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Quando si parla di Gae Aulenti è immediato il collegamento con Milano, l’architettura, il design, la razionalità tipica di chi fa del proprio lavoro la propria vita. Ambrosiana di adozione, Gae Aulenti, studia alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, luogo dove entra in contatto con alcune personalità determinanti per la sua carriera, uno su tutti Ernesto Nathan Rogers, anch’egli architetto, che lei stessa definisce il suo mentore, o meglio, suo “padre” accademicamente e professionalmente parlando. La sua ricerca stilistica si spinge oltre il razionalismo tipico del dopoguerra per aspirare al neo liberty: insieme ad altri architetti e designer in quegli anni realizza attraverso un utilizzo figurato delle forme, sia gli allestimenti per la XIII Triennale di Milano del ’64, sia svariati arredamenti durante gli anni Settanta. In un ambiente fortemente maschilista, Gae Aulenti emerge per le sue indiscusse abilità, per la sua innata capacità di giungere a soluzioni funzionali ed esteticamente apprezzabili. É una donna “Severa, e rigorosa, maschile nei tratti, i capelli tagliati come quelli dell’Auriga di Delfi. La “ magicienne des formes”, come la chiamano in Francia, miscelatrice di simmetrie e asimmetrie. La “pendolare del bello”, secondo un’altra etichetta, l’architetto della ragione, è una donna insieme aspra e cordiale, di semplicità francescana se non claustrale. Se le chiedi qual è il suo odore preferito, quello più inebriante, non ha esitazioni: l’odore del cemento. Il suo punto d’arrivo è la semplicità (“uno dei traguardi più difficili”). Dal particolare al generale, dal cucchiaio alla città era il motto del suo maestro Ernesto Nathan Rogers”, come riporta Laura Laurenzi, giornalista negli anni dell’ascesa dell’architetto. Pioniera in Italia e all’estero, collaborò con Renzo Piano ed altre figure di spicco come Joe Colombo, Marco Zanuso, Gaetano Pesce: realizza diversi pezzi di design per studi milanesi ed entra in contatto con Achille Castiglioni e Pierluigi Cerri. Negli anni centrali della sua carriera si delinea la vera personalità di Gae Aulenti, un architetto che non può prescindere dallo studio dell’arte, della letteratura, del teatro (collabora anche con Luca Ronconi), materie della quali “non può non interessarsi”. La sua ricerca si fonda sulla commistione di ragione ed estro, una fusione profonda tra reale e immaginario, osservazione del concreto e viaggio onirico. Gae Aulenti muore a 84 anni, dopo aver ricevuto diversi riconoscimenti a livello italiano ed internazionale. Rimane un simbolo di genialità ed emancipazione, noi di Neropsinto non possiamo che amarla.

Per riassumere il suo pensiero ecco una delle sue citazioni più sentite, il suo modo di vedere la sua professione, grande amore e passione della sua intera esistenza:

«L’architettura nella quale mi piacerebbe riconoscermi deriva da tre capacità fondamentali di ordine estetico e non morale. La prima capacità è quella analitica nel senso che dobbiamo saper riconoscere la continuità delle tracce urbane e geografiche sia concettuali che fisiche, come essenze specifiche dell’architettura […]. La seconda capacità è quella sintetica cioè quella di saper operare le sintesi necessarie a rendere prioritari ed evidenti i principi dell’architettura, in grado di contenere qualsiasi variazione e cercando di allontanare così dal progetto quel tanto di arbitrario che esso naturalmente possiede. La terza capacità è quella profetica, propria degli artisti, dei poeti, degli inventori. Se la tradizione di una cultura non è qualche cosa che si eredita passivamente, ma qualche cosa che si costruisce ogni giorno, questa terza capacità non può che essere una aspirazione. Una aspirazione a creare un effetto di continuità della cultura, a costruire le sue forme e le sue figure, con un contenuto personale e contemporaneo.»

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L’utilizzo della plastica per creare complementi di arredo è stata una vera e propria rivoluzione: ha aperto le porte a una concezione più dinamica e innovativa dei materiali, ai materiali che si sottomettono al designer e non il contrario. Proprio per celebrare questa storia fatta di creatività e coraggio è stato scritto un libro “Kartell - The culture of Plastic”, che narra gli eventi che hanno portato la famosa azienda italiana a diventare una vera e propria auctoritas nel campo del design, vera pioniera dell’arredamento in plastica e dell’interior fitting. Fondata nel 1949 da Giulio Castelli, Kartell nata con l’intento di incarnare l’intuizione materica di Fontana, lo spirito innovatore del Futurismo e la voglia di osare. Una storia che è partita da un ingegnere chimico Giulio Castelli e che, anno dopo anno, ha collegato come un filo rosso i nomi di alcuni tra i più grandi designer al mondo, da Joe Colombo a Philippe Starck, da Gae Aulenti a Ettore Sottsass e poi ancora Marco Zanuso, Ron Arad, Antonio Citterio e Vico Magistretti. "Volevo fare qualcosa di nuovo con i nuovi materiali che il mercato stava rendendo disponibili, cercando di generare attraverso i miei prodotti bellezza, innovazione e soprattutto sorpresa”, dice il fondatore. Un libro importante arricchito anche da due saggi introduttivi: “I love Kartell” di Franca Sozzani, direttore di Vogue Italia, e “La cultura della plastica” di Silvana Annichiarico. Il libro è un viaggio nella storia del marchio condotto attraverso il contributo di storici, architetti, designer e responsabili di produzione di uno dei nomi che hanno reso l'Italia celebre nel mondo. Un must have da collezione e un esempio lampante del migliore sogno Made in Italy.
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Lunedì, 28 Gennaio 2013 13:46

L'architettura è donna

Si è spenta lo scorso primo novembre uno dei più grandi architetti e designer italiani, Gaetana “Gae” Aulenti, donna dal forte carisma, tanto da segnare indelebilmente la storia dell’architettura contemporanea. Nata in provincia di Udine, nel 1927, si laureò in architettura al Politecnico di Milano, iniziò la carriera accademica prima come assistente di cattedra a Verona e successivamente a Milano. Si formò in un clima come quello degli anni ’50 milanesi, dove si stava tentando un recupero dei valori architettonici del passato, convergendo nel movimento Neoliberty, come reazione al razionalismo.

La critica ha più volte identificato proprio nell’Aulenti colei che per prima, senza finzioni o falsi moralismi, aveva provveduto alla crisi del Movimento Moderno, mettendo da parte il culto dei maestri, metodologie e tecniche per applicarsi senza remore alla sperimentazione di nuovi e più attuali linguaggi.

Soprannominata la “pendolare del bello”, si presentava come una donna fredda ma cordiale, semplice, quasi claustrale, con quel capello corto e quel tono duro, aspro, che le permetteva di tenere testa a qualsiasi interlocutore. Ci si stupisce osservando le sue opere da architetto: ha sempre rifiutato partnership maschili per portare avanti i propri progetti. Apprezzare questo fatto oggi, dopo l’esperienza femminista, con una rivoluzione dei ruoli tra i generi che ancora oggi non si è conclusa, può sembrare marginale; eppure, ripensata agli anni ’50-’70 quando la situazione era certamente diversa, testimonia senza dubbio la forza di carattere di questa donna architetto, che affermava che il profumo migliore fosse l’odore del cemento e il suo obiettivo quello di rincorrere la semplicità, uno dei traguardi più difficili da ottenere.

La notorietà arrivò a metà degli anni Sessanta, quando disegnò la lampada da tavolo Pipistrello, un capolavoro di design dalle forme semplici, ma nello stesso momento ricercate ed eleganti; sarà la collaborazione con la Olivetti, nota produttrice di macchine da scrivere, a portare Gae Aulenti alla fama, tanto che di lì a poco arriveranno le prime importanti commissioni, come le ristrutturazioni chieste da Gianni Agnelli per l’appartamento in zona Brera e per altri progetti.

Membro attivo di numerosi comitati direttivi di riviste del settore, si avvicinò al mondo dei musei, curando la ristrutturazione e l’allestimento di alcuni tra i più prestigiosi edifici storici nazionali: Napoli, Bari, Palermo, Ferrara per citarne alcuni. È proprio in questi esempi che si evince quanto la Aulenti aveva a cuore: la decisione di mettere la sua architettura in stretta relazione con l’ambiente urbano già esistente, che prende a modello, quasi fosse la forma generatrice della sua idea, per creare spazi unitari ma dove i singoli elementi emergono in tutta la loro potenza.

Donna dal carattere forte non si lasciava sconvolgere dalle polemiche: quando nel 2007 il rosso lacca utilizzato per l’Istituto italiano di cultura a Tokyo venne definito “grottesco” e per qualcuno avrebbe potuto minare le relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, la Aulenti rispose “rosso è, e rosso rimane”, chiudendo ogni margine di trattativa.

Anche nella sua Milano non fu esente da polemiche e scontri: alla fine degli anni ’90, viene incaricata di ripensare gli spazi della stazione Cadorna, decidendo di porre al centro della piazza la scultura della coppia svedese Oldenburg, il famoso ago e filo in acciaio e vetroresina di diverso colore, quale omaggio alla famosa industriosità dei milanesi, incapaci di stare con le mani in mano. La critica non perse tempo, anche il sindaco Moratti si scagliò contro l’opera, arrivando a proporre di spostare l’opera in un parco della periferia. I milanesi furono d’accordo: da un sondaggio risultò che parteggiarono per il sindaco. L’opera però è ancora lì!

La fama della Aulenti varcò presto i confini italiani: in Francia, la “magicienne des formes”, realizzò uno dei suoi più grandi capolavori: il Museo d’Orsay, disegnando tutto lo spazio sotto la grande volta di vetro, inventando gli elementi d’arredo, dai mobili alle panchine, dalle sedie al desk d’ingresso, tanto che qualcuno la accusò di essersi fatta prendere un po’ la mano, preoccupandosi di valorizzare di più il suo lavoro che le opere che avrebbero dovuto essere esposte.

Gaetana non fu soltanto designer e architetto: negli anni ’70 cominciò la sua attività in campo teatrale, diventando scenografa e costumista. Il teatro diventa il mondo dove la trasgressione è concessa: lo spazio della scena viene per la prima volta identificato come antitesi alla platea e quindi deve perdere la sua forma codificata per sperimentare. La scena non è più soltanto un contenitore da abbellire ma un vero e proprio spazio in cui giocare.

A noi di Nerospinto piace ricordare Gae Aulenti perché ha saputo far valere i diritti delle donne senza essere femminista, ha saputo dimostrare che l’architettura non è solo un mestiere da uomini, ha saputo diventare uno dei grandi maestri dell’architettura senza essere un archistar.

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