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Martedì, 22 Gennaio 2013 17:39

Madame brassière

È passato più di un secolo dalla realizzazione del primo reggiseno brevettato: ciò che per le donne di oggi è un capo da esibire e scegliere con cura tra una gamma pressochè infinita di varianti, un tempo è stato al centro di una rivoluzione sociale divenendo simbolo di emancipazione e libertà femminile.

Si deve a Vogue la prima apparizione del reggiseno sulla carta stampata grazie alle mani del famoso sarto Paul Poiret e nel 1913 Mary Phelp Jacob, nota come Carezza Crosby, brevettò il primo modello, antenato degli odierni, ma questi tentativi iniziali non riscossero successo tra le donne.

Solo con l’avvento della prima guerra mondiale le donne fecero di necessità virtù: avendo bisogno di essere più libere nei movimenti per lavorare in sostituzione dei mariti al fronte, abbandonarono i vecchi corsetti e il passaggio al nuovo underwear fu definitivo. Insieme al diffondersi del reggiseno si assistette ad un cambiamento sociale che vide il consolidarsi di un nuovo ideale del corpo femminile: fu il periodo d’oro di attrici come Marylin Monroe, Jane Russel, Gina Lollobrigida, Sophia Loren. L’ideale di bellezza si incarnò nella donna formosa, giunonica, con curve generose e armoniche, una donna rassicurante e accogliente.

Nel 1968 insieme ai grandi sconvolgimenti sociali, il reggiseno divenne il simbolo dell’emancipazione femminile, della donna che vota, che può decidere di divorziare, che può studiare ed essere libera dai vincoli imposti dalla società antecedente quegli anni.

Successivamente il reggiseno perse quella carica rivoluzionaria per diventare un capo noto a tutto l’universo femminile: nacquero le grandi case di produzione di reggiseni, come La Perla e Huit, che proposero capi innovativi con forme, colori e tessuti diversi. Proseguendo negli anni il reggiseno divenne un capo irrinunciabile carico di una femminilità particolare. Stilisti di fama internazionale  hanno dedicato ad icone del mondo della moda e della musica reggiseni creati ad hoc che sono adesso vere e proprie opere d’arte: che abbiano fatto storia o solo scandalo a noi non importa. A noi di Nerospinto piace che sia push up o sportivo, a balconcino o di pizzo, ci piace che il reggiseno rappresenti ogni donna, con la sua personalità e carattere.

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Mercoledì, 16 Gennaio 2013 02:49

ZUSHII, follow the ears stickers!

Colore, fashion, vintage, stile, divertimento, improvvisazione, sogni… Ma cos’è Zushii? Un logo a forma di orecchio che ha ormai invaso tutta Milano celebra il mantra ‘Follow The Ears Stickers’ che stuzzica, incuriosisce, decora i manifesti pubblicitari, trasforma le locandine del centro, ma rimane avvolto nel mistero. Nerospinto svela per voi il suburbano arcano che sta dietro il brand Zushii attraverso l’intervista ai suoi due creatori Davide e Francesca Micheli.

Come avete iniziato, com’è nato il progetto Zushii? D.: i creatori di Zushii siamo io e mia sorella Francesca, non siamo milanesi, veniamo dalla non contaminata Aprica, io mi occupo della parte più creativa, gestendo anche il sito e i social, mia sorella gestisce la parte organizzativa e commerciale e di pr. Questo brand di accessori non convenzionali e irriverenti è nato nel 2009 dalla nostra agenzia di comunicazione non ordinaria che si chiama Korrokontro. Siamo una realtà piccola, abbiamo alcuni collaboratori, promuoviamo le collezioni negli eventi in giro per Milano, facendo anche un marketing direttamente sulle strade. Abbiamo lanciato il marchio con una campagna di guerrilla marketing con degli stickers on the road, il nostro logo è l’orecchio (un punto di domanda per l'orecchio destro e uno per quello sinistro), crediamo infatti che il mistero sia ciò che fa andare avanti tutto, quindi anche per le nostre collezioni manteniamo sempre il mistero su quale sarà la prossima, cerchiamo sempre di spiazzare i nostri affezionati clienti. Qual è dello stile dei vostri accessori? D: Vogliamo fornire al cliente una scelta molto ampia, dall’animale, passando alla recentissima collezione che abbiamo fatto di ispirazione medievale con croci, angeli, riproduzioni di vetrate. La prima collezione è stata quella delle caramelle resinate, che tra l’altro quest’anno abbiamo riprodotto in un’edizione limitata. Abbiamo sempre indagato il mondo del gioco, dell’ironia, dell’infanzia perché noi crediamo che il mondo della moda non debba essere qualcosa di grigio e di comunque limitante per la persona, ma invece di possibilità, di grande espressione e con i colori dei nostri accessori riusciamo a esprimere la personalità di ciascuno. Un’altra collezione che ha spopolato è stata la collezione Wild Wild Zoo composta da animaletti un po’ sezionati e poi trasformati in anelli fashion e collane, questa collezione ha avuto tanto successo tant’è che Vladimir Luxuria ha indossato in tutte le puntate dell’Isola dei famosi i nostri accessori. La terza collezione, Zushiiland, è un po’ il riassunto delle prime due collezioni. Da dove nasce il nome, come vi è venuto in mente di chiamarvi così? D: In realtà il nome è ispirato un po’ al Giappone, un po’ a Madonna, agli anni Ottanta e vuole rappresentare la stranezza. Poi, in seguito ad un consulto con una nostra risorsa che ha studiato lingue orientali, abbiamo scoperto che la parola zushii può avere tantissime accezioni ed una di queste è, neanche a farlo apposta, i ‘disegni del pensiero’ e quindi il libero sfogo all’immaginazione. Come reperite dei materiali così singolari? D: Abbiamo diversi fornitori che sono top-secret per consentirci la replicabilità, tutti i nostri accessori, salvo alcuni casi che sono pezzi unici, sono riproducibili e quindi siamo un vero e proprio brand che ha una vera e propria collezione con un ordinativo. I nostri produttori sono variegati e diversificati perché le nostre collezioni sono anch’esse molto eterogenee. Ovviamente poi abbiamo anche un laboratorio che assembla i pezzi secondo la nostra direzione creativa. Qual è la vostra fonte di ispirazione? D: In realtà sono io principalmente il motore delle idee creative e non ho una particolare ispirazione, queste idee malsane o comunque fulminanti mi vengono così… Magari sono per strada e mi viene l’idea… poi sicuramente conoscere nuove persone, girare, io sono stato per tanti anni a Berlino e ho viaggiato molto, sono appassionato di fotografia, produco centinaia di scatti, web designer e grafica, sicuramente influisce… Credo che in parte la mia storia personale mi abbia portato ad avere queste idee un po’ frutto di elementi passati che si ricombinano nel nuovo. I vostri accessori sono anche apparsi in tv… Sì abbiamo fornito gli accessori per alcune trasmissioni tv tra cui X-Factor: l’anno scorso li ha indossati Arisa, quest’anno un po’ tutti i concorrenti, Chixi ha indossato il nostro anello panda. Abbiamo dato gli accessori al nuovo programma School of Glam in onda su Sky e in una puntata una nostra maglietta è stata l’outfit vincente, perché abbiamo fatto anche una flash collection di magliette e pochette per il Fuori Salone 2011 nell'ambito del progetto espositivo di COOL HUNTER Italy, che abbiamo stra-venduto. L’ anticipazione-mega è che Vladi (Vladimir Luxuria) torna in tv con un programma su La7 che si chiama Fuori di gusto che andrà in onda tutti i sabati e, siccome abbiamo ormai un rapporto di amicizia, ci ha chiesto di fornirgli tutti gli accessori per le venti puntate che saranno a tema alimentare perché sarà un programma di cucina. Zushii ci piace, stimola la nostra fantasia e ci fa sognare… Dove possiamo trovare i vostri accessori? Ci stiamo espandendo sul territorio e abbiamo alcuni punti vendita a Milano: Pretty in corso San Gottardo, DB Living a Repubblica, Fiorucci in San Babila; poi abbiamo un punto vendita a Padova, Mon Toutou, uno a Como, Angela Pozzuoli, un punto vendita a Torino, Sayang Ku di Serena Ciliberti, e ad Aprica Foto Ottica Micheli. Tra poco metteremo anche lo shopping online.

Noi di Nerospinto amiamo il mondo fantasioso e colorato di Zushii e le sue creazioni shabby chic perché attraverso questi accessori rievochiamo la nostra sfera giocosa e fanciullesca.

http://www.zushii.com twitter facebook

www.korrokontro.com

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Mercoledì, 16 Gennaio 2013 02:29

Fashion Photography [Parliamone]

La fashion photography fa parte della nostra cultura visiva. Fin dalla sua istituzione nel 1880 è stata sempre oggetto di critiche: ritenuta applicazione impura della forma d'arte e colpevole delle sue finalitá troppo commerciali, veniva respinta poiché frivola e promotrice di stereotipi non sempre positivi. Eppure è stata capace di generare alcune delle immagini più ampiamente riconoscibili, provocatorie e durature del nostro tempo. Realizzata per potersi accattivare tutta la nostra attenzione anche solo per un attimo, non è solo frutto di uno stratagemma ben riuscito per poter vendere qualcosa e fare in modo che quel qualcosa possa diventare oggetto dei nostri desideri, ma uno scatto puó diventare una vera e propria piéce teatrale immobile in grado di descrivere uno stile di vita. Banale considerarla come una mera guida alla shopping, essa è una vera e propria arte capace di registrare sulle carte patinate dei piú illustri magazine di moda i sogni e la cultura di un’epoca.

La psicologia dietro una fotografia di moda come vetrina per la vendita è un qualcosa di ben piú articolato che una semplice immagine che mette in mostra una borsa, un abito o dei gioielli: lo spettatore deve rimanere colpito, deve credere in essa. Non importa quanto sia artificiale l'impostazione, lo scatto deve persuadere degli individui ad indossare quegli abiti, utilizzare quel prodotto o accessorio, facendo loro la realtà della fotografia che stanno osservando. E’ rappresentazione di un certo stile di vita che sia glamour , un’accettazione sociale attraverso il più recente, il più costoso, o la più irraggiungibile chiave del successo.

Le opere dei fotografi di moda si possono considerare delle creazioni che vanno ben oltre il regno delle tendenze del momento. Essi sono dei veri artisti che spesso hanno subito le influenze di diverse correnti artistiche che riguardano l’arte in tutte le sue espressioni. Uno fra questi il celebre Edward Steichen che inizió la sua carriera nel 1925 collaborando con Vogue nel suo studio parigino. Non appena il suo stile si è evoluto, è cresciuto fino a comprendere i simboli architettonici della classicità greca che hanno caratterizzato le sue composizioni attentamente strutturate che rimandano alle tele del pittore surrealista Giorgio de Chirico. Lo stesso vale per il suo collega e amico Horst P. Horst, che puó vantare una formazione di tutto rispetto da attribuire niente di meno che all’architetto modernista Le Corbusier. Creatore di alcune delle fotografie piú famose di Vogue,le immagini di Horst presentano complesse strutture di grazia con un uso impressionante dell’ombra spesso caratterizzate dalla sua firma dagli effetti trompe-l'œil.

Il leggendario editore Condé Nast, responsabile del successo delle carriere di svariati fotografi che sono stati lanciati dalle pagine dei suoi giornali, uno fra i tanti Vogue. Il primo fotografo incaricato dalla società, nel 1914, fu il barone Adolphe de Meyer, seguito nei decenni successivi da luminari come lo stesso Edward Steichen, Man Ray, George Hoyningen-Huene, Cecil Beaton e Erwin Blumenfeld. L'editore divenne così un talent scout di talento che operava a New York, Parigi e Londra in laboratori di creatività, impiegando gli artisti desiderosi di catturare e mostrare le gemme di haute couture fino ai giorni nostri. A New York, Parigi, Londra o Milano, Deborah Turbeville, Bruce Weber, Peter Lindbergh, Ellen Von Unwerth, Corinne Day, Mario Testino, Steven Meisel, Nick Knight, Tim Walker, Miles Aldridge, Sølve Sundsbø o Willy Vanderperre, sono solo alcuni che hanno contribuito non solo alla storia delle riviste di moda, ma anche a quella della fotografia.

Con l'accesso senza precedenti agli archivi Condé Nast di New York, Parigi e Milano, la fotografa storica Nathalie Herschdorfer ha raccolto stampe originali e selezionato pagine di riviste per fornire l'opportunità unica di ripercorrere il lavoro di più di ottanta fotografi dall'inizio della loro carriera. Da Cecil Beaton fino a Guy Bourdin e Peter Lindbergh, Herschdorfer mette in mostra l’evoluzione di una produzione di lungimiranza, immagini innovative e artistiche che hanno saputo inventare nuove tecniche d'avanguardia, riadottate da altri generi fotografici.

A noi di Nerospinto piace e vi proponiamo questa mostra perchè non rappresenta solo moda, trattandola come un mero prodotto commerciale, ma un percorso fotografico che mette in luce un vero e propio stile di vita.

Fashion Photography

Fondazione Forma per la Fotografia, piazza Tito Lucrezio Caro, 1 zona Ticinese. Dal 17 gennaio al 7 aprile, costo del biglietto euro 7.50, tutti i giorni dalle 10 alle 20.

Se qualcuno fosse interessato ad approfondire l'argomento qui il libro della curatrice: Fashion. Un secolo di straordinarie fotografie di moda dagli archivi Condé Nast, Herschdorfer Nathalie, Editore Contrasto DUE.

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Mercoledì, 16 Gennaio 2013 02:24

Why we love only great wine

"L’aria è splendente, oggi: che meraviglia! Senza morsi né speroni né briglia ce ne partiamo a cavallo del vino verso un cielo incantevole, divino."

(Charles Baudelaire)

Versi che celebrano la vita ripercorrendone i piaceri, tutto ció che un bicchiere puó evocare se al suo interno è racchiuso dell’ottimo vino. Capace di inebriare lo spirito e scaldare il cuore si è da sempre rivelato una sorprendete fonte d'ispirazione per poeti, artisti e pittori.

Protagonista per eccellenza delle più antiche tradizioni pagane in onore del dio Bacco, sovrano dell’estasi e dell’inibizione, il vino ha il potere di riempire l'anima di ogni verità, di ogni sapere, di tutta la filosofia, così come lo descriveva il celebre scrittore rinascimentale Francois Rabelais. Se solo facessimo attenzione alla sua etimologia scopriremmo che non a caso la parola vino deriva dal sanscrito "vena", amare: così come l’amore avvolge e riscalda il cuore il vino può rivelarsi un balsamo penetrante per la mente la cui assunzione nella sua forma più nobile, rende gli uomini simili a degli Dei della Grecia antica.

Rilassate il corpo e isolatevi dal resto del mondo, mettete alla prova i vostri sensi e preparatevi ad un nuovo viaggio attraverso un percorso di degustazione.

Si inizia ascoltando il suono del tappo che viene estratto dalla bottiglia e da quello del vino che viene versato nel calice. Apprezzate le sue sfumature così come si presentano ai vostri occhi e dopo averne identificato il colore fatelo roteare leggermente cercando di percepire la sua densità attraverso gli "archetti" che disegna sul bicchiere, più questi saranno densi, più il vino che andrete ad assaporare sarà alcolico. Avvicinando il bicchiere al naso e chiudendo gli occhi fatevi pervadere dalle fragranze floreali o fruttate che sprigiona e che sicuramente inizieranno ad allietare la vostra capacità olfattive. Ora passatevi un po’ di vino tra le labbra facendo attenzione alle sensazioni tattili come quella termica e quella della sua consistenza. A questo punto fate in modo che il nettare raggiunga la vostra lingua inspirando leggermente in modo da facilitare le vostre sensazioni gustative. Siete in grado di distinguere il dolce, il salato, l’amaro o l’acido che pervadono la vostra bocca e distendono le vostre membra? Siete finalmente entrati in contatto con il "corpo" del vostro vino, scopritelo a brevi sorsi intensi: non starete già più pensando ad altro che alle sue gradevoli note avvolgenti, all’intimità dell’abbandono che suscita in voi.

Fate attenzione peró, non tutti i vini sono degni accompagnatori di questo viaggio sensoriale. Dedicatevi solo a quelli che meritano di essere assaporati: solo il giusto vascello potrá condurvi attraverso il piacere dionisiaco che una leggera ebbrezza di vino puó regalare.

La redazione di Nerospinto ha scelto di ritagliarsi un paio d'ore alla ricerca di location e piccoli luoghi insoliti di Milano dove poter sorseggiare ottimi calici, raccomandiamo sempre un libro come piacevole compagnia.

A pochi passi dalla redazione segnaliamo, nel cuore del vecchio quartiere Bovisa in via Schiaffino 21, Cibo enò che si presenta come la giusta oasi del gusto cui approdare. Qui potrete incontrare il sapore di un eccellente vino da esaltare con le varie proposte del menù del giorno. Una vera nicchia del piacere dove potrete dedicarvi ad una degustazione guidata o ad una delle tante iniziative culturali che questa particolare enosteria offre.

Per chi ama il connubio vino e musica proponiamo Rosso Borsieri in via Borsieri 16, zona Isola, luogo ideale per concedersi un giusto momento di relax. Qui potrete godere dei sapori e dei profumi di un calice di vino o di champagne, tipico e Doc, dell’accurata selezione italiana di grande qualità, accompagnandolo a formaggi o salumi, il tutto sulle note della live music jazz.

Per i tradizionalisti, all’enoteca drogheria De Ponti in via Plinio 17, zona Loreto, si respira aria di tradizione. Questo luogo storico, in attività dal 1934 da ben tre generazioni, oltre ai vini, ai rum, alla selezione di whisky e birra rigorosamente artigianali, offre una vasta scelta di leccornie da gustare direttamente sul posto o trasformare in golose idee regalo. Dai dolci tipici milanesi a quelli che ripercorrono la tradizione delle varie regioni italiane, ai prodotti del pastificio di ottima qualità, alle farine, ai prodotti macrobiotici o a quelli esteri come il muesli inglese, tedesco o svizzero e molto altro.

Per chi invece oltre al gusto vuole anche appagare gli occhi a partire dal design degli interni al menu e alla carta dei vini senza peró rinunciare alla ricercatezza delle proposte, il risto bar Pisacco in via Solferino 48 è sicuramente la scelta che soddisfa le vostre esigenze. Aperto dallo scorso settembre, è il luogo dove potrete degustare ottimo vino accompagnandolo a piatti semplici, ma che non transigono sulla freschezza e la genuinità delle materie prime. Ottimo per una cena esclusiva dall’atmosfera elegante e curata nei dettagli ma rilassata.

Consigliamo sempre di scegliere con cura i vostri compagni di degustazione, nel caso ne siate sprovvisti vi consigliamo delle piacevoli alternative:

Compagno di sbronze (tratto da Erections, Ejaculations, Exhibitions and General Tales of Ordinary Madness, 1972) Charles Bukowski, Universale Economica Feltrinelli.

I fiori del male (Les fleurs du Mal) Charles Baudelaire.

I poeti del vino. Cinquanta secoli di poesia dall'epopea di Gilgamesh all'Ode al vino di Pablo Neruda, Giulio Caporali, Protagon Editori Toscani.

 

That’s why: life is too short for bad wine..

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Martedì, 22 Gennaio 2013 02:15

I tarocchi

Secondo Jung le lame dei tarocchi sono una rappresentazione degli archetipi.

Jung era un profondo conoscitore dei miti, delle leggende e delle letterature del mondo antico di tutte le culture. Pur non rinunciando mai a una metodologia scientifica, egli sapeva che la verità non può essere ridotta alla logica razionale.

La sua teoria prevede che, oltre l’inconscio individuale ricco di pulsioni represse e di desideri infantili che cercano di manifestarsi nonostante la censura dell’io cosciente, esiste un magma indifferenziato, un mare primordiale, nel quale fluttuano tutte le energie della specie umana e che chiamò inconscio collettivo.

Esistono nuclei di energia che si esprimono in immagini emblematiche, simboliche di qualcosa che va oltre la semplice umanità e che lo possono mettere in sintonia con un mondo oltremondano facendogli scoprire di avere in sé qualcosa di autenticamente superiore.

Questi simboli egli li chiamò archetipi e hanno una importanza fondamentale nell’attività onirica e quindi nell’interpretazione dei sogni che non sono più solo espressione di desideri repressi come spiegava Freud. Peraltro Platone aveva già parlato di “Idee” la cui sede è nell’iperuranio di cui ogni cosa sulla terra è solo un riflesso. Platone scriveva che non si impara qualcosa di nuovo ma la si “ricorda”. Questi simboli o nuclei divini sono propri di tutta l’umanità anche se, in alcuni casi, mutano nei tempi e nelle culture. Quindi, una realtà oltremondana viene tradotta in un’immagine che può essere interpretata.

I tarocchi, come I Ching cinesi, peraltro, fanno parte di questi archetipi e parlano un linguaggio di forme, figure, colori e numeri che ci comunica qualcosa quasi nostro malgrado. Possono suscitare, cioè, in noi una nuova metodica di conoscenza che non è più logico-razionale ma intuitiva- emozionale. Essi,quindi, sono utili per la meditazione e la concentrazione atte a far affiorare dal nostro inconscio comprensioni che non sono alla portata del nostro io cosciente.

Questo contatto con questa comprensione profonda avviene in modo oscuro e strano e necessita o di forti predisposizioni individuali o di un allenamento continuato. Ma ciò è alla portata di tutti.

La resistenza maggiore è data proprio dalla nostra abitudinaria razionalità che non può e non vuole dare peso a queste sciocchezze dipinte o stampate su carte da gioco. Eppure la facoltà di penetrazione si attiva con l’uso. Come ognuno sa anche i centri cerebrali si attivano o si disattivano a seconda dell’uso che se ne fa di essi. Come nel mondo artistico, una pura razionalità dà luogo solo a imitazioni. Il frutto artistico è sempre legato a una sorta di equilibrio fra invenzione e azione conveniente. Così l’arte o la meditazione sui tarocchi è altrettanto valida solo nel corretto bilanciamento fra le qualità dell’emisfero destro e quello dell’emisfero sinistro, quello creativo e quello logico. In tal modo, il contatto con il mondo della comprensione intuitiva potrà affinarsi nell’uso e nell’esperienza.

Tratto e condensato da uno dei capitoli del libro

Tarocchi Psicologici” di Maurizio Cusani Nuova Ipsa Ed 2011

Per gli amanti dell'arte e per chi vuole lasciarsi sedurre da questo mondo misterioso, segnaliamo la mostra“Il segreto dei segreti. I tarocchi Sola Busca e la cultura ermetico-alchemica tra Marche e Veneto alla fine del Quattrocento” in corso presso la Pinacoteca di Brera –con durata fino al 17 febbraio 2013.

Orari: 8.30-19.15 da martedì a domenica

Ingressi: € 10 /€ 7

Info: tel. 02/72263.257

Catalogo: Skira editore

www.brera.beniculturali.it

 

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Martedì, 22 Gennaio 2013 02:28

Santo Barbaro - Navi (Cosabeat, 2012)

Santo Barbaro non è uno straniero crudele e incivile, in relazione con qualche divinità non meglio (ri)conosciuta; piuttosto per via della ripetizione in barbaro (il doppio bar) potremmo rappresentarcelo come un suono rozzo ma divino. Diciamo che come definizione può anche starci. I Santo Barbaro sicuramente sono un gruppo, capitanato da Pieralberto Valli (voce, basso) e sostenuto da Franco Naddei (synth e manipolazione sonora), Davide Fabbri (synth) e Enrico Mao Bocchini (batteria).

“Navi” è il terzo disco, preceduto da “Mare Morto” (autoprodotto nel 2008) e “Lorna” (Ribess Records, 2010), prodotto dallo stesso Naddei sotto il nome della Cosabeat Studio mentre le illustrazioni che impreziosiscono l’artwork sono di Toni Demuro. Questa volta sembra proprio che i ragazzi abbiano centrato l’obbiettivo: i versi sono delle reali fitte al cuore, il cantanto è un sussurro vicino alle declamazioni teatrali, che si appoggia perfettamente a un bordone frastagliato e che a volte parte in crescendo emozionali.

Non c’è più una ricerca al riferimento, non si deve più pensare a chi potremmo accostare i Santo Barbaro (El Muniria & Brusaschetto in salsa elettronica di Fabio Orsi? Tanto per rimanere in Italia) perchè quello che adesso si deve fare è poter affermare: questi sono i Santo Barbaro, punto.

Sicuramente non sarà stato un lavoro semplice per il gruppo: questi equilibri sono difficili da trovare ma soprattutto risultano complicati da collocare, sia a livello musicale che discografico.

Veniamo però alle canzoni (finalmente). “Urania” è un gioco di contrasti, musicali e visivi, ben posizionato come apripista. “Terzo Paesaggio” è il primo singolo estratto e con un ritmo ipnotico ci sostiene nella pianura arida resa più ospitale da un semplice respiro/ricordo. “Prendi me” inizia con un piano, qualche rumorino e poi archi, così una semplice preghiera prende il volo a pieno ritmo. “Tempesta” è semplicemente perfetta, la voce cresce con la musica stessa in pulsioni electro ben assestate. “Nove Navi” chiude questi viaggi sonori con un trip-hop, lievemente destrutturato, e con queste parole “...portami altrove, se il cuore non fosse così poco visibile, se il vento non fosse così difficile da spingere altrove, altrove, altrove...”.

Un ottimo album, tanto da posizionarsi automaticamente nelle mie preferenze musicali per l’anno che si è appena concluso: ricco di parole, di visioni e di suoni che riescono a interagire perfettamente, portando grande interesse e coinvolgimento in chi ascolta.

 

Tracklist:

01. Urania

02. Quercia

03. Terzo passaggio

04. Transit

05. Non sei tu

06. Prendi me

07. Il corpo della pioggia

08. Tempesta

09. Io non ricordo

10. Nove navi

 

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Andrea Facchinetti

 

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Martedì, 22 Gennaio 2013 01:48

La 'Non' Classifica degli Album del 2012

In tanti tirano le somme alla fine dell'anno. Molti cercano di capire chi è stato il migliore e quali andranno poi a seguire; l'elenco di una possibile classifica può essere generale al massimo, divisa per genere oppure con la sfida classica tra Italia e resto del Mondo. Io non voglio creare nessun podio (i titoli saranno in ordine alfabetico e vogliono essere solo dei consigli sinceri) o fomentare sfide internazionali ma separo comunque gli italiani da tutti gli altri (in due liste da dieci) perchè ci sarà chi avrà pensato: non esiste più niente di nuovo, di alternativo o di valido nel bel Paese. Vediamo allora.

Per il resto, buona 'scoperta' e mi raccomando, non fermatevi solo sugli hype del momento.

Italia:

Dargen D'Amico – Nostalgia Istantanea (Giada Mesi)

Diaframma – Niente di Serio (Self Released)

Drink to Me – S (Unhip Records)

Father Murphy – Anyway Your Children Will Deny It (Aagoo Records)

Iori's Eyes – Double soul (La Tempesta International)

La Morte – s/t (Corpoc / Anemic Dracula)

Melampus – Ode Road (Locomotiv Records)

Santo Barbaro – Navi (Cosabeat)

Sycamore Age – s/t (Santeria)

Xabier Irriondo – Irrintzi (Phonometak Labs)

 

Mondo:

Beak> - Beak>> (Invada)

Fiona Apple - The Idler Wheel... (Epic)

Goat - World Music (Rocket)

Godspeed You! Black Emperor – Allelujah! - Don't Bend - Ascend (Constellation)

Jherek Bischoff – Composed (Leaf)

Melody's Echo Chamber – s/t (Fat Possum)

Rue Royale – Guide to an Escape (Sinnbus)

Scott Walker - Bish Bosch (4AD)

Swans - The Seer (Young God)

Ty Segall – Twins (Drag City)

 

Andrea Facchinetti

 

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Martedì, 22 Gennaio 2013 01:43

Poeta intrappolato in un cuore di donna

“Mio amato, sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere.” (Virginia Woolf)

Figlia di uno scrittore e di una modella, Virginia Woolf fu educata in casa come voleva la tradizione vittoriana, a contatto con alcuni dei maggiori esponenti della letteratura inglese del suo tempo come T. S. Eliot e Henry James. Fu presto evidente ai genitori e agli illustri visitatori di Hyde Park Gate 22, che Virginia avesse un particolare talento per la narrativa e la poesia con una spiccata inclinazione ad acute osservazioni di natura critica. Vittima di abusi da parte dei fratellastri e ben presto orfana, Virginia cadde in depressione e prima dei vent’anni tentò il suicidio. Da qui iniziò una serie di episodi psicotici che, purtroppo, caratterizzarono tutta la sua esistenza. Da una parte la Woolf fu una donna estremamente forte e caparbia, fondò insieme ai fratelli Toby e Vanessa il Bloomsbury Group, circolo letterario che, con le sue “Serate del giovedì”, dettò cultura nella Londra dei primi anni del 1900, fondò con Leonard Woolf, suo marito, la Hogarth Press, casa editrice di autori quali Svevo, Freud, Eliot, Joyce, Mansfield, militò tra le Suffragette, insegnò alle operaie delle periferie a leggere e scrivere con corsi serali gratuiti.

Dall’altra parte fu una donna fragile e instabile, vittima di un continuo disagio nei riguardi della sua epoca della quale non si sentì mai partecipe. Vivendo in un continuo stato di inadeguatezza e depressione tentò il suicidio ripetutamente fino a togliersi definitivamente la vita, nel 1941, a Rodmell nel Sussex, annegandosi in un fiume.

Grande fu la produzione letteraria di Virginia Woolf: il suo capolavoro, Mrs. Dalloway, divenne manifesto delle donne di una intera epoca. La Woolf era schietta, sincera, metteva sulla carta le preoccupazioni e le paure di tutte le donne, senza veli, vergogne o ipocrisie. Era facile immedesimarsi nelle sue opere anche se di difficile comprensione e di estrema difficoltà critica. Quante volte, leggendo To the lighthouse, abbiamo percepito la malinconia di Mrs. Ramsey, che mentre cuce un paio di calze per un bambino riflette sulla sua intera esistenza, sugli errori, i rimpianti, le debolezze e le oscurità dell’animo femminile. Quella malinconia è la stessa di ogni donna, che immersa nella quotidianità, mentre decide che caffè prendere al supermercato o aspetta la metropolitana, ha una mente inarrestabile e instancabile, un flusso di pensieri costante e violento.

La Woolf fu una pioniera, una dona in grado di stare fra gli uomini e comportarsi come loro, (ebbe anche una relazione omosessuale), una donna che mantenne la sua sensualità e particolare bellezza senza però abbassarsi alle convenzioni che relegavano la figura femminile in un angolo. Volubile e estremamente sensibile odiava gli uomini per il loro ruolo prevaricante e dominatore all’interno della società, ma non poteva fare a meno di confrontarsi con le loro menti brillanti e vivaci, di sottrarsi al loro richiamo carnale, di volerne capire la natura.

Noi di Nerospinto abbiamo scelto Virginia Woolf per la sua contemporaneità e perchè amiamo gli eroi romantici, per il suo impegno libertario a favore dei diritti civili e per la parità dei sessi. Siamo rimasti affascinati dalla sua capacità di intessere amicizie durature con donne originali come quella con Vita Sackville West, con la quale ebbe una intensa relazione tale da ispirarla per la stesura del capolavoro Orlando.

Nerospinto consiglia inoltre la lettura dei libri

Thomas Szasz “La mia follia mi ha salvato”. La follia e il matrimonio di Virginia Woolf”, a cura di S. Petrilli, Spirali Editore, 2009

Richard Kennedy, “Avevo paura diVirginia Woolf”, Guanda, 2009

e la visione dei film:

The Hours, di Stephen Daldry, basato sul romanzo di Michael Cunningham. Con Nicole Kidman, Meryl Streep e Julianne Moore. 114 min, 2002

Orlando, di Sally Potter, basato sul romanzo di Virginia Woolf. Con Tilda Swinton. 93 min, 1992

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Martedì, 22 Gennaio 2013 01:40

Paolo Giordano

Ho incontrato Paolo Giordano la prima volta qualche anno fa, a San Giorgio Lomellina, in una sala gremita all’inverosimile per un incontro con l’autore organizzato dalla biblioteca locale. Era uscito da poco il suo primo romanzo, La solitudine dei numeri primi, e mi diede l’impressione di un ragazzo un po’ timido e impacciato, in imbarazzo davanti a quella grande quantità di gente venuta per ascoltare proprio lui. Rispondeva alle domande dell’intervistatrice con semplicità e chiarezza, quasi scusandosi del successo del suo libro. Ricordo di aver pensato che solo un giovane poteva scrivere in modo così attento e coinvolgente di altri giovani, solo un giovane poteva descrivere così bene le angosce di due giovani problematici come Mattia e Alice. Perché Mattia e Alice sono due giovani ‘speciali’, privi delle difese naturali necessarie per vivere nella società moderna e con i moderni coetanei. Mattia è un autistico ad alto funzionamento, un genio matematico che non riesce a stabilire rapporti normali con le persone che gli stanno intorno e che si porta dentro un grande segreto che pesa come un macigno: la scomparsa della sorella gemella handicappata che lui ha lasciato da sola in un parco quando erano bambini. Alice è prigioniera delle aspettative di un padre insensibile ai suoi bisogni e alle sue paure, e, soprattutto, inconsapevole del fatto che sua figlia sia caduta nel baratro dell’anoressia.

Mattia e Alice sono destinati ad incontrarsi, ma come due numeri primi gemelli, separati da un solo numero e quindi “vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero”. Le loro anime si cercano e si desiderano per tutto il libro, ma la loro condizione non permette loro di trovarsi davvero, ognuno rimane chiuso nella sua solitudine, che nessuno riesce a spezzare. Un libro che per certi versi non offre alcuno spiraglio di speranza, nessuna possibilità di felicità a chi è diverso, nessuna medicina da parte del tempo.

Ho rivisto Paolo Giordano il 28 ottobre scorso durante la trasmissione Che tempo che fa, mi è parso più maturo, sicuro di sé davanti alla telecamera, l’accento torinese era meno marcato. Anche il suo nuovo romanzo è un romanzo che parla di maturità e di maturazione, del passaggio dalla giovinezza all’età adulta, che qui avviene in modo inesorabile e traumatico. Il corpo umano è un romanzo nato durante i due reportage che Giordano ha fatto in Afghanistan per Vanity Fair, un romanzo di guerra combattuta contro un nemico e di guerre combattute contro sé stessi. I protagonisti de Il corpo umano sono ancora giovani: un gruppo di militari ventenni che partono per la missione in Afghanistan e vengono assegnati ad uno sperduto e pericoloso avamposto nel Gulistan, un recinto di sabbia in mezzo al nulla.

In un’atmosfera di noia angosciante, che ricorda Il deserto dei Tartari, i militari saranno sospesi in un silenzio assoluto, rotto solo dai rumori del loro corpo, e dovranno fare i conti con le loro speranze, con le loro paure e con i problemi che hanno lasciato in Italia. Alla fine del libro, al loro ritorno, avranno irreversibilmente attraversato la linea sottile che separa la giovinezza dall’età adulta e saranno persone nuove.

Questo seconda opera di Giordano, che esce cinque anni dopo la prima, fornisce la prova definitiva di come il ricercatore di fisica teorica sia in realtà uno scrittore adulto a suo agio con tematiche ed impianti narrativi diversi, abile a scandagliare il cuore dei suoi personaggi e a metterlo a nudo.

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Martedì, 22 Gennaio 2013 01:36

Marilyn, diva immortale. Come lei nessuna mai

Ci sono divi che non possono invecchiare e muoiono giovani. Basta pensare alla cosiddetta “maledizione dei 27 anni” che prende il nome dall'età in cui si sono spente stelle della musica come Jim Morrison, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Kurt Cobain, Amy Winehouse e tante altre, o al terribile schianto che nel '55 si porta via il 24enne James Dean. In tutti questi casi la morte precoce è l'ultimo atto di vite spremute all'eccesso.

Marilyn è una storia a parte. Per quanto tragica, la sua fine a 36 anni non è l'epilogo di un'esistenza inquieta (che pure ha avuto), ma l'evento che rende la sua immagine eternamente giovane: un'icona di sensualità ingenua penetrata nella memoria visiva di tutti e per questo immortale.

Lo intuisce per primo Andy Warhol: proprio nel '62 comincia ad utilizzare la tecnica della serigrafia, e la scomparsa della diva nell'agosto di quell'anno lo induce a riprodurne il volto, tratto da una foto di scena del film Niagara, con infinite variazioni cromatiche (alcune esposte nell'agosto di quest'anno a Rimini).

La testa biondo platino è onnipresente, si separa dal corpo e dalla sua esistenza terrena, diviene uno dei simboli della Pop art, arte della gente comune; icona a disposizione di tutti, che vive al di là della Marilyn reale, come dice, un po' sprezzante, Warhol stesso: “Per me la Monroe non è altro che una persona fra tante altre. E riguardo alla questione se dipingere l’attrice in toni di colore così vivaci rappresenti un atto simbolico, posso soltanto rispondere che a me interessava la bellezza: e la Monroe è bella”.

Possiamo aggiungere: Marilyn è un'incarnazione della bellezza senza tempo. La pensa così Bertrand Lorquin, esperto d'arte, che nel catalogo della mostra con l'ultimo servizio fotografico della diva, “The last sitting”, con gli scatti di Bern Stern, da poco conclusasi al Forte di Bard, ha evocato i nudi di Botticelli, Rubens, Velazquez, Goya, Ingres e Manet, per attribuire alle plastiche curve della Monroe un posto nella storia dell’arte”.

La bellezza deve mostrarsi, mettersi a disposizione degli occhi della gente, ha bisogno dello sguardo del pubblico; e nel Novecento Hollywood fabbrica le immagini in cui ognuno può proiettare i propri desideri e vederli prendere forma. Marilyn è perfetta per questo meccanismo, come nessun'altra è mai stata o sarà dopo di lei, anche se, paradossalmente, ha il terrore del palcoscenico.

Per entrare nel mondo del cinema si schiarisce i capelli e si ritocca leggermente il viso, accentuando la morbidezza dei tratti. Il ruolo iniziale non può che essere quello stereotipato e diffuso della dumb blond, la bionda svampita: il suo modo di interpretarlo diventa unico, con quel mix di sensualità e dolcezza che raggiunge l'apice con “Sugar Kane”, la cantante capace di far girare la testa a Tony Curtis in A qualcuno piace caldo.

Ma sin dai primi successi quella parte le sta troppo stretta. Sogna personaggi drammatici, che le diano la possibilità di esprimere le proprie capacità di recitazione. La sua evoluzione invece non consiste nel diventare una grande interprete, ma qualcosa di più: supera lo stereotipo per trasformarsi in un simbolo incarnato.

Sulla scena è in grado di impadronirsi dello sguardo maschile. Il critico Laura Mulvey, nell'analizzare una celebre sequenza di ballo all'inizio de Gli uomini preferiscono le bionde, coglie l'essenza della sua performance: nel primo piano, benché in movimento, riesce a essere perfettamente in posa, come immortalata da un obiettivo fotografico. Questa capacità di esporre la propria bellezza con tale studiata naturalezza resta inimitabile: lo spettatore sogna che Marilyn sia lì solo per lui, dolce e sensuale allo stesso tempo.

Possiamo cogliere questa sensazione nello sguardo di Tom Ewell, rapito dal sollevarsi della gonna dell'attrice nella scena celeberrima di Quando la moglie è in vacanza. Possiamo immaginarla anche in John F. Kennedy, quando gli viene dedicata un'indimenticabile Happy Birthday, Mister President cantata con voce ammiccante in un abito color carne.

Anche Hugh Hefner, padre di Playboy, intuisce da subito l'unicità del suo sex-appeal e acquista i diritti di una foto senza veli dell'attrice, non ancora famosa, per la primissima copia della sua rivista. Poche parole le bastano per evocare intense fantasie: “La notte mi vesto solo di due gocce di Chanel numero 5”.

Questa è Marilyn, immortale al di là della sua vita reale. Sex-symbol nel senso più pieno del termine e consapevole di esserlo: “La gente non mi vede! Vede solo i suoi pensieri più reconditi e li sublima attraverso di me, presumendo che io ne sia l’incarnazione”.

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