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Interrotta per tre episodi a causa della tragedia di Lampedusa, la serie ha concluso, brillantemente, il 10 ottobre scorso dopo una maratona di due serate e ben sei episodi.

Ci eravamo lasciati con Lecter che aveva portato dalla sua parte la giovane Abigail di cui aveva scoperto più di un segreto e che teneva legato a se con una sottomissione psicologica che legava entrambi a un patto illecito e indissolubile. L’agente Will, però, indagando su gli efferati delitti di un killer che sotterra le sue vittime, creando una sorta di totem con il loro corpo, quasi fossero un macabro trofeo, comprende che Abigail è coinvolta in qualche modo e decide di sottoporla a un serrato, insieme con il collega Alana. L’intuizione del profiler dell’FBI è buona ma Lecter lo convince a desistere e a mantenere il segreto che Abigail sa sul conto di Hannibal e che ha cercato di far intuire intendere a Will. Il killer cannibale, però, ha tanti altri nemici che desiderano fortemente la sua morte o perlomeno di metterlo definitivamente in trappola, tra loro lo scienziato psicopatico e omicida, Franklin, che espone le corde vocali delle sue vittime in modo che possano “letteralmente” suonare come in un violoncello. Il suo tentativo per attirare l’attenzione di Hannibal e per distruggerlo naufraga però miseramente e Lecter e Franklin si ritrovano faccia a faccia per la resa dei conti. La fine dell’antagonista è segnata e Hannibal ancora una volta prevale “eliminando” i proprio nemici nella maniera a lui più consona. Una scena che segna la chiusura della prima stagione del prequel nel modo più spettacolare possibile.

Gli ultimi episodi di Hannibal vedono anche un cammeo importante. Torna sulle scene di una serie televisiva Gillian Anderson, la celebre agente Dana Scully di X File. 

Nel prequel l’attrice interpreta il ruolo della bionda e algida Bedila Du Maurier, terapeuta di Hannibal Lecter che lo convincerà a parlare del suo rapporto con Will e scoprirà alcuni dei segreti più importanti del serial killer cannibale.

La prossima stagione si aprirà dunque con una rinnovata caccia all’uomo da parte dell’FBI alla luce di nuovi indizi e nuove rivelazioni.

 

 

Che fatica il rifacimento di pellicole mitiche! Massimo Venier se lo sarà detto mille volte quando ha pensato di riproporre in chiave moderna una delle commedie più riuscite e divertenti di Dino Risi.

Eppure armato di coraggio e di buoni propositi ce l’ha messa tutta e, a suo modo, ha ri-confezionato Il Vedono, anno 1959, in un film moderno e attuale chiamando a interpretare il ruolo della moglie ricca e dominatrice la Lucianina nazionale e volendo come marito succube ma di belle speranze, Fabio De Luigi. E per le nuove generazioni la pellicola potrebbe anche avere un senso e funzionare meravigliosamente. I due attori contemporanei sono bravissimi, divertenti, calati alla perfezione nella parte e molto credibili. La Littizzetto con chignon e tailleurini su misura incarna benissimo la ricca sciura imprenditrice e altezzosa, e De Luigi è magnifico nel ruolo del marito vessato, vanesio, impacciato ma adorabile e se io avessi qualche anno in meno direi che Aspirante vedovo si candida ad essere uno dei film più divertenti di questa fine anno.

Il fatto è che io, come molti altri italiani, conosciamo quasi a memoria il vecchio film di Dino Riso che oltre ad avere una sceneggiatura originale ha come protagonisti due “mostri sacri” del nostro cinema, i più bravi, due attori premiati e consacrati anche dal cinema internazionale e allora i paragoni e i confronti non solo sono inevitabili ma nascono davvero spontaneamente.

La pellicola del 1959 ha come protagonisti, appunto, Franca Valeri, che il ruolo della sciura milanese l’ha praticamente inventato e portato al cinema, che è passata con nonchalance assoluta dal teatro al grande schermo, alla televisione e poi ancora al teatro trasformando in oro tutto quello che toccava e da nientedimeno che Alberto Sordi, cioè la storia della commedia italiana, l’attore per antonomasia, il piacione sfigato ma adorabile.

Pertanto, tutto il talento, la bravura, la versatilità di Luciana Littizzetto e di Fabio De Luigi non possono bastare, è evidente. Non fosse altro che per quanto si impegnano sullo schermo quei ruoli sono già stati interpretati da altri e in una maniera così sublime che neppure un miracolo potrebbe far reggere il paragone. E infatti non è questa la strada.

Aspirante vedovo di Venier va visto perché ha un senso sociale e umano comunque attuale, quello che il regista mostra sullo schermo è la nostra Italia, il Paese del 2013 dove gli arrivisti continuano a mietere successi e tutti gli altri vanno dietro con il fiatone per poter raccogliere solo le briciole.

Il film di Massimo Venier va visto perché è divertente e fatto bene a prescindere da tutto e perché è inquietante e di grande sgomento comprendere quanto in Italia non sia mutato granché dal 1959.

Ultima considerazione, Aspirante vedovo come il film originale pone all’evidenza dello spettatore non solo una trama dove la ricca e potente signora sottomette il marito spiantato e di bell’aspetto ma il perenne conflitto di maschi contro femmine e viceversa. Un film visto e rivisto anche nella vita reale di ogni giorno e per questo assolutamente da rivedere anche sul grande schermo.

 

 

 

 

Da chi ha portato in Italia il teatro danza e lo ha fatto conoscere e apprezzare al grande pubblico ci si aspetta talento e bravura ma forse non una grande versatilità a farsi dirigere e indirizzare a sua volta. Invece Pippo Delbono ama assorbire e assimilare il mestiere e la tecnica di tutti gli artisti che incontra e con cui lavora e collabora. Lo ha fatto fin dagli esordi in Danimarca, con il gruppo Farfa, diretto da Iben Nagel Rasmussen, ha imparato a meraviglia le tecniche dell'attore danzatore dell'Oriente e lo ha fatto successivamente  nel 1987 quando incontra  Pina Bausch e accetta il suo invito a partecipare ad uno dei lavori del Wuppertaler Tanztheater. Con la Bausch Delbono comprende appieno la metodologia per fondere in maniera sublimale danza e teatro.

In seguito lavora come attore con registi del calibro di Moreau, Bartolucci e perfino Peter Greenaway. Dopo molti riconoscimenti come scrittore teatrale, realizzatore di spettacoli e sperimentatore artistico, nel 2006 scrive, interpreta e dirige il suo primo film, Grido, per cui ottiene il premio come migliore attore protagonista al Sulmona Film Festival.

Il 2013 è l’anno di Orchidee, suo ultimo spettacolo e fatica artistica.

Il titolo esprime già l’intenzione del regista che considera questo lavoro come il sunto di un viaggio di arte e nell’arte che Delbono e la sua compagnia hanno cominciato da tempo. L’orchidea, fiore selvaggio e raro alla fine si ritrova artificialmente e ricoperto di polvere in bella vista in molte case di donne borghesi, per cui l’immagine della realtà rimanda ad essa ma artificialmente e distorta.

Ed è quello che si vede nello spettacolo Orchidee, dove Pippo Delbono viaggia nelle diverse dimensioni dello spazio teatrale, trascina nella sua danza i fantasmi del cinema e guida i suoi attori attraverso gli specchi. Un omaggio all’immagine di una immagine. Prendendo spunto dalla poetica aristotelica Delbono mette in scena il falso di fronte al vero, oppone la finzione filmica all’arte dello spettacolo teatrale dal vivo, rende omaggio ai vivi e alla verità delle cose.

Spesso il regista ha definito se stesso come un “terrorista” delle scene, un guastatore del palcoscenico e basta assistere a uno dei suoi lavori per capire il senso ultimo di queste affermazioni. Delbono è uno spirito libero che dà vita a mondi fantasmagorici. Entrare in essi è più un’esperienza che una semplice partecipazione da spettatori.

Antonia del Sambro

Un altro pezzo di storia e di cultura italiana che se ne va. Con la scomparsa di Carlo Lizzani, morto suicida a novantuno anni, va via una delle ultime firme della cultura italiana del Novecento, il genio di un uomo che ha saputo muoversi con garbo e intelletto tra cinema, scrittura e azione politica.

Che cosa si ricorderà alla nuove generazioni? Il Carlo partigiano, lo sceneggiatore di grandi pellicole, il regista di opere come Cronache di poveri amanti, lo storico del cinema a cui si devono i volumi più belli e completi della nostra editoria? È difficile dirlo perché, quando si è stati così bravi e portanti in tutto, parlare di competenze, successo e genialità diventa sempre un tutt’uno; e così parlare della sua partecipazione alla Resistenza romana o della sua scrittura sulla guerra e nel cinema del realismo cambia poco dato che tutta la sua vita può essere esplicata nella sua grande capacità di partecipazione. Per Carlo Lizzani, esserci nel senso di operare e agire è sempre stato più importante che apparire, che farsi riconoscere per strada o firmare autografi.

L’uomo d’azione desiderava solo fare e costruire. Per questo, i più grandi registi del neorealismo lo hanno sempre voluto al proprio fianco, per questo la sua militanza nel Partito Comunista Italiano è stata una azione anche essa, volta ad un nuovo pensiero culturale e comunitario, dove l’intelligenza e il sapere avrebbero dovuto guidare gli individui.

Carlo Lizzani si mise alla prova quasi in tutto e tutto gli riuscì.

Nel 1979 accetta di prendere in mano le sorti della Mostra del Cinema di Venezia, un evento che dopo i duri fatti di cronaca, le lotte politiche e sociali e la crisi economica italiana aveva perso il suo smalto originale, era snobbata dai grandi nomi del panorama internazionale e rischiava di diventare una mostra cinematografica di provincia.

Lizzani, forte del suo prestigio e della sua grande capacità di creare e dare vita alla cultura, richiama i grandi registi, aggiunge nuove sezioni e porta a Venezia le pellicole più prestigiose del cinema mondiale. La Mostra del Cinema è nuovamente un successo, un evento di cultura e costume, un appuntamento intellettuale e glamour insieme.

Nel 2009 Carlo Lizzani pubblica uno dei saggi più belli degli ultimi anni, Riso amaro. Dalla scrittura alla regia, non solo un vademecum per capire ed entrare nella storia di una delle pellicole italiane che ha vinto più riconoscimenti anche all’estero, ma un manuale di scrittura per tanti giovani sceneggiatori che vogliono apprendere il mestiere dal migliore.

E come sempre aveva fatto nella sua vita, Carlo Lizzani decide anche di essere un uomo d’azione nel porvi fine. Non aspetta, non cede né concede nulla al pietismo, non scende a compromessi con la dignità e muore di propria mano, a novantuno anni e dopo aver vissuto esattamente la vita che voleva.

Addio a un uomo di pensiero e di azione quindi, a un grande intellettuale, a un uomo che la storia del Novecento non l’ha solo scritta.

 

 

Imperdibile doppio appuntamento al Pisa Film Forum lunedì 30 settembre con i cortometraggi internazionali del Kimera Film

Festival e il bianco e nero del grande classico.

Nella sala del Cinema Caffè Lanteri di via San Michele degli Scalzi, alle 20.00, in esclusiva per Pisa, i cortometraggi del Kimera Film Festival 2013, con ingresso gratuito riservato ai soci.

Mentre alle 21.30 un grande ritorno in sala e nello splendore del cinemascope, per I giovani leoni, il film più controverso di Edward Dmytryck con un grandioso Marlon Brando.

Il Circolo del Cinema Pisa Film Forum non si è lasciato scappare l’occasione di portare a Pisa, per i suoi soci, queste opere.

I giovani leoni, tratto da un romanzo del 1948 di Irvin Shaw racconta la storia di un giovane tedesco e due americani, un ebreo e un ex attore di Broadway che combattono nella seconda guerra mondiale finché le loro strade s'incontrano. Il film è da considerarsi una pellicola di grande respiro dove il personaggio principale, rispetto al protagonista del libro di Irvin Shaw è reso più umano e tollerante proprio per volontà dello stesso Brando. Affresco vigoroso ispirato da un sentimento tragico della storia e del destino umano, I giovani leoni resta il più famoso dei film di Dmytryk.

Per cui, appuntamento per tutti gli amanti del grande cinema lunedì 30 settembre in via San Michele degli Scalzi 46 a Pisa, dalle 20.00 in poi, con la doppia offerta del Pisa Film Forum.

Per informazioni: Cinema caffè Lanteri 050 577100, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., Facebook pisafilmforum.

 

 

La nuova serie televisiva prequel de Il silenzio degli innocenti che vede Hannibal Lecter ancora noto psicologo e uomo libero ma già cannibale e serial killer ha oltre che una trama particolareggiata e una narrazione minuziosa e lenta anche altre caratteristiche strutturali e di costruzione filmica che accrescono l’originalità e la novità del prodotto.

Tanto per cominciare la riscostruzione ambientale del tempo e degli anni ai quali fa riferimento la serie che lo scenografo Metthew Davies cura fin nei minimi particolari. Le vecchie auto guidate dai protagonisti arrivano direttamete da una concessionaria inglese perché negli Usa molti dei vecchi veicoli vengono quasi sempre demoliti alla ricerca di pezzi di ricambio, per cui, Davies, gallese di origini si è affidato alle risorse del Regno Unito per le auto di scena e per alcuni degli oggetti di arredamento presenti nella casa del protagonista Hannibal. Come le pendole della bibliteca, le sedie dalla spalliera alta e alcuni tappeti acquistati dalle vecchie scenografie dei film in costume prodotti in Inghilterra. Gli elettromodestici invece sono tutti made in Usa. Patria di piccoli gioielli funzionali come il tostapane, lo spremiagrumi e il frullatore con cui Hannibal non manca di preparare “manicaretti” con parti del corpo umano delle sue vittime.

Curatissimi anche gli abiti di scena. Le camicie finto vintage del protagonista, i jeans a vita alta dell’agente dell’FBI, le gonne svasate della bella ricercatrice universitaria e le cravatte demodè e dai disegni improponibili indossate dal coordiantore del Bureau che il costumista Christopher Hargadon sceglie, combina e presenta con cura a ogni episodio della serie.

La cosa più spettacolare rimane comunqne la fotografia che dà a Hannibal il senso più giusto per presentare la storia. La serie infatti nasce nell’intenzione del suo creatore Fuller, come una storia da raccontare senza clamore, lentamente e facendo immedesimare lo spettatore in ogni passaggio, dalla scena più colloquiale a quella più efferata. Per questo la realizzazione filmica aveva bisogno di una fotografia quasi sussurrata, dalle tinte tenue e sfumate che ricreasse una realtà credibile ma quasi immersa nella dimensione onirica. James Hawkinson e Karim Hussein ce l’hanno fatta benissimo.

Forti della loro esperienza in Canada, al Festival di Boston e con le produzione hollywoodiane più prestigiosi i due screenwriter hanno realizzato una delle più sofisticate e precise fotografie filmiche che si siamo mai viste in una serie televisiva.

Per concludere Hannibal ha una colonna sonora che più varia non si potrebbe immaginare.

C’è né davvero per tutti i gusti, dalla musica gotica rintepretata da Delibes e Faurè alle opere più note del repertorio della musica classica, Beethover, Mozart, Vivaldi, fino ai contemporanei come Elina Garanca. Insomma, una serie che nelle intenzioni degli autori non vuole essere un semplice prequel ma un vero viaggio nella costruzione di un prodotto che possa affascinare al di là del personaggio principale e delle sue discutibili scelte di vita.

 

 

Un bagno di folla e di fan per l’affascinante attrice americana mercoledì scorso a Venezia.

Sandra Bullock è arrivata in Laguna a presentare la sua ultima fatica cinematografica al fianco del suo storico amico George Clooney ed è stata letteralmente travolta dall’affetto e dagli applausi del suo pubblico. In un bellissimo abito rosso, l’attrice non ha lesinato sorrisi e autografi mostrando di gradire moltissimo e l’apprezzamento nei suoi confronti e l’essere in Italia dove è sempre stata premiata da critica e pubblico per le sue interpretazioni. Sandra Bullock si afferma con forza e caparbietà nel cinema degli anni Novanta, indovinando una pellicola dopo l’altra e dimostrando a tutti che il suo fisico slanciato e tonico e la sua faccia da brava ragazza non erano le uniche doti delle quali era provvista. Interpreta con eleganza e ironia commedie leggere e sentimentali di grande successo ma anche thriller e pellicole drammatiche aggiudicandosi i riconoscimenti cinematografici più prestigiosi.

La sua carriera e il suo talento sembrano non conoscere ostacoli fino a che nel 2004 Clint Eastwood non la chiama per sottoporle della protagonista in Milion Dollar Baby. La Bullock legge la sceneggiatura ci pensa un po’ e rifiuta nettamente. Nella Hollywood che conta e che fa girare i soldi nessuno oserebbe rifiutare qualcosa a uno dei registi e produttori più quotati, soprattutto se si chiama Eastwood e ha amici e appoggi dappertutto. L’attrice rischia grosso, e a farglielo notare sono proprio gli amici di sempre e i più cari come Clooney e Reeves ma Sandra la caparbia tira dritto per la sua strada e al sicuro successo di botteghino e di critica del film di Eastwood punta invece su una pellicola indipendente del regista Paul Haggis. Il film è Crash e nel 2005 fa guadagnare alla Bullock una stella sulla Hollywood walck of fame nel 2006 ottiene come pellicola ben sei candidature agli Oscar, portandosene a casa tre.

Per la matura e bravissima Sandra è la seconda giovinezza hollywoodiana. Nel 2009 con le interpretazioni di Ricatto d’amore e The Blind Side l’attrice arriva ai suoi successi più importanti ricevendo l’Oscar come migliore attrice e incassando centinaia di milioni di dollari. Non basta, entrambi i film sono un tripudio di elogi e successo tanto al botteghino che tra la critica e gli addetti ai lavori.

La ragazza di Arlington in Virginia ce l’ha fatta: diventata l’attrice più brava e pagata di Hollywood e il successo continua a sorriderle.

A Venezia 2013 Sandra Bullock ha presentato il suo ultimo film, Gravity 3d che la vede protagonista insieme a Clooney. La pellicola che narra le vicissitudine di astronauti che perdono la rotta nello spazio è già stato applaudito dai critici veneziani e si prepara a diventare un successo anche nei botteghini americani.

Talento, bellezza e forza di carattere. Chi si candida a succedere alla Bullock non avrà certo vita facile

Belle, bellissime le madrine che nelle ultime edizioni sono state scelte per la Mostra del Cinema di Venezia. E non poteva che essere così. La rassegna cinematografica, tra le più prestigiose del mondo, è sempre stata sinonimo anche di bellezza e di glamour oltre che di buon cinema e di autori indipendenti. Perché Venezia è romantica e fascinosa di per sé e perché arrivarci sapendo che ci sono centinaia di giornalisti e fotografi accreditati è una vetrina con una pubblicità da capogiro.

E allora tutte si affidano agli stilisti e ai truccatori di fiducia per brillare e per emergere su una delle passerelle più importanti a livello internazionale. Lo fanno in tanti. Uomini e donne. Anche quelli che con il cinema hanno poco o nulla da spartire e anche i semisconosciuti che approfittano per mettersi in posa, tanto prima che i fotografi se ne accorgono loro hanno già ottenuto i propri cinque minuti di gloria. È il bello della Mostra. L’appuntamento è glamour e fa gola a molti. Figuriamoci alle madrine dell’evento che ogni anno arrivano più in ghingheri che mai e pronte a sfoggiare il loro sorriso più convincente.

Ma come si diventa madrina di una delle rassegne cinematografiche più importanti?

In realtà nessuno lo sa, ipotizzando si può partire dal presupposto che vengano scelte principalmente perché avvenenti. Molte di loro hanno anche provato a fare cinema, alcune di loro sono anche brave attrici. Kasja Smutniak, ad esempio, è una che si è fatta le ossa sul serio, partendo con piccoli ruoli fino a partecipare a pellicole di grande importanza e ad interpretazioni convincenti e di un certo livello. Nel suo caso, la bellezza non è stato l’unico biglietto da visita per farle rappresentate al meglio un ruolo che con qualche infarinatura di cinema dovrebbe centrare eccome.

Ines Sastre, madrina nel 2005 e Isabella Ferrari madrina nel 2006 possono essere considerate a loro volta due belle che nel grande schermo ci hanno anche saputo fare e che hanno portato a Venezia il loro indiscutibile fascino ma insieme la loro esperienza nel cinema internazionale.

Bellissima anche Vittoria Puccini ma sicuramente non un’attrice da riconoscimenti prestigiosi.

L’edizione 2013 però si ricorderà senza dubbio come quella della madrina supermodella. Eva Riccobono è sicuramente una delle più belle del reame attuale. Ha studiato in america come modella professionista, è bellissima, ha sfilato per le maison più importanti e senza alcun dubbio porterà in Laguna il fascino e l’eleganza giuste per farsi notare e apprezzare dal vasto pubblico. Eva sfilerà con abiti da sogno e con un portamento regale. Farà impazzire i fotografi e i molti uomini presenti alla rassegna cinematografica e probabilmente sarà la madrina più supermodella che Venezia abbia mai visto.

Rimane il fatto che la Riccobono non è affatto una attrice, almeno non nel senso che si può dare alla Smutniak, alla Loren, alla Cardinale, alla Paltrow o ad altre bellissime da cinema e da Oscar. Pertanto, godiamoci le mise e la bellezza della madrina edizione 2013 e auguriamoci che la giuria degli esperti premi con un bel Leone le pellicole migliori.

Dall’Europa, agli Stati Uniti, e dall’America Latina all’Asia: la prima edizione del concorso indetto dall’associazione Artes di Prato per capire lo stato attuale della musica è stato un vero successo. Come sta la musica oggi, chi la rappresenta, come scrivono e cosa scrivono i compositori contemporanei? Ce lo dice Florence string quartet call for score e i giovani compositori che vi hanno partecipato con le loro partiture e il loro entusiasmo.

“L’idea del concorso – spiega il presidente dell’associazione Artes Italia, Andrea Vitello – parte proprio dall’esigenza di voler testare come sta la musica di oggi e naturalmente conoscere i nuovi compositori. L’associazione Artes nasce appunto con questo scopo, ovvero come centro di produzione e di diffusione della musica e dato che nel nostro progetto ci crediamo molto indire un concorso come Call for score ci è sembrato il modo migliore per conoscere e individuare gli artisti e le composizioni migliori”. E la risposta dei giovani compositori è stata la più lusinghiera possibile.

Hanno partecipato al concorso ben centododici artisti provenienti da quasi tutti i Continenti con lavori diversi e di grande interesse.

“Considerando che è la prima edizione – aggiunge Andrea Vitello – non possiamo che ritenerci molto soddisfatti, anche perché il tutto è frutto esclusivamente dell’impegno e del lavoro della nostra associazione, senza finanziamenti di nessun genere e con l’esclusivo patrocinio del Comune di Firenze dato all’iniziativa stessa”.

E proprio nel capoluogo toscano, nella splendida cornice del Palagio di Parte Guelfa, il prossimo 8 settembre ci sarà la premiazione dei vincitori del concorso con un concerto dedicato esclusivamente a loro e alle partiture.

Intanto i componimenti arrivati al Florence string quartet call for score sono al vaglio attento e competente della giuria del concorso composta dal maestro Andrea Portera, che ne è presidente e dai maestri Gian Paolo Luppi, Luca Ceretta, Jin-Tak Moon e Jean Paul Carradori.

“In realtà – conclude il maestro Vitello – stiamo pensando di far esibire anche i musicisti e le composizioni arrivate finaliste, così come si fa di solito nei concorsi in generale, e quindi lasciare il palcoscenico e la possibilità di farsi conoscere anche agli artisti arrivati al quarto e quinto posto perché l’evento dell’8 settembre non sia solo una premiazione ma una vera festa”.

Una festa a cui tutti sono invitati a partecipare per ascoltare della buona musica e per scoprire chi sono i nuovi talenti del panorama internazionale.

 

Altre info sull’associazione e le diverse iniziative di Artes su: www.artesitalia.it

 

Emma è quello che possiamo definire per la cultura italiana una eccellenza. È un’artista completa che ha saputo coniugare alla perfezione un indiscutibile talento personale con la passione per il suo lavoro, tanto studio e una determinazione che è il tratto caratteristico di molte donne nate e vissute in territori tanto belli quanto difficili.

I risultati non si sono fatti attendere. Dagli anni Novanta, infatti, Emma Dante ha continuato a raccogliere successi e riconoscimenti prima con i suoi progetti teatrali, nei quali come regista ha saputo portare in scena sogni e realtà difficili e marginali e poi come attrice di film e di pièce, lavorando con i maggiori artisti e registi nazionali.

Emma ha la determinazione e il background giusti per parlare di quella parte dell’Italia che gli stessi italiani conoscono appena, se non per sentito dire o per luoghi comuni, e che invece diventa nei lavori e nelle pièce dell’artista il microcosmo necessario per comprendere la realtà tutta di una penisola colma di contraddizioni e incoerenze.

Nel 2009 Emma Dante pubblica il suo primo romanzo, Via Castellana Bandiera, dove al pari di molte sue colleghe iraniane, cilene, nigeriane sfrutta le sue capacità artistiche per dichiarare pubblicamente l’ancora non definita e difficile condizione delle donne in molte parti del mondo.

Il romanzo piace e fa riflettere, tanto che Emma decide di trasformare la trama dello stesso in una sceneggiatura e da questa nasce la pellicola omonima Via Castellana Bandiera, prima prova da regista della Dante e film italiano in concorso a Venezia 70.

La trama e il filo conduttore del film è ancora una volta lo scontro generazionale e culturale tra donne di età diversa e differente nazionalità che però in un contesto geografico e sociale come quello di Palermo si esaspera e si amplifica dato che le stesse donne già vivono e subiscono prevaricazioni e tirannie.

In un caldissimo pomeriggio di domenica la protagonista Rosa e la sua compagna Alba arrivano a Palermo per partecipare al matrimonio di un loro amico ma presto si perdono per le vie della città e finiscono in una strada a doppio senso. La strada è in realtà poco più di un vicolo e quando sopraggiunge dalla parte opposta un altro veicolo tutte e due le macchine si trovano praticamente bloccate senza poter procedere oltre. La via in questione è appunto Castellana Bandiera e diventerà lo scenario per lo svolgersi dell’intera pellicola. Nell’ altra auto, quella di fronte alla macchina di Rosa e Alba c’è Samira, che porta con sé tutta la famiglia Calafiore. La logica e il buon senso vorrebbe che una delle due donne al volante faccia retromarcia per permettere all’ altra di passare e per sbloccare l’ingorgo a vantaggio di entrambe…ma basta un solo sguardo tra Rosa e Samira per capire che il blocco in una stradina di Palermo è in realtà un duello tra loro due e niente altro.

Un duello tra donne di diversa origine e di differente generazione che non è estraneo alla vita di ogni giorno di ogni donna in una qualsiasi altra città. Nessuna delle due quindi è disposta a cedere il passo. E non lo faranno neppure sotto i colpi del caldo, della sete, della stanchezza e delle parole e dei gesti degli uomini che solo da comparse arrivano nella scena.

Via Castellana Bandiera è un film tanto crudele quanto poetico che non mancherà di affascinare molti uomini sull’ universo intenso e molteplice delle donne e permetterà a tante donne di guardarsi in uno specchio il più veritiero possibile del loro mondo.

 

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