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Sabato, 02 Febbraio 2013 15:13

A febbraio FESTA FUSAKO + HBKIDS

A partire dal 3 febbraio e per tutte le domeniche del mese Festa Fusako: spettacoli, incontri, laboratori per bambini. Un’iniziativa formativa coloratissima all’insegna di arte e cinema, realizzato grazie alla collaborazione tra MIC – Museo Interattivo del Cinema e HangarBicocca nell’ambito del progetto HbKids.

Progetto che ha avuto origine grazie alla pubblicazione in dvd della serie Naccio e Pomm di Fusako Yusaki inedita in Italia sia per l’home video che per la televisione, inserita nella collana “I Tesori del MIC” a cura di Fondazione Cineteca Italiana.

 

Festa Fusako parte al MIC domenica 3 febbraio alle ore 15.30, dove Fusako Yusaki introdurrà la proiezione della serie animata Naccio e Pomm, per proseguire, le due domeniche successive presso HangarBicocca, con il laboratorio di animazione “Facciamo un film con la plastilina”, che invita bambini e ragazzi realizzare con l’artista personaggi in plastilina filmati con la tecnica del passo uno per realizzare un breve film.

L’evento si chiuderà domenica 24 febbraio alle ore 15.30 al MIC, dove, alla presenza di Fusako, verranno proiettati i film realizzati dai bambini durante i laboratori HBKids oltre a episodi di Peo, Talpi e Naccio e Pomm.

BIO

Fusako Yusaki è nata nel 1937 in Giappone dove si è laureata in design creativo nel 1960. Ha partecipato a vari concorsi ottenendo premi e segnalazioni. Nel 1964, dopo aver vinto un concorso internazionale, si è stabilita a Milano dove ha frequentato l’Accademia di Brera e dove tuttora risiede.

Fusako Yusaki ha lavorato molto per la pubblicità (con i filmati del Fernet Branca ha vinto il Bagatto d’oro nel 1971) e poi come produttrice indipendente, ottenendo diversi premi nei festival internazionali. Collabora con televisioni europee e giapponesi realizzando sigle, cortometraggi e brevi serie. Ha collaborato con il Consiglio Nazionale delle Ricerche, Dipartimento Litosfera, realizzando dei film sull’origine dei terremoti. Ha lavorato anche nel settore industriale ed artistico per la decorazione di ceramica e piastrelle e tiene attualmente dei corsi di illustrazione tridimensionale presso l’Istituto Europeo di Design di Milano.

La sua statura d’artista è stata riconosciuta dall’invito ad essere membro di giuria dei più prestigiosi festival di cinema d’animazione, quelli di Annecy in Francia (1989), di Hiroshima in Giappone (1990), di Zagabria in Croazia (2000), di Espinho in Portogallo (2002) e di Wissembourg in Francia (2003).

Dal 2000 al 2007 Fusako Yusaki lavora alla serie tv per l’infanzia Naccio e Pomm che racconta, in 39 avventure di cinque minuti ciascuna, l’arrivo di due simpatici extraterrestri, appunto Naccio e Pomm, sul nostro pianeta. Si comporteranno come i bambini più curiosi e vivaci che si tuffano alla scoperta del mondo, della natura, degli animali come degli oggetti più quotidiani. La plastilina e i suoi colori primari sono gli elementi che trasformano la più semplice quotidianità in una sorpresa fantastica; che altro potrebbe fare di più il cinema? Non si capiscono le parole dei due extraterrestri, ma la musica, i gesti, gli sguardi dicono tutto di loro, come quando il cinema è nato. Ogni viaggio è un piccolo tesoro, un’esperienza da ricordare.

La serie completa dei suoi film è inserita nella collezione dello Hara Museum of Contemporary Art di Tokyo.

 

 

Calendario e scheda dvd Naccio e Pomm

Domenica 3 febbraio al MIC – Museo Interattivo del Cinema di Viale Fulvio Testi 121

15.30 Naccio e Pomm (Fusako Yusaki, Italia, 2012, 65’)

tredici episodi inediti in Italia e per la prima volta distribuiti in dvd della serie Naccio e Pomm, che vede protagonisti due extraterrestri arrivati sulla Terra con la curiosità di scoprire e conoscere il nostro pianeta.

17.30 Mille lune

Proiezione del remake del film Viaggio nella luna di Georges Méliés realizzato da piccoli attori, costumisti e scenografi a novembre durante il festival Piccolo Grande Cinema 2012. A seguire Antologia di film e cartoni animati sulla luna.

Fusako Yusaki sarà presente in sala per incontrare i bambini.

INGRESSO LIBERO

 

Domenica 10 febbraio - Ore 15.30 presso HangarBicocca – Via Chiese, 2 Milano

Domenica 17 febbraio - Ore 15.30 presso HangarBicocca – Via Chiese, 2 Milano

“Facciamo un film con la plastilina”, laboratorio a cura di Fusako Yusaki che realizzerà con i bambini personaggi in plastilina che verranno filmati con la tecnica del passo uno realizzando un breve film.

Segue scheda laboratorio.

 

Domenica 24 febbraio al MIC – Museo Interattivo del Cinema di Viale Fulvio Testi 121

15.30 Proiezione dei film realizzati dai bambini con Fusako Yusaki durante i laboratori HBKids.

Fusako sarà presente in sala per incontrare i bambini.

A seguire Episodi di Peo, Talpi, Naccio e Pomm.

INGRESSO LIBERO

 

 

Scheda del laboratorio

Domenica 10 febbraio - Ore 15.30 presso HangarBicocca – Via Chiese, 2 Milano

Domenica 17 febbraio - Ore 15.30 presso HangarBicocca – Via Chiese, 2 Milano

“Facciamo un film con la plastilina” (8-14 anni)

A cura di Fusako Yusaki

Partecipanti: max 20

Durata: circa 90 min

Fusako Yusaki realizzerà con i bambini personaggi in plastilina che verranno filmati con la tecnica del passo uno realizzando un breve film.

 

MODALITÀ D’INGRESSO AI LABORATORI

L’iscrizione ai laboratori è completamente gratuita, fino ad esaurimento posti, e deve avvenire esclusivamente tramite e-mail all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

I bambini iscritti dovranno parteciperanno a entrambe le domeniche di laboratorio.

Contatti e info

Mic,  pressoManifattura Tabacchi viale Fulvio Testi 121 Milano

telefono

02 8724 2114

Prenotazioni Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Didattica Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Informazioni Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Fondazione HangarBicocca

Via Chiese 2, 20126 Milano

T (+39) 02 66 11 15 73 F (+39) 02 64 70 275

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Il Lago di Como, chiamato anche Lario, da sempre è meta di artisti, letterati, registi di fama internazionale, tanto da essere diventato, negli anni, set di numerose e importanti pellicole cinematografiche.

Un paesaggio affascinante e magico, con borghi costruiti sulle sue sponde e città ricche di storie e cultura: Como, Argegno, Menaggio, Bellagio, Lecco.

Storia e Natura si intrecciano sul Lario: giardini e parchi del FAI, dimore storiche e ville d’epoca, monumenti del Razionalismo italiano, tesori d’arte e gioielli di natura per gli estimatori. Da Villa Olmo a Como, sede delle Grandi Mostre apprezzate in tutto il mondo, a Villa Carlotta, con i suoi giardini di camelie, nel borgo di Tremezzo, designato come uno dei Borghi più belli d’Italia. Bellagio con la sua splendida Villa Melzi, dimora privata del 1800, e i suoi giardini all’inglese arricchiti di sculture, piante esotiche, camelie,  azalee e rododendri giganti. Proprio davanti a Bellagio, sulla riva opposta, sul ramo del Lago di Lecco, si trova Varenna, piccolo borgo del 769 dominato dal Castello di Vezio. Nei dintorni si possono ammirare Villa Monastero e Villa Cipressi. Non possiamo dimenticare il paesino di Brunate che, con il suo Faro di San Maurizio, domina la città di Como. Brunate si può raggiungere sia in macchina che con la funicolare situata in Viale Geno, la via “dell’amore dei comaschi”.

Cultura, Natura e, ovviamente,  anche shopping e gastronomia. Ma osserviamo da vicino l’unicità della zona: Como, città romanica dalle vie interne e le mura storiche, offre boutique, showroom e negozietti caratteristici. Nelle sue piccole piazze, Piazza San Fedele e Piazza Volta, si può sorseggiare un drink ammirando le facciate dei palazzi, mentre nella piazza principale di Como, Piazza Cavour, nei tanti caffè che su di essa si affacciano, si vede il lago e la funicolare che sale verso Brunate.

Lecco, che anch’essa si affaccia sul lago, offre una splendida passeggiata lungo la riva e numerose caffetterie e bar, dove nel week end i lecchesi amano ritrovarsi con amici e familiari per un aperitivo prima di cena. Inoltre, lungo una delle principali vie del suo centro, via Filippo Turati, a incuriosire i turisti sorgono numerose boutique di marchi prestigiosi.

Infine, per gli amanti del cibo, tutte le città del Lario offrono una cucina tipica locale e una cucina tradizionale mediterranea: osterie, trattorie e ristoranti esclusivi da Cernobbio ad Argegno, da Bellagio a Varenna, da Menaggio a Colico.

Questo è il Lago di Como: un’oasi unica al mondo, ricca di cultura, natura, attività e folclore.

 

Sara Biondi

 

 

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L’utilizzo della plastica per creare complementi di arredo è stata una vera e propria rivoluzione: ha aperto le porte a una concezione più dinamica e innovativa dei materiali, ai materiali che si sottomettono al designer e non il contrario. Proprio per celebrare questa storia fatta di creatività e coraggio è stato scritto un libro “Kartell - The culture of Plastic”, che narra gli eventi che hanno portato la famosa azienda italiana a diventare una vera e propria auctoritas nel campo del design, vera pioniera dell’arredamento in plastica e dell’interior fitting. Fondata nel 1949 da Giulio Castelli, Kartell nata con l’intento di incarnare l’intuizione materica di Fontana, lo spirito innovatore del Futurismo e la voglia di osare. Una storia che è partita da un ingegnere chimico Giulio Castelli e che, anno dopo anno, ha collegato come un filo rosso i nomi di alcuni tra i più grandi designer al mondo, da Joe Colombo a Philippe Starck, da Gae Aulenti a Ettore Sottsass e poi ancora Marco Zanuso, Ron Arad, Antonio Citterio e Vico Magistretti. "Volevo fare qualcosa di nuovo con i nuovi materiali che il mercato stava rendendo disponibili, cercando di generare attraverso i miei prodotti bellezza, innovazione e soprattutto sorpresa”, dice il fondatore. Un libro importante arricchito anche da due saggi introduttivi: “I love Kartell” di Franca Sozzani, direttore di Vogue Italia, e “La cultura della plastica” di Silvana Annichiarico. Il libro è un viaggio nella storia del marchio condotto attraverso il contributo di storici, architetti, designer e responsabili di produzione di uno dei nomi che hanno reso l'Italia celebre nel mondo. Un must have da collezione e un esempio lampante del migliore sogno Made in Italy.
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Venerdì, 01 Febbraio 2013 13:22

DoroDesign: Aria

Noi di Nerospinto amiamo il design, l'arredo che si fonda all'arte per creare spazi sempre nuovi in declinazioni underground che ci fanno sentire vicini alle grandi metropoli europee. Amiamo la creatività esplosiva dei giovani, le idee che diventano azioni.

Viafarini ospita, in collaborazione con unconventionalproject, la passione, la sperimentazione e la ricerca di DORODESIGN , studio creativo fondato a Torino nel 2009 dai designer Dario Olivero (1984), e Stefano Ollino (1986). La loro esperienza e il loro dinamismo viene messo in mostra negli spazi di Viafarini DOCVA alla Fabbrica del Vapore. Un esperimento che unisce e interroga i processi creativi che regolano il mondo del design auto prodotto, l'arte e la ricerca.

La selezione di materiali semplici come ferro e acciaio porta alla creazione di prodotti domestici ispirati alla modernità e realizzati per spazi abitabili continuamente in evoluzione, concepiti per esaltare lo spazio e tutto ciò che lo circonda grazie al disegno lineare dei pezzi. Quello di DORODESIGN è un territorio sperimentale dove si svolge un’incessante ricerca di un assetto definitivo e allo stesso tempo all’avanguardia che trae ispirazione da ogni angolo del mondo.

"Questo incontro con lo studio DORODESIGN è dedicato ad a r i a, sua seconda serie di elementi d’arredo, firmata DOROLIFESTYLE; ed è concepito come indagine del processo di ideazione del prodotto e della sua introduzione nell’ambiente domestico. Rovesciando l’idea stessa di esposizione sono qui visibili due fasi della filiera produttiva, progettazione e utilizzazione: due attività, non un prodotto da contemplare. Come una maglia indossata al rovescio: ciò che è dentro è fuori e ciò che fuori è dentro, e l’etichetta compare in vista sul collo. In una cultura ossessionata dagli oggetti, è proprio il vuoto (l’aria), in quanto possibilità di movimento e di relazione, che contribuisce a determinare la qualità di uno spazio. L’elemento a r i a si relaziona al vuoto rivelandone l’ampiezza; ne precisa i confini lo rende manifesto, fruibile, vitale. Ogni elemento è un’unità di misura presso la quale il vuoto si emancipa da antimateria per divenire fondamento creativo della concezione DOROLIFESTYLE. A r i a, arreda, quindi, con il vuoto; con la sua struttura minima, mantiene e crea possibilità di movimento perché i vuoti si moltiplichino e nuovi movimenti siano possibili. E’ fatta per accogliere e restituire centralità alla natura sensibile dell’ambiente e alle persone che in quello si muovono e vivono. Quindi, l’arredamento si vuota per far posto alle persone, alle relazioni e alle idee. Gli elementi DOROLIFESTYLE sono progettati per approssimarsi agli altri oggetti e valorizzare il luogo in cui sono collocati; non per stupire, sedurre o soddisfare l’ego del designer (concentrando su di sé l’attenzione e occupando e richiedendo spazio). La semplicità dell’handmade nella concezione e nella produzione corrisponde ad un approccio attuale e avanzato. La sedia a r i a viene creata da un’unica bacchetta di ferro, tagliata e assemblata per formare il telaio. La seduta è realizzata da un unico foglio di acciaio. Nessuno scarto, nessuna sbavatura; come una quadricromia ben riuscita. Nessuna incongruenza teorica o formale ma corrispondenza netta tra progettazione, prassi costruttiva, forma e funzione. Come una sorta di Socle du monde domestico, a r i a è base vivace per chi desidera operare delle scelte libere per la costruzione del proprio luogo."

7-8 febbraio 2013 7 febbraio 2013, ore 18.30 - 21.00 INAUGURAZIONE con la presenza dei designer Dario Olivero e Stefano Ollino 8 febbraio 2013, ore 11.00 - 21.00 MOSTRA e OPEN DAY PRESS con la presenza dei designer sede: Viafarini DOCVA, via Procaccini 4, Milano progetto curatoriale: Francesca Fiorella e Pietro Spoto allestimento: studioliquido

 

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Giovedì, 31 Gennaio 2013 21:02

Le Miss Urania di Riccardo Schicchi

Per gli antichi greci “disegnare le prostitute”(porne,"prostituta" e γραφή, graphè, "disegno" e "scritto, documento”) e, di conseguenza, la rappresentazione esplicita di scene erotiche, aveva senz’altro lo scopo di indurre eccitazione sessuale nell’osservatore.

Diversi secoli più tardi Lèvinas affermava attraverso l’esperienza erotica emerge l’ultra-materialità della carne e che in essa non ci sono né persone né cose; la finzione reale della pornografia, del porno visuale, mette in scena la decostruzione del soggetto personale lasciando emergere il corpo carnale: la visione del porno produce nel corpo dello spettatore l’esperienza che mette in scena; tutti, pertanto, siamo toccati nella carne da ciò che in quel momento vediamo.

Riccardo Schicchi imprenditore e regista della pornografia nostrana, morto prematuramente il dicembre scorso, ha unito la visione di Lèvinas con la decadenza estetica di Miss Urania, personaggio presente nel romanzo, A’ Rebour di Joris Karl Huysmans .

Nel perfetto manifesto decadente dello scrittore francese il protagonista Des Esseintes, ad un certo punto della sua noia di vivere così blasé, viene attratto da un’acrobata del Nuovo Mondo: un’americana dal corpo atletico, dalle gambe nervose, la pelle satinata, i capelli biondi e una lunga frangia dritta. La trapezista più rinomata del circo, la cui la flessibilità e forza lo avevano sedotto al punto tale far convogliare tutti i pensieri del protagonista sulle sue labbra, aveva riportato, come una sorta di crasi, sul suo sorriso immutabile e fisso le intenzioni pruriginose dell’ammiratore che venivano da lui lette e rilette in un processo di carnale ossessione.

La creazione, più volte reiterata, da parte di Riccardo Schicchi di personaggi che fossero riconoscibili al pubblico stuzzicandone specifiche voglie; il tentativo di creare una “bambola” per il sesso e di conseguenza la sua naturale evoluzione in “pornostar”, molto si accosta alla visione estetica di Huysmans. L’elegante e fiera Moana Pozzi, la finta innocente Cicciolina, la motociclista Eva Orlowsky, Barbarella, fino ad arrivare alla porno-consorte Eva Henger, sono state cloni inconsapevoli di quella Miss Urania istrionica che, volteggiando sul trapezio, seduceva maliarda il ricco ammiratore.

Bambole atomiche create per amare uomini (e donne) provocavano la voglia democratica di trovarsi tra le loro braccia (e gambe): vittime consapevoli gli uomini voyeur che, gementi e sospiranti come una fanciulla clorotica per il massiccio Ercole, la cui forza potrebbe stritolare in un amplesso, si ritrovavano a frotte nei locali hard per assistere a performance live, ovvero, davanti alle loro televisioni con l’audio al minimo per non svegliare la moglie addormentata ed ignara in notti provinciali dal gusto trasgressivo. Le Miss Urania contemporanee create da Schicchi riuscivano, pertanto, a capovolgere, i sedimentati ruoli del sesso.

Il personaggio Riccardo Schicchi ha cambiato i contorni del mondo dell’erotismo dando una definizione ben precisa alle donne/personaggio che creava e che lavoravano con lui; tutte avevano una personalità intorno alla quale si creava il film, erano disegni precisi, sogni studiati e quasi rivoluzionari.

L’idea del porno di Schicchi, portato alla ribalta dal suo esercito di Miss Urania nella prima metà degli edonistici anni ‘80, ha dato al mondo della pornografia, nel decennio precedente relegato alla pirateria e alla clandestinità, la possibilità di vedere la luce; Lèvinas ringrazia e per quanto ci riguarda, continuiamo a perpetrare il nostro ruolo di estetici Des Esseintes rimanendo nel limbo di quel corteggiamento preliminare e lezioso delle attrattive agili e potenti di tutte le donne di Riccardo.

Nicola Überflüssig Reznik

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Venerdì, 08 Febbraio 2013 16:17

CKCD Party...Cappellaio Matto

Nel club più esclusivo di Milano, circondati da Water importati dalla reggia di Versailles (non fate caso all'anacronismo), carta igienica in seta pregiata, lavatrici di ultima generazione della Rex, marshmallow recuperati dal set di"Maria Antoinette" della Coppola, oggi, Venerdì 8 Febbraio, prende vita una serata fuori dagli schemi, al Toilet Club, ovviamente.

Ricordate il bosco in cui Alice sorseggia il suo tè con il Bianconiglio e il Cappellaio Matto? Ecco, il suo cappello, è il tema della serata. Conciatevi, abbigliatevi come meglio credete. Unico accorgimento: siate Fantasy, siate Horror, mettetevi un semplice brutto cappello, alzate le vostre terga e conducetele al Toilet.

Per darvi un aiutino, la redazione propone: Gandalf, magari da abbinare ad un bastone, Robin Hood, abbinabile con un arco, o, se volete scatenare il vostro animo trash, buttatevi su uno o più cappelli sfoggiati dalla regina Elisabetta, lei se ne intende di trash.

Per il resto: Dj set by Japi CoolKidsCan'tDie, una certezza.

info utili

INGRESSO GRATUITO con tessera ARCI, ARCIGAY, ARCILESBICA, UISP

 www.circolotoilet.it

Costi tessera Arci: 13 €

Bibite 3 €, cocktail 7 € 

TOILET CLUB

via Lodovico il Moro 171, Milano

Francesco Zingaro

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Giovedì, 31 Gennaio 2013 16:44

We love Japan & Sushi

Siete dei veri cultori del sushi o osate definirvi esperti conoscitori di questo eccezionale piatto nipponico? Allora non rimarrete stupefatti se noi di Nerospinto, a cui piace indagare su ció che amiamo svelandone i segreti, vi dicessimo che in realtà è una tradizione culinaria nata non in Giappone bensí in Cina. Neppure se vi raccontassimo che la parola sushi etimologicamente non si riferisce alla comune combinazione riso pesce ma solamente al riso fatto bollire con il classico aceto di riso o che mangiare con le mani in realtà non sia peccato …

[ABOUT HISTORY]

Ma andiamo per ordine e cerchiamo di fare un po’ di chiarezza iniziando dalle misteriose origini di questa elegante e raffinata pietanza. Anche se il sushi è più comunemente legato al patrimonio culinario giapponese, i suoi albori ci portano invece nella Cina del 7 ° secolo. A quel tempo il pesce doveva essere preservato  secondo un valido metodo di conservazione e uno fra i pochi possibili per i mezzi dell’epoca era la fermentazione. Il pesce crudo veniva perció pulito e tagliato a filetti, pressato fra strati di sale e delle speciali pietre poi ricoperte da un panno e infine conservato per un paio di mesi. Nel corso del tempo si è poi cominciato ad arrotolarlo nel riso imbevuto di aceto accorciando in questo modo i tempi di fermentazione da mesi a giorni al termine dei quali il riso veniva gettato e il pesce era pronto per essere mangiato. Solo in seguito, a causa della siccità e della scarsità di cibo, la gente cominciò a consumarlo insieme al riso di conservazione dando vita al mama-nare zushi ancora ben lontano dal sushi come lo conosciamo oggi.La versione che piú si avvicina all’attuale è infatti quella che risale al 1820 quando un uomo di nome Hanaya Yohei di Edo, l’odierna Tōkyō, approfittando della più moderna fermentazione veloce che prevedeva l'aggiunta di aceto e sale al riso cucinato e lasciato riposare per qualche minuto, nella sua bancarella ha iniziato a servirlo accompagnato da delle sottili fettine di pesce crudo appena pescato dando vita ad un vero e proprio business culinario. Il "fast food" sushi di Yahei è infatti diventato un successo frequentato da un flusso costante di clienti che andavano e venivano attraverso il fiume Sumida  facendo del Nigiri un nuovo standard apprezzatissimo della cucina giapponese. La sua storia ha attraversato secoli di tradizione orientale e la sua preparazione si è evoluta nel tempo fino ad arrivare a conquistare anche i palati occidentali: sarebbe stato difficile per un sushi maker conservatore creare tutti i vari tipi di sushi che conosciamo e che sono frutto della recente versione occidentalizzata come i gustosissimi california rolls o tempura rolls impensabili ai tempi di Yohei.

Questa genuina prelibatezza che non ha nulla a che invidiare alla tradizionale cucina mediterranea, porta con sé non solo il gusto del Sol Levante ma anche gli usi a tavola dei giapponesi che sono molto diversi se non opposti rispetto ai nostri: alcuni potrebbero addirittura risultare di cattivo gusto. Per questo Nerospinto invita i veri amatori del sushi a scoprire qualche accorgimento essenziale in stile giapponese..

[ABOUT ETIQUETTE]

Innanzitutto non vi sentiate persone scortesi ad usare oltre alle bacchette, che non andranno mai conficcate nel cibo, anche le mani: i commensali esperti di tradizione culinaria giapponese non storceranno di certo il naso di fronte a questa pratica "insolita’". Nemmeno se iniziaste a consumare zuppe, tè caldo e noodles in maniera rumorosa, è infatti un’usanza comune in Giappone che indica apprezzamento del cibo oltre che un valido metodo per raffreddarlo. Nel servirsi dai piatti da condividere bisogna usare le proprie hashi, ovvero le bacchette, ma girandole in modo da utilizzare le estremità “pulite”, quelle che non si portano alla bocca. La soia deve sempre essere versata in un piattino a parte e utilizzata per immergere il pesce e non il riso, questo significa ribaltare il vostro roll a testa in giù così come dovrebbe entrare nella vostra bocca, ovvero con il pesce che deve essere il primo a raggiungere le vostre papille gustative. Nei ristoranti di alta qualità lo chef riporrà nel vostro piatto quella che crede sia la giusta quantità di wasabi per la porzione ordinata, applicarne di più non solo altera il gusto del pesce, ma potrebbe essere visto come un insulto così come lasciare cibo nel piatto. Piatti, tazze, scodelle per le zuppe e bicchieri per il sake non dovrebbero mai essere riempiti fino all’estremità, è considerata cattiva educazione e non stupitevi se si presentano in tavola con forme e colori differenti poiché usare un solo servizio di piatti, cosa che per noi potrebbe risultare elegante, non è la consuetudine e senza dubbio fa del sushi un piacere oltre che per il palato anche per gli occhi. Mai porgere ai commensali il cibo con le bacchette ma solo passando il piatto, cosa che dovrete fare usando entrambe le mani. In Giappone infatti amano condividere sia il sushi che le bevande, ma ricordate di servire da bere prima agli altri che poi sicuramente ricambieranno il gesto. Un bicchiere vuoto vuol dire che si gradirebbe un’altro drink, se non si desidera altro mai lasciarlo vuoto.

[ABOUT RESTAURANTS]

Ora che conoscete l’etiquette della cucina giapponese, vi invitiamo a gustarne le prelibatezze seguendo i nostri consigli. Nerospinto ha per questo scovato per voi due veri angoli di Giappone anche a Milano.Il primo per un pasto da consumare "in fretta", ma che non vuole rinunciare all’eccellente qualità è Poporoya, un must del sushi in via Eustachi 17, un luogo piccolo ma accogliente che ricorda molto la formula del classico fast food giapponese. Non accetta prenotazioni e alle volte la fila sembra essere interminabile soprattutto se ci si torna per la seconda volta e si ha ben in mente la lussuria del cibo che si andrà ad assaporare. Ma senza dubbio ne vale l’attesa, vi innamorerete dei suoi piatti, forse i più gustosi che possiate mai assaggiare a Milano. Se invece siete alla ricerca di un ristorante che oltre alla qualità punta ad un’ambiente più rilassato e meno ‘’rustico’’, Kanji in via Fabio Filzi 10, ripropone la magia del Sol Levante sia nei piatti che nell’atmosfera gradevolmente suggestiva, un luogo esclusivo dove potrete gustare le migliori specialità nipponiche che stimolano il vostro palato, i sensi e la mente. Godetevi il vostro sushi accompagnandolo a dell’ottimo vino bianco..

"Kampei!"

Alessandra Sporta Caputi

Giovedì, 31 Gennaio 2013 19:00

Tim Burton Mr. Nerospinto

Chi potrebbe essere più Nerospinto del re del gothic movie Tim Burton? Il regista californiano torna nelle sale italiane con un lungometraggio d’animazione in bianco e nero realizzato in stop motion, Frankenweenie. In realtà quest’ultimo lavoro è il risultato di un’idea che Burton ebbe nel 1984 e che solo oggi è riuscito a portare a compimento. Film 100% Burton, quasi una summa di tematiche e stile che hanno caratterizzato l’estroso regista per tutta la sua produzione. Da BeetleJuice (1988) a Dark Shadows (2012) Tim Burton ha collezionato successi e debacle rimanendo sempre fedele ai dettami del suo fare cinema. Non a caso si ripete spesso nella scelta dei suoi attori e delle sue tematiche: il regista si è creato un mondo e in quel mondo vuole rimanere. I suoi film sono la sua casa: in essi si riconosce, si sente a suo agio, si nasconde nelle sue scene per non comparire sulle cronache mondane di L. A.. Ma proprio l’introversione del regista e la sua riconoscibilità estetica ne fa un’icona per milioni di fan. Tematiche, stilistica e cast sono le categorie che Tim Burton riproduce in ogni suo film. I protagonisti sono emarginati sociali, spesso bambini, dotati di un carattere particolare che li rende “strani” agli occhi della maggior parte delle persone, soffrono quindi di solitudine e spesso temono di essere dei folli. Da qui ne deriva uno stile dark, gotico-fiabesco, a volte declinato nel lungometraggio d’animazione, spesso in bianco e nero, altre volte accostato a una tecnica cinematografica tradizionale, priva di effetti speciali, ma con trucco e scenografie esagerate ed eccentriche. Tuttavia sono gli attori il vero feticcio burtoniano: dal celeberrino Johnny Depp, con il quale ha collaborato ben otto volte, dal primo Edward mani di forbici all’ultimo Dark Shadows, passando per i pesonaggi di Willy Wonka e Sweeny Todd, ad alcune donne-musa come Michelle Pfeiffer, Winona Rider, Eva Green e la compagna di vita Elena Bonham Carter. La vera capacità di Burton è quella di saper parlare un linguaggio trasversale a tutte le età del pubblico che lo segue: i cartoni animati non sono abitati da animaletti carini e dai grandi occhi blu, sono piuttosto spaventosi e parlano di morte, amore, perdita, solitudine, indifferenza, colpendo profondamente anche il pubblico adulto. Viceversa accade per i film, che pur non essendo destinati ai piccoli sono sempre apprezzati perchè divertenti, ironici, scanzonatori e caratterizzati da personaggi stravaganti e coloratissimi. Noi di Nerospinto amiamo la dualità del regista californiano: amiamo essere bambini e perderci nei suoi lavori, ma amiamo anche riflettere sulle problematiche che almeno una volta nella nostra vita ci hanno colpito e fatto soffrire. Amiamo genio e sregolatezza. Amiamo i suoi capelli spettinati e la sua aria da pesce fuor d’acqua. Insomma, di Burton amiamo pressochè tutto.

Consigliamo la lettura del libro “Morte melanconica di un bambino ostrica e altre storie” dello stesso Tim Burton, pubblicato in Italia nel 1998 dalla casa editrice Einaudi, tradotto da Nico Orengo.

A Milano e dintorni “Frankenweenie” è nelle seguenti sale:

Cinema Arcadia, Melzo 20066 Via Martiri della Libertà

ore, 20.10

Cinema Arcadia, Bellinzago Lombardo 20060 Strada Padana Superiore, 154

ore, 17.35

Cinema Le Giraffe Multisala, Paderno Dugnano 20037 Via Brasile, 4/6

ore, 16.40, 18.30

Cinema Odeon 5, Milano 20121 Via Santa Radegonda, 8

ore, 12.45, 11.50, 13.55, 16.00, 18.10

Cinema Skyline Multiplex, Sesto San Giovanni 20099 Via Milanese, 1

ore, 17.40

The Space Cinema, Rozzano 20089 Corso Sandro Pertini, 20

ore, 14.40, 17.00, 19.15

UCI Cinemas Bicocca, Milano 20126 Viale Sarca, 336

ore, 15.10, 17.30, 19.40

UCI Cinemas Certosa, Milano 20157 Via Giorgio Stephenson, 29

ore, 17.10

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Quale miglior occasione di San Valentino per svelare le vostre abilità nascoste in cucina?

Nerospinto vi presenta una ricetta semplicissima creata con gli ingredienti prediletti dagli innamorati: il cioccolato e le fragole. Un dolcetto da condividere, con un cuore deciso al cioccolato fondente, presentato come una tenera scatolina regalo.

 

INGREDIENTI

Per le tortine: 150 gr di FARINA 20 gr di CACAO IN POLVERE 120 gr di BURRO ammorbidito 140 gr di ZUCCHERO 1 UOVO GRANDE 60 ml di ACQUA CALDA una punta di cucchiaino di BICARBONATO una punta di cucchiaino di VANILLINA un pizzico di SALE

Per la farcitura: 250 ml di PANNA FRESCA 250 gr di CIOCCOLATO FONDENTE

Per la copertura: 250 gr di PASTA DI ZUCCHERO NERA 100 gr di PASTA DI ZUCCHERO ROSSA

ATTREZZATURA: due mini tortiere a forma di cuore mattarello in silicone rotella dentellata tagliapasta a cuore tagliapasta ondulato PREPARAZIONE Accendete il forno a 180 gradi, imburrate ed infarinate le mini tortiere.

Tagliate il burro ammorbidito a cubetti e con uno sbattitore elettrico a velocità media rendetelo soffice e spumoso. Aggiungete lo zucchero e la vanillina e continuate a sbattere per un paio di minuti. Aggiungete ora l’uovo e continuate a sbattere finché non sarà incorporato al composto.

In una ciotola fate sciogliere il cacao amaro setacciato con l’acqua bollente, dovrete mescolare fino ad ottenere una crema liscia e senza grumi. Aspettate che si raffreddi e unitela al composto di burro. Aggiungete ora farina, sale e bicarbonato. Amalgamate tutti gli ingredienti delicatamente.

Dividete il composto nelle tortiere ed infornate a 180 gradi per 15/20 minuti.

 

E’ il momento preparare la ganache al cioccolato! In un pentolino mettete la panna e scaldate a fiamma bassa. Al primissimo bollore aggiungete il cioccolato fondente grattugiato o a pezzetti (piccoli). Lasciate il composto sul fuoco mescolando continuamente finché la crema non sarà ben amalgamata e raggiungerà una consistenza densa e liscia. Lasciate raffreddare e mettete in frigorifero per 15 minuti ricordandovi di mescolare ogni tanto.

Sono passati 15 minuti, la tortine sono pronte (avete verificato la cottura interna infilzando il cuore con uno stecchino ed è uscito asciutto e pulito). Lasciatele raffreddare, sformatele delicatamente e mettetele in frigo per almeno un quarto d’ora, sarà più facile tagliare la parte in eccesso senza che le tortine vi si sbriciolino tra le mani!

 

Livellate le tortine, farcitene una con la ganache al cioccolato e le fragole tagliate a pezzetti. Coprite con la tortina rimasta e ricoprite tutta la torta con la crema rimasta, partendo dai lati, riempiendo bene gli spazi vuoti tra una tortina e l’altra.

Se non ve la sentite di cimentarvi con la pasta di zucchero potete servire la torta così com’è. In questo caso è meglio abbondare con la crema di copertura e magari decorare con qualche fragola fresca intera.

E se invece volete proprio fare un figurone, di seguito un piccolo passo passo per rendere la vostra mini cake ancora più invitante!

Iniziate spolverando leggermente il piano di lavoro con dello zucchero a velo. Stendete la pasta di zucchero nera, partendo dal centro verso l’esterno finché non otterrete uno spessore di circa 3 mm.

Ricoprite la tortina con la pasta di zucchero, facendo aderire bene i lati aiutandovi con le mani. Ritagliate le eccedenze lungo il perimetro con un coltello ben affilato. Prendete ora la pasta di zucchero rossa, stendetela con il mattarello e ricavate una striscia non troppo sottile, larga circa un cm. Potete decorare la striscia lungo i bordi utilizzando una rotellina dentellata (anche quella per i ravioli) per ottenere un effetto “cucito”.

Con un pennello, bagnate leggermente la superficie della torta nel punto in cui vorrete applicare la striscia. Incollatela con delicatezza tagliando gli eccessi.

 

Per il fiocco stendete la pasta di zucchero rossa piuttosto spessa, con un tagliapasta a forma di cuore ricavate due cuoricini ai quali taglierete le estremità. Ricavate una striscia di circa un cm che sarà il nastro centrale del vostro fiocco.

Potete decorare con la rotella dentellata anche i due cuoricini e il nastro.

Assemblate il tutto e il vostro fiocco è pronto! Bagnate con un po’ d’acqua la torta ed applicate il fiocco a lato.

 

Rifinite la vostra tortina di San Valentino con un nastro lungo i bordi.

Con un tagliapasta ondulato ricavate un cerchio, eliminate il centro con un tagliapasta più piccolo, tagliate da un lato e ricavate una striscia abbastanza lunga da ricoprire tutto il perimetro. Bagnate la torta ed applicate il nastro.

Il vostro capolavoro è terminato.Buon appetito e per smaltire questa tortina ipercalorica ci affidiamo alle proprietà afrodisiache di fragole e cioccolato. Altrimenti c’è sempre lo yoga!

Questa ricetta ci è stata regalata con amore da Daniela Perrucci ( shabby cupcakes )

Provate a realizzare questa torta e mandate a noi di Nerospinto le foto! Ovviamente con amore!

Daniela Perrucci di Shabby Cupcakes

Questa sera alle 18.30 presso il Mondadori Multicenter del Duomo Massimo Beltrame presenta il libro "Milano guarda in alto - 50 anni di grattacieli nel capoluogo lombardo" edito da Edizioni Milano Expo nella collana "Itinerari". Alla scoperta del cielo, il testo indaga l’evoluzione urbanistica della città verticale: il grattacielo nei sogni, l’elevazione del piano dalla materia a quello rarefatto del piano e dello spirito. Massimo Beltrame (Milano, 1975). è laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano. Dal 1997 al 2002 ha collaborato con il sito NYC Skyscrapers sulla storia dei grattacieli newyorchesi. Nel 1998 con il prof. Giovanni Piana (Filosofia teoretica) ha condotto un lavoro di approfondimento universitario intitolato “La concezione della spazialità nell’architettura contemporanea”, con focus sul concetto di spazio nelle architetture milanesi di Aldo Rossi e Mario Bellini.

MILANO GUARDA IN ALTO 50 anni di grattacieli nel capoluogo lombardo di Massimo Beltrame Edizioni MilanoExpo – Collana Itinerari Prima edizione novembre 2012 Pagine 160 (a 2 colori) – Ricco apparato iconografico Prezzo 12,00 euro

 

Noi di Nerospinto abbiamo scelto una poesia in tema

Il Grattacielo, Carl Sandburg, 1916 Di giorno il grattacielo si staglia nel fumo e nel sole: ha un’anima. Viene dalle praterie e dalle valli, dalle strade delle città, la povera gente che vi si riversa, si mescola tra i suoi venti piani e di nuovo vien rigettata fuori verso le strade, le praterie, le valli. Sono gli uomini e le donne, i ragazzi e le fanciulle, avanti e indietro tutto il giorno, che danno all’edificio un’anima di sogni, di pensieri e di memorie. (sprofondato nel mare o zitto in un deserto, chi si curerebbe del palazzo, o ne direbbe il nome, o chiederebbe ad un poliziotto la via per raggiungerlo ?) Gli ascensori scivolano sui loro cavi, tubi pneumatici afferrano lettere e plichi, condutture di ferro recano gas ed acqua, espellono i rifiuti. Fili e fili si arrampicano in segreto, recano la luce, recano parole, narrano paure, profitti e amori, maledizioni di uomini negli intrighi d’affari, domande di donne in storie d’amore. Ora per ora le fondamenta piantate nelle rocce della terra tengono saldo l’edificio al pianeta roteante. Ora per le travi, come costole, tengono insieme strette le pareti di pietra e i pavimenti. Ora per ora la mano del muratore e la morsa del cemento costringono le parti dell’edificio nella forma che l’architetto ideò. Ora per ora sole e pioggia, aria e ruggine, e il peso del tempo che corre nei secoli, premono dentro e fuori l’edificio, e lo logorano. Gli uomini che piantarono i pilastri e mescolarono il cemento ora giacciono in tombe dove il vento sibila una canzone selvaggia senza parole. E così gli uomini che tesero i fili e fissarono tubi e condutture, e così coloro che lo videro sorgere piano dopo piano. Le loro anime sono tutte qui, anche quella del manovale venuto da centinaia di miglia lontano in cerca di un posto di portatore di calcina, anche quella del muratore che finì in galera per aver ucciso un uomo mentre era ubriaco. (Un uomo cadde dall’impalcatura e si spezzò il collo al termine del tremendo volo: egli è qui – la sua anima è fusa fra le pietre dell’edificio). Sulle porte degli uffici, di piano in piano, spiccano centinaia di nomi. A ogni nome risponde un viso segnato dalla morte di un bimbo, da un amore appassionato, dalla trascinante ambizione di un affare da un milione di dollari, o il viso di chi sta pacifico nel suo guscio. Dietro questi nomi sulla porta, essi lavorano e le pareti l isolano da una stanza all’altra. Stenografi da dieci dollari la settimana scrivono quel che dettano funzionari, avvocati, ingegneri: tonnellate di lettere escono dall’edificio dirette a tutti i luoghi della terra. Sorrisi e lacrime d’ogni impiegatuccia si uniscono all’anima dell’edificio, proprio come accadde per i capomastri che ne diressero la costruzione. E quando gli orologi scoccano il mezzogiorno ogni piano riversa fuori uomini e donne che si allontanano, mangiano, tornano al lavoro. Sul finire del pomeriggio l’attività si rallenta, il lavoro è più fiacco: la gente sente il giorno chiudersi su di sé. Uno ad uno i piani si vuotano... se ne vanno gli uomini in uniforme dell’ascensore... tintinnano secchi. Scope ed acqua detergono dei pavimenti la polvere umana, e gli sputi, spazzando via l’immondizia del giorno. Parole formate da lampadine gridano dal tetto a migliaia di case e di persone quel che dovrebbero acquistare. Parlano così fino a mezzanotte. Ora è buio, nei corridoi. Eco di voci. Il silenzio pesa... le guardie notturne scivolano leggere da piano a piano, tentano le porte. Le pistole rigonfiano le loro tasche sull’anca... casseforti d’acciaio stanno ritte negli angoli. Il denaro sta là dentro, ammucchiato. Un giovane guardiano si appoggia a una finestra: vede luci di chiatte che si aprono la via attraverso il porto, collane di lanterne bianche e rosse nello spiazzo della ferrovia, e l’arco delle tenebre rotto da linee bianche e da incroci a grappoli di lumi sulla città che dorme.

Di notte il grattacielo si staglia tra il fumo e le stelle: ha un’anima.

 

Pubblicato in Cultura
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