CHIAMACI +39 333 8864490

||||||

Tutti al MIC per la giornata internazionale per i Diritti delle Persone con disabilità, programmati tre film per l'evento del 3 dicembre.

Federico Pagani, in arte An Harbor, approda al 75Beat lunedì 17 novembre con un concerto dal tono intimo, raccolto e ricercato; l’artista piacentino dalla voce alla Jeff Buckley, Eddie Vedder e Anthony Hegarty, dopo aver incantato pubblico e giurie di X-Factor 2014 ha iniziato da poco il suo tour nazionale.

Dopo la terza puntata di XF8 Federico ha salutato il pubblico del talent e ha continuato il suo percorso artistico lontano delle telecamere del reality lasciandoci un po’ delusi: come è stato possibile che una voce del genere, seducente, calda con quelle ritmiche folk-pop che tanto avevano sbalordito giuria e ascoltatori sia stato rispedito a casa?! Alla fine si sa… è uno show che ci ricorda che il talento non sempre viene premiato in diretta.

E se davvero “An Harbor”, l’immagine del porto come dice Federico è scelta per richiamare il mondo del mare e della navigazione, un obiettivo, un fine a cui tutti siamo destinati, un ritorno sicuro dopo un viaggio bello o brutto che sia stato, noi, Fede, ti aspettiamo di ritorno dopo il tuo viaggio nel grande schermo per ascoltarti finalmente dal vivo lunedì 17 novembre al 75Beat.

La serata inizierà alle 21:30, le porte si apriranno alle 20:45. Nel locale sappiamo già che ci sarà un bel movimento vi ricordiamo quindi di essere puntuali, belli e rilassati per quello che si prospetta essere non un semplice concerto, ma un incontro con la musica.

Ingresso 5 euro con tessera ARCI.

 

INFO

An Harbor live @75Beat

Via Privata Tirso, 3 - 20141 Milano Tel. 02 56 8049 13

[gallery ids="32851,32852,32850"]

David Bowie è tornato e non è cosa da poco. ‘The Next Day’ esce dieci anni dopo un ‘Reality’ che non è piaciuto né alla critica né ai fan, un tempo enorme dato che i suoi lavori precedenti venivano pubblicati ogni due anni circa. Tutti lo davano per spacciato, il silenzio poteva essere benissimo una presa di posizione sul non fare più musica. David Bowie ci ha fregato, di nuovo, tutti quanti e nel migliore dei modi perché ‘The Next Day’ è un gran bel disco.

Personalmente avevo una gran paura di sentire il suo nuovo lavoro, ero davvero troppo legato al periodo berlinese e a molte sue ‘immagini’ del passato. Icone che rimangono se guardiamo la copertina: è quella originale di ‘Heroes’, che si ispirò a Erich Heckelil, ma con il titolo cancellato da un tratto nero e al centro troviamo un quadrato pieno di colore bianco con la scritta ’The Next Day’ in nero (chiunque avrebbe potuto farla anche con Paint). L’artwork sembra comunicare che, sì, è l’artista che tutti conoscono ma bisogna andare oltre perché è tornato e ha ancora tanto da dare.

Troviamo Berlino, con i suoi studi di registrazione, anche nel primo singolo ‘Where are we now?’, dove subito se ne esce cantando: “Had to get the train from Potzdamer Platz, You never knew that, That I could do that”. Nel video del secondo singolo (ha un coro eccezionale e un riff anfetaminico), girato dalla nostra Floria Sigismondi e con la presenza di Tilda Swinton, Bowie è grandioso sia con il carrellino della spesa che durante i vari giochi di personalità (androgine) multiple; ci sono rimandi (oh caro e vecchio Ziggy) e citazioni un po’ ovunque ma questa è una cosa che ritroverete lungo tutto il disco. ‘The Next Day’ è prodotto dal fedele Tony Visconti, presente sia nel trittico d’oro Low/Heroes/Lodger che nei due album scadenti datati anni zero. I testi pescano davvero nel languido e nell’indecifrabile: trovandosi faccia a faccia con l’amore e con la guerra Bowie si alza e invoca l’avant William S. Burroughs.

La title-track apre con un art-rock spavaldo, non me l’aspettavo; mentre in ‘Dirty Boys’ Steve Elson e il suo Bariton Sax accompagnano la voce magnifica di Bowie. ‘Love Is Lost’ è insicura nel suo incedere, le chitarre con i loro riff grattano l’ansia che si respira durante l’ascolto. ‘Valentine’s Day’ è pop sixties di quello ruffiano ma ben fatto, seguita da brani che scorrono tranquilli senza troppi rumori (‘If You Can See Me’ e ‘Boss of Me’). ‘Dancing Out in Space’ è una variazione di ‘Lust for Life’ camuffata per l’occasione, ma cosa possiamo dire al Duca Bianco? ‘How Does The Grass Grow?’ è stupenda, un mix di tutti i Bowie che furono con un coretto nato dalla strumentale ‘Apache’ degli Shadows. ‘You Feel so Lonely You Could Die’ ma soprattutto ‘Heat’ rimandano a Scott Walker, come se Bowie volesse fargli un bel tributo in chiusura. Per finire con le tre bonus track, posso dire che, per due minuti circa ciascuna, chiudono piacevolmente un album che in pochi si sarebbero aspettato così.

Non è un disco monumentale ma un ritorno in pompa magna, perché Bowie ha fregato tutti e ci fregherà sempre. Lui è il Re dei Goblin, è Ziggy Stardust e il Duca Bianco, bianco come la luce che contiene tutti i colori ma con l’unica differenza che contiene anche il nero. Insomma, lui può.

 

Andrea Facchinetti

 

Leggere nell’anima di un Paese e dei personaggi che lo rappresentano nella continua ricerca della bellezza visiva: amore per la forma e per il suo contenuto,  questa la chiave estetica del cinema di Matteo Garrone, regista romano classe 1968, immerso nel valore dell’immagine sin dalla nascita - il padre Nico è critico teatrale, la mamma Donatella fotografa e figlia dell’attore Adriano Rimoldi – lanciato verso la regia dalla formazione pittorica. Il film diventa per il giovane Matteo un’occasione per sperimentare tutta la potenza figurativa del colore, della luce, dell’inquadratura come affaccio sul mondo. Le prime prove – “Terra di mezzo”, “Il caricatore”, “Estate romana” – sono frutto di questa ricerca che non si traduce però in astrazione, scegliendo di raccontare la realtà dal basso, quasi con approccio documentaristico, affondando lo sguardo nello scenario sociale contemporaneo, fino alle prime prove  attenzionate dalla critica italiana, “L’imbalsamatore” e “Primo amore” - ispirati ad episodi di cronaca - preludi all’affresco criminale di  “Gomorra”, che con la vittoria a Cannes nel 2008 consacra il talento registico di Garrone sulla scena internazionale. Attori non professionisti, insieme ad interpreti impegnati in teatro e cinema di qualità – su tutti Toni Servillo e Gianfelice Imparato – diventano luce e ombra plasmati dall’occhio della macchina da presa che racconta volti, corpi, ma soprattutto luoghi e atmosfere con un virtuosismo mai fine a se stesso, sempre complice della narrazione, indagatore al punto da accompagnare il pubblico dentro l’immagine, quella di un’Italia made in camorra e poi dell’ossessione mediatica in “Reality”, arrivato quattro anni dopo “Gomorra”. Non è più un sistema criminale a condannare le dolenti figure disegnate dal regista - con la collaborazione dello storico sceneggiatore Massimo Gaudioso – ma la finta verità del sogno televisivo, svenduto al centro commerciale in cambio della ragione. Resterà prigioniero di quel sogno senza più svegliarsi, intrappolato nel mondo deformato della celebrità, l’aspirante concorrente Luciano – denudato da Garrone nella sua fragilità senza bisogno di troppe parole grazie anche all’intensità dell’interprete Aniello Arena, ergastolano con una lunga esperienza di teatro al carcere di Volterra – mentre la vita continua a scorrere intorno a lui, piena di oggetti che riempiono con eccesso e ostentazione i vuoti di senso di una povera Italia vestita di illusioni. A noi di “Nerospinto” Matteo Garrone piace per il talento registico prestato al racconto dell’attualità con una ricerca di stile che vuole sempre raccontare un pezzo di vita, ci piace perché è una speranza per il cinema italiano di qualità.
Se il cinema è finzione, sarebbe stato allora l’anticinema a rappresentare l’Italia davanti al mondo in occasione della prossima edizione dei Premi Oscar, il 24 febbraio a Los Angeles. “Cesare deve morire”, firmato da Paolo e Vittorio Taviani, dopo aver conquistato l’Orso d’oro al Festival di Berlino, è stato scelto dall’Anica (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Multimediali) per essere inserito nella rosa delle pellicole in lizza per la statuetta assegnata al “Miglior film straniero”, sbaragliando concorrenti come “Reality” di Matteo Garrone e “Bella addormentata” di Marco Bellocchio. Nonostante l’esclusione dalla cinquina delle nomination annunciata dall’Academy - è dal 2006, con la “Bestia nel cuore” di Cristina Comencini, che l’Italia non compare più tra i finalisti – la decisione dell’organo cinematografico italiano non può passare inosservata. La storia di “Cesare deve morire” inizia con due fratelli che amano il cinema, e in un piccolo paese di provincia trovano ogni mezzo per inseguire le immagini e scoprire la magia della verità raccontata dai grandi maestri, da Ejzenštejn a De Sica passando per Rossellini e Dreyer. Sullo sfondo la colonna sonora di un’Italia attraversata dalle contraddizioni storico-culturali di metà Novecento, sulle note di Verdi e con la continua incursione nel teatro e nella letteratura europea. Le parole non rimangono mai orfane per i due fratelli rapiti dalle pagine di Shakespeare e Tolstoj, trascinati nel racconto senza possibilità di disincanto. Sull’onda di quest’emozione per la vita, per il racconto della vita, arrivano a Roma e per mezzo secolo continuano a parlare della realtà dietro la macchina da presa, costretti nel confine asfissiante delle definizioni di genere, viaggiando tra storia e antistoria con la voglia di andare oltre quel confine, di oltrepassare il limite della realtà per dire quello che solo in un film può essere detto. Sono novantenni, quei due fratelli, quando gli si richiudono dietro le spalle i cancelli del carcere di Rebibbia. Sono lì per assistere ad uno spettacolo teatrale – finzione, come al cinema – ma quando Shakespeare torna a parlargli con la passione della gioventù dalla bocca sbarrata di un condannato all’ergastolo, capiscono che quella storia deve essere raccontata. Il dramma del tradimento – Giulio Cesare e i congiurati che lo uccideranno – diventa materia viva tra le celle, il teatro e i cortili della prigione romana, sfiorato dallo sguardo dei fratelli insieme registi e spettatori, pienamente travolti dal pathos tragico. E’ quella stessa emozione a raggiungere il pubblico in sala, i critici che hanno pluripremiato la pellicola, dai David di Donatello ala vittoria di Berlino, e ancora in promozione in giro per il mondo con Paolo e Vittorio Taviani a rappresentare l’intero cast di attori detenuti. Un racconto attraversato dalla vita, presente e imperitura in carcere, e passata, laddove il passato assume i contorni dell’infinito, dilatandosi nell’universalità della tragedia. Non è più storia dell’antica Roma, non è il teatro di Shakespeare e non è più un film, i confini ancora una volta oltrepassano le sbarre della vera prigione, quella della forma, per aprire nell’arte uno sconfinato squarcio di realtà. Non c’è un fotogramma che lo mostri, non c’è l’artificio di scena, ma di sangue ne scorre tantissimo in “Cesare deve morire”, in un flusso ininterrotto tra personaggi e attori, nella morte che racconta della vita. A noi di Nerospinto, Paolo e Vittorio Taviani piacciono per l’instancabile fame di verità che non li abbandona da quasi un secolo, per l’entusiasmo dei vent’anni mai perso e sempre rinnovato in una tra le più belle vecchiaie del cinema italiano, per la voglia di rischiare con un film difficile da produrre e distribuire che ha inaspettatamente trionfato in Europa.

coupon-code-amazon-deal-codici-sconto-amazon

immobili sanremo

Instagram

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

 

 

Direttore Responsabile
INDIRA FASSIONI

Se vuoi scriverle: direttore@nerospinto.it

Questo sito fa uso di cookie per migliorare l’esperienza di navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’utilizzo del sito stesso. Utilizziamo sia cookie tecnici sia cookie di parti terze per inviare messaggi promozionali sulla base dei comportamenti degli utenti. Può conoscere i dettagli consultando la nostra privacy policy. Proseguendo nella navigazione si accetta l’uso dei cookie; in caso contrario è possibile abbandonare il sito.