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Lunedì, 21 Gennaio 2013 23:31

Carmelo Bene

Sono passati dieci anni dalla morte di Carmelo Bene. Dieci anni in cui l’Italia, assieme al suo panorama culturale e sociale, ha conosciuto profondi cambiamenti, diventando un paese in cui sembra che le arti espressive fatichino a trovare una propria dimensione. Ma in questi anni la figura dell’eclettico Carmelo Bene non ha cessato di suscitare interesse e fascino, anche nelle generazioni più giovani.

Carmelo Bene nasce a Campi Salentina, in provincia di Lecce, nel 1937.

Bene svolge i primi studi classici presso un collegio di gesuiti e nel 1957 si iscrive all'Accademia d'Arte Drammatica per lasciarla appena l'anno dopo, definendola semplicemente inutile. Dal 1959 inizia la sua carriera di attore e regista teatrale, sempre orientato verso la rielaborazione dei classici; rielaborazioni che, in realtà, erano veri e propri esercizi di decostruzione e smembramento, ma che lui si limitava a definire semplicemente come “variazioni”.

Il centro della riflessione artistica di Bene è una radicale riconsiderazione della parola e dell’immagine: egli applica ai suoi spettacoli teatrali una quantità tale di erudizione, di impegno teoretico e di ricerca, che solo un filosofo potrebbe applicare in un trattato. Sperimentatore assoluto (si avvarrà spesso di sofisticate apparecchiature elettroniche costituite da amplificatori, microfoni ipersensibili, monitor-spie da diecimila watt) egli tenta il superamento della dimensione linguistico-comunicativa attraverso la manipolazione tecnica del significante.

Fu così che, in poco tempo, l’attore-autore riuscì a far parlare di se’, facendo esplodere in Italia un vero e proprio “caso Carmelo Bene”: portato alla ribalta della cronaca artistica, Bene affascinò personaggi del calibro di Pier Paolo Pasolini, il quale lo volle come interprete del suo Edipo Re e con il quale ebbe inizio la sua parentesi cinematografica.

Nel 1965 Bene si avvicinò al mondo della scrittura, pubblicando il romanzo Nostra signora dei turchi, che verrà messo in scena l'anno seguente. Trasformato in film, Nostra signora dei turchi venne presentato al festival del cinema di Venezia, dove ricevette il premio speciale della giuria. Seguirono altri film: Capricci (1969), Don Giovanni (1970), Salomè, (1972) e Un Amleto in meno (1973), con cui si concluse la sua esperienza cinematografica.

Nel 1974, torna al suo primo vero amore, il teatro, proponendo una sconvolgente interpretazione de La cena delle beffe, la quale aprì la strada ad una svolta "concertistica" che culminò con il poema sinfonico Manfred, del 1980, costruito su musiche di Schumann ed apprezzato tanto dalla critica quanto dal pubblico.

Negli stessi anni Bene porta sulle scene i grandi classici della poesia italiana, sono memorabili le sue interpretazioni dei Canti orfici di Dino Campana, dei Canti leopardiani e le sue letture dantesche; performance che sono viste ancora oggi tra gli omaggi più toccanti e sentiti che un attore abbia potuto fare alla poesia.

Lui stesso nel 2000, pubblicando la raccolta ‘L mal de’ fiori, si cimentò con la scrittura in versi, vista da Bene come la possibilità ultima di una ricerca linguistica che doveva culminare verso un totale e vero “svuotamento” . Sarà proprio lui a dire, in un’intervista:

“Nel 'mal di questi fiori' si fa sempre più solare il fatto che laddove il tutto possa sembrare una eruzione vulcanica, è invece somma-sottrattiva che, mediante le più svariate soluzioni chimico-linguistiche, via via si svuota.”

Incensato da filosofi del calibro di Gilles Deleuze, ma quasi totalmente incompreso dagli intellettuali italiani del suo tempo, Bene si cimentò anche in performance televisive (memorabili le sue due apparizioni al Maurizio Costanzo show, dove esordì con la frase “È con infinita agape, molto più che schopenhaueriana, che ho compreso, senza per questo immedesimarmi, di essere di fronte a una platea di morti”) nelle quali seppe fare sfoggio di tutte le sue doti di provocatore e seduttore delle masse.

Ma al di là dell'idea provocatoria ed eccessiva che Carmelo Bene ha potuto suscitare, resta viva la potenza di una ricerca radicale dell’uomo e dell’ “artista in quanto uomo”, di una personalità mai sottoponibile a schematizzazioni, ma anzi generosa in maniera multiforme anche se contraddittoria. Per citare le sue medesime parole: “Il problema è che l'io affiora, per quanto noi vogliamo schiacciarlo, comprimerlo. Ma finalmente, prima o poi, questa piccola volontà andrà smarrita. Come dico sempre: il grande teatro deve essere buio e deserto".

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John & John. Ford dietro la macchina da presa, Wayne davanti all'obiettivo: senza di loro il western non sarebbe lo stesso. Ecco le tre pietre miliari.

Il prototipo: Ombre rosse (1939). Un microcosmo di varia umanità costretta nello spazio angusto di una diligenza: per ultimo sale Ringo, cowboy ingiustamente accusato di omicidio. Dentro l'abitacolo, la rigidità di un sistema coi suoi pregiudizi. Fuori, la Monument Valley, i cieli solcati da minacciosi segnali di fumo, presagio per lo spettacolare attacco degli Apaches. Ford definisce i canoni estetici del genere e celebra la frontiera come espressione della vera e multiforme natura umana, liberata dai vincoli sociali.

Il vertice: Sentieri selvaggi (1956). Ethan Edwards alla ricerca di due ragazzine rapite dai Comanches dopo il massacro della famiglia. Capolavoro assoluto della storia del cinema, da rivedere per ammirarne i mille dettagli simbolici: il dramma di un eroe sconfitto, con un equilibrio perfetto tra panoramiche spettacolari e minuta descrizione delle sfumature psicologiche. Un intreccio tra uomo e ambiente, tra attesa e azione come solo il western...

La sintesi: l'uomo che uccise Liberty Valance (1962). Il senatore Stoddard racconta la vera storia del duello col bandito del titolo. Un film che corre sul filo della memoria e delle differenze incarnate da due attori-simbolo: James Stewart, mite custode della legge scritta, avamposto dell'Est, della nuova America civilizzata. John Wayne, duro e integerrimo, ancorato ai valori della frontiera, alla soluzione personale delle ingiustizie, pistola alla mano. Tutto in una sola frase: “Qui siamo nel West, dove se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda”.

Restiamo con James Stewart: il sodalizio col regista Anthony Mann porta a 5 film, trasferendo negli spettacolari paesaggi americani la comune passione per il teatro classico. L'ultimo è L'uomo di Laramie (1955). Un ex-capitano dell'esercito vuol fare luce sull'uccisione del fratello: si scontrerà con la brutalità di un mondo in cui il diritto cede alla sopraffazione. L'uomo giusto è costretto a combattere il caos con la violenza. Il suo antagonista è un Re Lear del West, patriarca che vede sfumare il desiderio di pacificazione dopo una vita di lotta per accaparrarsi la terra.

Legge e violenza, ancora. In Mezzogiorno di fuoco (1952) Gary Cooper è l'ex sceriffo Cane, che ha riportato l'ordine nella sua cittadina. L'arrivo dei banditi lo indurrà a scegliere, senza altro obbligo del senso morale, di difenderla ancora una volta, mentre gli abitanti, uno a uno, lo abbandoneranno. Una pellicola tesissima, nella quale l'azione in tempo reale e il paese svuotato accrescono minuto dopo minuto l'angoscia per l'eroe, profondamente umano, solo di fronte al destino che ha deciso di affrontare, fino al duello finale.

Cosa sarebbe il western senza il duello? Il migliore ha davvero qualcosa in più: è il “triello” de Il buono, il brutto, il cattivo (1966). Tre pistoleri accomunati dalla brama di denaro, epicamente interpretati da Clint Eastwood, Eli Wallach e Lee Van Cleef. Oltre 7 minuti senza dialogo, la tensione che sale spasmodica grazie all'indimenticabile tema musicale di Ennio Morricone e alla regia di Sergio Leone, che alterna in un montaggio sempre più serrato campi lunghi, dettagli di sguardi penetranti e mani che accarezzano nervose il calcio delle colt: chi sparerà per primo e a chi?

Nel 1969 arriva l'abbandono dei canoni classici. Con Il mucchio selvaggio Sam Peckinpah reinventa visivamente il genere. Il ralenty amplifica la crudezza delle immagini, il montaggio frenetico sconvolge in un turbine impetuoso, gli spari lacerano i corpi, il sangue erompe vivido, la violenza diventa denominatore comune che impedisce di distinguere eroi: solo uomini che tentano di sopravvivere. Come il bandito Pike e i suoi compari inseguiti dal bounty-killer ed ex-amico Deke, fino all'epilogo messicano.

Nello stesso anno, ma con tutt'altro stile, viene girata la storia di Butch Cassidy e dell'amico Sundance Kid. Banditi perennemente in fuga, liberi e scanzonati, anarchici come il tono di questo western pieno d'ironia e vitalità, perfino lirico, affidato al magnetismo e alla complicità dei due protagonisti: Paul Newman e Robert Redford. Celeberrima la colonna sonora.

Un sussulto improvviso ci arriva nel 1990 grazie a Balla coi lupi di Kevin Costner, storia di un soldato che va a vivere in mezzo ai Sioux, imparando a conoscerli e a comprenderli. Accurato nella descrizione e al tempo stesso denso di pathos, un “western dalla parte degli Indiani”, in cui non sono nemici selvaggi, sulla scia di precedenti illustri come Soldato blu e Il piccolo grande uomo.

Nel 1992 Clint Eastwood torna a impugnare la colt. E anche la macchina da presa. Ne Gli spietati è William Munny, ex pistolero sanguinario vinto dalla morte della moglie che l'ha redento. Riprende le armi per soldi. Non c'è traccia di eroismo in quest'opera crepuscolare e intrisa di nostalgia, in cui violenza e morte emergono nella loro ottusa oscurità.

Solo chi ha vissuto il mito può celebrarne la fine.

 

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Non è più mia intenzione consumare ogni singolo evento per poi risputare a casaccio i nomi di coloro che erano presenti, magari in ordine gerarchico. In una città in cui il presenzialismo è la regola occorre una netta presa di posizione al ribasso.

Non è snobismo, è una costatazione del tempo che ci troviamo a vivere. Il privilegio di poter partecipare ai cosiddetti eventi - ai vernissage, alle iniziative, ai drink, alle inaugurazioni - è in realtà una gabbia che ci tiene costantemente prigionieri nell’ obbligo, spirale viziosa, di dover dire di sì al tizio taldeitali o non deludere la PR del caso.

Il presenzialismo è una malattia e io ne sono stato contagiato per lungo tempo. Ho avuto la fortuna/sfortuna di nascere nella città “presenzialista” per eccellenza. Milano, nel lavoro come nel tempo libero, continua a essere una città che coagula “le solite facce nei soliti posti”. Vivere costantemente nella proiezione di un mondo fatto di pubbliche relazioni e di eventi. A maggior ragione se fai il giornalista, se devi costantemente tenerti aggiornato sulle novità che ci sono in giro.

Una condanna, specie se poi non ci trovi un effettivo guadagno, né un reale arricchimento culturale. Dunque cosa rimane? Cosa fare quando i tuoi paradigmi, le tue priorità cambiano? Ricominciare? O ri-buttarsi nella spirale dell’entertainment per acquisire contatti utili al cambiamento?

Capite che può essere una spirale senza fine. Forse è meglio guardare alla finestra questa città con un occhio disincantato. Perché si ci si consuma ogni giorno che si ripetono le stesse cose, che si ci si affanna verso le stesse mete. Quindi amici PR, non prendetevela con me, ho solo iniziato a spezzare le catene che ci uniscono. Non è colpa vostra, lo so. E’ inevitabile che prima o poi ci si stanchi, si abbia voglia di altro, di fare qualcosa che comporti nuove sfide.

E come sarebbe bello se la mia città cambiasse con me, cambiasse il suo paradigma di socialità e di aggregazione. Negli anni ’90, periodo in cui ero adolescente, ci si riuniva per gruppi di affinità. Divisi, ma uniti, la piazza era il nucleo aggregativo che ci uniformava. Crescendo hai bisogno di rapportarti ad un modello vincente, di avere la situazione sotto controllo e dire sempre SI.

E dunque mi piacerebbe osservare Milano da lontano, come quella serie di incontri che si tengono con cadenza mensile all’Informagiovani, “Milano vista da lontano”, dove lo sguardo lucido appartiene a persone che a Milano ci passano, la vivono e poi ripartono per altre mete, arricchendo quello sguardo disincantato che ti permette maggiore lucidità.

D’altronde se la vera libertà e poter scegliere dove vivere io avrei deciso: Milano per lavorare, altrove per vivere. E se si potesse vivere a Milano? Quelli della mia generazione se lo chiedono da tempo, e spesso non trovano una risposta.

Pubblicato in Nigthlife

Tutto ciò che siamo e ci sentiamo dentro ha un riscontro all’esterno, a livello di immagine e di postura: fisico e psichico sono sempre strettamente connessi. Questa è Loretta Fiore classe 1974, laureata in scienze economiche e bancarie, che a partire dal suo incontro con la fotografia digitale comincia ad autoritrarsi e attraverso gli autoritratti si ripara, si cura.

Fotografia e terapia, che rapporto hanno nel tuo percorso creativo? Spesso sono la stessa cosa. La fotografia allevia sempre ogni mio stato d’ansia, in tanti casi ha curato; per la Woodman, ad esempio, credo non sia stato così, ho la sensazione che lei abbia sempre lavorato sulla sua morte.

Cosa racchiude un autoritratto? Un autoritratto può essere tante cose: dalla pura rappresentazione all’interpretazione di sé. L’intenzione è quasi sempre buona, anche se devo ammettere che, a volte, mi sono messa davanti alla mia Nikon solo per avere la conferma della mia esistenza.

Che rapporto hai con il tuo corpo e con l'ambiente che ti circonda? Non so rispondere con le parole, la risposta a questa domanda è nei miei autoritratti. Direi conflittuale, se non fosse così banale.

La componente grafica e le texture, spesso presenti nei tuoi scatti, come nascono e quando entrano a far parte del tuo pensiero? Le varie componenti grafiche e le textures sono state fondamentali, specie all’inizio, per definire il mio mondo. Volevo far capire al primo sguardo che eravamo in una dimensione solo parzialmente reale e mi sono accorta che quello era un metodo molto efficace per farlo.

Con l'avvento degli smartphone, l'autoritratto ha ancora il suo significato, o ha lasciato spazio al puro esibizionismo? Per quanto riguarda me, per ora l’autoritratto è messo un po’ da parte, al di là dell’arrivo degli smartphone e di instagram etc etc. Ora come ora la sfida sta nella intenzionalità dello scatto e nella progettualità che ne deriva. Non ho più bisogno del mio corpo davanti alla macchina fotografica per esprimermi, riesco a vedere me stessa in una delle mie tante dimensioni, anche se mi affaccio alla finestra di casa mia, o nella metropolitana, o davanti un caffè, a quel punto basta scattare.

tumblr

cargocollective.com

 

Pubblicato in Cultura
Mercoledì, 19 Dicembre 2012 22:44

Autoritratto

Il prossimo tema sarà l'interpretazione del corpo come figura statuaria. Segnalaci la tua foto: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Pubblicato in SvelArte
Giovedì, 13 Dicembre 2012 22:32

Windows at Bergdorf Goodman

Avere ogni settimana nuove idee con le quali conquistare l’attenzione del pubblico non è facile. Soprattutto se parliamo delle vetrine di un un negozio situato dal 1928 in uno dei luoghi simboli dell’immaginario collettivo: sulla Fifth Avenue, all’incrocio con la 58th. A New York, Bergdorf Goodman è una sorta di istituzione ed è ormai entrato a far parte della cultura popolare, tanto da essere citato in numerosi film e serie televisive da Come sposare un milionario a Sex in the city. In particolare le sue vetrine, continuamente rinnovate all’insegna della più brillante ed estrosa creatività, rappresentano da sempre una continua fonte di ispirazione.

Se nel 2006 fu il movimento dadaista a ispirare una vetrina capovolta a testa all’ingiù, gli abitanti newyorchesi ancora ricordano le candide vetrine del natale di fine millennio.

Proprio a queste vetrine è dedicato il volume illustrato Windows at Bergdorf Goodman, da poco riedito dalla casa editrice Assouline in versione deluxe. Quasi trecento le suggestioni visive di grande bellezza che trovano posto nel libro e che portano la firma di artisti emergenti come Aaron Wexler, John Gauld, Kevin Paulsen, a sottolineare una continuità nella tradizione, visto che nel corso del tempo, l’attività di vetrinista, ha avuto come protagonisti personaggi del calibro di Salvador Dalì, Andy Warhol, Robert Rauschenberg e Jasper Johns, quanto meno agli inizi delle loro carriere.

Perché alla fine la cosa che conta è la creatività. Come dice David Hoey, responsabile delle vetrine di Bergdorf Goodman: “Il minimalismo è fantastico. Anche il massimalismo lo è. L’unica cosa che cerchiamo di evitare è la mediocrità”

 

Pubblicato in Cultura
Giovedì, 13 Dicembre 2012 21:54

La storia del Caschetto

…A la Garconne, Carrè, Bob cut, Bub, Caschetto…uno fra i primi, reali, simboli dell’emancipazione Femminile .

Nato a Parigi dall’estro creativo di Antoine, parrucchiere polacco che lo lancia nel 1909 ispirandosi, per taluni, allo stile battagliero di Giovanna d’Arco, acquisisce popolarità in Europa e negli Stati Uniti antecedentemente alla prima guerra mondiale. Prerogativa delle donne del tempo è, infatti, il potersi liberare dalla costrizione dell’intoccabile femminilità suggerita dal capello lungo, verso l’indipendenza e l’avanguardia dettate dal nuovo taglio fresco e d’impronta prettamente maschile.

Prima fra tutte la splendida Louise Brooks, disinibita americana che diviene una celeberrima attrice del cinema muto, nonché simbolo della modernità femminile, grazie sopratutto al suo Carrè nero corvino con frangetta scolpita e nuca scoperta. Inizialmente uno scandalo per la società del tempo, per trasformarsi poco dopo in un’entusiasmante novità.

Con il finire della prima guerra mondiale, è la leggendaria stilista Coco Chanel fautrice del nuovo look, promuovendo con successo un’immagine femminile forte e contemporanea che trova immediato riscontro nelle Flappers Girls, giovani donne ribelli rispetto ai radicati e conservatori dogmi societari, spesso ballerine di Charleston, dall’allure indipendente ed emancipata coadiuvata da corti abiti a frange e piume, gambe e braccia scoperte, bocchino, sigaretta ed immancabile Caschetto, icone di stile dei ruggenti anni Venti.

Tuttavia nei decenni successivi cade nel dimenticatoio, fino a quando il parrucchiere londinese Vidal Sassoon nel 1963 ne reinterpreta l’iniziale versione, portandola ad una semplificazione stilisticamente architettonica, propria delle esigenze dell’epoca. Le nuove geometrie assimilate alla pettinatura vengono adottate e sfoggiate da personaggi come l’indimenticata modella Twiggy, la famigerata stilista Mary Quant e la poliedrica artista Juliette Greco, arrivando a sconfinare nell’universo maschile in versione sbarazzina, sebbene composta, con i rivoluzionari Beatles, indiscussi promulgatori delle nuove linee semplificate.

Contemporaneamente, in Italia, la diffusione del taglio trova in Caterina Caselli la massima esponente, sopranominata Caschetto d’oro proprio per l’acconciatura creata appositamente per lei dai parrucchieri milanesi Vengottini. Anche Raffaella Carrà contribuisce a propugnarne l’immagine, finchè l’autore Guido Crepax ispirato alla fisionomia di Louise Brooks in uno dei suoi più conturbanti personaggi, Lulù, di cui fu da sempre grande ammiratore, inventa nel 1965 il personaggio di Valentina, fra i più ricordati sex symbol della storia del fumetto.

Dopo quasi cinquantanni dalla reinterpretazione di Sassoon, milioni di donne nel mondo sono tutt’ora devote all’acconciatura, costantemente in voga sebbene non dominante.

Memorabile e provocante è il Bob di Uma Thurman in Pulp Fiction, raffinato ed elegantemente classico il taglio di Anna Wintour, tanto per citarne di contemporanei nell’ambito dello show business, confermando la pettinatura come un emblema indiscusso di una rivoluzione tutta femminile.

Pubblicato in Lifestyle

L’arte è figlia del tempo in cui vive. L’arte respira i cambiamenti e le evoluzioni sociali.

Ne è un esempio la Pop Art, corrente artistica nata, cresciuta e sviluppata negli anni Sessanta.

Sono anni questi in cui il senso estetico si trasforma: la moda, i colori, l’arredo e l’arte cambiano il loro aspetto.

Complici il crescente aumento del benessere sociale e il boom economico, si fa spazio l’entusiasmo rivolto allo sviluppo e al progresso che da troppo tempo si erano persi.

Gli artisti, dunque, sentono il bisogno di rendere evidente quanto stava accadendo: le merci, i beni di consumo, i prodotti industriali - che solo due decenni prima erano quasi completamente inaccessibili a causa dei conflitti mondiali - ora diventano elementi della quotidianità, fruibili e acquistabili dai più.

E sono proprio i prodotti del consumismo, le immagini della comunicazione massmediale e le nuove tecniche artistiche, a diventare i protagonisti all’interno delle opere della Pop Art e a venire celebrati, quasi esaltati.

Gli artisti sembrano voler calcare la mano sulla leggerezza, sulla semplicità e sull’immediatezza dell’immagine: è giunto il momento “dell’avere”, per “l’essere” ci sarebbe stato tempo in seguito.

Arte Pop: arte popolare, del popolo, della massa; un’arte che vede tra il suo schieramento di artisti uno dei massimi celebratori del benessere americano: Tom Wesselmann, colui che più di ogni altro cattura l’istantaneità delle immagini pubblicitarie per farle diventare la sua peculiarità artistica.

I contenuti “bassi” dei cartelloni, che reclamizzano beni di consumo, vengono ora elevati e immessi nel linguaggio dell’arte.

Nato nel 1931 a Cincinnati, in Ohio, Wesselmann fin da ragazzo inizia a disegnare cartoni.

La passione per l’arte lo porta ad iscriversi all’Accademia, anche se in precedenza aveva già conseguito la laurea in psicologia. In seguito decide di trasferirsi a New York per diplomarsi in disegno alla Cooper Union.

Questa città, dagli anni Sessanta fino alla sua morte (avvenuta nel 2004), vede sbocciare e decollare la sua carriera, e dalla Grande Mela, poi, la sua espressione artistica riuscì a contagiare e raggiungere tutto il mondo.

Risulta pertanto evidente la connessine tra arte ed espressione massmediale: il linguaggio accattivante, che imparò a sfruttare in giovane età, non venne mai abbandonato.

Allontanando da sé tutto ciò che poteva essere astrazione, l’artista americano realizza le sue opere figurative attraverso collage, assemblaggi e unendo materiali di diversa tipologia. I colori, inoltre, sono sempre forti, accesi e saturi, come quelli delle pubblicità patinate.

Nessun messaggio critico all’interno dei suoi lavori, solo una chiara celebrazione dell’America, del benessere dilagante e delle icone contemporanee.

Wesselmann è ricordato soprattutto per alcune opere che riproducono nudi stilizzati di donne, come, per esempio, la serie intitolata Great American Nude (nome ripreso anche nel titolo della sua prima mostra realizzata a New York nel 1961).

Il più delle volte queste figure appaiono in interni ricreati attraverso collage che rappresentano abitazioni americane degli anni ’60 dove, tra televisioni accese, oggetti pescati dal design e imitazioni di merci acquistabili al supermercato, compare la sagoma di una donna nuda, in posizioni provocanti, nonostante la sua evidente semplificazione anatomica.

Se guardate con attenzione, tali opere però rivelano dettagli che ci permettono di fare un accostamento che potrebbe apparire azzardato: le campiture di colore stese in modo piatto e bidimensionale, i colori accesi e innaturali, portano alla mente i quadri di Henri Matisse, artista francese, massimo esponente della corrente Fauve dei primi anni del 1900.

L’accostamento diventa maggiormente chiaro se si fa un confronto tra l’opera Great Nude # 29 e il quadro di Matisse Nudo Rosa (1935). Nonostante il linguaggio espressivo dell’americano si sia sviluppato in modo originale e del tutto personale, appare evidente il richiamo al fauvista francese, reso ancora più palese dalla citazione del “quadro nel quadro”.

Riferimenti, più o meno espliciti, a grandi artisti sono numerosi e frequenti all’interno delle opere del’americano: Mondrian, Modigliani e Leonardo da Vinci sono solo alcuni degli autori di quei dipinti che compaiono riprodotti nei suoi quadri-assemblaggi. Molto spesso, inoltre, i nomi di importanti pittori vengono celebrati anche nei titoli delle opere stesse.

Se si guarda però ai suoi quadri degli anni ’50 - ancora non circoscrivibili all’interno della corrente Pop del decennio successivo - risulta evidente che è di certo Matisse l’artista che in misura maggiore viene ricercato e studiato.

Rimasto sempre fedele al suo inconfondibile stile espressivo, nel corso degli anni però medita ad alcune varianti di temi a lui cari; realizza, per esempio, la serie Still life. Sono queste rappresentazioni di nature morte giocate, ancora una volta, sulla creazione di campiture piatte e giustapposizioni di colore, celebrando sempre e comunque oggetti comuni, frivoli: rossetti, trucchi femminili, mani che reggono sigarette accese, piedi di donne con unghie smaltate di rosso.

Leggerezza è la parola d’ordine che continua a riecheggiare nei lavori di Wesselmann.

Seguono poi gli Smokers, quadri in cui gigantesche labbra femminili, rosse e sensuali, reggono sigarette fumanti.

E negli anni a seguire, continuano le riproduzioni di donne, in pose vezzose e provocanti, di molto simili e quelle degli anni Sessanta, ma che con il tempo hanno ceduto al fascino di una maggiore astrazione e smaterializzazione.

E’certo: Tom Wesselman, celebratore dell’America del consumo, rimase sempre riconoscibile e coerente alla sua arte.

Le immagini, vivaci ed immediate, colpiscono per la facile fruibilità: sono accattivanti, captano l’attenzione di chi le osserva e attraverso loro sarà possibile far rivivere per sempre il sapore di quei favolosi anni ’60.

 

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Osservando le architetture di Frank O Gehry, ci si trova davanti a creazioni fantastiche, mitiche, inimmaginabili. Le forme non sono pure, i materiali acquistano una fisionomia così articolata da non essere più semplici materiali: diventano il cuore pulsante dell’opera; caos, movimento, creatività, diventano il suo marchio di fabbrica.

Gehry riesce a ribaltare tutte le concezioni artistiche: il suo stile, che rompe con la classicità di linee e forme del Movimento Moderno, è informale, completamente lontano da rigore e formalità in auge negli anni Settanta e Ottanta. Frank rivoluziona il mondo dell’architettura, che ancora oggi, lo ringrazia. È proprio con Frank e le sue opere che si fa nascere il movimento decostruttivista: geometrie instabili con forme disarticolare e decomposte, dove i volumi sono frammentati, deformi, tagliati in modo asimmetrico e lontani dai canoni estetici tradizionali. Il decostruttivismo punta a “decostruire” ciò che è costruito, a ribaltare le linee dritte, che invece ora si piegano senza una precisa necessità.

Ephraim Goldberg nasce a Toronto nel 1929 da una famiglia ebrea di origini polacche che decide poi di trasferirsi in America: è in California che Frank si laurea in architettura e dopo una lunga gavetta, apre il suo studio a Santa Monica, nel 1962. Cambia il suo nome alla nascita della figlia: vuole che il peso delle sofferenze e delle ingiustizie subite in gioventù non gravi anche sulle nuove generazioni.

Il suo nome comincia presto a farsi conoscere in tutto il mondo: edifici si possono osservare in ogni parte del mondo, dalla California al Meryland, dal Connetticut al Minnesota, dalla Germania alla Spagna, dalla Repubblica Ceca alla Svizzera e in molti altri paesi del mondo, con più di dieci progetti in fase di esecuzione o costruzione; sono oltre 50 le opere completate mentre una ventina sono i progetti in fase di completamento, testimonianza di un successo planetario.

Non si contano premi, riconoscimenti e mostre a lui dedicate; in Italia è stato protagonista di una mostra a tema alla Triennale di Milano nel 2009, mentre l’anno prima gli è stato consegnato il Leone d’oro alla carriera alla Mostra Internazionale di Architettura di Venezia.

Nel 2005 l’amico Sydney Pollack gli dedica un bellissimo documentario in cui è Frank racconta la sua arte, dalla nascita dei progetti alle difficoltà di realizzazione, alle paure dei committenti quando le sue idee sembrano troppo estreme.

“Se oggi il mondo è più bello lo dobbiamo anche al genio di Frank Gehry, uno dei più grandi architetti viventi”, dice Pollack, ed è vero. Con una serie di interviste, Sydney si fa raccontare come nasce un’opera d’arte come quelle di Frank, da dove prende le idee, come procede nella realizzazione.

Frank è anche diventato un personaggio dei cartoon: in un episodio dei Simpson viene chiamato in città per realizzare un nuovo auditorium che deve fare invidia: l’ispirazione per il progetto nasce da una cartaccia gettata a terra, tutta accartocciata.

Come da lui stesso ammesso, Gehry deve molto all’utilizzo del computer: è il cervello elettronico che gli consente di capire se la sua fantasia si sta spingendo troppo oltre, se la sua idea è destinata al fallimento; ogni struttura ha i proprio problemi costruttivi e se i calcoli accertano che i suoi edifici saranno stabili e capaci di stare in piedi, allora la fantasia può correre libera e noi possiamo osservare degli edifici magnifici e decisamente particolari.

Tra le opere che più lo hanno reso famoso va annoverato di certo il Museo del Guggenheim di Bilbao, la piccola città basca che è diventata famosa in tutto il mondo proprio per il suo museo e che attira migliaia di visitatori ogni anno. Titanio, pietra calcarea, cristallo, creano una struttura disorganica, che da lontano la fa assomigliare ad una nave e che, con il sole, fa brillare i pannelli come le squame di un pesce. Le superfici non sono piane, si sormontano l’una sull’altra, creano un gioco di volumi, di pieni e vuoti, che la critica non sempre ha apprezzato: il museo venne chiamato “fabbrica di formaggi” da uno degli esponenti della comunità basca.

La critica non ha sempre ben accettato le opere di Frank, che ha fatto della creatività il suo cavallo di battaglia. All’arte non si comanda, verrebbe da pensare, anche quando trae ispirazione da un cestino dei rifiuti: “pensate a quante idee, a quante forme e quante superfici ci sono lì dentro”, ha affermato Gehry.

Creatività, intelligenza e aiuto delle nuove tecnologie: Frank O Gehry è diventato uno dei più grandi architetti del nostro tempo. “Ci sono riuscito grazie al computer”, ammette.

La tecnologia non basta, sono le idee che fanno grande un uomo. Le idee di Frank sono diventate realtà, e possiamo ammirarle, e sorprenderci di come un solo uomo abbia potuto fare tanto per l’architettura.

 

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Giovedì, 13 Dicembre 2012 19:58

Francesca Woodman, un profilo in bianco e nero

Francesca Woodman

(Denver 1958 - New York 1981)

"It's a matter of convenience, I'm always available", questo diceva Francesca Woodman a chi le chiedeva perché fosse sempre lei il soggetto dei suoi scatti. In questa semplice quanto potente frase, si racchiudono i nove anni di un'artista che ancora oggi viene analizzata, sezionata e studiata; un'artista che più di altri ha portato all'estremo il rapporto tra modella, artista e contesto, arrivando a scomparire al suo interno.

A tredici anni il suo primo scatto racchiude già il suo manifesto, il suo essere e la sua ricerca. Del suo lavoro e della figura si "approprieranno" in tanti, dalle femministe ai critici, tutti pronti a dare la loro personale rivisitazione del fenomeno Woodman.

La lucidità con la quale l'artista ritrae se stessa e il modo in cui assorbe il contesto e gli oggetti che la circondano ci regala un vero e proprio viaggio all'interno dell'esistenza umana, che va a toccare gioia e dolore, solitudine e compagnia, ironia e serietà, vita e morte.

A New York, nel gennaio del 1981, pochi giorni dopo l’uscita del suo unico libro d’artista "Some Disordered Interior Geometries", Francesca Woodman si lancia dal tetto del palazzo in cui abita, liberando per sempre l'artista, la modella e il contesto.

Le sue fotografie sono state esposte in numerose mostre e fanno parte di molte collezioni museali, ispirando ancora oggi chi le incontra.

Vi consigliamo il libro di Isabella Pedicini, “FRANCESCA WOODMAN The Roman years: between flesh and film”, 2012 Contrastobook, €19.90 e il film “The Woodmans” sulla storia della famiglia del 2010.

 

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Direttore Responsabile
INDIRA FASSIONI

Se vuoi scriverle: direttore@nerospinto.it

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