassionato di fotografia, produco centinaia di scatti, web designer e grafica, sicuramente influisce… Credo che in parte la mia storia personale mi abbia portato ad avere queste idee un po’ frutto di elementi passati che si ricombinano nel nuovo. I vostri accessori sono anche apparsi in tv… Sì abbiamo fornito gli accessori per alcune trasmissioni tv tra cui X-Factor: l’anno scorso li ha indossati Arisa, quest’anno un po’ tutti i concorrenti, Chixi ha indossato il nostro anello panda. Abbiamo dato gli accessori al nuovo programma School of Glam in onda su Sky e in una puntata una nostra maglietta è stata l’outfit vincente, perché abbiamo fatto anche una flash collection di magliette e pochette per il Fuori Salone 2011 nell'ambito del progetto espositivo di COOL HUNTER Italy, che abbiamo stra-venduto. L’ anticipazione-mega è che Vladi (Vladimir Luxuria) torna in tv con un programma su La7 che si chiama Fuori di gusto che andrà in onda tutti i sabati e, siccome abbiamo ormai un rapporto di amicizia, ci ha chiesto di fornirgli tutti gli accessori per le venti puntate che saranno a tema alimentare perché sarà un programma di cucina. Zushii ci piace, stimola la nostra fantasia e ci fa sognare… Dove possiamo trovare i vostri accessori? Ci stiamo espandendo sul territorio e abbiamo alcuni punti vendita a Milano: Pretty in corso San Gottardo, DB Living a Repubblica, Fiorucci in San Babila; poi abbiamo un punto vendita a Padova, Mon Toutou, uno a Como, Angela Pozzuoli, un punto vendita a Torino, Sayang Ku di Serena Ciliberti, e ad Aprica Foto Ottica Micheli. Tra poco metteremo anche lo shopping online.

Noi di Nerospinto amiamo il mondo fantasioso e colorato di Zushii e le sue creazioni shabby chic perché attraverso questi accessori rievochiamo la nostra sfera giocosa e fanciullesca.

http://www.zushii.com twitter facebook

www.korrokontro.com

Pubblicato in Lifestyle
Lunedì, 14 Gennaio 2013 00:54

Uno sguardo sull’universo Telestar

Tell the stars who are Telestar

A fine anno Nerospinto ha avuto modo di intervistare i Telestar, la band emergente che nel 2008 ha chiuso il 'Cornetto Freemusic Audition', aperto un concerto di Zucchero e ottenuto la vittoria all’Heineken Jammin’ Festival del 2011, e Emilie Fouilloux, in arte Mademoiselle Em, giovane dj parigina resident a Le Germain, al Montana e al No Comment di Parigi, collaboratrice di Simon Reziem e Gilbert Costes.

Nonostante l’eterogeneità delle sue componenti Telestar appare come un gruppo compatto, personalità non convenzionali quelle di Remo Morchi, Edoardo Bocini, Marco Tesi e Francesco Baiera; lo si capisce al primo sguardo: look e gestualità totalmente differenti. Band made in Italy, genere indie/pop/rock, nel 2011 pubblicano il primo videoclip del singolo Il profumo è sempre il solito: sobrio, istantaneo, emotivo. L’omonimo album d’esordio arriva dopo un’esperienza musicale decennale, nove sono i brani scelti <<ma ce n’erano tanti altri, abbiamo dovuto fare una scrematura>> appartengono quasi tutti al passato, all’età acerba, dicono, eppure i motivi hanno tanto di attuale, non si distaccano molto dall’idea di musica cantautorale "grass roots" che si ha oggi in Italia; se pensiamo a Dente o agli Amour Fou, potremmo allora azzardare a dire che in parte sono stati precursori e che se finora si sono mossi per vie trasversali, dopo questo disco, li vedremo guadagnare rilievo sulla scena nazionale. Ecco allora un’intervista per chi ancora non li conosce.

 

Perché il nome Telestar?

Edoardo (voce): Non ha un perché, lo trovammo scritto sul brano di un mood degli anni 70 e ci sorprese perché non era ancora stato usato. Abbastanza nerd, è un po’ intrigante, ce l’abbiamo da sempre, quasi dieci anni.

Cos’è la musica per voi?

Remo (chitarra): Per me la musica è  qualcosa di primitivo, che mi accende, come mangiare, bere, dormire, per me è tutto. Se potessimo vivere di musica faremmo quello …

Marco (batteria): Quello che ho sempre fatto fin da bambino, è una parte di me, non potrei pensarmi senza il mio strumento, la mia musica, per cui non ti posso dire che è tutto, perché non è tutto, però è una parte molto importante della mia vita.

Edoardo: Per noi la musica è un hobby, ci ritroviamo a suonare dopo il lavoro da più di dieci anni e ce la teniamo come grande passione. La viviamo come un grandissimo impegno, perché tutti lavoriamo, abbiamo vite parallele, quindi diventa sempre più una sfida mantenerla così, per ora ce la stiamo facendo, nonostante viviamo in posti diversi. Abbiamo voluto buttar fuori questo disco perché ce l’avevamo addosso da troppo tempo; ci sono infatti dei brani che suonano momenti diversi da quello che viviamo adesso, però non potevamo non pubblicarlo: è un po’ un regalo che  dovevamo a noi stessi.

Cosa ne pensate della musica oggi, è più semplice o difficile lavorare nel mondo della digitalizzazione? 

Remo: Io credo che la differenza sostanziale fra prima dagli 90 ed oggi sia la capacità che ha avuto il computer di mettersi nel mezzo tra il musicista e il suo strumento, avvicinandolo per certi versi alla conclusione del progetto musicale, però d’altro canto allontantanandolo dalla musica, perché ormai non si fanno più delle mani come quelle dei musicisti di una volta; si sbaglia e si corregge, e l’errore può diventare anche qualcosa di comunicativo; io non posso neanche giudicare perché ne sono dentro, lo faccio e nel frattempo mi sono cambiati i parametri.

Marco: Sicuramente è più facile avere un contatto col pubblico, è più alla portata di tutti, però c’è anche un approccio un pochino più superficiale, più freddo e, proprio perché alla portata di tutti, è sicuramente meno preciso: meno concentrazione, meno a pensare alle cose. Sicuramente è comunque una cosa positiva perché permette a tante persone di fare musica, di sperimentare, non posso dire il contrario.

Quali i temi frequenti nelle vostre canzoni?

Edoardo: noi parliamo solo di amore, cerchiamo di trovare sottili differenze, ma parliamo solo d’amore perché non credo ci siano argomenti più interessanti di cui parlare.

Remo: L’amore indiscutibilmente, sì, perché in Italia per arrivare alla gente per il 99% delle volte torni sugli anni ‘60, gli anni di Mogol, di Battisti, di Tenco, di Paoli.. Io credo che l’amore sia uno dei temi più importanti che una band possa trattare, di conseguenza abbiamo fatto un disco di quest’intensità. È una cosa che nel mondo di oggi stenta ad esserci, perché nessuno ci pensa quasi più quanto questo mondo stia diventando un melting pot di esistenze, quindi questo è stato il motivo base. Le liriche sono un po’ adolescenziali per questo motivo, perché trattando d’amore negli anni passati era questo il vissuto, ma oggi potrai sentire già canzoni con molto più pathos e romanticismo.

Quali sono le band alle quali vi ispirate, ma anche artisti e autori?

Edoardo: A tutto quello che è stata la musica degli degli anni ‘90, infatti si sente nel disco; c’è una forte influenza di quello che è stato il primo british pop degli anni ‘90, poi ora le cose nuove che stiamo scrivendo sono molto più personali.

Remo: A livello di reazione, prendo in mano la chitarra, parto con quello che è successo nella mia vita privata e da qui scatta la scintilla per esprimermi in maniera più estesa. Se fossi un quadro sarei un Pollock, nei momenti in cui scrivo, se fossi un libro, vorrei essere un Cesare Pavese, in cui c’è questa distanza dell’amore impossibile da vivere. È un paragone troppo grande però.

Edoardo: E poi, soprattutto, le nostre famiglie. Siamo sempre italiani eh? Anche se nella musica possono esserci influenze inglesi, americane, ci piace tornare a casa.

Mentre quale considerate essere il vostro tratto distintivo?

Remo: La nostra musica è molto semplice, in un modo sempre più complicato di sperimentazione noi ci ispiriamo sempre alla canzone, a scrivere la canzone. Quando c’è la struttura, lo scheletro di questo essere allora diamo vita a questa creazione e nasce la nostra musica. I riferimenti sono sempre gli stessi, la musica inglese, anche perché siamo nati ascoltando il brit-pop o ancor prima i Beatles, gli Stones, potrei mettere anche gli Smiths, il new wave anni 80, oppure anche nuove cose che mi piacciono molto come gli XX; comunque prevale l’importanza della canzone rispetto al progetto, perché un gruppo può avere anche una sonorità molto innovativa, particolare, con un nuovo stile, una nuova attitudine, ma se non hai la canzone, scomparirai, quindi puntiamo a questo: a fare delle belle canzoni, che è una cosa molto difficile nel 2012.

Marco: Il nostro tratto distintivo, ti potrei dire che… Quindi il genere che facciamo? Allora noi siamo un gruppo di ragazzi vicino ai 30, che per dieci anni ha suonato insieme, ha passato tante fasi della musica,  cambiato anche modi di suonare, cercato di sperimentare, fino a sentirci amalgamati bene solo noi quattro...prima c’erano anche altre persone… Abbiamo deciso di suonare, abbiamo realizzato e pubblicato il nostro primo disco e la nostra musica è una musica molto diretta, direi anche per certi versi semplice ma non superficiale, ascoltabile da tutti, anche per un orecchio non tecnico può sembrare molto diretta, però se si presta attenzione si ritrovano arrangiamenti molto particolari; c’è molto lavoro sugli arrangiamenti, uno stare molto tempo sulle canzoni, che può essere una cosa negativa e positiva, forse un po’ troppo perfezionisti...stiamo lavorando sull’essere più spontanei.

Parlateci un po’ del video del singolo ‘Il profumo è sempre il solito’…

Marco: Sono legato forse in maniera più profonda a Il profumo è sempre il solito, il primo singolo, il primo video, è stata la prima canzone scelta per entrare nel disco, il nostro pezzo di lancio e sicuramente, venuta in maniera spontanea da un’improvvisazione, fatta da tutti. Il video è molto interessante, particolare, realizzato molto bene. Abbiamo lasciato  fare al regista, però ci siamo messi subito in sintonia con lui, e alla fine il concetto finale è stato giusto e positivo.

Francesco (basso): La nostra scelta è stata quella di realizzare un video prettamente visivo, che desse un’immagine forte, a prescindere dalla storia, ma proprio una sensazione di un momento preciso tra queste due persone, e quindi la cosa migliore ci è sembrata dilatare questo momento per tutto il video, contrapponendo la velocità della musica con la lentezza delle immagini, con l’attenzione per ogni dettaglio, ogni mossa.

L’intro della canzone ricorda un po’ i Placebo…

Francesco: Sì diciamo che ci hai azzeccato, perché sicuramente fanno parte dei nostri ascolti come moltissimi altri artisti… I Placebo sono stati tra i più ascoltati insieme a molti altri e ci sta tutto sicuramente per il tempo di batteria… Sì, te lo approvo, si!

La distanza è il titolo di un vostro brano, è anche un tema molto trattato in musica, secondo voi perché?

Francesco: Perché la distanza è più trattata? Perché è un argomento che affascina e fa soffrire, come diceva Bruno Lauzi quando gli chiedevano perché faceva canzoni così tristi. Spesso testi rabbiosi o di fondo con tracce di malinconia uniti al fascino di luoghi lontani è una buona base per scrivere un testo.

Remo: L’ho scritta io, parla della distanza in ogni suo aspetto non solo quello dell’amore, quando l’ho scritta pensavo anche alla distanza a livello sociale, e anche proprio l’amore che nel ritornello spicca, però diciamo ci sono anche delle metafore attinenti alla vita di tutti i giorni che ti possono far pensare a qualsiasi altro tipo di argomento non solo quello, e l’ho scritta credo 3-4 anni fa, non ricordo mai esattamente, ci ha fatto arrivare all’Heineken Jamming Festival perché piacque a Mario Risolo e di conseguenza è stata una sorta di trampolino di lancio per quell’annata lì. A livello di sonorità per quanto riguarda le chitarre si rifà agli anni 80 new wave, dai primi Smiths ai Cure,  a quel bagaglio culturale musicale della Manchester degli anni d’oro, della factory, di qualsiasi cosa che partiva dall’Inghilterra, quando l’Inghilterra faceva ancora musica spettacolare. Poi il testo è in italiano perché come band ci teniamo a scrivere canzoni in italiano, ci hanno accusato di essere forse a volte un po’ vuoti nelle liriche , ma è anche un atteggiamento nostro riguardo a questo primo disco che si rifà a un nostro modo di essere di molto tempo fa, perché la realizzazione dell’album è avvenuta in una decade, sono dieci canzoni che si rifanno a quando eravamo teenager e quindi hanno queste sonorità un po’ naive, un po’, si può dire, anche vuote; ora siamo diventati grandi e nel secondo disco ci esporremo di più.

La traccia numero 8, “In Viaggio” parla della stradail viaggio e lo spazio, il video è girato a New York…E’ forse la città che più amate?

Edoardo: Il video è un montaggio tra immagini prese da un amico a New York e la sala prove in cui registriamo. New York è un po’ il sogno, ma siamo anche legati alla nostra casa, alla toscana.

Francesco: La storia del video nata un po’ così: un video fatto tra amici, le parti della sala fatte con dei nostri amici fotografi che fanno anche video e così ci siamo detti “Proviamo a fare qualcosa anche di documentaristico mentre noi suoniamo”, abbiamo fatto le registrazioni, che sono rimaste un po’ lì, senza uno scopo preciso, poi un nostro amico, anche lui cantante e compositore, cui piaceva molto questa canzone, ha fatto un viaggio in solitaria a NY e ha tenuto addirittura un vlog, un video-blog su Youtube,  in cui ha infilato questa nostra canzone che lui riteneva proprio ispiratoria anche per questo suo viaggio, e così ci siamo detti “Perché non unire queste due cose e mostrare questo viaggio? Facciamoci ispirare anche noi da lui e creiamo questo montaggio” e vedendolo tutto ci tornava, a prescindere dal significato delle immagini, c’era il senso di quello che volevamo dire. Il viaggio a New York è il viaggio per antonomasia, e quindi abbiamo detto “Ok! Bello, ci piace! Va bene!”.

I vostri sogni e le vostre ambizioni in campo musicale?

Marco: Il mio sogno è quello di continuare a suonare, portare in giro il più possibile la nostra musica, impegnandoci. Viviamo molto alla giornata, il nostro disco piace, piace alla gente.

Remo: Fare un disco a NY sarebbe un bel sogno, riuscire ad arrivare non solo nel nostro paese, arrivare quindi a più persone, a più cuori sarebbe un grande sogno. Riuscire anche ad arrivare ad altre nazionalità sarebbe una cosa fantastica. E riuscire anche a fare un grande tour, perché in video è una cosa, dal vivo è un’altra: c’è l’intensità, suonando on the road.

Edoardo: le nostre ambizioni come musicisti sono quelle di fare quello che ci pare, il principio che deve rimanere una cosa nostra svincolata da qualsiasi meccanismo noioso, palloso, furbone… La musica è cambiata, fortunatamente si può fare anche così al giorno d’oggi, ci si può pubblicare, ci si può far sentire, fare dei concerti che danno soddisfazione, non dover rendere conte ai personaggi "che contano" del settore.

Quindi senza compromessi diciamo…

Edoardo: No, noi vogliamo fare quello che ci pare (ndr. sorride), già la vita ci porta delle regole, se non possiamo fare quello che ci pare della musica è finita!

 

Pubblicato in Musica
Lunedì, 14 Gennaio 2013 00:11

Pipilotti bring me to wonderland

Pipilotti Rist, una visual artist smarrita nel mondo delle meraviglie carnali. Viaggio itinerante attraverso lo specchio, tra visioni antropomorfiche e impressioni sonore.

Pipilotti, pseudonimo che combina Lotti, soprannome di Charlotte, con Pippi, riferimento al personaggio Pippi Calzelunghe di Astrid Lindgren, nasce come Elisabeth Charlotte Rist nel 1962 a Grabs in Svizzera.

Dal 1982 al 1988 frequenta l’Università di Arti Applicate di Vienna e la Scuola di Design di Basilea. Ancora studentessa produce la sua prima opera, I’m Not the Girl Who Misses Much (1986), video in cui si sposta da una parte all’altra dello schermo, scoprendosi il seno, mentre ripete la frase del titolo estratta dalla canzone dei Beatles "Happiness Is a Warm Gun".

Dopo aver fondato la rock-band tutta al femminile Les Reines Prochaines, gruppo col quale, dal 1988 al 1994, realizza alcuni album, concerti, video e performance dal vivo, ha inizio la sua vera e propria carriera artistica .

Nel 1992 raggiunge la notorietà con Pickelporno (Pimple porno), un lavoro sul corpo femminile e l’eccitazione sessuale, in cui le riprese, cariche di colori intensi, ambigue e sensuali, si spostano lungo i corpi di una coppia. Pipilotti Rits sviluppa un suo linguaggio estetico peculiare che si avvicina a quello dei video musicali: l’artista appare in molti dei suoi video, spesso cantando sulle soundtracks; i suoi lavori durano generalmente solo qualche minuto e contengono alterazioni di colore, velocità e suoni; i temi trattati sono principalmente collegati alla femminilità, alla sessualità e alla fisicità.

Si dedica inoltre alla creazione di installazioni multimediali, come Flying Room(1995) e Himalaya’s Sister’s Living Room (2000), in cui videocamere e monitor proiettano direttamente i filmati sugli spazi delle gallerie, e tra il 2005 e il 2009 si occupa della realizzazione del suo primo cortometraggio intitolato Pepperminta, presentato lo stesso anno al Festival del Cinema di Venezia.

Al contrario di molti artisti concettuali, i suoi lavori sono pervasi di sonorità insolite, carichi di colore, trasmettono un senso di spensieratezza e semplicità, aprono i nostri percorsi emozionali, istintivi, vitali.

Le sue riproduzioni sono affascinanti, sanno trasformare il cemento in pelle e carne, ogni installazione cambia a seconda del luogo in cui viene proiettata, le decorazioni murali prendono vita, le superfici si animano.

Pipilotti Rist gioca con la nostra sensibilità e con i nostri sensi, media per noi una nuova esperienza, che diventa esperienza endogena: esplora i nostri corpi dando forma ai nostri desideri reconditi, alle nostre perversioni, ma anche ai nostri sogni, evocando immagini rubate all’immaginario collettivo, come quelle del giardino dell’Eden e di Adamo ed Eva, ci riporta dentro il grembo materno, ad un panteismo in cui l’unico Dio è donna, una Demetra metafora della natura e del nostro ciclo vitale.

 

Pubblicato in Cultura

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