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Nei giorni 15 e 16 maggio, si terrà sui Colli Berici l’evento gastronomico Le Alture, organizzato dallo chef Alberto Basso, in memoria dello chef Stefano Leonardi.

Il MIC (Museo Interattivo del Cinema) tra pochi giorni inaugurerà la rassegna "Il Musical Usa – Italia", in programma dal 14 luglio al 2 agosto.

Come si intuisce chiaramente dal titolo, in primo piano sarà il Musical, genere americano che ha vissuto la sua migliore stagione durante gli anni '30, '40 e '50, quando le sale cinematografiche erano colme di spettatori pronti a cantare e a ballare.

La rassegna, avviata in occasione dei 120 anni dalla nascita del cinema, intende offrire una panoramica sul genere hollywoodiano per eccellenza, concentrandosi in particolare sulla produzione oltreoceano degli anni Quaranta.

In programma degli autentici cult, pronti a rivivere sul grande schermo per la felicità dei nostalgici di questo genere.

Tra i tanti nomi, ovviamente ricordiamo Vincente Minnelli, uno dei registi più affermati del settore, di cui verranno proiettati tre film: "Spettacolo di varietà" (1953), "Il pirata" (1947) e "Un americano a Parigi" (1951), che vede uno scatenatissimo Gene Kelly a braccetto con Leslie Caron. Kelly ritorna come protagonista anche in "Un giorno a New York" (1949) e in "Due marinai e una ragazza" (1945), dove è al fianco di Frank Sinatra "The Voice".

Busby Berkeley, maestro dell'immagine coreograficamente costruita, verrà celebrato con "Quarantaduesima Strada"di Lloyd Bacon (1933), mentre la coppia Fred Astaire & Ginger Rogers con "Cappello a Cilindro"di Mark Sandrich.

Imprescindibile anche la fortunatissima opera del '39 "Il mago di Oz", con una giovanissima Judy Garland.

Un omaggio in tre film sarà dedicato anche a Carmen Miranda, la cantante e ballerina brasiliana che divenne una delle protagoniste più celebri di numerosi musical hollywoodiani degli anni Quaranta.

Sul versante italiano, infine, il MIC propone le commedie musicali di casa nostra, note come "musicarelli", genere andato in voga durante gli anni '60. In esse alcuni giovani cantanti venivano chiamati a interpretare le loro canzoni di maggior successo sul grande schermo: pensiamo ad esempio a "Nel sole" di Aldo Grimaldi (1967), che vanta la coppia Albano & Romina Power, oppure a "In ginocchio da te" di Ettore Maria Fizzaroti (1965), che invece vede come protagonista Gianni Morandi, fino a "Cuore matto...matto da legare", il film diretto nel 1967 da Mario Amendola con la partecipazione di Little Tony.

Un calendario ricco di proiezioni, che vi invitiamo a conoscere nel dettaglio visitando il sito ufficiale del MIC.

 

 

"Il musical Usa-Italia" MIC - Museo Interattivo del Cinema Viale Fulvio Testi, 121 - 20162 Milano www.mic.cinetecamilano.it

 

 

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Dal 19 al 29 marzo 2015 la Fondazione Cineteca Italiana presenta St. Vincet e gli altri personaggi di Bill Murray presso il MIC - Museo Interattivo del Cinema. L'evento è una rassegna cinematografica articolata in sette tra i successi più importanti dell'attore americano, in cui troviamo le sue interpretazioni più indimenticabili. Bill Murray è uno degli esempi più eclatanti e meglio riusciti di attore comico moderno e versatile, abilissimo ad interpretare anche i ruoli più drammatici e ad impersonare personaggi fuori dal tempo.

La rassegna si apre il 19 marzo con la proiezione di Ed Wood, irriverente omaggio di Tim Burton al "regista peggiore del mondo" (interpretato da Johnny Depp). In questo lungometraggio Bill Murray interpreta Ed Wood, appunto, un uomo che vuole disperatamente cambiare sesso, senza mai decidersi sul serio. (Proiezione: giovedì 19 marzo - ore 15.00; venerdì 27 marzo - ore 17.00).

Venerdì 20 marzo verranno proiettate tre pellicole: la prima sarà Lost in Traslation, il capolavoro della Coppola, una commedia romantica e brillante, ma allo stesso tempo malinconica, che è ormai diventata un classico della cinematografia contemporanea. Vincitore di moltissimi premi (Golden Globe 2004 come miglior film, miglior sceneggiatura e migliore attore per Bill Murray, e il Nastro D'Argento 2004), il film racconta la storia di un attore americano che in trasferta a Tokyo conosce e instaura un rapporto di complicità allusiva e tenerezza confusa con una connazionale. (Proiezione: venerdì 20 marzo - ore 15.00; sabato 28 marzo - ore 16.00)

Il secondo film della giornata sarà A Royal Week End, nel quale Murray interpreta il presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosvelt, impegnato nell'accoglienza dei reali inglesi nel giugno del 1939. (Proiezione: venerdì 20 marzo - ore 17.00; venerdì 27 - ore 19.30)

A chiudere la giornata di venerdì 20 sarà la proiezione di Broken Flowers, in cui Bill Murray interpreta un dongiovanni attempato dei nostri tempi, a cui viene recapitata una lettera anonima che lo informa di essere padre di un ragazzo diciannovenne. (Proiezione: venerdì 20 marzo - ore 19.00; domenica 29 marzo - ore 19.00)

Domenica 22 marzo è la volta di St. Vincent, l'ultima commedia di Murray, in cui l'attore interpreta un uomo alcolizzato e burbero, succube del gioco d'azzardo, che si trova alle prese con una famiglia allargata. (Proiezione: domenica 22 marzo - ore 19.00 e ore 21.00)

Martedì 24 marzo è la volta del cult movie Ricomincio da capo, dove Bill Murray impersona un meteorologo che sembra condannato a vivere perpetuamente la stessa identica giornata. (Proiezione: martedì 24 marzo - ore 17.00; venerdì 27 marzo - ore 15.00).

L'ultimo lungometraggio che verrà mostrato è un successo di Wes Anderson, I Tenenbaum, una famiglia per nulla usuale dove Murray interpreta un noioso professore universitario sposato con la figlia di Royal Tenebaum. (Proiezioni: giovedì 26 marzo - ore 15.00)

MIC - MUSEO INTERATTIVO DEL CINEMA

Viale Fulvio Testi 121, Milano

Prezzi:

Biglietto d’ingresso intero: € 5,50

Biglietto d’ingresso ridotto: € 4,00

Biglietto d’ingresso adulto + bambino: € 6,00

INFO

e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

sito: www.cinetecamilano.it

Tel: 02 87242114

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Bando alle scene da fumetti delle ultime pellicole di successo, bando agli effetti speciali e alle scene di inseguimenti e macchine distrutte e bando anche alle produzioni milionarie.

David Dockin ha un budget limitato e quindi decide di fare solo il regista e da bravo direttore si affida solo a bravi attori.

The Judge è la quintessenza della recitazione hollywoodiana più classica, quella per capirci che ha reso grandi attori del calibro di Gregory Peck e James Stewart.

E così anche nella pellicola di Dockin tutto è affidato alle capacità interpretative dei due protagonisti Robert Duvall e Robert Downey Jr, rispettivamente padre e figlio, giudice e avvocato, accusato e difensore.

La trama è quasi banale e narra la storia dell’avvocato di successo della grande metropoli, Hank Palmer, che torna a casa in una piccola cittadina di famiglia per il funerale di sua madre.

Qui ritrova i vecchi amici, l’ex fidanzatina del liceo, interpretata da una altrettanto bravissima Vera Farmiga, i suoi due fratelli e naturalmente suo padre, l’inossidabile, severo e arido Joseph Palmer, giudice della contea.

Dopo aver sbrigato tutte le faccende familiari Hank si appresta a lasciare il suo “vecchio” mondo e a ritornare nello scintillio della Chicago legale ma suo padre il giudice viene accusato di omicidio e rischia la pena di morte.

Messo alle strette dalle circostanze, Hank deve trasformarsi in avvocato difensore di suo padre, un genitore che non gli ha mai dimostrato affetto, che gli è sempre stato nemico e che ha reso la vita famigliare un vero inferno a tutti.

E in questo momento, allora, che The Judge diventa pellicola intimista e sussurrata dove il melodramma della sceneggiatura si fa dramma per immagini e dove tutti i protagonisti strizzano l’occhio agli spettatori per portarli ognuno dalla propria parte.

La buona recitazione dei protagonisti ma anche di tutti gli altri personaggi minori è il vero filo conduttore del film di Dockin, più della trama stessa perché questa a volte si appesantisce inutilmente e devia in tanti piccoli dettagli inutili.

The Judge è una pellicola intimista e bisbigliata, una grande prova di regia e di interpretazione per tutti gli amanti del buon cinema.

 

 

Antonia del Sambro

 

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Dal 29 ottobre al 9 novembre, Il Teatro Carcano di Milano ospiterà lo spettacolo Eva contro Eva, basato sul racconto di Mary Orr, "The Wisdom of Eve" e tratto dal film del 1950, diretto da L. Mankiewicz con Bette Davis e Anne Baxter.

 

Una storia di una piccola comunità diventata specchio della società, con le sue piccolezza, le sue ossessioni, il desiderio di arrivare a conquistare una posizione sociale riconosciuta e rispettata.

Margo Channing, famosa stella di Broadway, prende sotto la sua ala la giovane Eva Harrington, astuta arrampicatrice e attrice ambiziosa, che a poco a poco la scalzerà dal trono: questa in poche parole la trama di Eva contro Eva. Tra gli attori segnaliamo Pamela Villoresi, Romina Mondello e Luigi Diberti.

Regia di Maurizio Panici.

 

INFO:

Teatro Carcano

Corso di Porta Romana, 63, 20122 Milano Tel. 02 55181377

Eva contro Eva Da Martedì e Sabato ore 20.30 Domenica ore 15.30

Parlare della morte è sempre un fatto triste ma quando a lasciarci è Shirley Temple allora il ricordo si impone e ci sembra che la bella bambina che conquistò Hollywood e il mondo del cinema internazionale negli anni Trenta del secolo scorso sia ancora con noi e soprattutto che non sia mai cresciuta. Questo è stato un po’ il destino di Shirley in vita e lo sarà malgrado tutto anche nel tempo a venire, anche per le nuove generazioni che continueranno a guardare i suoi film e che la immagineranno sempre piccola e graziosa. La Temple non è riuscita a “crescere” sul grande schermo e non lo ha fatto neppure nell’immaginario collettivo perché dopo di lei davvero nessuna mai è riuscita a imporsi come enfant prodige né negli Studios di oltreoceano né nel cinema europeo o orientale. Shirley aveva imparato a ballare a tre anni, cantare a quattro e recitare perfettamente a cinque, in un’epoca in cui le sue coetanee nelle altre parti del mondo erano quasi tutte analfabete e le sue coetanee statunitensi appena sapevano leggere e scrivere.

Il cinema, quello vero delle grandi produzioni e dei grandi attori, era cosa per adulti.

Per questo quando la Temple arriva sul grande schermo con i suoi vestiti corti di cotonina colorata, i suoi riccioli biondissimi, le sue adorabili fossette e il suo sorriso da birichina erano già tutti innamorati di lei, gli spettatori, i suoi colleghi adulti e già famosi e naturalmente i registi e i produttori. A Shirley sarebbe bastato questo. Incantare tutti con il suo candore, con la sua bellezza infantile e con la sua capacità di dire a tempo le battute del copione.

La Temple però era una bambina prodigio e nelle sue pellicole dimostra che sa anche ballare e cantare come una vera professionista, sa reggere la scena quanto e come i divi dell’epoca e che a volte sa anche surclassarli.

I suoi film sono un successo dopo l’altro, i suoi fan sono in delirio e i produttori di Hollywood se la contendono. Lei, bella, innocente e dotata si comporta come una vera professionista e non delude mai nessuno diventando non solo l’attrice bambina ma un fenomeno di costume e di imitazione studiato anche dal punto di vista sociale.

Le dedicano una stella sulla fame road e le costruiscono un Oscar per le interpretazioni infantili apposta per lei. Shirley Temple è la bambina più famosa del mondo.

I bambini però crescono. E con l’infanzia e la fanciullezza se ne vanno anche il fascino e l’incanto di Shirley che si ritrova negli anni Quaranta ad essere una adolescente come tante, senza più l’attrazione dei suoi riccioli biondi, delle sue fossette e dei suoi vestiti da bambina adorabile.

La riccioli d’oro del cinema internazionale è scomparsa per sempre.

La nuova Temple è quasi anonima, poco attraente dal punto di vista della recitazione, normale come può esserlo qualsiasi altra adolescente dell’epoca a Hollywood.

La favola è finita e l’ex bambina prodigio colleziona un flop cinematografico dopo l’altro.

Alla fine degli anni Quaranta la Temple si ritira definitivamente dalle scene e si dedica alla famiglia e successivamente alla politica e al sociale, diventando ambasciatrice USA.

Ora la riccioli d’oro di tante belle pellicole in bianco e nero ci ha lasciato definitivamente.

Shirley però no. La bambina bella e bravissima resterà così per sempre.

E tutti potranno continuare ad ammirarla nei suoi tip tap scatenati, nei suoi duetti canori e nelle sue interpretazioni più fortunate. Potere e magia del cinematografo. E non è poco.

 

 

 

Hoffmann è morto a quarantasei anni, in un appartamento del Village a New York, probabilmente di overdose, dopo aver avuto problemi di alcool e di depressione.

Se il tutto non fosse tristemente tragico si penserebbe all’ennesima sceneggiatura sull’attore famoso che fa una fine drammatica e desolata. Invece è tutto vero.

Il difficile mestiere di vivere sembra colpire prima di tutto proprio i personaggi più in vista e glamour del jet set internazionale. La depressione, l’angoscia e la ribellione si insinuano nelle pieghe dell’anima di chi invece agli occhi del mondo sembra avere tutto, avere conquistato tutto.

Fama, soldi, successo e consensi.

Philip Seymour Hoffmann era stato molto fortunato a suo modo. Gira il primo film nel 1991 e l’anno dopo già lo vogliono tutti a Hollywood, offrendogli ruoli di secondo piano ma in pellicole importanti come Profumo di donna e accanto ad attori apprezzati e famosi.

Sarà per il suo aspetto non proprio da bello classico, per i suoi capelli così rossi e perennemente spettinati o perché davanti a una macchina da presa sa imporsi con disinvoltura e naturalezza, fatto sta che Hoffmann in poco tempo conquista tutti.

Incredibilmente antipatico e convincente il suo personaggio ne Il talento di mister Ripley e poi Magnolia, Il grande Lebowsky, La 25esima ora, Red Dragon ruoli da non protagonista ma che lo consacrano come interprete versatile e di grande bravura.

Pellicola dopo pellicola Hoffmann si impone, convince e si fa notare. Arrivano le nomination a premi e festival importanti e infine la grande occasione, il ruolo da protagonista come Truman Capote in A sangue freddo. È il trionfo. La parte della sua vita. Il personaggio che lo consacra e che gli si attacca addosso come un vestito fatto su misura.

Philip vince l’Oscar ma nessuno si stupisce più di tanto. La gente lo conosce, lo apprezza e o lo vede sullo schermo da tempo. La prestigiosa statuetta è solo la conferma di un grande talento.

Eppure tra le luci, gli applausi, i riconoscimenti e una vita privata all’apparenza normale e appagante la personale Medusa di Hoffmann stende i lunghi tentacoli nel suo cuore e nella sua mente e lo spinge sempre di più verso il baratro.

Alcool, droga, disintossicazioni dolore, depressione e psicofarmaci minano la sua esistenza e la sua vita privata. Non bastano allora gli amici di sempre, che lo amano e lo stimano. Non basta la sua bella famiglia, né le case prestigiose e da sogno sparse tra le due coste degli Stati Uniti.

Il difficile mestiere di vivere si fa sentire anche con lui. Con l’attore americano ricco e famoso.

Philip alla fine cede. E non servono speculazioni o indagini approfondite sulla morte di un attore hollywoodiano per cambiare le cose o per esorcizzare le paure universali.

Hoffmann sarà ricordato per il suo talento. Anche tra molti anni.

Questa è l’unica cosa che serve sapere.

 

 

 

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Non solo per vederci meglio, ma per essere notate. Oggi gli occhiali da vista non si sfoggiano più per semplice necessità, ma per scelta. Con quelli extralarge, squadrati o tondi stile "Harry Potter", glitterati o leopardati per le più eccentriche, classicamente neri per un look più serio, le nerd di ieri sono diventate segretarie sexy, che ammiccano con tutte le montature possibili.

In passato sono stati considerati accessori antiestetici e scomodi, da togliere appena possibile. Nei film, la classica bruttina nascondeva la sua timidezza dietro gli occhialoni "della nonna". Un mondo femminile che anche nei cartoni animati veniva diviso in due categorie: la bella Daphne e l’occhialuta Velma. Ricordate Cristiana Capotondi in "Come tu mi vuoi"? Dopo aver tolto gli occhiali, diventa più carina e sicura di sé, finalmente pronta a conquistare Nicolas Vaporidis. Ora il mondo si rovescia e la donna, per divertimento o seduzione, gli occhiali sceglie di indossarli.

Sarà forse merito delle star che, per strada o sul red carpet, non rinunciano a questo accessorio. La bellissima Bianca Balti indossa un modello Dolce&Gabbana color nude, che non nasconde i suoi invidiabili occhi azzurri. Glitter argentati ben si adattano alla personalità e all’allegria di Katy Perry. Spessi e total black per Demi Moore e Scarlett Johansson, sensualissima "quattrocchi" anche in "Scoop" e "The Spirit". Minimal ed eleganti, invece, gli occhiali da vista dell’attrice Kate Beckinsale.

Un paio di occhiali è come un taglio di capelli: se sbagliato può farci sentire goffe, se adatto al nostro viso valorizza il nostro carisma. Gli esperti consigliano lenti lunghe e strette per snellire un viso paffuto e tondo, montature alte sono perfette per le ragazze con la fronte alta, chi vuole nascondere il naso grande, invece, dovrà optare per montature più spesse. Ma qualunque tipologia si scelga, trasformare un accessorio utile in must-have ci può far sentire più frizzanti, intellettuali, moderne. Per le miopi, astigmatiche, e icone di stile di tutto il mondo, il messaggio è lo stesso: "quattrocchi" è bello.

Peter è stato l’attore più versatile del secolo scorso passando con la stessa facilità e bravura dal palcoscenico al grande schermo e infine alla televisione e interpretando ruoli deferentissimi tra loro con uguale successo e plauso.

Per ogni grande attore arriva però sempre il ruolo giusto e più che perfetto, quello che lo consacra al pubblico internazionale e lo fa diventare divo a tutti gli effetti. La storia del cinema apre le porte a O’Toole per la sua indimenticabile interpretazione di Lawrence d’Arabia e gli assegna un posto che nessun altro attore potrà mai soppiantare in quel ruolo e per quel personaggio.

Irlandese di nascita Peter ha saputo imporsi in quasi tutte le grandi produzioni del cinema inglese tanto da far dimenticare quasi a tutti le proprie origini e farsi riconoscere come uno tra gli interpreti più british del cinema.

Amato e corteggiato dai cineasti più famosi e impegnati degli anni Sessanta e Settanta, Peter gira una pellicola dopo l’altra e si diverte a cambiare genere e personaggio a secondo della trama e dell’esigenze registiche.

Arrivano così le nomination agli Oscar, praticamente per quasi ogni sua interpretazione ma alla fine lo star system hollywoodiano gli preferisce sempre qualcun altro.

Peter O’Toole con la pazienza degli irlandesi e l’umorismo degli inglesi fa spallucce e continua a lavorare sui set delle produzioni internazionali più prestigiose passando da un cast all’altro e girando con tre generazioni di artisti e autori.

E così nel 2003 accetta l’Oscar alla carriera e nel 2007 dopo quarantaquattro anni di nomination arriva la sua prima vera statuetta per il ruolo nel film Versus.

Elegante, raffinato, eclettico e bravo praticamente in ogni ruolo Peter O’Toole è uno dei protagonisti indiscussi del cinema del Novecento, uno degli attori che ancora sapeva dosare con garbo e successo gli insegnamenti ricevuti all’accademia di arte drammatica di Londra con la leggerezza e la sfrontatezza imposti dagli studios di Hollywood.

 

Era il 1940 quando sulle scene americane appare la pellicola più di successo di Alfred Hitchcock.

Il film è Rebecca la prima moglie, sceneggiatura tratta da un lavoro letterario di du Maurier e la protagonista indiscussa è lei Joan Fontaine, bella, tormentata e magnifica negli abiti di scena creati apposta per darle l’aria più barocca e decadente possibile.

La pellicola è un successo mondiale e la Fontaine viene candidata come migliore interprete.

I tempi per lei non sono però ancora maturi e la statuetta va a una più nota e rampante Ginger Roger che incassa il successo ma comprende bene che quella giovane donna bionda e bravissima le starà di sicuro con il fiato sul collo.

Così è infatti e Joan Fontaine figlia di una attrice britannica e sorella della più famosa Olivia de Havilland scala tutti i traguardi e diventa la musa per eccellenza di Hitchcock aggiudicandosi due anni dopo l’ambita statuetta con Il sospetto.

Da quel momento in poi la carriera di Joan vola e lei interpreta, con successo, qualcosa come cinquanta film, l’ultimo dei quali nel 1994.

Arrivata piccolissima in California con sua madre Lilian e sua sorella Olivia, Joan scopre prestissimo la sua passione per la recitazione e calca il palcoscenico con amore e buoni risultati, fino a che non decide che il fascino del cinematografo è per lei più forte.

Gli anni Trenta del Novecento la vedono interprete di piccoli ruoli o di comparse ma sempre accanto ad attori famosi e questo è il periodo in cui Joan non solo può farsi le ossa con registi bravi e nella recitazione filmica ma anche frequentare il mondo dorato e pieno di occasioni di Hollywood.

Come succede spesso per le interpreti di successo e per le pellicole da cineteca anche per Joan Fontaine il ruolo chiave resterà sempre quello di Rebecca la prima moglie e così vogliano ricordarla anche noi. Fragile ma forte, bella e insicura. La vera rivelazione del cinema noir anni Quaranta.

 

 

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