CHIAMACI +39 333 8864490

“Chiara Lubich - L’amore vince tutto” è il tv movie di Giacomo Campiotti ispirato alla fondatrice del Movimento dei Focolari nell’anno del Centenario della nascita (Trento 22 gennaio 1920 - Rocca di Papa, 14 marzo 2008). A interpretarla una credibile, intensa e solare Cristiana Capotondi. Approfondiamo il progetto riportando le dichiarazioni dei protagonisti e degli ideatori.

Pubblicato in 16mm
Giovedì, 14 Novembre 2013 11:00

Enza Van De Kamp - L'intervista

Enza Modica, in arte Enza Van De Kamp. Siciliana d'origine, ma naturalizzata milanese è un'amante della musica, una donna di gusto, ma soprattutto una Dj. L'abbiamo conosciuta nel 2009 all'evento Pretty in Pink, sotto la guida esperta di Luca Crescenzi, dopo anni la riscopriamo resident dj della serata del venerdì del nuovo Rocket, Alphabet, con la stessa carica di quattro anni fa e sicuramente molti più dischi nei raccoglitori.

Crescere a Milano come dj non è un'impresa facile, nella città in cui tutti si spacciano o per designer o per dj la concorrenza è spietata. La perseveranza e un ottimo orecchio hanno accompagnato Enza in un'ascesa attraverso eventi di moda, discoteche, come il Q21, il Toilet, il G-Lounge, presentazioni e aperitivi, permettendole di affermarsi sempre di più tra i Dj underground della scena della Milano modaiola. Quella Milano esclusiva e di tendenza, sempre attenta ai particolari e alle novità, sempre in pista fino alla fine.

Questa settimana vi proponiamo, quindi, l'intervista a Enza Van De Kamp e una breve selezione di brani dal suo repertorio per tenervi compagnia nella lettura.

West: Come è nata la tua passione per la musica? Enza: Non saprei dire come è nata, né quando esattamente. Se ci penso mi sembra di averla sempre avuta: sono la più piccola di due fratelli che avevano già uno stereo, compravano i dischi, guardavano Mtv. Inoltre un mio cugino era un dj di Palermo, molto in voga negli anni ’90, e sicuramente la sua presenza ha dato un contributo in questo senso.

W.: Chi sono gli artisti che ti hanno influenzato di più nella tua adolescenza? E.: Ho sempre ascoltato un po’ di tutto anche allora. Mi ricordo che andava molto la musica R’n’b, e una specie di soft rock. Ricordo di aver avuto quasi una dipendenza per i Nirvana, ma in generale ho sempre simpatizzato per quei pezzi dismessi che trovavo per caso, magari andando a casa di amici più grandi o ascoltando la radio, chi mi segue sa che mi è rimasto il vizio..

 

W.: Quando hai capito che la musica sarebbe diventata parte del tuo lavoro? La consideri una vocazione? E.: Beh quando hanno cominciato a propormi serate con una frequenza maggiore, ma non so ancora se è una vocazione di vita, credo che influenzerà sempre anche quello che farò nel futuro.

 

W.: Come hai cominciato? Quale è stata la tua prima strumentazione, la prima serata? E.:  Ho cominciato a lavorare nei locali tramite un mio, ormai, carissimo amico, Luca Crescenzi, che mi propose di mettere qualche disco ad una sua serata che si svolgeva il mercoledì, in orario aperitivo. Però la mia prima serata in assoluto, se ci penso bene, fu qualche anno prima, in Sicilia, che è la terra in cui sono cresciuta: un mio compagno di classe faceva gli anni, avevamo procurato un mixerino da due canali, un compact disc e un computer, il fatto che fossi io a scegliere la musica doveva essere uno scherzo, e invece eccomi ancora qua!

W.: Come mai hai scelto il nome d'arte Van De Kamp? E.: Il nome Van de Kamp mi era stato affibbiato da alcuni amici perché sono molto scrupolosa con tutto ciò che riguarda la casa, come pulizia, cibo, e ironicamente rimanda ad un personaggio della serie televisiva Desperate Housewives, io l’ho scelto perché era curioso e divertente insieme.

 

W.: Come ti procuri la musica? Ore passate al negozio di dischi o preview su beatport? E.: Ovviamente ho gradualmente dovuto sviluppare un metodo un po’ più lavorativo nella ricerca della musica, principalmente attraverso internet, servizi come spotify, Youtube, iTunes, ma anche siti come Soundcloud, dove si trovano, ad esempio, versioni remix di pezzi molto belli, spesso anche in free download. Tuttavia ogni occasione è buona, la radio, negozietti specializzati, mercatini, ma anche film, spot televisivi, ecc.

 

W. Cosa fa di giorno a Enza Van De Kamp? E.: Tantissime pulizie! E, scherzi a parte, sono al terzo anno di Filosofia, in Statale. Non ho una vera e propria routine, ma in generale quando non mi dedico alla musica e agli aspetti organizzativi della serata Alphabet, vado in università, studio.

 

W.: Quali sono stati i punti di riferimento della tua carriera? Quali sono le personalità che ti hanno sostenuto? E.: Beh, sicuramente Luca Crescenzi, che mi ha dato la possibilità di farmi conoscere, ma anche di mettermi in gioco su altri fronti. Era venuto in vacanza in Sicilia, dalle mie parti, in seguito mi sono trasferita a Milano e ho cominciato a lavorare con lui,diventando buoni amici. E ovviamente, mio fratello, Michele, che mi ha motivato tantissimo a fare sempre meglio e sfruttare ogni occasione.

 

W.: Quali sono le date che ti hanno emozionato di più? E.: Sicuramente il party di Sergei Grinko, dove ho suonato insieme a Jessica 6, artista che io apprezzo moltissimo, e poi ogni serata dove la gente non smetterebbe mai di ballare ha un pezzo del mio cuore.

 

W.: Come definiresti il tuo groove? Come ti trovi col pubblico del nuovo Rocket? E.: Ogni mio set è diverso in base alla situazione, faccio molta ricerca sulla tipologia del locale e la gente, cercando di sposare sempre il loro gusto con il mio, e forse è proprio questo il mio punto di forza: l'Empatia. Anche al Rocket è andata così! W.: Qual è l'ultimo album che hai comprato? E.: Settle, dei disclosure!

W.: Cosa faresti se fossi l'ultima persona al mondo? E.: Se fossi l'ultima persona al mondo non saprei, probabilmente potrei solo ritenermi molto molto sfortunata!

Di seguito alcune foto della scorsa edizione di Alphabet, godetevi tutto l'album QUI!

Alphabet 6 Alphabet 5 Alphabet 4 Alphabet 3 Alphabet 2 Alphabet 1

Pubblicato in Lifestyle

La nostra mente si sa, spesso viaggia per fugaci associazioni di idee ed immagini, a volte condivise, a volte solo nostre. Non voglio e non posso credere però, che quello che due parole come jazz e ska evocano alla mia mente, non sia condiviso dalla stragrande maggioranza delle persone. Swing e calice di vino rosso rubino in umidi bar di New Orleans degli anni ’20 da un lato, groove travolgente, sorrisi tropicali e naturali sostanze illecite (o per molti illecitamente illecite) dall’altro. Due realtà forse apparentemente diverse, ma in verità legatissime, entrambe con radici culturali profonde profondamente vicine. Il Jazz è il genere colto che arriva dal basso per eccellenza, modulato dalla cultura popolare africana e da quella dei circoli d’èlite europei,  figlio scapestrato, ma consapevole del blues, contaminato da così tanti influssi diversi che si può dire stia alla base della maggior parte dei generi musicali più moderni.  Dicono di lui « In genere, il jazz è sempre stato come il tipo d'uomo con cui non vorreste far uscire vostra figlia. » Lo ska? Anche lui, seppur spesso associato al semplice divertimento, è in realtà un genere musicale pregno di un forte senso di identità e di appartenenza che ha permesso alle comunità caraibiche immigrate, soprattutto in Inghilterra, di mantenere una forma culturale coesa, dopo le esperienze della DUB e dell’ RNB, e non senza gli influssi del sopracitato zio Jazz. Due parenti che hanno preso strade diverse? No signori. Anche oggi, a quasi cent’anni da quei magici anni ’20, il Jazz continua ad emozionare, ed insieme allo ska, fa divertire e ballare, creando un universo parallelo che è un po’ un tuffo nel passato. Di questo frullato frizzante fanno il loro piatto forte i ragazzi della New York Jazz Ensemble, che dal 1994 animano i corpi e le menti degli avventori a ritmo di uno ska dalle forti componenti Jazz, prima fra tutte l’improvvisazione. Nati come side project dei The Toasters acquiscono presto tutta l’autonomia che meritano, diventando forse il gruppo di maggior pregio della scena. All’interno dell’ensemble artisti già noti nel panorama ska, reggeae e jazz: il trombone di Ric Becker, il sassofono, nonché flauto traverso, di Freddie Reiter, la batteria di Yao Dinizulu, la chitarra di Alberto Tarin, le tastiere di Earl Appleton e il basso di Wayne Bachelor. Impossibile non farsi coinvolgere dalla febbre della loro energia dal loro sapore un po’ retrò, un po’ esotico, e dai ritmi travolgenti. (Si narra inoltre di una grande capacità intrattenitiva dei membri della band.)

 

I ragazzi della NYSJE saranno in Italia per due date, il 17/07 al circolo Magnolia di Milano e il 20/07 al Botanique Garden di Bologna. Performance artistica di livello e divertimento, assicurati!

 

 

Pubblicato in Musica

Non poteva esistere stagione migliore della primavera, dei primi giorni di sole di un aprile tanto atteso e ancora un po’ indeciso sul da farsi, per cogliere a pieno tutti i colori di “Colonna sonora di un film che non c’è”, ultimo lavoro di Mafè Almeida, in uscita sui canali

iTunes dalla fine di questo mese.

 

Nato in Mozambico da madre capoverdiana e padre pugliese, Mafè cresce e coltiva la sua passione artistica tra la soleggiata Bari e la stimolante Milano, le due città in cui si concentra maggiormente la sua poliedrica carriera artistica, che affonda le radici in diversi campi d’espressione; pianista e tastierista di diversi gruppi del panorama barese, Mafè si avvicina al mondo del canto grazie al gospel, partecipando al Wanted Chorus e a all’opera musicale di Riccardo Cocciante e Luc Plamondon, “Notre Dame de Paris”, nel ruolo di Clopin.

 

Si cimenta inoltre nell’attività di autore, collaborando con gli Zero Assoluto alla stesura del testo di “Volano i Pensieri”, nota canzone della band capitolina. Il tentativo di inquadrare un album, e tanto più un artista, in un solo genere musicale, è quasi sempre riduttivo; preferibile è tentare di cogliere i chiaroscuri tratteggiati al suo interno.

 

“Colonna sonora di un film che non c’è” è un EP di sei tracce, dal groove funk coinvolgente e dalle atmosfere variopinte: dalla freschezza spensierata della pop music, alle sfumature di malinconica speranza della musica black, dal soul all’RnB. Mafè Almeida ama vedere nella sua produzione artistica qualcosa del power pop, principalmente per il messaggio e le energie positive che ne sente fuoriuscire e che si propone di trasmette all’ascoltatore. Abbiamo parlato con Mafè per farci raccontare della sua esperienza, la sua visione della vita e i suoi progetti per il futuro.

 

Nel corso della tua carriera hai sperimentato molto; sei stato parte di un gruppo, corista gospel, hai recitato in un musical ed ora sei cantautore. Senti in qualche modo queste come tappe di un percorso che ti avrebbe portato dove sei oggi, o le consideri in maniera separata?

Parlare di carriera credo sia prematuro. Amo definirlo un percorso e credo che ogni sua parte  abbia in qualche modo influenzato quello che è il mio stile di vita. Ogni esperienza non la vivo come un oggetto separato ma come un elemento con una propria individualità che però vive e ha senso se collegato ad un altro frammento.  Sono un po' fatalista e credo nell'idea che nulla sia mai per caso. Lo raccontano gli incontri che ho avuto nella mia vita e quello che sono ora. In fondo siamo sempre le persone che incontriamo e di conseguenza anche le azioni che compiamo.

 

Oltre alle tue mani di compositore e autore, quali altre hanno collaborato alla realizzazione di “Colonna sonora di un film che non c’è”?

Il disco è stato prodotto da Daniele Valentini con l'etichetta indipendente "Treehouse Lab" di Lodi, mixato negli studi FM di Monza da Raffaele Stefani e masterizzato da Giovanni Versari. Per l’incisione e per i live sono stato aiutato dal gruppo "The White Muffins" , composto da Antonio Galli al basso, Andrea Rossini alle chitarre, Danilo Martello alle tastiere e Marco Carnesella alla batteria.

Per quando riguarda il budget, una parte è stata ricavata raccogliendo delle donazioni con il primo sito in Italia di crowdfunding, musicraiser.com.

 

Nel titolo dell’EP si possono leggere sentimenti molto diversi, non fosse altro per quel “che non c’è”, che se da un lato rimanda ai colori della nostalgia, dall’altro può essere interpretato come un invito a divenire noi stessi, il nostro film. Tu cosa ci vedi in quelle parole?

Il nome nasce dall'idea che la vita sia composta da piccole tracce che nel loro insieme creano una colonna sonora. Queste  accompagnano i gesti quotidiani della nostra vita, che non è altro che un film in divenire. Per questo motivo va intesa come un film che non c'è, ma che più che altro, "esisterà".

 

Dunque, deviando sui massimi sistemi, credi in qualche cosa di prestabilito e non scritto, o se più per l’idea dell’homo faber, fautore del suo destino?

Come raccontavo prima sono estremamente convinto che le cose non accadano mai per caso. La vita ci lancia continuamente segnali che ci portano verso un determinato cammino. La questione credo vada interpretata con una chiave di lettura ambivalente. Ognuno di noi è artefice del proprio destino nella misura in cui sia in grado di saper interpretare certi messaggi. Del resto poi ci pensa la vita stessa a risponderti se una scelta può essere determinante o meno ed è solo questione di tempo. Forse è una forma positiva di interpretazione della vita. Come se fossimo destinati a più destini uno dei quali si dimostrerà la verità assoluta per noi. E alla fine in un gioco di incastri saremo sia artefici che navi trascinate dalla corrente. Convinto però che prima o poi ad un porto si approderà.

E per quanto riguarda i testi invece? Qual è il fil rouge che li conduce, e dove vorresti che conducessero l’ascoltatore?

I testi si ispirano fortemente a momenti di vita vissuta. Molto spesso sono spunti di riflessione. Quasi un senso di rivalsa per una condotta di vita più aperta al rispetto verso di sé e quindi verso gli altri. Credo che solo amando se stessi si riesca ad amare ed apprezzare tutto quello che ci circonda. Credo ci sia bisogno di fede, nella vita e nei propri sogni, fede verso le persone. Per questo meglio un abbraccio che una stretta di mano. Dici questo perché credi che l’importanza di un abbraccio, agli altri e a se stessi, si sia persa oggi come oggi?

La gente si imbarazza se ti vede come un libro aperto. Certe volte rimane stupita dal grado di civiltà e di apertura mentale di una persona. Anche nel condividere argomenti difficili come il dolore . Difficile dire se non si è più abituati a gesti come un abbraccio. Di sicuro credo bisognerebbe stupirsi di altro e non di questo. Lasciamo sempre meno spazio a quelle piccole cose che fanno l'assoluto per noi. E tendenzialmente arriviamo a pensare di poter bastare a noi stessi, convinti come siamo di poter farcela da soli. Non sono della teoria che bisognerebbe spendere ogni gesto gentile e in modo inappropriato ma che quando si sente il bisogno, di non aver paura di condividerlo. Alla luce di tutto questo, ma soprattutto ascoltando i tuoi testi, la musica sembra essere per te quasi un mezzo per un fine. Credi che trasmettere agli altri un messaggio, sia pure in forma di emozione, sia il compito principale di un musicista, o leggi  l’arte più come un percorso individuale di chi la produce?

Il percorso individuale di un musicista è inscindibile dalle emozioni di chi le interpreta. Se da una parte scrivere può aiutare ad esorcizzare i propri fantasmi, quasi come vomitando la propria esistenza, d'altro canto quello che si scrive può essere fonte di ispirazione per chiunque senta vicino una parola piuttosto che una linea musicale. Il resto è solo un atto di crescita personale che sposta determinati parametri di valutazione. La scrittura può evolversi ed essere modellata nel tempo e influenzata da circostanze e situazioni personali. Chi ascolta può semplicemente accompagnare e apprezzare questa crescita oppure rimanerne indifferente. Questo però non sposta l'ago della bilancia. Del perfetto equilibrio tra i due ruoli che io reputo complementari. L'amore è così. Nel tempo due persone sono accanto e si accompagnano mutando nella forma. Accade di non volersi più accanto ma quello che si è seminato è ben visibile. Resta sempre in profondità.

 

Cosa ti ha spinto finora ad amare cosi tanto la musica, l’amore e l’amore per la vita? E cosa vedi ora nel tuo futuro?

Amo scrivere e amo cantare e nel mio futuro vedo la possibilità di creare un altro album e avere sempre più seguito.

Ho perso mia madre a settembre ed è stata lei ad intuire che potessi amare la musica. Mi ha portato a studiare pianoforte e poi a credere nei miei sogni. Io e i miei fratelli siamo la sua più grande testimonianza e ci teniamo a preservare e condividere la sua memoria e la sua eredità intellettuale. Lei amava la vita e ognuno di noi nel proprio piccolo cerca di farlo. Io spero di farlo attraverso la musica.

 

 

Pubblicato in Musica

Instagram

 

 

Direttore Responsabile
INDIRA FASSIONI

Se vuoi scriverle: direttore@nerospinto.it

Questo sito fa uso di cookie per migliorare l’esperienza di navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’utilizzo del sito stesso. Utilizziamo sia cookie tecnici sia cookie di parti terze per inviare messaggi promozionali sulla base dei comportamenti degli utenti. Può conoscere i dettagli consultando la nostra privacy policy. Proseguendo nella navigazione si accetta l’uso dei cookie; in caso contrario è possibile abbandonare il sito.