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Nel 1996, Franzen lanciava una sfida alla letteratura contemporanea con un saggio: “Forse sognare: nell’era delle immagini, una ragione per scrivere romanzi” (Einaudi).

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Alice Herz-Sommer si è spenta a Londra all’età di 110 anni.

Un traguardo di vita di tutto rispetto considerando che Alice era la più anziana sopravvissuta dell’Olocausto nazista e che la morte l’aveva vista da vicino più e più volte.

Alice, nella sua Praga dei primi del Novecento, aveva imparato a suonare il piano, un po’ perché le signorine di buona famiglia dell’epoca lo facevano quasi tutte e un po’ perché a lei suonare piaceva davvero tanto.

La musica, anzi, era la sua più vera e autentica passione.

Alice conosceva alla perfezione il repertorio classico ma si dilettava a suonare anche brani di compositori contemporanei e lo faceva sempre con il sorriso sulle labbra e con a gioia nel cuore.

Quando conobbe Alfred fu amore a prima vista e con la dolcezza e la grazia che contraddistinguevano da sempre Alice, i due si sposarono e misero al mondo Stephen.

Amore e musica, quindi, per una famiglia che viveva la normalità del suo tempo pur in mezzo alla straordinarietà degli eventi e della storia.

Nel 1938, le leggi razziali fecero sì che molte famiglie ebree emigrassero in cerca di pace e salvezza in altre parti del mondo e lasciassero quella vecchia Europa che sembrava preda della follia più assurda e inspiegabile.

Molti dei famigliari di Alice, prima che arrivasse il peggio, decisero di emigrare nell’allora Palestina, altri fuggirono in America ma Alice preferì restare a Praga per accudire la madre che era molto ammalata.

Per lei, sua madre, il marito e suo figlio Stephen fu il disastro più assoluto.

Alfred venne imprigionato per primo e condotto prima ad Auschwitz e poi nel campo di concentramento di Dachau dove morì senza poter rivedere o riabbracciare sua moglie e suo figlio.

Alice e il piccolo Stephen furono portati nel campo di Teresin, restando in Cecoslovacchia ma tagliati fuori dal resto del mondo. Schiavizzati, umiliati, affamati e distrutti nel corpo e nell’animo dai nazisti e dal regime autoritario.

Con Alice e suo figlio a Teresin c’erano quasi centocinquantamila ebrei, quasi quarantamila di questi morirono.

Alice e Stephen riuscirano a sopravvivere fino all’arrivo dei liberatori e allo smantellamento del campo di concentramento. Come? Alice spiega e racconta che è stato merito della musica, delle note che le permettevano di evadere con la mente e con lo spirito e che permutavano questa stessa illusoria evasione anche a suo figlio a i tanti prigionieri che dividevano con lei gli spazi di morte e distruzione del campo di Teresin e la sua stessa infelice sorte.

Prima che la più anziana sopravvissuta all’Olocausto ci lasciasse per sempre, però, è stato girato un documentario The Lady in number 6 candidato come miglior corto alla serata deli Oscar del prossimo mese di marzo. Un omaggio a una dolce e fortissima donna.

Un documento da tramandare alle future generazioni per raccontate la forza della vita anche tra la più atroce follia e l’oppressione della morte. Addio Alice. E grazie per la tua musica.

 

 

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Domenica, 22 Dicembre 2013 11:00

Torna Soderbergh…ma non convince

Dietro i candelabri è un film difficile da comprendere anche se facile da guardare perché la trama è semplice ma l’intento del regista di raccontare lo show bussiness attraverso la vita privata e pubblica di una icona dello spettacolo americano degli anni Settanta non si realizza appieno e non porta lo spettatore dove la sceneggiatura vorrebbe arrivare.

Il protagonista Liberace è probabilmente il pianista e intrattenitore più importante e celebre della sua epoca, fa ascolti altissimi, il pubblico l’adora e guadagna molti soldi, solo che le regole ferree del mondo dello spettacolo degli anni Settanta l’impongono di non rivelare la propria omosessualità e di continuare una messinscena perenne fuori e dentro il palcoscenico.

Strana cosa davvero, perché a prescindere dalla pellicola di Soderbergh, a chiunque capiti di osservare qualche filmato dell’epoca su Liberace, ovvero sul vero artista americano Valentino Liberace, non può sfuggire il fatto che lui ce la mette propria tutta, dagli abiti, ai candelabri vistosi, alla scenografia e alle performance dei suoi lavori a far capire alla gente e al suo pubblico come stanno sul serio le cose.

E allora quale rimane lo scopo della pellicola di Soderbergh?

Raccontare l’ipocrisia e le piccolezze di un mondo fatto di lustrini e spettacoli dal vivo dove anche l’evidenza sembra essere soggetta e ancella di uno scopo ultimo più importante e fondamentale, quello di fare soldi e di avere successo.

Nel mezzo, certo, c’è anche la relazione più importante del protagonista non più giovanissimo con un bel ragazzo che gli ruba il cuore e l’anima.

Però questo è secondario. E quindi lo spettatore non ha né il tempo né la possibilità di parteggiare per questa relazione o per il sentimento tra i due perché l’attenzione è perennemente richiamata su dialoghi, azioni e scenografia che nulla hanno a che vedere con Liberace e il suo giovane amante Scott Thorson.

Nel pieno dei suoi voli cinematografici Soderbergh opta anche per un cast del tutto incredibile, affidando il ruolo di protagonisti a Michael Douglas e Matt Damon.

Che per carità, sono bravissimi ma talmente poco credibili da costringere il regista a imbalsamarli in una recitazione serratissima e nervosa.

Scelta da autore sicuramente. Prova da cineasta consumato. Sì e ancora sì.

Il pubblico però si annoia perché non trova il pathos della tormentata storia d’amore sulla quale non si può fare outing e fa fatica a comprendere lo scopo reale della pellicola, che rimane la denuncia dello show business ma talmente mischiata e amalgamata con tutto il resto da risultare oscura.

Unica vera nota positiva l’effetto glamour. Quello vero, degli anni Settanta, dove il bianco, l’argento, le luci e l’eccesso erano inspiegabilmente di buon gusto.

Tempi passati. Guardiamoli con affetto…non possiamo fare altro.

 

 

 

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Domenica, 31 Marzo 2013 20:30

Como Classica e la cultura della musica

Como si apre alla Musica da camera: la città, dal 7 aprile al 19 maggio 2013, accoglierà una rassegna di musica da camera di qualità con sei concerti di livello tenuti da musicisti di prim'ordine.

Artisti internazionali, i cui nomi compaiono nei cartelloni di rinomati Teatri e Festival di Musica, interverranno con le proprie performance: il primo violoncello del Giardino Armonico Paolo Beschi; il pianista americano Alexander Frey;  il Trio di Firenze Andrea Tacchi - violino, Luca Provenzani - violoncello, Fabiana Barbini - pianoforte (Orchestra Regionale della Toscana, ORT); il pianista Giuseppe Gullotta; il flautista Claudio Ferrarini ed Emanuela Battigelli. Chiude la rassegna un duo d’eccezione: il pianista non vedente Gianluca Casalino e il violinista Davide Alogna, per un’esperienza sensoriale unica e straordinaria.

La neonata associazione Como Classica, che trova il suo cardine nella figura del Maestro Davide Alogna, mente e cuore del progetto, offre alla città la prima edizione di una stagione musicale presentata con una conferenza stampa il 14 marzo scorso. Concerti prestigiosi, in location altrettanto raffinate:  luoghi storici di Como quali la Pinacoteca civica e la sede del Teatro Sociale.

La musica da trova così spazio in luoghi d'arte dove il rapporto tra arte e spettatore si fa intimo ed unico.

La rassegna proposta da Como Classica vuole essere la prima di una lunga serie di manifestazioni volte ad avvicinare il pubblico alla musica da camera, grande assente negli eventi degli ultimi anni, proponendosi come opportunità di educazione artistico-musicale gratuita. Gli eventi musicali sono tutti ad accesso libero e per i cittadini che avranno la possibilità di sostenere l'associazione, tramite la sottoscrizione di una tessera associativa di 15 euro annui, saranno realizzati eventi fuori cartellone ideati appositamente.

Sostenere Como Classica significa investire nel talento e nella passione per la musica, far parte di quel gruppo di cittadini, enti e realtà imprenditoriali che hanno a cuore il futuro della cultura. L'associazione vuole risvegliare la città difendendo il valore sociale, educativo, morale ed etico della musica.

“La musica è un prodotto culturale e perciò oggettivamente una scelta, ricollegata alla cultura e creatrice di cultura, tra tutte le possibilità puramente musicali…”

(Friedrich H. Tenbruck, sociologo)
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Ozu è il poeta maledetto del cinema orientale. Non soltanto perché prediligeva elaborare i suoi film assieme al suo sceneggiatore Kogo Noda, in tarda notte, consumando smodate quantità di vino. I suoi film sono dei quadri squisiti nella loro semplicità. Perfezionista dell’immagine e eccentrico della tecnica, Ozu é stato capace di rappresentare con cura minuziosa le sfumature delle tradizioni e i conflitti familiari della società del Giappone a cavallo fra la fine della Prima Guerra Mondiale e la Seconda. Le sue qualitá, tipicamente giapponesi, sono sempre piú apprezzate dai cineasti occidentali e emergono sia dall’immediatezza delle storie raccontate, come la dissoluzione della famiglia e altre questioni di ordinaria importanza, sia dalla sua tecnica ‘tranquilla’ dai tempi narrativi distesi che evocano due elementi tipici della poetica nipponica : ‘’mu’’ ,nulla, e ‘’mono no’’ ,il pathos delle cose. Le storie sono molto semplici, prive di forti drammaticità e questa caratteristica è quella che piú lo allontana dalla produzione hollywoodiana ma che permette a Ozu di andare oltre il realismo del racconto, attraverso la ricerca della trascendenza e la spiritualità del quotidiano. Un fascino particolare ed un velo di mistero che si sposano con la magia del cinema muto.

Appuntamento all’Auditorium San Fedele con ‘Giorni di gioventú’, una commedia divertente e affascinante di questo straordinario regista. Protagonista della storia è un’amicizia condivisa durante ‘i giorni della giovinezza’ che si intreccia con il triangolo amoroso dei protagonisti. Il film è ambientato nella parte nord-occidentale della Tokyo anni ’20 ed è la storia di due studenti: l’intelligente Watanabe e il pasticcione Yamamoto. Due amici, laureandi, che vivono sotto lo stesso tetto e che si innamorano, all’insaputa l’uno dell’altro, della stessa ragazza, Chieko che sta cercando una stanza. Degne di nota le scene sulla neve, nella seconda metà del film, girate nella provincia di Akakura, dove i duei giovani si recano in vacanza e rincontrano Chieko, e dove i genitori del cameraman Hideo Mohara, gestivano il Takadaya Hotel che appare nel film. La pellicola sembra infatti essere un prolungamento del divertimento del regista e dell’amico Mohara sugli scii.

‘Giorni di gioventú’ é l’ottava opera di Ozu, girata tra la fine del febbraio e l'inizio dell’aprile del 1929, quando aveva solo venticinque anni e solo poche commedie brevi alle spalle. Il titolo originale ‘Omoide’, la memoria, è stato cambiato in ‘Wakaki hi’, Giorni di gioventú. Alla realizzazione ha partecipato anche Akira Fushimi, uno degli scrittori comici più famosi del Shochiku-Kamata studio, che ha introdotto nell’intreccio della commedia delle diverse gag esilaranti. Considerato film minore di Ozu, ma per questo non di secondaria importanza, ai nostri lettori amanti del cinema Nerospinto ne consiglia assolutamente la visione, sia perché è una gioia meravigliosa da guardare ricca di freschezza, sia perché è la prima opera superstite al deterioramento dell’originale 35 mm.

Ad accompagnare la proiezione la sonorizzazione live inedita di Orazio Sciortino, pianista e compositore ventottenne che vanta esibizioni in festival di rilievo internazionale e in sedi prestigiose. Per rendervi conto della sua bravura, di seguito proponiamo l'ascolto di una sua esecuzione di una sonata di Prokofiev. Presenta Andrea Lavagnini.

http://www.youtube.com/watch?v=88cxpNCZGcA

 

Giorni di Gioventù un film muto del 1929 di Yasujiro Ozu

Mercoledì 13 Marzo h 20.30 – CINEMA MUTO & Live Music AUDITORIUM SAN FEDELE, Via Hoepli 3/b, Milano, MM Duomo

presenta Andrea Lavagnini.

biglietti: intero 7 euro, ridotto 4 euro

 

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Martedì, 11 Dicembre 2012 18:48

Michele Ranauro

Dalla Lucania a New York, strimpellando con il mostro sacro Dizzy Gillespie: la storia di Michele Ranauro, eclettico pianista jazz che racconta di sé, ma anche dei suoi vizi e conquiste in un'intervista irriverente

Si firma "The Maestro", nomignolo affibbiato dalla band di quei - come li definisce lui - "guastatori" dei Casinò Royale, e ha dedicato la sua esistenza alla comunicazione, in forme e dimensioni molteplici che si affastellano principalmente sulle note musicali di un pianoforte. Al secolo, Michele Ranauro è uno dei pochi talenti jazz - ma non solo - per versatilità e una buona dose di ecletticità che bazzicano il panorama musicale odierno. Lui, infatti, racconta di sé: «Sono un prolifico pianista, compositore, produttore musicale, arrangiatore, autore, e direttore d'orchestra Italiano». E chi più ne ha più ne metta, perché a scommetterci riuscirà a inventarsi anche qualcos'altro.

Un passo a ritroso. La sua vita, in particolare quella artistica, si materializzò fin dalla tenera età, a nemmeno sei anni compiuti, giocando con la musica «per ammazzare il caldo estivo e seguire il ritmo delle cicale» nell'assolata Lucania, sua terra d'origine, tutt'ora presente nell'intonazione delle sue parole. La scintilla con il jazz scoppiò quando i genitori gli trasmisero la loro passione per quel genere musicale, portandogli in dono un vinile di Miles Davis, "Blue Haze". E dopo 11 anni di severo studio di pianoforte e di armonia, venne iscritto a un workshop di musica jazz, vincendo il primo premio: una borsa di studio per frequentare i corsi del Berklee College Of Music , a Boston . A 16 anni, colse la prima importante occasione e trasvolò l'oceano. «Tutto durò molto poco - ricorda - perché chiesi di disertare il collegio». Il giovanissimo non era a suo agio in quella realtà, così vittoriana, he didn't speak english very well (non parlava molto bene inglese nda) e gli altri studenti lo isolavano. «Ero un fenomeno del pianoforte, tuttavia non stavo bene con me stesso», testimoniato da una forma fisica in sovrappeso. Si allontanò dunque dal collegio e traslocò nel New Jersey, in casa di un parente, a soli 20 minuti da New York City, la città che forse più di ogni altra parla ed esprime lo spirito del jazz. Lì, iniziò a buttarsi nella mischia, a farsi le ossa in jam sessions estenuanti, con una libertà ed emancipazione di espressione, senza troppe storie. A rigor di cronaca va segnalato che Michele Ranauro la spuntò ugualmente sul conseguimento del diploma al Berklee College of Music, nel 1993, preceduto cronologicamente dal diploma di pianoforte al conservatorio di Bari. E tra le altre cose, e collaborazioni con mostri sacri della scena jazzistica, tra cui Tito Puente, Giovanni Hidalgo, Steve Turre, finì per suonare con un mito, Dizzy Gillespie. Negli anni successivi conobbe il musicista e produttore Franco Godi, il quale lo reclutò per la produzioni di alcuni progetti musicali. La carriera era cominciata e si faceva strada.

Arriva l'affermazione. Lungo i sentieri professionali, perennemente in salita, affianca grandi della musica italiana (Articolo 31, Fiorella Mannoia, Casinò Royale, Jovanotti etc.), crea colonne sonore, talvolta impiegate in spot pubblicitari e vanta una partecipazione, come compositore e pianista, al 57° Festival di Sanremo, con la canzone "Amami per sempre". E altro ancora.

Biografia conclusa, adesso è arrivato il momento di conoscerlo meglio, con domande un po' più personali e a tratti irriverenti, in un ordine non-ordine.

Se penso a un romanziere, me lo immagino produrre di notte davanti a una scrivania che batte sui tasti di una macchina da scrivere. Invece, un jazzista? Se pensi a un jazzista, immagina una persona che attinge da tutte le cose che vede e poi le mette insieme per creare un linguaggio trasversale.

Hai avuto la possibilità di lavorare con un grande del jazz, Dizzy Gillespie. Ti anticipo che noi non lo faremo, ma quante volte ti è stato chiesto qualcosa su di lui e sulle sue abitudini? Non ha cominciato ad annoiarti? La noia può essere momentanea, quando senti da parte dell'interlocutore una non motivazione o non profondità. Ad esempio: una stagista 25enne che ti dice: «Raccontaci un po' della tua esperienza con Dizzy Gillespie... figo, vero?». Se una inizia così, io mi srotolo già i "maroni".

Così, alla fine anche noi, implicitamente e senza cadere nel banale riusciamo a scucire un suo ricordo. Non mi rimane tanto linguaggio musicale quanto l'umiltà della persona che si riassume nel modo in cui la prima volta si è rivolto a me, con questa domanda: "Do you wanna play with us?" (vorresti suonare con noi?).

Usciamo subito dagli schemi: durante questa intervista hai già fumato una sigaretta (sono passati 10 minuti di colloquio), quante in un giorno? Troppe! Siccome è rimasta praticamente l'unica esperienza tossicomanica che ho, mi sento motivato a continuarla. Ho pensato diverse volte di smettere, poi però mi consulto con l'altra parte del mio cervello, quella più dedicata alle attività razionali, che mi consiglia di seguitare perché sto facendo delle buone cose, e quindi è meglio aspettare ancora un po'.

Altri vizi? Ho un peccato di gola incredibile... ve lo dico, ma che rimanga tra noi (Inizialmente abbiamo promesso l'omissione, ma alla fine siamo riusciti a estorcere il permesso alla pubblicazione). Sono un "feticista" del caciocavallo. Vado così nel dettaglio che la parte di questo specifico formaggio che mi piace è una sola: la testa. Quando sono in Lucania tutti sanno - riferendosi ai titolari delle attività commerciali relative - che mangio solo la porzione superiore.

Dopo il cibo... Hai fatto jingle per lo Jagermeister e per il Mirto Zedda Piras, ti ci sei mai ubriacato? No, con questi alcolici mai. Ma dal punto di vista dell'ubriacatura la mia esperienza mi ha portato oltre il 3D. Sono riuscito a toccare la 7° e l'8° dimensione, ho raggiunto Andromeda e tanti altri pianeti.

Domanda intima, un po' da giornale trash, sei single o... ? (Risponde enigmaticamente) Sono single, sono double.

Parliamo di donne: quanto successo hai avuto, in questo campo, grazie alla tua carriera? È un quesito che mi ero già posto. Per rispondere ho realizzato un file che riporta tutti i nomi delle partners con cui sono stato a letto.

Tante o poche? Dacci una stima! Un file .doc di medie dimensioni. Non dico altro. Potrebbero essere tante, oppure una semplice foto che appesantisce il tutto. Questa, comunque, è comunicazione da 2030! Attenti a sviscerarla. (Infatti, non lo facciamo lasciando libera interpretazione al lettore!).

Passiamo ad altro. Attualmente, nel Paese c'è un gran trambusto circa la questione politica. Che cosa vota un jazzista tipo? Ci sono degli schieramenti precostituiti? Io credo che i musicisti appartenenti al "quadretto" jazz siano tradizionalmente di sinistra: si fanno crescere la barba, girano con giacche i cui gomiti sono coperti da pezze e l'Unità in tasca.

E tu? (Se la scampa con un Gaber, senza attribuzione di genitorialità). Io non so cos'è la sinistra né cos'é la destra.

Noi non l'abbiamo chiesto, ma è venuto fuori lo stesso, come forma di espressione alternativa, e soprattutto in esclusiva! Michele Ranauro si scopre... La Maga Maurina, è un personaggio da me inventato, che sta per impazzare. Un canale televisivo importante si è interessato per fare uno show... ma non mi voglio svelare troppo. (Poi si sbottona). Si tratta di una cartomante che legge i tarocchi in tivù, che ha origine calabrese con la residenza a Dubai. (E ci offre anche un assaggio, con tanto di interpretazione e sdoppiamento della voce. Per visionare una sua performace:

http://www.youtube.com/watch?v=1VTjZTg40VU

Attraverso essa metto in atto le mie convenzioni mentali, quando non posso e non voglio farlo in musica. Altrimenti verrebbe fuori qualcosa tipo Benny Hill.

Un po' di promozione: cosa mettiamo per fare un approfondimento sul tuo conto? Hai un sito web? Il sito non è stato mai completato, è una scelta estetica. Non so che contenuti inserire. Io sono un guastatore perciò potrei mettere un redirect per convogliare gli utenti dal mio sito a uno porno, e con un altro redirect far loro scaricare un virus. Una sorta di performance virtuale! Se volete, invece, sapere qualcosa di più andate a cercarmi in Facebook.

Neanche a farlo apposta e adesso capirete il perché: quanto sono importanti le mani per un musicista? Mai pensato di assicurarle come fanno alcuni personaggi famosi? Ma voi lo sapete con quante mani suono io? (In effetti, ammettiamo che dai filmati visionati, avevamo intravisto un tocco inconsueto, non convenzionale, credendo che fosse una cosa voluta, un vezzo di virtuosismo). In verità, ho avuto un incidente nel 1999 e sono stato privato della funzionalità principale della mano sinistra. Questo mi ha messo di fronte alla problematica di dover trovare una maniera di suonare ed esprimermi con una limitazione. Per certi versi è stata una fortuna perché mi ha permesso di approfondire il linguaggio, a prescindere dall'aspetto tecnico che non è stato trascurato.

Nel salutarvi, ci prendiamo la libertà di segnalarvi la melodia che più ci è rimasta impressa di "The Maestro", buttateci un'occhiata perché merita:

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