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Quando si parla di dive e di divine il cliché che viene in mente è sempre lo stesso: donne bellissime e sofisticate in pellicce bianche e abiti di seta, tacchi alti e capelli vaporosi e sensuali.

La filmografia internazionale le ha presentate tutte così fino alla fine degli anni ’60, poi i costumi e la società sono mutati e le star internazionali hanno cominciato a girare film in jeans e magliette di cotone. Le divine però sono rimaste tali e il ricordo che si ha di loro non può essere scalfito dal tempo.

L’ultima diva del cinema dei “telefoni bianchi” è stata Alida Valli.

La sua è una bellezza fuori dal comune, figlia di un barone del Trentino Alto Adige, studia al Centro sperimentale di cinematografia di Roma e debutta al cinema molto giovane. Antifascista convinta, negli anni ’40 si rifiuta di trasferirsi nel Cinevillaggio di regime a Venezia e resta a Roma, protetta e nascosta da amici fidati.

Alida non è solo molto bella, è sofistica e brava. Sembra essere nata per i ruoli drammatici, per i film intensi dove interpreta solo il ruolo delle donne tormentate.

La sua intensità interpretativa e il suo aspetto fanno sì che Alida venga notata e apprezzata da tutti i maggiori registi dell’epoca, Matarazzo, Mattoli, Soldati, Gallone che la fanno recitare in un film di successo dopo l’altro. E così nasce la diva, non soltanto l’attrice, ma l’icona di un certo cinema del ‘900 che porterà Alida a Hollywood.

A Los Angeles cambia il suo nome in Valli e gira con registi come Hitchcock e Reed e con attori come Gregory Peck e Orson Welles, memorabile la sua interpretazione della bellissima moglie italiana ne Il caso Paradine. Come tutte le dive però anche la Valli è capricciosa e indipendente e quando l’aria che si respira negli Studios inizia a soffocarla torna in Italia e si impone nuovamente con pellicole come Senso di Visconti e Il grido di Antonioni.

In Italia sono tutti innamorati di lei. I registi con i quali lavora la corteggiano in maniera quasi ossessiva, fanno pazzie, come nascondersi per spiarla o accompagnarla fino al treno per scoprire se parte da sola o no. Riceve decine di lettere al giorno, non solo da uomini che dichiarano amore e passione per lei ma anche da donne che le chiedono consigli o la insultano confondendo i ruoli cinematografici da donna perduta e fatale con la sua vita reale.

In effetti, qualche scandalo da cronaca nera e qualche ombra la toccano alla fine degli anni ’50, senza comunque coinvolgerla personalmente e soprattutto senza scalfire la sua carriera cinematografica che prosegue ad altissimi livelli anche nei decenni successivi nei quali lavora con registi del calibro di Pasolini, Pontecorvo, Bertolucci e Dario Argento. E poi nessuno sa che in realtà la splendida attrice continua ad avere nel cuore solo il suo primo amore, Carlo Cugnasca, aviatore caduto il Libia e primo fidanzato di Alida.

Sempre algida, meravigliosa e aristocratica Alida Valli riceve nel 1997 il Leone d’Oro alla carriera. Una carriera lunga e piena di successi negli anni più glamour del cinema italiano.

Alida Valli è la nostra ultima diva, le altre sono solo delle brave attrici.

Per una che idolatra Ellroy come me andare al cinema a vedere film noir che parlano di potere, corruzione, polizia e belle donne che tradiscono è praticamente un must.Ci vado a prescindere e senza farmi troppe domande.

È successo anche per Broken City, l’ultima fatica da regista di Allen Hughes, e naturalmente mi è piaciuto. Sicuramente perché è il mio genere di pellicola, certamente perché ci sono andata ben disposta e anche perché il film ha dei punti di forza che lo rendono piacevole e interessante da guardare.

Gli ingredienti affinché una pellicola possa dirsi buona o no sono molti, non sempre combaciano tra loro e non necessariamente devono essere tutti presenti. Broken City è promosso perché gli attori protagonisti, Mark Wahlberg e Russell Crowe, sono bravissimi, molto credibili e sanno dividersi la scena in maniera intelligente e saggia.

In Broken City però c’è molto altro: una fotografia strepitosa. Chi ama il noir come genere non può non farci caso perché il noir è essenzialmente un concetto letterario, ovvero è stato creato mettendo in fila parole che devono dare sensazioni e ricreare atmosfere.

Con le immagini, quindi, dovrebbe essere più facile, invece no: nella pellicola non sfugge niente.

Lo spettatore deve essere catturato anche di più del lettore perché quello che vede deve essere credibile, intenso, seducente. I film gialli non posso prescindere dall’ambientazione e Broken City risulta così anche, e soprattutto, un film di ambientazione dove le scene di azione e di suspense si mescolano e si intersecano a meraviglia con la location naturale data dalla città. La vera coprotagonista della pellicola con cui il detective privato e il sindaco devono fare i conti.

Un altro ottimo motivo per andare a vedere il film è che si tratta di una pellicola trasversale.

Non è I ponti di Madison Country né Il giustiziere della notte, non si deve discutere in famiglia per decidere a chi tocca scegliere il film da andare a vedere nel fine settimana.

Broken City mescola sapientemente azione e sentimento, sesso e potere, attori tenebrosi e attrici sensuali, così come deve fare un vero noir, che sia un libro o un film.

L’elemento meno convincente e debole della pellicola sono sicuramente i dialoghi e di conseguenza la storia del film: troppo semplice, troppo lineare, troppo prevedibile. E così, se lo spettatore si aspetta di rimanere in suspense per una trama che non si decide a decollare, alla fine del film si rende conto che a tenerlo in apprensione sono stati tanti altri elementi, come i movimenti di macchina, le scene di azione e il fatto di non sapere assolutamente se alla fine vincerà il cacciatore o la preda. Certo è che la città descritta e mostrata da Hughes non può indignare e non può sconvolgere più di tanto lo spettatore perché è lo specchio fedele della nostra società dove corrotti e corruttori si scambiano i ruoli e si cambiano di posto a velocità siderale.

Hughes non è ancora Clint Eastwood o Spike Lee, ma la prova di Broken City è buona e merita di essere vista.

È sempre difficile parlare male degli italiani, soprattutto dei registi italiani e in particolar modo di quelli che sembrano possedere un certo credito all’estero.

È il caso di Gabriele Muccino, che con la sua ultima fatica cinematografica Quello che so sull’amore ha lasciato molto tiepidi gli spettatori americani e deluso davvero tanto quelli italiani.

Sarà che in Italia siamo abituati bene. Registi autorevoli e pellicole importanti non ci mancano.

E così possiamo permetterci di bocciare in tronco filmetti da seconda serata.

Eppure il regista ce l’ha messo tutta. Ha chiamato un cast di grandi nomi femminili e un protagonista maschile di vero talento e ha cercato di imbastire una sceneggiatura che richiamasse molto da vicino la vita reale di tante famiglie moderne.

E allora cosa non ha funzionato?

Semplicemente non è stato bravo a commuovere e a emozionare. Gli ingredienti all’apparenza ci sono tutti, ma dosati male e con scarsa capacità di chi doveva confezionare la “pietanza”; il risultato è che lo spettatore si annoia dopo dieci minuti scarsi di film e una pellicola che avrebbe dovuto, nelle intenzioni del suo creatore, far riflettere e intenerire, fa ridere.

Non sorridere. Ridere per l’incapacità del regista e per alcune scene affidate, in particolar modo al cast femminile. Jessica Biel, nella vita reale fresca sposa del bel Justin Timberlake, è troppo giovane e poco credibile nei panni della moglie divorziata e della mamma matura e adulta e di rimando Uma Thurman e Catherine Zeta Jones appaiono troppo rifatte e troppo anziane per giocare ancora a interpretare le donne fatali che partono alla conquista di un padre giovane e di nuovo single e pensano di sedurlo.

Insomma, un vero disastro di pellicola. La trama è scontata e noiosa. Le attrici appena mediocri e il film non presenta nulla che possa essere ricordato o citato dopo la prima visione da parte dello spettatore. Quello che so sull’amore non merita di essere visto neppure in televisione. Figuriamoci sul grande schermo!

Gabriele Muccino sembra essersi dimenticato della strana magia che deve accogliere ogni spettatore quando si siede nel buio della sala cinematografica.

Non è solo una questione di effetti speciali o di grandi scene difficili e complicate, che però fatte bene rendono le pellicole immortali, è anche e soprattutto feeling. È questa la magia del cinema: Quanto mi sento simile al protagonista di ciò che sto guardando e quanto la storia raccontata è anche solo in parte uguale alla mia, o a quella di qualcuno che conosco.

Sono davvero così come li presenta Muccino i padri separati? Ogni spettatore si è dato una risposta e lo scarso entusiasmo con cui è stato accolto il film potrebbe far immaginare quale essa sia. E pensare che Gabriele Muccino era partito così bene negli Stati Uniti, aveva messo in scena tematiche sociali di grande importanza e conquistato premi e consensi. Probabilmente l’insuccesso del suo ultimo lavoro potrebbe essere racchiuso nel titolo stesso della pellicola: Muccino dell’amore sa poco. O peggio non sa proprio come raccontarlo.

 

Antonia del Sambro

 

Una donna scende dalle scale, l’uomo al piano terra resta incantato dal sottile bracciale che lei porta alla caviglia e che segue i movimenti aggraziati e sensuali della gamba.

È la scena più importante di uno dei maggiori successi di Billy Wilder, La fiamma del peccato, e la donna è l’attrice noir più famosa e brava di tutti i tempi: Barbara Stanwyck.

 

Nella Hollywood degli Studios e degli anni d’oro del cinema le attrici si dividevano in due precise categorie, le fidanzate americane e le cattive. Barbara Stanwyck è stata la cattiva per definizione.

La più brava e convincente attrice noir americana. I suoi ruoli da donna fatale che incanta e distrugge hanno creato un vero e proprio genere di interpretazione al femminile.

 

Barbara Stanwyck è l’icona da copiare per tutte le attrici di noir che vengono dopo di lei. È stato così per Lauren Bacall, probabilmente la seconda interprete di noir più grande di sempre, moglie di Humphrey Bogart e musa del grande regista Hawks. La Bacall disse chiaramente di essersi ispirata a Barbara per le sue interpretazioni di noir famosissimi come Il falcone maltese e Il grande sonno acclamandola ufficialmente come la più sublime tra le cattive di Hollywood. Ed è ancora così per tante attrici contemporanee come Gwinnett Paltrow e Ashley Judd, Monica Bellucci e Asia Argento.

Barbara Stanwyck rimane però unica e inarrivabile, con quasi cento film come protagonista o coprotagonista, diverse serie televisive di grande successo come La grande vallata e Uccelli di rovo e svariate nomination a premi prestigiosi e autorevoli. Nel 1982 le viene assegnato l’Oscar alla carriera come migliore attrice noir internazionale. Eppure la Stanwyck ha una vita privata molto  normale, è una moglie e una madre come molte altre e nonostante sia considerata una delle maggiori divi di Hollywood concede sempre volentieri interviste e si lascia fotografare con piacere agli eventi mondani a cui partecipa, sorridente ed elegante.

 

Il segreto della sua interpretazione e della sua incredibile bravura forse lo svela proprio Billy Wilder che in una intervista sulle attrici con le quali ha lavorato dice: “La Stanwyck ha la straordinaria capacità di trasformarsi sulla scena filmica, non sono solo il trucco e gli abiti di posa a renderla fatale e pericolosa ma la sua mimica e la sua voce. Io le dico, ora fai la cattiva, e lei lo diventa in un secondo. Cambia faccia e cambia voce. È impressionante”. E così la ragazza di New York arrivata a Broadway come ballerina non ci mette molto a farsi notare dai maggiori registi del cinema noir degli anni ’30 e ’40. Tutti, da Hawks a Vigo, fino Stevens e Wilder la vogliono e la omaggiano. E lei diventa la più grande, quella da ammirare e imitare. Per più di una generazione le donne americane che non si sono riconosciute nelle biondine fragili e perseguitate della Hollywood da commedia si sono vestite e truccate come Barbara Stanwyck, si sono pettinate come lei e forse in qualche momento hanno perfino osato citare la più celebre frase de La fiamma del peccato : “mio marito è fuori città, posso esserle utile io?”

 

Antonia del Sambro

Quando ho saputo dell’uscita al cinema di Lincoln mi sono detta : un altro film sulla guerra di Secessione americana e un altro film in costume, non ce la possono fare!

Poi, però, ho considerato che la regia è di Steven Spielberg e mi sono fatta forza. E sono stata premiata, perché Lincoln è una grande pellicola. La storia è spietata, realistica in ogni particolare di quegli incredibili e difficilissimi ultimi mesi della legislatura di Abramo Lincoln, sedicesimo presidente degli Stati Uniti di America, così come lo è la fotografia filmica e la regia, tutta disposta a scene di interni, con luce soffusa e un gioco di luci e ombre che richiama la tecnica di frammentazione dell’immagine così cara a Eisentejn.

 

Nei precedenti film dedicati alla figura del presidente americano troppo spesso è capitato che lo stesso protagonista venisse offuscato dalle vicende della guerra tra nordisti e sudisti. Troppi militari e comparse in divisa, troppe truppe a cavallo o accampamenti coperti di cadaveri e feriti distoglievano l’attenzione dello spettatore dalla vera figura di Lincoln e dall’affascinante storia della sua vita.

Abramo Lincoln rimane, infatti, una delle figure storiche più importanti di tutti i tempi. Il primo presidente repubblicano degli Stati Uniti e il più conosciuto dagli stessi americani.

Spielberg lo sa ed è per questo che la sua pellicola punta tutto sull’uomo e sul personaggio storico.

 

Il risultato è un film dove la personificazione tra protagonista e spettatore riesce in maniera naturale. Abramo Lincoln è un uomo tormentato che deve risolvere e affrontare una delle questioni universali più importante di tutti i tempi: il tema della schiavitù.

Ed è proprio su questo che si basa la bellezza della pellicola di Spielberg.

Essere abolizionisti è allora non soltanto portare avanti le proprie idee e convinzioni etiche e morali ma raggiungere con i voti necessari alla Camera l’approvazione di una legge nazionale che cancelli la schiavitù e ponga le fondamenta per una nuova nazione.

Per questo il film è scandito da passaggi e monologhi crescenti. Per arrivare all’approvazione definita alla Camera sono necessari venti voti oltre quelli su cui il presidente in carica può già contare.

La griglia narrativa del film è tutta qui. Per venti voti si perde o si vince la battaglia di tutta una vita. La possibilità di entrare nella storia. Il destino di migliaia di persone.

La guerra civile infuria e un uomo solo deve convincere un’intera nazione a cambiare rotta e voltare pagina.

Abramo Lincoln è tutto il film. Non servono effetti speciali o movimenti di macchina straordinari, lo spettatore resta incantato dall’abilità politica e dalla personalità del protagonista, meravigliosamente interpretato da Daniel Day – Lewis, che sovrasta in scene girate quasi tutte in interni e con una fotografia scura e di grande fascino. Bellissima e appropriata anche la musica affidata a John Williams, lo stesso compositore di Star Wars, Harry Potter e altre pellicole di successo.  In poche parole, Spielberg sa fare ancora grande cinema. E non delude mai.

Antonia del Sambro

 

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