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Mostra di Venezia 2020: Gianfranco Rosi, Notturno e l’essenza della guerra|||

"Notturno" è il terzo film italiano del regista Gianfranco Rosi in Concorso per il Leone d'Oro alla 77. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia; dopo il Leone d’Oro per "Sacro Gra", l'Orso d’Oro e la nomination agli Oscar per "Fuocoammare", torna con questa pellicola girata nel corso di tre anni trascorsi sui confini tra Kurdistan, Siria, Libano e Iraq.

Fin da piccoli ci siamo sentiti ripetere di inseguire i nostri sogni, di cercare il più possibile di essere noi stessi, nel bene e nel male. Tuttavia sappiamo tutti che non è sempre possibile seguire quella che, davvero, nel profondo, sentiamo essere la nostra strada. Ad alcuni manca il coraggio, ad altri la forza di volontà e la voglia di mettersi in gioco, altri ancora non hanno i mezzi per farlo. E quindi ci adattiamo, o meglio, adattiamo il nostro percorso a quello degli altri, a quello imposto dalle cose e dalle persone che ci stanno attorno. Ma chi nonostante tutto trova in sé le risorse per inseguire le proprie passioni, facendo di queste la sostanza di una vita, credo possa camminare a testa alta più degli altri, senza supponenza o arroganza, solo con un pizzico di soddisfazione in più e qualche rimpianto in meno. Credo che chi decide di dedicare forze, tempo e denaro alla propria passione sarà sempre e comunque un vincitore, in particolare di questi tempi. La generazione che vive la propria gioventù in questi anni zero, vede davanti a sé un futuro a dir poco nebbioso ed incerto e parlare con dei sognatori, nel senso esclusivamente positivo del termine, è una medicina che consiglierei a tutti e, sin dal primo approccio con la musica dei Cocìda, ci si rende conto di quanta positività sia sprigionata dalle loro note.

E’ corretto? Vi definireste dei “sognatori”? “Sicuramente sì, siamo sognatori incalliti, altrimenti non avremmo mai intrapreso una carriera tanto incerta e faticosa.  E in tempi bui come questi sono proprio i sogni il motore di tutto. Siamo anche degli osservatori, ci piace scrutare quello che ci circonda e mischiarlo con ciò che ci passa per la testa per poi raccontarlo in una canzone, ci piace descrivere il “qui e ora” con immagini raccontate da parole e note scelte dopo notti insonni o semplicemente venute fuori da un momento di forte ispirazione. Un momento di crisi economica come questo è anche un momento di fervida creatività. Sembra assurdo me è proprio la crisi che ci ha avvicinati alla nostra passione. Anche noi abbiamo dovuto adattarci e piegarci al mondo, ma il nostro equilibrio è sempre stato qui, su questa corda tesa a “sporcarci le mani” con la musica.”

I protagonisti delle vostre canzoni sono i giovani di questa generazione, raccontati sotto una luce che rischiara e fa brillare di speranza ed ottimismo, forse tra i sentimenti più latitanti al giorno d’oggi. Cos’è che “vi tiene a galla quando annegate” , dove trovate la vostra  forza d’animo? “Più che sull'ottimismo puntiamo spesso sul contrasto tra musica e testo, è come una forma di ironia. Ad esempio la canzone a cui tu fai riferimento (Forza di gravità) ha un testo molto ansioso nonostante la musica suoni allegra, energica e spensierata. Questo brano nasce infatti da un momento di profonda costrizione dal quale però siamo riusciti ad uscire alla grande, grazie all'aiuto e all'effetto di persone care e grazie alle proprietà catartiche della musica stessa. Le cose che ci tengono a galla mentre stiamo rischiando di affogare sono queste, invisibili agli occhi ma non al nostro spirito. L'ottimismo che si percepisce da alcune nostre canzoni scaturisce proprio dal superamento delle difficoltà. Racchiudere un esperienza triste in una canzone allegra è davvero terapeutico da questo punto di vista. Abbiamo però anche molte canzoni più marcatamente introspettive e arrabbiate.”

Per essere un gruppo relativamente giovane (i Cocida nascono infatti nel 2007 dall’unione di Davide e Mariano  a cui si aggiungono durante il viaggio Matteo e Carlo, rispettivamente contrabbasso e percussioni) il vostro curiculum è ricco di esperienze prestigiosissime, tra le quali anche partecipazione al festival di Sanremo. Quale tra questi momenti di crescita, dal punto di vista artistico e personale, credete sia stato il più significativo? Rifareste tutto e/o c’è qualcosa che avreste voluto fare e non avete ancora, e sottolineo “ancora”, fatto? “Beh, per l'esattezza siamo giunti per due volte consecutive alla finale di Sanremo Lab, lo step precedente al Festival  vero e proprio. E' un ottimo risultato considerato il numero di aspiranti che si presenta ogni anno. Questa esperienza ci ha fatto crescere moltissimo e in un certo senso ci ha anche spronato a fare solo ed esclusivamente la musica che ci piace e non cercare troppo il favore del pubblico con canzonette fatte a stampo delle hit più famose. La musica deve rimanere una forma d'arte, non solo un prodotto. Poi ben venga un mercato dell'arte, altrimenti mancherebbe la professionalità, ma se la musica è fatta solo di appeal commerciale e scarsissimi contenuti significa che qualcosa non funziona. Una cosa che non abbiamo ancora fatto è un tour vero e proprio che copra tutta la Penisola e che magari ci porti anche all'estero. Abbiamo organizzato e suonato centinaia di concerti nel Nord Italia, ma siamo consci che con le nostre potenzialità potremmo fare molto di più. Le problematiche organizzative però sono parecchie e richiedono costi, tempo e professionalità organizzative elevate.”

Dite di voi di essere un gruppo formato da personalità ed animi artistici molto diversi l’uno dall’altro; spesso è la sintesi di sensibilità eterogenee a creare qualcosa di assolutamente nuovo e bello, ma in alcuni casi è anche oggetto di discordia. Come vivete le vostre singole sfaccettature, come un pregio o un difetto del progetto Cocida? “Noi lo viviamo come un pregio, ma i discografici (o quel che ne resta) lo vivono come un problema perchè non sanno come etichettarci. Amiamo la musica a 360 gradi e ci piace farci influenzare da tendenze artistiche molto distanti fra loro. Abbiamo ovviamente background differenti, ma quello che ci interessa è imparare sempre di più, continuare a studiare, sperimentare, mischiare stili compositivi diversi senza barriere. Ad esempio siamo partiti con brani di pop acustico che qualcuno definirebbe “raffinati”, vista la vicinanza con la bossa nova o la lounge music ma poi abbiamo inserito anche brani più ispirati al rock e addirittura alla dance. A proposito di dance proprio in questi giorni ci è stato chiesto di comporre la sigla di un programma radio basato sulla musica degli anni '90 e non abbiamo certo dimenticato la musica disco di quel periodo. Adoriamo riarrangiarla con strumenti acustici, un po' come fa Sagi Rei, ma a differenza sua cerchiamo sempre di mantenere il groove ritmico, cioè il “motore” che fa ballare chi ci ascolta.”

Ogni gruppo trova la sua dimensione,  chi in un intimo live acustico, chi nell’armonia celata nel frastuono. Voi? Che atmosfera ci si deve aspettare dai vostri concerti? “Siamo nati come duo, chitarra e voce, nei piccoli club e quello rimane il nostro habitat naturale. Nei nostri live cerchiamo sempre di partire soft per poi arrabbiarci sempre di più. Raramente abbiamo una scaletta predefinita perchè ci piace vedere la risposta del pubblico e scegliere le canzoni in corsa, magari anche con dei medley più o meno improvvisati. Come già accennato in precedenza ci divertiamo un sacco a stravolgere cover molto famose lasciando spesso spiazzato il pubblico. Da quando  abbiamo ampliato il nostro organico, aggiungendo batteria e basso, ci siamo confrontati varie volte anche con palchi grandi e abbiamo dimostrato di avere un bella “potenza di fuoco” pur mantenendo il nostro sound acustico.”

Ora una domanda che mi piace molto fare a chi fa musica, perché in fondo credo che meglio di qualsiasi panorama sia lei a fare da sfondo alle nostre vite. Se doveste scegliere una situazione ideale in cui consigliare di ascoltare la vostra musica, quale sarebbe? In macchina, in spiaggia, da soli o in compagnia? Di che tipo di momenti sentite che le vostre canzoni sarebbero la perfetta colonna sonora? “Rimaniamo dell'idea che, in generale, la situazione ideale per ascoltare la musica sia dal vivo, ai concerti o ovunque ci sia un artista che si mette in gioco davanti a un pubblico per comunicare ad un livello profondo e non necessariamente verbale con esso. La musica è più buona quando viene consumata a Km zero e la nostra non fa certo eccezione! Premesso questo, mi piacerebbe che i nostri brani venissero ascoltati una domenica mattina (tarda mattina!) di sole stando sdraiati sul divano mentre ci si ricarica le batterie dopo una notte brava, o sdraiati su un prato mentre si cerca di capire che forma hanno le nuvole, oppure in viaggio per le vacanze quando dall'autostrada si comincia a sentire l'odore del mare ma ancora non è possibile vederlo.”

Infine, progetti: uno del passato di cui andate particolarmente fieri e che credete vi rappresenti maggiormente; uno presente a cui state lavorando, ed uno futuro che sperate e sognate di poter mettere in atto e concludere al meglio. “Un'esperienza del passato che rifaremmo molto volentieri è stata quella di scrivere la colonna sonora dello spettacolo teatrale: “La bambina di polvere”, liberamente ispirato al romanzo di Stefano Benni “Margherita Dolcevita”. E' stato bello soprattutto il fatto che le musiche fossero eseguite dal vivo da parte nostra. Confrontarsi con i tempi e le dinamiche teatrali è stupendo e profondamente diverso rispetto ad un concerto,  dopo quell'esperienza crediamo che  non ci sia nulla di più toccante che l'unione tra prosa e musica.   Nel presente c'è la nostra partecipazione a due concorsi molto prestigiosi quali il Premio Donida e il Premio De Andrè, due realtà consolidate che offrono visibilità e premi molto interessanti. E' in corso inoltre la registrazione di alcune cover nelle quali il nostro sound acustico si mischierà a suoni elettronici. Per il futuro il nostro obiettivo è sempre lo stesso: riuscire a “campare di musica” o meglio “campare di COCìDA”, il lavoro più bello che ci sia!”

Parte da Milano il tour estivo del quartetto rock che negli ultimi anni si è fatto largo sgomitando nel panorama indi(e)pendente italiano, guadagnandosi la fama di adrenalinici cantautori degli anni zero, fuori dagli schemi, o fuori in generale. Ops, mi devo già correggere. In effetti sì, i Nobraino sono un quartetto, ma un quartetto di cinque persone (si sa, la matematica è un po’ un’opinione in fondo). Alla voce di Lorenzo Kruger, alla chitarra di Néstor Fabbri, al basso di Bartok e alla batteria del Vix,si aggiunge infatti la tromba di David Jr Barbatosta che, dopo anni di collaborazione, ha di recente manifestato la volontà di entrare a far parte della formazione ufficiale della band romagnola. Non so se sia prevista una cerimonia di investitura, con tanto di spada sulla spalla e una sorta di giuramento di Ippocrate, ma , a quanto pare, è stato avviato l’iter che porterà David a divenire un “Nobraino official”.

 

La band indie-rock (come amano precisare, indie esclusivamente da un punto di vista di budget), esordisce nel 2006 con il primo album, The best of Nobraino (si, il primo disco è un best of!), un album di musica e teatro, di storie raccontate in note e parole, che, senza tanti complimenti, urla a gran voce il suo marchio di fabbrica, nessuna possibilità di fraintendimento. Voce calda, a tratti spaventosamente simile al timbro del più imparagonabile Fabrizio de Andrè;  melodie circensi, divertenti, mescolano rock e mazurche in un’atmosfera che, grazie anche ai testi, ha un po’ il sapore di epoche lontane da questi anni zero, in cui ci riportano solo le distorsioni degli strumenti elettrici. Dopo il secondo album, No USA! No UK! Nobraino, arriva finalmente nel 2012, il Disco D’oro. Per quale album, vi chiederete? No, avete frainteso:  Disco d’Oro è il titolo dell’album. Ironico e metaforico, è un colore che personalmente trovo si intoni molto con il loro animo, chiassoso e prezioso, non passa certo inosservato.

 

Insomma, con questo quartetto di cinque musicisti non si può mai sapere cosa aspettarsi e state pur certi che un loro live non  sarà da meno, in quanto a sorprese; “...personalmente, i concerti di sola musica, a meno che non si tratti di mostri sacri, dopo un po’ mi annoiano mortalmente.” (Lorenzo Kruger).

 

Il carrozzone dei Nobraino si muoverà da giugno a settembre lungo tutto lo stivale, in un tour che sarà una sorta di proseguimento del viaggio intrapreso questo inverno per la promozione di Disco D’oro. Prima tappa del tour estivo 2013, ne siamo onorati, la nostra Milano: domani, 6 giugno 2013, al Carroponte. Prezzo? Very Indie: 8 euro. Non potete davvero perderlo.

 

 

Spesso ci si chiede, quando si ascolta un gruppo che ci conquista, chissà qual è stato quel momento in cui, questi due, tre, quattro talenti, hanno sintonizzato i loro cervelli sulla stessa onda ed hanno deciso di creare, diventare una cosa sola, almeno artisticamente parlando. Insomma, dai, quando quattro tizi di nome Robert, Jimmy, John Paul e John sono diventati i Led Zeppelin, qualcosa sarà pur successo. Un lampo, uno squarcio nel cielo, un terremoto su un’isola sperduta nell’Atlantico… Chiamatelo destino, fato, semplice coincidenza, ma quando si forma un gruppo musicale, e non parlo necessariamente di band che abbiano fatto la storia, è sempre un bel momento, significa che ancora qualcuno pensa di poter vivere delle proprie passioni. Non so perché sinceramente mi siano venute in mente queste riflessioni pseudo metafisiche ,che avrei potuto risparmiarvi, ma nel leggere la biografia degli Amanda Mabet mi sono proprio domandata: com’è, che dopo dieci anni di collaborazione artistica, si arriva al punto di voler creare qualcosa insieme? Sono gli stimoli che vengono dall’esterno a dare l’input, o sono forse maturazioni tutte interne all’animo degli artisti? Immagino che le risposte possano essere molteplici, ma vi propongo quella di Lorenzo “Lotus” Catinella, autore, musicista e leader degli Amanda Mabet. Succede che quando passi 10 anni a risollevare e rinfrescare il linguaggio musicale di chi ha relativa passione e poca identità ti stanchi di fare il “chirurgo plastico della mancanza di prospettiva” e ti viene una gran voglia di dire la tua. Aiutano anche stima reciproca tra “compagni di viaggio”e l’incapacità cronica di raccontare qualunque cosa, se non attraverso una suggestione sonora.

 

Dunque dopo aver lavorato al vostro progetto ed aver generato la vostra creatura artistica sotto forma di canzone, avete sentito il bisogno di qualcosa che facesse da collante, e così siete partiti alla ricerca di una voce. Com’è stato girare per le scuole di canto alla ricerca della “voce perfetta”? Avevate già un’idea ben precisa in mente o aspettavate che qualcuno vi colpisse particolarmente?

Realizzare una ricerca nelle scuole?! Faticoso! Ma anche molto interessante. Non cercavamo una voce, ma un suono, qualcuno capace al di là delle sue capacità, didatticamente “fatto e finito”, ma anche inconsapevole; eravamo sicuri che nulla sarebbe stato sicuro. Più di ottanta voci femminili, tutte molto valide. Volevamo un animo sensibile,con una elegante dose di femminilità, ma soprattutto una voce con una vasta gamma di colori, perché il disco è molto eterogeneo.

 

Poi arriva Maria Grazia Sindoni..avete capito subito che era ciò di cui avevate bisogno, o è stata una decisione difficile? Immagino che sottoporre un proprio progetto, sui cui si è spesi  tempo ed energie, ad un orecchio estraneo, nella speranza che si trovi in sintonia, sia un’esperienza emotivamente importante..

Qui per dovere di verità devo citare Roberta Carrieri, cantautrice di matrice Pugliese data in prestito dal destino alla grigia, ma proficua Milano. E’ stata infatti lei, durante una bella collaborazione, che scorrendo i provini registrati nelle scuole, si è lungamente soffermata sulla voce di Mag (Maria Grazia), confermando un’impressione generale, cioè che lei avesse una voce timbricamente molto interessante. Per rispondere alla seconda parte della domanda…Sì!! E’ stato un momento molto gratificante!! Mag ha subito “adorato” la mia scrittura, dimostrando capacità e umiltà nel mettersi a disposizione del progetto; ha cantato le “voci guida” con molta attenzione ai miei suggerimenti.

 

Domanda banale, ma insomma, necessaria. Il nome? Richiama in voi un significato particolare, o semplicemente, come spesso capita ed è assolutamente lecito,  vi suonava bene?

Il progetto “ Amanda Mabet” uscirà in inglese per l’estero e in italiano per “noi”. Cercavamo un nome con una sua rotondità, mediterraneo, ma anche internazionale. Consapevoli che in Italia di questi tempi lavorano solo i Talent, San Remo e poche altre “robe”, ci  siamo attrezzati per tentare di arrivare il più lontano possibile…sognare ancora non è tassato!! “Amanda Mabet” ci sembrava misterioso e liquido… è il nostro nome!!

 

Quello che nasceva un tempo come laboratorio creativo è oggi un progetto artistico a tutti gli effetti, tant’è che siete in fase di incisione del primo album. Come procedono i lavori? Possiamo già chiedervi che sapore avrà questo album, che atmosfere avete voluto richiamare?

Procede molto bene, contiamo di terminarlo per la fine dell’estate, ci piacerebbe presentarlo entro la metà di ottobre. Accidenti! Un sapore?! Miele e Barolo..?! Ma anche Latte…e pasta fatta in casa..?!  Scherzi a parte, è un disco con una vena post-rock che lo attraversa in modo sanguigno, un suono abbastanza duro, ma capace di inaspettate atmosfere rassicuranti. È un disco con delle ricercate contraddizioni sonore al suo interno, con molta energia e una sana dose di elettronica…e poi ha un “tiro” pazzesco..come piace a noi!!

 

In attesa di assaporare il vostro primo album, sarà possibile venire a sentire una vostra performance live all’evento Chapeau! del 1 giugno, organizzato da Modalità Demodé e Rosaspinto. Cosa si possono aspettare gli avventori  dalla vostra performance?

Abbiamo selezionato una mezz’ora di show che riesca a dare il senso del progetto. Affronteremo questa anteprima con molta felicità. Lo scopo di un musicista è condividere e godersi tutte le reazioni di chi ascolta. Chi suona, spesso ha il privilegio di avere una poltrona in prima fila sulle emozioni del pubblico, ed  è un film del quale non ci si stanca davvero mai!!!

 

L’arte è da sempre stata considerata dall’uomo, perlomeno quello laico, come il solo modo che ha di conquistare l’eternità, di diventare immortale. Quando un artista realizza un’opera, questa resta impressa sulla tela o nel marmo, e da quel momento in poi nulla la potrà cancellare. Non sto parlando di gloria eterna, non tutti gli artisti sono diventati Michelangelo o Raffaello ovviamente; si tratta più di una questione individuale, del rapporto tra l’artista e la sua opera, che chiunque abbia mai fatto arte, o si sia avvicinato a questo mondo da visitatore attento e sensibile, potrà comprendere. Tuttavia la tela, il marmo o uno spartito, possono essere colorati, scolpiti o riempiti di sentimenti, ma non ne provano di propri. Quando invece l’arte è fatta sulla pelle di una persona viva e cosciente le cose possono cambiare, devono cambiare. Abbiamo voluto discutere di questa questione con Valentina Sedda, oggi tatuatrice professionale nel suo studio di via Trivulzio, a Milano.

 

In passato hai lavorato come illustratrice e designer, avendo a che fare con tavole cartacee e tavolette grafiche. Com’è cambiato il rapporto con la tua opera, dal momento in cui il tuo strumento principale, oltre alla macchina per tatuaggi, è diventato la pelle delle persone?  Credi che la tua vena creativa sia più, o meno libera di andare a briglie sciolte, rispetto a prima?

Sicuramente il rapporto con le mie opere è cambiato tantissimo. Lavorando come illustratrice e come designer, avevo a che fare prevalentemente con aziende che commissionavano i lavori. E questo significava avere dei paletti molto precisi, all'interno dei quali non era sempre la priorità poter esprimere il proprio senso artistico. Questo diventava spesso molto frustrante dal punto di vista della creatività. Raramente ho trovato aziende con una visione differente, e questo forse è uno dei motivi che mi ha spinto a cercare sulla pelle degli altri la mia tela. Quando ci si confronta in una dimensione esclusivamente umana e non aziendale, si capisce in maniera più costruttiva come mettere la propria ricerca artistica al servizio degli altri. I miei attuali clienti spesso approdano da me perchè già conoscono il mio stile e mi chiedono di reinterpretare le loro idee con la mia mano. E' un processo molto appagante, poiché generato da uno scambio tra persone che confrontano i  propri pensieri e, spesso, anche i propri segreti.

 

Proprio per questo motivo, ovvero il fatto che la tua “tela” prova emozioni e sensazioni, che abbia un passato da raccontare e delle motivazioni che l’hanno spinta a venire da te, quando tatui il rapporto che si stabilisce è quello intimo, tra creato e creatore, o preferisci che resti sul piano professionale?

E' inevitabile per me stabilire un rapporto piuttosto intimo con le persone che tatuo. In questo mestiere, non bisogna mai dimenticare che, come dici tu, la nostra “tela” prova emozioni. Quasi sempre, sono i clienti stessi che hanno bisogno di aprirsi e raccontate. Il tatuaggio è spesso considerato una moda, ma credo che questo sia meno comune di quanto si pensi. O meglio, quando mi accorgo che è così tendo a proporre io attraverso il disegno una storia da raccontare, di modo che il tatuaggio in sé non venga mai ripetuto o banalizzato. Ma per tante persone tatuarsi è anche un profondo processo di espiazione, e il racconto fa parte di questo processo. Quando si va via dallo studio con la pelle tatuata, ci si sente forse un po' più leggeri: la storia che si voleva ricordare è ora incisa su pelle e può essere accantonata tra i pensieri che non ci tormentano più.

 

Cosa vuoi comunicare al fruitore attraverso la scelta del tuo nome d’arte, Inky Valentine, e del nome del tuo studio, Surreal Pop Tattoos?

Inky come inchiostro, un tratto indelebile che racconta delle storie e Valentine come qualcosa che si ama, che fa battere il cuore e sorridere. Il nome Surreal Pop Tattoos rimanda invece ad una porta che si apre su un mondo surreale, dove i sogni e l'inchiostro si uniscono in maniera indissolubile, prendendo vita sulla pelle.

 

Sembra di capire che tu viva il tatuaggio come una vera e propria forma di espressione artistica, come è ovvio che sia. Come ti relazioni con quel tipo di persone, e purtroppo ce ne sono molte, che non capiscono questo aspetto, e in un certo senso sminuiscono il tatuaggio a mero “capriccio estetico”?  Ti è mai capitato di trovarti nella posizione di dover “giustificare”  la tua scelta artistica?

Credo che il tatuaggio debba essere vissuto solo ed esclusivamente come forma artistica. In fondo, porterai scritta sul corpo un'opera che hai scelto di tenere per tutta la vita. Alcuni clienti mi chiedono di poter scegliere il disegno da un catalogo, si aspettano che io esegua indifferentemente qualunque stile, ma non è così. Bisogna saper rifiutare i lavori che non sono nelle nostre corde, prima di tutto per non mandare a casa un cliente scontento. Ad esempio, io ho una visione piuttosto onirica della quotidianità, mischio costantemente il sogno e l'inconscio alla brutalità della realtà. Perciò non mi si può chiedere di realizzare un tatuaggio realistico, perchè non sarei la persona adatta a farlo. Non avrei la tecnica necessaria e la mia interpretazione sarebbe pressochè nulla, perchè non mi entusiasmerebbe riprodurre la realtà così com'è. Credo che ogni persona debba trovare il tatuatore più adatto al proprio mood, senza fermarsi dal primo sotto casa perchè non ne si conoscono altri. Più ricerca prima di tatuarsi aiuterebbe a spazzar via un po' di quell'alone di moda dozzinale che si diffonde per mancanza di cultura.

 

Come qualsiasi forma artistica, anche quella del tatuaggio è soggetta ai venti delle mode. Ti è mai capitato di non trovarti in linea con la corrente del momento, o di rifiutarti di realizzare per l’ennesima volta un tatuaggio simile a mille altri? Alla fine è una pratica che, forse più di altre, è legata a doppio filo con le leggi del mercato; credi di dovertici adattare o preferisci mantenere una sorta di integrità d’artista?

Come accennavo prima, credo che l'integrità artistica sia fondamentale. Ci sono soggetti ricorrenti che vengono richiesti, ma questo non significa che non possano essere rielaborati ogni volta e customizzati su ogni cliente. Con la corrente del momento non ci si può trovare in linea. Non si possono scaricare i tatuaggi da google e copiarli di sana pianta. Quando un cliente mi porta delle foto di tattoo già eseguiti, propongo sempre la rielaborazione personale. Mantenendo il soggetto principale ma ridisegnandolo completamente in modo da renderlo unico. Anche nei clienti più scettici, ho notato che questo lavoro di reinterpretazione è quello che poi li rende soddisfatti e li convince a tornare altre volte a tatuarsi da me.

 

Oltre alla possibilità di conoscerti venendo a trovarti nel tuo studio, sarai presente all’evento Chapeau, organizzato da Rosaspinto e Modalità Demodé. Cosa devono aspettarsi gli eventuali avventori dalla tua performance?

Durante l'evento del primo giugno, sarà presentata una serie inedita di disegni che potrete provare direttamente sulla vostra pelle con gli stencil che durano qualche giorno. Se il risultato vi piace, non dimenticatevi di prenotare il vostro tattoo! Per tutti coloro che prenoteranno durante la serata, ci sarà infatti in omaggio un piccolo punkosauro da portare sempre con voi! Troverete inoltre in vendita stampe Limited Edition di 3 serie diverse di disegni, spille a forma di teschio e shopper in cotone.

 

Per saperne di più su Inky Valentine e sui suoi tatuaggi potete dare un'occhiata al suo sito www.inkyvalentine.com e alla sua pagina FB https://www.facebook.com/pages/Inky-Valentine-Surreal-Pop-Tattoos/345919008768859

 

 

Patricia Lee Smith, Patti Smith, punk’s Grandmother, sacerdotessa maudite, poetessa del rock..comunque la vogliate chiamare è lei, una delle stelle più luminose della musica, dal 1975 ad oggi. Una luce mai spenta la sua, trasformata  sì, ha cambiato spesse volte colore, ma mai intensità. Come una fenice che rinasce dalle ceneri, ancora più bella, ancora più forte, Patti ha superato momenti di grande dolore che hanno fortemente influito sulla sua produzione artistica. Forse anche questo ha fatto l’eclettismo di quest’ultima, il che ha creato ai “blablaologi” di tutto il mondo non pochi problemi di etichetta mento. Regina del rock, precorritrice del punk, hit girl…cosa importa infondo? La caratteristica che nessuno le ha mai potuto negare resta la sua voce, inebriata da mille colori, evocativa, intensa, senza pari; e i suoi testi, delle vere e proprie poesie in musica, che la Smith si porta dietro sin dagli inizi della sua carriera, con il progetto di reading di poesia in musica insieme al chitarrista Lenny Kaye.

 

L’ultima fatica discografica di Patti Smith è Banga, primo album di inediti dopo otto anni fatti di concerti ed apparizioni varie, un disco di cover e un libro. Da molti celebrato come il suo miglior disco dopo il grande ritorno degli anni ‘90, Banga è un album ricchissimo in contenuti ed emozioni. In questo undicesimo viaggio nel mondo di Patti Smith i compagni di viaggio, oltre alle musiche, a tratti graffianti pezzi post punk, a tratti rilassate ballate con tocchi di folk e blues, e alla sua voce, a metà tra un angelo e un poètes des enfer, sono illustrissimi personaggi, di oggi e di ieri. E’ cosi che ci troviamo sulla nave, a solcare le melodie insieme ad Amerigo Vespucci, Amy Winehouse, Maria Schneider (la Maria di Ultimo Tango a Parigi, recentemente scomparsa), Tarkovsky (celebre regista russo), Nikolaj Gogol’ e Banga, il cane di Ponzio Pilato. Dopo l’apparizione memorabile al festival di Sanremo insieme ai Marlene Kuntz, Patti torna finalmente nel bel Paese con sei date all’interno del suo tour mondiale durante l’estate 2013. Le città italiane interessate sono Sesto San Giovanni, comune alle porte di Milano, Prato, Venezia, Macerata, Taormina e Palermo.

 

Queste le date definitive

 

Giovedì 25 luglio 2013, Sesto San Giovanni, Carroponte

Venerdì 26 luglio 2013, Prato, Piazza Duomo

Sabato 27 luglio 2013, Venezia, Teatro Verde

Lunedì 29 luglio 2013, Macerata, Sferisterio

Mercoledì 31 luglio 2013, Taormina, Teatro Greco

Giovedì 1 agosto 2013, Palermo, Teatro di Verdusa

 

 

“Se c’è  chi paga e chi no, non è più una repubblica, ma una monarchia e io i re li ghigliottino!” “Anche noi li ghigliottiniamo!” “L’uguaglianza è facile a dirsi, ma..” “L’uguaglianza è quando nessuno deve più pagare!” “Non è vero, è quando tutti pagano uguale.” Con queste parole si apriva il video ufficiale di 12 Marmocchi, il primo singolo dell’album, uscito nel 2010, “Una risata ci seppellirà”, prodotto artistico dei Giuignol, band  milanese nata a ridosso del nuovo millennio, nel 1999. Sono passati due anni da quella scelta, un altro disco è stato prodotto, “Addio cane!” e queste parole sembrano ancora più attuali. Si parla moltissimo di uguaglianza, oggi come oggi, ma, alla fine, ognuno si sente sempre “un po’ più uguale degli altri”. Abbiamo parlato con Pierfrancesco Adduce, alias Pier, voce e autore di tutti i brani della band, per qualche delucidazione sul nuovo album e sul mondo Guignol in generale.

 

Due anni non sono certo un periodo di tempo abbastanza lungo per vedere dei cambiamenti, ma credi che ci siano i presupposti perché qualcosa possa migliorare rispetto alla situazione che viviamo oggi in Italia e che descrivevate così chiaramente nell’album precedente?

“Difficile, parlando dell’Italia; non sono bastati 150 anni di storia a farla davvero, con tutti i suo limiti storici, il suo individualismo, i suoi vizi, antichi e sempre così attuali. Figurarsi un’idea di maggiore uguaglianza, dignità, equità, rispetto e riconoscimento dei più deboli e delle minoranze! Ci vorrà ben altro che la vecchia e retorica “speranza nel futuro”, ci vorrebbero dei segnali e dei presupposti davvero diversi e al momento non mi pare ci siano ancora, se non in rari casi.”

 

Nelle canzoni dei Giugnol, sin dall’esordio, si sentono ben chiari gli echi delle loro origini folk cantautorali, sia nei testi che nelle melodie, in quelle più rock e in quelle sfumate di blues. Le vostre parole, sin dal primo disco, raccontano delle storie, denunciano situazioni scomode, descrivono luoghi della mente e della realtà urbana quotidiana.

 

In “Addio cane!” a quale di questi mondi avete sentito maggiore esigenza di dare la priorità, il vostro micro cosmo o l’universo che vi circonda?

“Il nostro (o il mio) microcosmo, coincidono in parte o in tutto con quello oggettivo dell’universo intorno: ne riflette le nevrosi, le ansie, l’assurdità, anche quando ci si sforza di starne lontani il più possibile, e il caso non è il nostro, dato che non viviamo come asceti o eremiti appartati tanto da non doverci confrontare col resto, tutt’altro!"

 

Dal punto di vista prettamente musicale, ci sono state diverse evoluzioni all’interno di questo disco, che comunque si presenta come una sorta di evoluzione di quello precedente, ricco di tutte le sfumature che vi caratterizzano fin dal 1999. Come vorreste che fosse letto, o meglio ascoltato, questo vostro ultimo lavoro? Se doveste scegliere una situazione ideale in cui consigliarne l’ascolto, quale sarebbe?

“Lo consiglieremmo per un ascolto da casa, sul divano, o anche lavando i piatti o … non saprei, in macchina viaggiando? In qualsiasi maniera vi pare, anche se di certo sarebbe meglio una situazione in cui si possa prestare un minimo d’attenzione. Parlando di “Addio cane!”, io credo sia un disco più evoluto di “Una risata ci seppellirà”, il nostro terzo,  perché è musicalmente più vario e personalmente credo sia meglio arrangiato. E’ più incisivo, forse anche più “crudo”, e  credo metta meglio a nudo tematiche personali e altre di più ampio respiro.  Tutti i nostri dischi hanno un po’ questa prerogativa, ma personalmente amo molto “Addio cane!”.

 

L’album si chiude con un pezzo molto interessante, che da il titolo all’album. Sullo sfondo di suoni distorti, in una sorta di monologo teatrale, viene descritto un cane anziano, saggio e molto stanco. Se ne sta fermo a guardarsi intorno e guardare il padrone, con quell’aria che i cani spesso hanno, come a dire volerci dire che sanno, che capiscono molto più di quel che pensiamo, che gli mancano solo le parole per dircelo. Ma questo è un racconto e nei racconti anche i vecchi segugi possono parlare;  guardando il padrone allontanarsi, prende parola e dice “Addio, cane, buon viaggio.” Esiste una sorta di identificazione in uno dei due personaggi, quello che parte e quello che resta? A cosa volete portare la mente dell’ascoltatore attraverso questa storia?

“E’ il racconto di un sogno,  in cui l’uomo e un suo alter ego animale, si invertono nei ruoli: l’uomo crede di poter passare oltre, come sempre è abituato a fare, ma il cane lo gela con un gesto e le parole che lui stesso avrebbe detto o immaginato di pronunciare. E’ un gioco di specchi surreale.  Non c’è un’identificazione mia o nostra in uno dei due personaggi, entrambi  sono due facce di una stessa medaglia,  ossia, entrambi trovano qualcosa di sé nell’altro, anche se assurdamente.”

 

“Addio Cane!” arriva a ridosso di un tour lungo quasi due anni, siete pronti a tornare sul palco, avete date in programma?

“Assolutamente si,  non abbiamo mai smesso,  se non per brevi periodi.  Suoneremo durante l’estate in una formazione ridotta, anche in veste acustica, per alcune date tra Milano, Nord e Centro Italia. Inoltre abbiamo in  programma un paio di date in Francia, a Parigi, nel mese di luglio … Venite a trovarci!”

 

La nostra mente si sa, spesso viaggia per fugaci associazioni di idee ed immagini, a volte condivise, a volte solo nostre. Non voglio e non posso credere però, che quello che due parole come jazz e ska evocano alla mia mente, non sia condiviso dalla stragrande maggioranza delle persone. Swing e calice di vino rosso rubino in umidi bar di New Orleans degli anni ’20 da un lato, groove travolgente, sorrisi tropicali e naturali sostanze illecite (o per molti illecitamente illecite) dall’altro. Due realtà forse apparentemente diverse, ma in verità legatissime, entrambe con radici culturali profonde profondamente vicine. Il Jazz è il genere colto che arriva dal basso per eccellenza, modulato dalla cultura popolare africana e da quella dei circoli d’èlite europei,  figlio scapestrato, ma consapevole del blues, contaminato da così tanti influssi diversi che si può dire stia alla base della maggior parte dei generi musicali più moderni.  Dicono di lui « In genere, il jazz è sempre stato come il tipo d'uomo con cui non vorreste far uscire vostra figlia. » Lo ska? Anche lui, seppur spesso associato al semplice divertimento, è in realtà un genere musicale pregno di un forte senso di identità e di appartenenza che ha permesso alle comunità caraibiche immigrate, soprattutto in Inghilterra, di mantenere una forma culturale coesa, dopo le esperienze della DUB e dell’ RNB, e non senza gli influssi del sopracitato zio Jazz. Due parenti che hanno preso strade diverse? No signori. Anche oggi, a quasi cent’anni da quei magici anni ’20, il Jazz continua ad emozionare, ed insieme allo ska, fa divertire e ballare, creando un universo parallelo che è un po’ un tuffo nel passato. Di questo frullato frizzante fanno il loro piatto forte i ragazzi della New York Jazz Ensemble, che dal 1994 animano i corpi e le menti degli avventori a ritmo di uno ska dalle forti componenti Jazz, prima fra tutte l’improvvisazione. Nati come side project dei The Toasters acquiscono presto tutta l’autonomia che meritano, diventando forse il gruppo di maggior pregio della scena. All’interno dell’ensemble artisti già noti nel panorama ska, reggeae e jazz: il trombone di Ric Becker, il sassofono, nonché flauto traverso, di Freddie Reiter, la batteria di Yao Dinizulu, la chitarra di Alberto Tarin, le tastiere di Earl Appleton e il basso di Wayne Bachelor. Impossibile non farsi coinvolgere dalla febbre della loro energia dal loro sapore un po’ retrò, un po’ esotico, e dai ritmi travolgenti. (Si narra inoltre di una grande capacità intrattenitiva dei membri della band.)

 

I ragazzi della NYSJE saranno in Italia per due date, il 17/07 al circolo Magnolia di Milano e il 20/07 al Botanique Garden di Bologna. Performance artistica di livello e divertimento, assicurati!

 

 

Antony Hegarty, meglio conosciuto con il nome di Antony and the Johnsons, è largamente considerato uno dei talenti più emozionanti e coinvolgenti che il mondo della musica contemporanea abbia visto dall’inizio del nuovo millennio. Quest’estate tre città italiane si scalderanno della sua voce e della sua luce, in occasione di tre imperdibili appuntamenti a Roma, Verona e Firenze. Facciamo però un passo indietro, per tutti coloro che non sono ancora mai entrati nell’universo stellato e tormentato di Antony e dei suoi Johnsons.

 

 

Nato nel 1971 nella contea di West Sussex, Inghilterra, viene a contatto con il mondo della musica grazie a “Kissing to be clever”, album di debutto dei Culture Club. Dichiara di aver pensato “Bene, ecco cosa fanno quelli come me: diventano cantanti". “Quelli come me”, dice. Antony infatti, già da piccolissimo, riconosce in sè un outsider, una mosca bianca mai del tutto omologabile alle altre; egli riuscirà tuttavia a fare delle sue “diversità” la sua più bella caratteristica, artistica quanto umana, forse anche grazie ad icone come Boy George, Joey Arias, Dean Johnson, Phoebe Legere, sua immensa fonte di ispirazione.

 

 

Il vero punto di svolta nella maturazione artistica di Hegarty avviene grazie al contatto con il mondo dell’underground newyorkese, della scena punk e drag, dove si esibisce in club scuri e fumosi con il collettivo di artisti “Blacklips”, in spettacoli che variano dalla pièce teatrale alla performance musicale rock, a tratti grottesca, provocatoria. E’ proprio dopo questa esperienza eclettica, nel 1995, che nasce il progetto Antony and the Johnsons, la cui attuale formazione, oltre ad Hegarty, comprende Julia Kent, Doug Wieselman, Jeff Langstone, Maxim Moston, Rob Moose, Parker Kindred e Thomas Bartlett.  Nel 1998 esce l’album d’esordio, il quale si dice abbia colpito Lou Reed a tal punto da fargli dichiarare che mai nessun cantante l’aveva commosso tanto, al punto da spingerlo a proporre ad Antony di realizzare una cover di Perfect Day e di partecipare al suo tour.

 

 

Gli spettacoli di Antony and the Jonsons sono intensi e toccanti e non tardano a conquistare il pubblico dei nightclub della scena. E’ tuttavia  con molto ritardo, dopo numerose collaborazioni prestigiose e qualche pubblicazione inedita, che la grande macchina della discografia mainstream si accorge veramente del valore del progetto, come spesso accade d'altronde. Solo nel 2005 infatti Antony and the Johnsons ottiene l’attenzione che merita, e il secondo album, "I Am A Bird Now", riscuote un enorme successo di critica e vendite. Quest’ultima pubblicazione è seguita nel 2009 da "The Crying Light" e da "Swanlights" nel 2010. Infine, due anni dopo, esce "Cut The World", raccolta di brani registrati in versione sinfonica insieme alla Danish National Simphony Orchestra. “Antony è la cosa più raffinata che possiate ascoltare nella vostra vita”, afferma Laurie Anderson, non molto lontana dalla verità a mio parere:  le deliziose melodie di piano accompagnate dalla voce senza pari di Antony, in un duetto da togliere il fiato; i brani orchestrali ed energici, fatti di un violento esplodere di tutti gli strumenti o di una graduale crescita verso l’amplesso musicale;  le liriche, alienate, ricche di tutte quelle differenze che fin da piccolo Antony ha saputo trovare in sé e che gli hanno permesso di diventare l’artista che è oggi. Come in quadro di Turner i colori si mescolano in tutta la loro drammaticità, riuscendo a dipingere sulla tela eterea del suono ogni più sentito sentimento umano, dall’angoscia di un paesaggio scuro e nebbioso alla più luminosa gioia di un cielo terso d’aprile. L’ascoltatore è trascinato in questo vortice, inerme, come le anime dei lussuriosi che portate da una parte all’altra dal vento infernale, si abbandonano infine al suo volere. Un vero e proprio dramma romantico, ricco di pathos, energia e tragicità, permette di abbandonarsi completamente, senza coscienza, alle sensazioni più profonde, rendendoci tutti rei di un peccato ancora una volta prossimo a quello dei  “peccator carnali / che la ragion sommettono al talento.”

 

 

 

ROMA, Cavea Auditorium, lunedì 1/07/2013 (in "She is so blue", concerto con la band, in un programma di cover mai presentato in Italia) Viale Pietro De Cubertin, 15 Apertura porte: 19.00 – Inizio concerto: 21.00 Prezzi dei biglietti: 40/50/55/60 euro + prev. Info e prevendite: www.auditorium.com

 

 

FIRENZE, Mandela Forum, domenica 31/08/2013 (in "Cut the world" w/ Orchestra & co-headlining con Franco Battiato) Viale Pasquale Paoli, 3 – Firenze Apertura porte ore: 19.00 – Inizio concerto ore: 21.00 Prezzi dei biglietti: 27/45/55/70 euro + diritti di prevendita Prevendite attive: www.ticketone.it INFOLINE: www.mandelaforum.it

 

 

VERONA, Arena di Verona, lunedì 02/09/2013 (in "Cut the world" w/ Orchestra & co-headlining con Franco Battiato) Via Roma 7/D, Verona Apertura porte ore: 19.00 – Inizio concerto ore: 21.00 Prezzi dei biglietti: 50/60/70/90 euro + diritti di prevendita Prevendite attive: www.ticketone.it INFOLINE: www.eventiverona.it

 

 

 

 

A chiunque segua il panorama della musica indipendente italiana quello de La Tempesta Dischi è ormai un nome ben noto. Per i meno informati, si tratta di un'etichetta indipendente, o meglio, come i membri di questa grande famiglia amano definirla, “un collettivo di artisti che a qualcuno piace chiamare etichetta indipendente”, fondata a Pordenone nel 2000 dal bassista dei Tre Allegri Ragazzi Morti Enrico Molteni. Sempre per capirci, i membri di questa grande famiglia non sono i soliti parenti serpenti a cui siamo abituati a pensare. La zia, la nonna, il parente dall'America, lasciateli ai cenoni di Natale, qui si parla di esponenti della miglior musica underground del panorama italiano; Tre Allegri Ragazzi Morti, Il Teatro Degli Orrori, The Zen Circus, Le Luci Della Centrale Elettrica, Umberto Maria Giardini, Il Pan Del Diavolo, Massimo Volume, Il Cane…necessario continuare?

 

Ora, dal 2010 a  questa parte, la suddetta grande famiglia ha cominciato a girare l’Italia armata di palco e strumenti e, ovviamente, degli “artisti della casa”. Tra le città già conquistate: Milano, Ferrara, Udine, Venezia e Roma. Quest’anno, alla settima edizione, La Tempesta sbarca a Padova, nella rinomata cornice dello Sherwood Festival, di cui sarà degna chiusura.

 

L’evento, che si chiamerà “La tempesta nella foresta”, avrà luogo Venerdì 12 Luglio nel parcheggio Nord dello stadio Euganeo. La line up è ghiotta, il prezzo davvero onesto (15 euro). Due i palchi allestiti sotto le stelle di luglio, tantissimi gli artisti Tempestosi che vi faranno capolino; Iori’s Eyes, Aucan, Fine Before You Came, Massimo Volume, Il Pan Del Diavolo, Giorgio Canali & Rossofuoco, Altro, Maria Antonietta, Umberto Maria Giardini, Bachi Da Pietra, Tre Allegri Ragazzi Morti, Ufo DJ set, La Maison Orchestra (busking around).

 

Allora, che si fa, aggiungi il tuo un posto a tavola?

 

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