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Le Immagini di solito hanno un impatto maggiore rispetto alle parole scritte, la loro capacità di emozionare l’osservatore è sicuramente superiore a quella del linguaggio. Se poi metti una fotocamera nelle mani giuste la differenza che si ottiene nello scatto finale diventa sostanziale. E quelle di Stanley Greene lo sono.

 

Nato a New York nel 1949 da adolescente è stato un membro attivista delle Pantere Nere contro la guerra del Vietnam e fondatore di SF Camerawork, uno spazio espositivo per la foto d’avanguardia. Greene ha studiato presso la Scuola di arti visive di New York e in seguito ha cominciato la sua carriera fotografica nel campo della moda e nella cronaca visiva legata al contesto musicale punk rock. Ma é stato l’incontro con W. Eugene Smith, famoso fotoreporter americano della Seconda Guerra Mondiale, che lo segna profondamente facendogli prendere la decisione di impiegare tutte le sue energie nel fotogiornalismo. Inizia cosí a lavorare per il New York Newsday. Nel 1986 si trasferisce a Parigi trovandosi in Europa in tempo per fotografare la caduta del muro di Berlino, scatti che lo hanno reso un professionista unico nel suo genere. Nel corso degli ultimi due decenni ha infatti realizzato alcune delle immagini piú toccanti scattate in zone critiche come Croazia, Ruanda, e la costa del Golfo del post uragano Katrina. Stabilitosi in Cecenia per più di un decennio documenta la lotta cecena per l'indipendenza dalla Russia, convinto che il fotografo non debba accorrere sul posto solo in caso di necessità per poi lasciarlo quando una nuova storia da documentare lo porta altrove.

 

Le sue fotografie sono in grado di rappresentare l’umanità soprattuto attraverso momenti tragici, lasciando lo spettatore in bilico tra la sicurezza della vita occidentale e gli orrori delle guerre straniere. Storie di tossicodipendenti provenienti da Kabul, uomini che fuggono dalle esplosioni delle bombe a Kirkuk, in Iraq, una bandiera americana sporca che ricopre un altare di una chiesa di New Orleans ancora in rovina due anni dopo l'uragano Katrina . ‘’La mia è una fotografia tradizionale in un ambiente non tradizionale. Oggi essere un fotoreporter significa essere totalmente determinato e impegnato nell’umanità. E’ letteralmente necessario essere coinvolti nel fotogiornalismo ; essere un fotoreporter significa essere un testimone, un informatore, un giornalista e non il protagonista della storia.’’ Questa è l'evoluzione attuale della fotografia giornalistica secondo Greene, che sottolinea come le foto debbano dare importanza alle relazioni fra uomini, sono un mezzo per documentare la storia umana promuovendo il cambiamento, documentando le atrocità della guerra ma allo stesso tempo celebrando  la vita. Uomo di grande fervore ideologico che rifiuta di compromettere i suoi valori, capace di operare con professionalità, distacco e sensibilità di cittadino coinvolto. E’ infatti inevitabile, se si vuole comunicare senza filtri la realtà di certi contesti, sviluppare un certo livello di empatia, facendosi coinvolgere dalle problematiche e dal quotidiano degli individui rappresentati. Greene è inoltre consapevole che gli aspetti tecnici del processo fotografico non sono gli obiettivi primari di un vero fotoreporter, il 75 % è affidato alla casualità e solo  il restante 25 alla bravura, questa é la magia della fotografia secondo Greene.

 

Vincitore di cinque World Press Studio, il prestigioso W. Eugene Smith Grant per la fotografia umanistica e innumerevoli altri premi internazionali tra cui il recentissimo grant dell'Aftermath Project 2013 per il suo progetto sulla Cecenia.

 

Stanley Greene è l’autore degli scatti presentati al Linke Lab di via Avancini 8 che ospiterà la mostra Western Front, una raccolta di  10 immagini tratte dall'omonimo libro realizzato da Greene e Van der Heijden dopo il famoso libro cult Black Passport di cui Nerospinto ripropone l’impressionante trailer.

 

 

http://www.youtube.com/watch?v=9_qiEEe-SxM LINKE LAB via Avancini 8

dal 5 al 10 febbraio

dalle 10.00 alle 19.00

(free entry)

Per informazioni:

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. oppure 02/87382206

 

Alessandra Sporta Caputi

Pubblicato in Cultura

In Italia non esiste una vera e propria legge che regolamenta la figura del massaggiatore.

I potenti benefici dei massaggi sono ostacolati dalle case farmaceutiche, psicologi e medici old style che temono di perdere i propri clienti che trovano nei trattamenti naturali la giusta risposta ai loro problemi fisici e mentali.

Questo da una parte porta ad un'ampia scelta di massaggi e massaggiatori, ma dall'altra mostra un panorama degno di un circo dove persone che fanno un corso di massaggio di due giorni si proclamano terapisti creando spesso grossi danni.

Oltre a questo compaiono sempre di più massaggi dai nomi improponibili e di dubbia natura:

massaggio con la cioccolata, massaggio olistico, massaggio emozionale, massaggio speciale, massaggio terapeutico, etc etc.

Cosa significano questi nomi? Da quale disciplina sono originanti?

Cosa vuol dire massaggio olistico? E "speciale" perché? "Terapeutico" per che cosa? E la cioccolata...beh... No comment.

Il massaggio deve essere necessariamente rivolto alla persona in base alle sue esigenze, al suo stato mentale e fisico di quel dato momento e solo un vero terapista può capire cosa è meglio per quella persona e solo lui dovrebbe decidere il giusto trattamento perchè un altro potrebbe addirittura aggravare una situazione.

Il menù dei massaggi che vediamo nei centri benessere ha spesso il valore del menù del bar. Un panino ha lo stesso valore di un massaggio.

I massaggi che hanno un valore sono quelli che derivano da lontane tradizioni, da uomini che per secoli si sono presi cura del prossimo e non del benessere del proprio portafoglio.

Il massaggio thai, ayurvedico, shiatsu, svedese, californiano e pochi altri sono efficaci perchè alla base di queste tecniche esiste la persona che va trattata e la si tratta per un certo e dato motivo.

Antiche tradizioni ancora oggi sopravvivono perché al centro del loro scopo c'è il benessere dell'uomo e non la scenografia attorno al lettino o la spettacolarità dei movimenti del massaggiatore o degli strumenti che usa.

Oggigiorno le parole "benessere" e "olismo" sono di moda, fa alternativo ma alla base cosa c'è?

Nel campo dei massaggi un massaggio olistico significa un mix di tecniche disparate. Un po' di thai, un po' di ayurveda, un po' di shiatsu. Insomma un po' du tutto e un (bel) po' di nulla.

Un movimento verso l'alto ha il suo senso e non è lo stesso che un movimento verso il basso e chi lo esegue sa cosa sta facendo e perché.

Un breve colloquio con la persona che ci si appresta a massaggiare non è solo importante, ma è fondamentale per capire chi abbiamo davanti, per capire il background di quella persona, le sue esigenze e bisogni.

Spesso l'onnipotenza di alcuni operatori porta ad inventarsi dei massaggi con un miscuglio di tecniche e il risultato è spesso disastroso.

Il massaggio è un eccellente aiuto a problemi di forte stress, esaurimento nervoso, crisi di panico, insonnia ma è il terapista che fa la differenza e di sicuro deve sapere perchè una persona si vuole sottoporre ad un massaggio.

Farsi massaggiare alle terme è piacevole e rilassante ma perchè pagare tanti soldi per la struttura che visitiamo e ricevere un trattamento di serie Z?

In India, in Cina, dove la si sa molto lunga, i massaggi vengono eseguiti per terra, in strutture ben lontane dai fasti del nostro immaginario, ma i benefici sono spesso miracolosi.

L'idea che si ha del massaggio e del massaggiatore deve essere necessariamente rivalutata.

Il massaggiatore è un terapista a tutti gli effetti e al contrario dei medici specialisti (che tra l'altro non battiamo ciglio a pagare tanti soldi perchè pensiamo che più costi e più valga) può e deve essere essere scelto.

La persona che per un'ora prende in mano il controllo della nostra vita sciogliendo contratture, portando a galla paure per poi dissiparle, ridandoci sicurezza e pace deve piacerci, lo possiamo scegliere perché anche questo è fondamentale.

Un massaggiatore non vale l'altro e non per capacità tecniche ma per quello che ci trasmette a pelle.

Come ci scegliamo gli amici anche i massaggiatori possono e devono essere scelti per poter essere tranquilli e in pace durante il trattamento.

Come ci si può rilassare se chi ci tratta non ci piace, non ci trasmette serenità?

Chi cerca un massaggiatore per motivi specifici dovrebbe innanzitutto incontrarlo o parlarci al telefono per capire chi c'è dall'altra parte, se ci si sente a proprio agio. il 99% della buona riuscita di un massaggio la fa chi ci massaggia.

Restare per un'ora o più con gli occhi spalancati per paura o nervoso non aiuta e nemmeno il migliore dei massaggiatori riuscirà mai a far rilassare chi si sottopone al trattamento.

E' vero che oggigiorno una coccola è senza dubbio ben accetta da chi è molto stressato, ma se veramente ci si vuole prendere di se stessi dobbiamo partire dalla base: da noi stessi.

Noi ci meritiamo tanto!

Come detto esistono tantissime tecniche e sarebbe interessante andare a scoprire che cosa vogliono dire tutti quei nomi, i benefici di un massaggio piuttosto che un altro, lo scopo e la storia di un trattamento.

A qualcuno il massaggio thai non piace perchè troppo doloroso, altri non amano l'ayurvedico perchè non vogliono perdersi nei meandri della loro anima, il californiano è troppo leggero, etc.

Ad ognuno il suo, ma alla base si parla di massaggi con un valore scientifico ed umano riconosciuto.

Prediligete un massaggiatore che ha il suo studio personale e personalizzato o che viene al vostro domicilio a grossi centri dove si diventa parte di una catena di montaggio e tutto è limitato alla musica carina, l'asciugamano caldo, la rosa sul lettino e via dicendo.

Fidatevi del passaparola. Se online trovate annunci che non vi convincono allora avete già deciso: non fa per voi.

Come per l'insegnante yoga, il parrucchiere, lo psicologo, il marito, la moglie, anche il massaggio e massaggiatore devono essere scelti per avere il meglio per se.

 

Walter

 

WWW.MASSAGGIMILANO.IT

Massaggiatore e reflessologo plantare professionista

Massaggi ayurvedici, rilassanti, linfodrenanti, energizzanti, californiani, hot stone, per donne in gravidanza, di bellezza.

Trattamenti di campane tibetane.

telefono 349.4487760

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Pubblicato in Beauty
Lunedì, 04 Febbraio 2013 12:02

Tarocchi perché farseli leggere?

Generalmente la gente ha paura di farsi leggere le carte, perché ha paura di sapere cose negative. Non prendendo quasi mai che il cartomante, leggendo le carte, possa dire invece cose positive. Questa paura nasce da secoli e secoli di terrorismo psicologico nei confronti della negromanzia, stregoneria, e scienze occulte in genere perpetrate dalla chiesa. Molte discipline orientali sono anch’esse tacciate di stregoneria, o a volte indicate come mano diabolica, seppur di largo consumo e sapendo che sia assodato che facciano bene alla salute (yoga, discipline ayurvediche ecc.)

 

 

Il cartomante altro non fa, in genere se ben preparato, che leggere i segni contenuti all’interno delle carte, o lame. Ogni Carta dei tarocchi ha un significato specifico in sé. Accostati l'uno all’altro assumono significati diversi, ma non univoci. Ogni cartomante infatti, oltre a conoscere il significato delle carte in sè, deve lasciarsi guidare dalla propria esperienza. Nelle sue prime esperienze, sicuramente, ha imparato a riconoscere alcuni segni ricorrenti che gli permetteranno di focalizzare meglio le situazioni del richiedente.

 

 

La filmografia, molti libri, hanno decisamente rafforzato le paure di molte persone, e fuorviato il mezzo divinatorio dei tarocchi da quello che è a quello che serviva nel film o nel libro ai fini narrativi. I tarocchi nascono come un gioco. Sono delle indicazioni, assumono il valore che ogni persona vuole donargli. Le indicazioni sono molto chiare e precise, ma non definitive o incontrovertibili.

 

 

La base della credenza sul destino o meno, è proprio l’elemento chiave di ogni divinazione, sia esso con le carte, con le rune, sassi ecc. Se una persona crede che il proprio destino sia già scritto, ha paura che gli venga svelato dalle carte. Se una persona crede di fare da sè il proprio destino, si fa leggere le carte e usa il gioco per guidarsi su una strada, piuttosto che su un’altra. Se avete paura del vostro destino e non volete farvi leggere le carte, non preoccupatevi. Se è il destino a fare il vostro cammino, voi non avete colpe, che temete allora?

Mirko Ciotta

Pubblicato in in[sano]

Uomo occidentale che sei cresciuto tra cristianesimo e chiese cattoliche; uomo contemporaneo che sei bombardato da immagini e stimoli ad accumulare sempre più per raggiungere un “benessere” effimero; uomo cittadino che abiti in una città come Milano dove l'apparenza sembra esser tutto e che magari lavora in tanti dei campi creativi dove pare ci sia bisogno di sgomitare per passare davanti gli altri. Tu, uomo del 2013, come mai hai scelto di fare yoga?

Si sa che alle volte gli opposti si attraggono. E tra questi annovero la felice unione dell'universo Occidentale con quello Orientale che dal 1968 si è fatta sempre più presente facendo diventare massiccio l'uso di parole come: yoga, meditazione, ayurveda, buddhismo, induismo, zen e quant'altro sia legato al mondo che si cela guardando “la mappa del mondo a destra”. Un uomo, ad un certo punto della propria esistenza, che sia a 20 30 40 50 60 o 70 anni, si sente saturo e pieno di insoddisfazioni capendo che c'è qualcosa che non va o che tutto ciò che ha non basta mai. O, ancora, che non ha la capacità di gioire, di vedersi all'interno e di scrutare i mostri celati all'interno di una stanza segreta del proprio subconscio...ma, lasciando il livello del proprio spirito, anche a livello fisico si vede sciatto e sgonfio come un palloncino ad elio lasciato troppo tempo al sole. Ecco qui che arriva una soluzione o tante soluzioni da mondi esotici che promettono la cura per questi nodi inestricabili. Tra questi rimedi vi è lo Yoga.

Nella maggior parte dei casi una persona è spinta dalla curiosità. Grazie al cielo aggiungerei. Perché? Perché, tra le tante qualità che l'uomo contemporaneo ha perso, quella di esser curioso resiste ancora: non saprei dire se per puro spirito di sopravvivenza animalesca (la curiosità porta a scoprire nuove strade per sopravvivere e sentirsi vivi) o semplicemente perché è un impulso che abbiamo e quindi lo assecondiamo. La curiosità per le culture lontane e che non ci appartengono ha sortito spesso un grande fascino in tutti noi: profumi, posizioni del corpo inusuali, nomenclature in lingue lontane sono così affascinanti da sembrare “cool” o trendy. Un po' come quando si parla del Buddha come se fosse più figo di Gesù. Cosa, a mio avviso, sciocca. Sono fermamente convinto che per amare lontano bisogna imparare prima ad amare da vicino e quindi amare e capire le cose che abbiamo a disposizione in Occidente. Curiosità e voglia di provare sono fondamentalmente i due ingredienti che avvicinano spesso le persone allo yoga.

Un'altra causa può essere il conoscere una persona che pratica Yoga o se ne interessa. Giusto ieri sera parlavo con una ragazza che mi diceva che vorrebbe provare una lezione di Yoga dato che il suo collega lo insegna: sottolineava il fatto che lo trova sempre in pace con sé stesso. Un vero e proprio sentimento di voler raggiungere lo stesso “status” di pace e serenità. Una voglia di scappare dal caos della propria mente e del mondo cittadino per voler ottenere lo stesso risultato. Ma, attenzione, tutti gli esseri umani sono diversi e le strade da intraprendere sono diverse e si adattano a tante tipologie di persone e di spiriti. Molte volte ho incontrato persone che hanno provato una lezione di Yoga che non era adatta a loro e pensano che alla fine il mondo yogico sia tutta una bellissima e affascinante messa in scena. Semplicemente la lezione che hanno provato non era nelle loro corde; alcuni lo capiscono altri, beh, se leggeranno queste due righe capiranno che magari devono cercare la propria strada Yogica tentando diverse strade (se l'interesse è davvero supportato da una forte voglia di cambiamento).

Il caso, oh il caso: le fatalità nel loro caos portano spesso frutti inaspettati nella propria vita facendo sbocciare in noi situazioni estremamente piacevoli o malevoli. La casualità nell'esser andato a provare lo yoga e essersene innamorati è una delle cause di inizio che preferisco. “Mi hanno invitato e senza pensarci su sono andato a provare...neanche sapendo cosa fosse”. Questo mi ha detto un amico pugliese che ha iniziato un lungo percorso che continua ancora oggi nella cultura dello Yoga e della meditazione. Morale della favola: non guardate le casualità con sospetto ma sappiatele accettare e osservarle per comprendere a fondo ciò che di bello hanno da darvi o la lezione che vi apprestate ad apprendere con una frustata.

Evoluzione: cercare un'evoluzione della propria condizione religiosa che sia cristiana, buddhista o qualunque altro credo. Yoga, ricordiamoci, deriva dalla radice sanscrita “yug”, che significa unire, legare insieme: cosa direte voi? Eh ditemelo voi vi dico io sorridendo! Potrei dirvi che per una persona religiosa lo Yoga unisce il corpo e la mente al divino: mediante la consapevolezza del respiro si è in grado di entrare in uno stato di coscienza che fa carpire meglio alcuni concetti come la nostra condizione divina e il nostro esser parte col tutto e quindi con Dio. Lo Yoga ci fa capire piano piano che siamo un'estensione della divina concezione in quanto mediante le Asana (posture) assumiamo le forme di tanti animali o oggetti dalla natura più umile a quella più elevata: in questo modo possiamo esser parte di tutte le opere d'arte del creato ma anche, per chi è un esteta, che possiamo raggiungere, mediante il nostro corpo e i nostri muscoli uniti al respiro, una qualità maggiore di benessere psicofisico.

Da non sottovalutare sono i media e internet che costituiscono un'ingente fonte di informazione sulle svariate discipline che arrivano da lontano. Da Wikipedia a Nerospinto, in cui affrontiamo determinati argomenti, una persona può attingere informazioni e togliersi alcune curiosità in modo silenzioso e discreto...senza scomodarsi a chiedere a qualcun'altro. Va comunque detto che molti scritti on line possono sviare o creare idee erronee nell'immaginario individuale. Quindi consiglio di saper cercar bene sulla rete oppure leggere i cari e vecchi libri stampati che ormai, con l'avvento dei tablet per la lettura, sono talmente Vintage da esser considerati trendy. Non mi stancherò mai di scrivere che bisogna provare, provare e ancora provare. La scrittura o la parola possono esser potenti strumenti di comunicazione ma alla fin fine sarete voi ad agire per creare nel vostro animo idee e concetti oppure sfatarli dicendo a voi stessi: ok quello che ho letto era un'assurdità.

Postura e riabilitazione: lo Yoga sta iniziando ad avere molta importanza anche in campo medico. Molti dottori consigliano per i problemi alla schiena oppure per riprendersi da brutti incidenti alle articolazioni delle lezioni di Yoga che, ovviamene, saranno studiante ad hoc per accompagnare al meglio il ciclo di riabilitazione del convalescente. Ed egli stesso si sorprenderà come, oltre ad un miglioramento fisico, vi si accompagnerà anche un crescente ottimismo nella guarigione e una calma che non ha mai provato prima; quasi un paradosso dato che, quando si ha un deficit, si tende sempre a risultare più nervosi e indisposti nei confronti delle altre persone. Voler anche correggere la propria postura diviene anch'essa una causa per l'inizio della pratica dello Yoga. Tra le cose che si sanno di più dello Yoga, vi è sicuramente il massiccio lavoro sulla correzione della posizione della colonna vertebrale nonché il fatto che molte Asana, anche semplici all'apparenza come Tadasana (la Montagna), riescono a far render conto all'allievo di tutti i difetti nella propria postura: dalle spalle allo sbilanciamento del peso su una gamba piuttosto che un'altra, dalla posizione delle spalle alla posizione della nuca troppo spostata in avanti o indietro.

Ultimo: spero che la prossima causa per farvi iniziare a fare Yoga sia io. (Risatina sotto i baffi).

Namasté, Vittorio Pascale allievo praticante di Yoga Integrale presso il Centro Parsifal Yoga, Milano studioso di Buddhismo tibetano fondatore della pagina Fb: Yogamando per domande @: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Pubblicato in in[sano]
Lunedì, 04 Febbraio 2013 11:52

Mbv - il nuovo album dei My Bloody Valentine.

Tanti anni sono passati dal loro ultimo disco, era il 1991 e Loveless diventò simbolo dello Shoegazing tutto pur avendo un artwork non del tutto eccezionale. Avevo nove anni quando uscì, lo persi nel momento della release ma quando lo recuperai poco tempo dopo, beh, lo consumai avido e felice.

Dopo lo scioglimento nel 1997, in seguito alla reunion avvenuta dieci anni dopo e successivamente a svariate notizie sull’uscita di un nuovo ipotetico album, ecco la conferma: durante il concerto di Londra, di pochi giorni fa, Kevin Shields ha annunciato che sono pronti e che verrà “sfornato” a breve. I fans sono ansiosi, affamati e non ne possono davvero più di post pubblicati sulla pagina dei My Bloody Valentine che confermano i rumori sul completamento del mastering, perché questo tira e molla va avanti da circa un anno e potete ben immaginare quanta curiosità abbia creato.

Potete stare tranquilli, sabato due febbraio il gruppo ha messo come immagine di copertina della loro pagina facebook la cover del nuovo album Mbv, che è in stile Loveless ma, invece di essere rosa, è blu; poche ore dopo ecco che compare un messaggio: The album is now live on www.mybloodyvalentine.org. Nuovo sito internet, quindi, messo subito on line e comunicazione che sulla loro pagina youtube si possono ascoltare i brani nuovi di pacca. Una manna dal cielo insomma.

Mbv sarà disponibile in tre diversi formati: CD, download digitale e in Vinile 180gr registrato e masterizzato completamente in analogico ovvero senza utilizzare processi digitali! Il download sarà immediato mentre per la spedizione di CD/Vinile bisogna aspettare la fine di questo mese; le copertine dei formati scelti non sono uguali, ma si differenziano di poco, ma come detto all’inizio non è quello che conta, anzi. Per ora buon pre-ascolto e segnatevi le date del loro Tour.

02/05 – Osaka, JP @ The Hatch 02/06 – Osaka, JP @ The Hatch 02/07 – Tokyo, JP @ Studio Coast 02/07 – Tokyo, JP @ Studio Coast 02/10 – Tokyo, JP @ Studio Coast 02/13 – Taipei, TW @ Ntu Sports Center 02/16 – Melbourne, AU @ ATP’s I’ll Be Your Mirror Melbourne 02/18 – Sydney, AU @ Enmore Theatre 02/20 – Queensland, AU @ The Tivoli 02/22 – Melbourne, AU @ Palace Theatre 03/08 – Birmingham, UK @ O2 Academy 03/09 – Glasgow, UK @ Barrowlands 03/10 – Manchester, UK @ Apollo 03/12 – London, UK @ Hammersmith Apollo 03/13 – London, UK @ Hammersmith Apollo 05/11-12 – Tokyo, JP @ Tokyo Rocks Music Festival 05/23 – Barcelona, ES @ Primavera Sound

http://www.youtube.com/user/TheOfficialMBV

 

Andrea Facchinetti

 

Pubblicato in Musica
Sabato, 02 Febbraio 2013 16:25

Ritorna...SQUAT!

In un principio di Febbraio meneghino nebbioso, noioso e sempre più squattrinato, anime derelitte vagano senza meta per il Naviglio ormai in declino.

Ebbene perché regalare otto euro ad insulsi bar sulla ripa (o sull'alzaia, a voi la scelta), quando potreste camminare ancora un po' lungo il naviglio e recarvi al Toilet? (Prendete il tram 2, consiglio spassionato.)

Riparte SQUAT!, oggi, Sabato 2 Febbraio, serata irriverente, queer, lontana dai soliti pretenziosi Sabati milanesi, all'insegna del divertentissimo, insomma. Scelta musicale ricercata, dall'alternative rock casuale al pop/trash più sfrenato.

SQUAT! vi manda la testa in circolo:

"Irriverenti mutaforma, Alieni, Pets, Cartomanti, Queer, Fate, Fattucchiere, Etero, Gay, Folli e Folletti, Ciclopi, Drag, Nani, Lesbo, Cyborg, Bi, Trans, Bear si danno appuntamento per condividere cattivo gusto e buona musica."

Come resistere ad una descrizione così non-sense? Per quanto le sembianze da me preferite siano quelle della fattucchiera, a voi la scelta, scegliete le vostre e volate a SQUAT!

Lo shot in omaggio entro l'una è un ottimo incentivo, convenite?

Link evento:

http://www.facebook.com/events/544129558939408/

Francesco Zingaro

 

Pubblicato in Nigthlife

Creature di Nerospinto che amate il teatro della dissacrazione,  dell’ eccesso e della follia non potete perdervi l’appuntamento con “Il Don Giovanni - Vivere è un abuso, mai un diritto” diretto e interpretato da Filippo Timi in scena fino al 24 Marzo al Teatro Parenti.

 

Dopo l’Amleto, con il Don Giovanni, Filippo Timi continua il suo percorso di riscrittura e di reinterpretazione di testi classici  intervenendo sull’opera mozartiana con una forte carica di humor nero. L'artista riscrive a modo proprio il mito del celebre seduttore che, consapevole della propria morte, si trova semplicemente a rincorrerla, mentre attorno a lui si muovono le donne della sua vita.

 

Il Don Giovanni di Timi è il prototipo di una umanità volubile e licenziosa, che ha fame di potere e ama la mistificazione e l’autoinganno, proprio perché sa che è condannata ad estinguersi e non potrà esimersi dal suo appuntamento con la morte. Egli ha capito che la vita è ingiusta, una farsa che si trasforma in tragedia, e che la vita è giustificata solo dalla morte.

 

Lo spettacolo offre una scenografia ricca e azzardate contaminazioni musicali, e vede tra i protagonisti Marina Rocco, frizzante volto femminile della scena attoriale italiana.

 

Con il Don Giovanni Filippi Timi si conferma l’artista più irriverente e amato del panorama italiano, ovunque vada, qualunque cosa faccia, stupisce grazie alla sua capacità di appropriarsi dei testi classici e trasformarli in prove d’autore personali in cui i personaggi sono un’esplosione di bizzarria, eccesso e anticonformismo.

 

 

 

 

IL DON GIOVANNI

Vivere è un abuso, mai un diritto

Regia e scena : Filippo TimiE con : Umberto Petranca, Alexandre Styker, Marina Rocco, Elena Lietti, Roberta Rovelli, Roberto Laureri, Matteo de Blasio e Fulvio Accogli. 

Produzione Teatro Franco Parenti/Teatro Stabile dell’Umbria

Spettacolo nato dal laboratorio in collaborazione con CRT Centro di Ricerca per il Teatro.

Dal 27 Febbraio al 24 Marzo – Teatro Parenti, Via Pier Lombardo 14, Milano

Orarimar h.20.45; merc h. 19.30; da giov a sab h.20.45; dom h.16.30

Prezzi  poltronissima €40; intero; €32: over60/under25 €16 convenzioni* €22, *Arci, Feltrinelli e Coop non valide nei giorni di venerdì e sabato; TFPcard 30% di sconto dal lunedì alla domenica

 

Maggiori informazioni: tel. biglietteria02 59 99 5206 – sito web: http://www.teatrofrancoparenti.it – prenotazioni on line: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. – info: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Pubblicato in Cultura
Sabato, 02 Febbraio 2013 16:08

Quello che (Muccino) sa sull’amore

È sempre difficile parlare male degli italiani, soprattutto dei registi italiani e in particolar modo di quelli che sembrano possedere un certo credito all’estero.

È il caso di Gabriele Muccino, che con la sua ultima fatica cinematografica Quello che so sull’amore ha lasciato molto tiepidi gli spettatori americani e deluso davvero tanto quelli italiani.

Sarà che in Italia siamo abituati bene. Registi autorevoli e pellicole importanti non ci mancano.

E così possiamo permetterci di bocciare in tronco filmetti da seconda serata.

Eppure il regista ce l’ha messo tutta. Ha chiamato un cast di grandi nomi femminili e un protagonista maschile di vero talento e ha cercato di imbastire una sceneggiatura che richiamasse molto da vicino la vita reale di tante famiglie moderne.

E allora cosa non ha funzionato?

Semplicemente non è stato bravo a commuovere e a emozionare. Gli ingredienti all’apparenza ci sono tutti, ma dosati male e con scarsa capacità di chi doveva confezionare la “pietanza”; il risultato è che lo spettatore si annoia dopo dieci minuti scarsi di film e una pellicola che avrebbe dovuto, nelle intenzioni del suo creatore, far riflettere e intenerire, fa ridere.

Non sorridere. Ridere per l’incapacità del regista e per alcune scene affidate, in particolar modo al cast femminile. Jessica Biel, nella vita reale fresca sposa del bel Justin Timberlake, è troppo giovane e poco credibile nei panni della moglie divorziata e della mamma matura e adulta e di rimando Uma Thurman e Catherine Zeta Jones appaiono troppo rifatte e troppo anziane per giocare ancora a interpretare le donne fatali che partono alla conquista di un padre giovane e di nuovo single e pensano di sedurlo.

Insomma, un vero disastro di pellicola. La trama è scontata e noiosa. Le attrici appena mediocri e il film non presenta nulla che possa essere ricordato o citato dopo la prima visione da parte dello spettatore. Quello che so sull’amore non merita di essere visto neppure in televisione. Figuriamoci sul grande schermo!

Gabriele Muccino sembra essersi dimenticato della strana magia che deve accogliere ogni spettatore quando si siede nel buio della sala cinematografica.

Non è solo una questione di effetti speciali o di grandi scene difficili e complicate, che però fatte bene rendono le pellicole immortali, è anche e soprattutto feeling. È questa la magia del cinema: Quanto mi sento simile al protagonista di ciò che sto guardando e quanto la storia raccontata è anche solo in parte uguale alla mia, o a quella di qualcuno che conosco.

Sono davvero così come li presenta Muccino i padri separati? Ogni spettatore si è dato una risposta e lo scarso entusiasmo con cui è stato accolto il film potrebbe far immaginare quale essa sia. E pensare che Gabriele Muccino era partito così bene negli Stati Uniti, aveva messo in scena tematiche sociali di grande importanza e conquistato premi e consensi. Probabilmente l’insuccesso del suo ultimo lavoro potrebbe essere racchiuso nel titolo stesso della pellicola: Muccino dell’amore sa poco. O peggio non sa proprio come raccontarlo.

 

Antonia del Sambro

Pubblicato in Cultura

 

Una donna scende dalle scale, l’uomo al piano terra resta incantato dal sottile bracciale che lei porta alla caviglia e che segue i movimenti aggraziati e sensuali della gamba.

È la scena più importante di uno dei maggiori successi di Billy Wilder, La fiamma del peccato, e la donna è l’attrice noir più famosa e brava di tutti i tempi: Barbara Stanwyck.

 

Nella Hollywood degli Studios e degli anni d’oro del cinema le attrici si dividevano in due precise categorie, le fidanzate americane e le cattive. Barbara Stanwyck è stata la cattiva per definizione.

La più brava e convincente attrice noir americana. I suoi ruoli da donna fatale che incanta e distrugge hanno creato un vero e proprio genere di interpretazione al femminile.

 

Barbara Stanwyck è l’icona da copiare per tutte le attrici di noir che vengono dopo di lei. È stato così per Lauren Bacall, probabilmente la seconda interprete di noir più grande di sempre, moglie di Humphrey Bogart e musa del grande regista Hawks. La Bacall disse chiaramente di essersi ispirata a Barbara per le sue interpretazioni di noir famosissimi come Il falcone maltese e Il grande sonno acclamandola ufficialmente come la più sublime tra le cattive di Hollywood. Ed è ancora così per tante attrici contemporanee come Gwinnett Paltrow e Ashley Judd, Monica Bellucci e Asia Argento.

Barbara Stanwyck rimane però unica e inarrivabile, con quasi cento film come protagonista o coprotagonista, diverse serie televisive di grande successo come La grande vallata e Uccelli di rovo e svariate nomination a premi prestigiosi e autorevoli. Nel 1982 le viene assegnato l’Oscar alla carriera come migliore attrice noir internazionale. Eppure la Stanwyck ha una vita privata molto  normale, è una moglie e una madre come molte altre e nonostante sia considerata una delle maggiori divi di Hollywood concede sempre volentieri interviste e si lascia fotografare con piacere agli eventi mondani a cui partecipa, sorridente ed elegante.

 

Il segreto della sua interpretazione e della sua incredibile bravura forse lo svela proprio Billy Wilder che in una intervista sulle attrici con le quali ha lavorato dice: “La Stanwyck ha la straordinaria capacità di trasformarsi sulla scena filmica, non sono solo il trucco e gli abiti di posa a renderla fatale e pericolosa ma la sua mimica e la sua voce. Io le dico, ora fai la cattiva, e lei lo diventa in un secondo. Cambia faccia e cambia voce. È impressionante”. E così la ragazza di New York arrivata a Broadway come ballerina non ci mette molto a farsi notare dai maggiori registi del cinema noir degli anni ’30 e ’40. Tutti, da Hawks a Vigo, fino Stevens e Wilder la vogliono e la omaggiano. E lei diventa la più grande, quella da ammirare e imitare. Per più di una generazione le donne americane che non si sono riconosciute nelle biondine fragili e perseguitate della Hollywood da commedia si sono vestite e truccate come Barbara Stanwyck, si sono pettinate come lei e forse in qualche momento hanno perfino osato citare la più celebre frase de La fiamma del peccato : “mio marito è fuori città, posso esserle utile io?”

 

Antonia del Sambro

Pubblicato in Cultura
Sabato, 02 Febbraio 2013 15:28

Spielberg e Lincoln, connubio perfetto

Quando ho saputo dell’uscita al cinema di Lincoln mi sono detta : un altro film sulla guerra di Secessione americana e un altro film in costume, non ce la possono fare!

Poi, però, ho considerato che la regia è di Steven Spielberg e mi sono fatta forza. E sono stata premiata, perché Lincoln è una grande pellicola. La storia è spietata, realistica in ogni particolare di quegli incredibili e difficilissimi ultimi mesi della legislatura di Abramo Lincoln, sedicesimo presidente degli Stati Uniti di America, così come lo è la fotografia filmica e la regia, tutta disposta a scene di interni, con luce soffusa e un gioco di luci e ombre che richiama la tecnica di frammentazione dell’immagine così cara a Eisentejn.

 

Nei precedenti film dedicati alla figura del presidente americano troppo spesso è capitato che lo stesso protagonista venisse offuscato dalle vicende della guerra tra nordisti e sudisti. Troppi militari e comparse in divisa, troppe truppe a cavallo o accampamenti coperti di cadaveri e feriti distoglievano l’attenzione dello spettatore dalla vera figura di Lincoln e dall’affascinante storia della sua vita.

Abramo Lincoln rimane, infatti, una delle figure storiche più importanti di tutti i tempi. Il primo presidente repubblicano degli Stati Uniti e il più conosciuto dagli stessi americani.

Spielberg lo sa ed è per questo che la sua pellicola punta tutto sull’uomo e sul personaggio storico.

 

Il risultato è un film dove la personificazione tra protagonista e spettatore riesce in maniera naturale. Abramo Lincoln è un uomo tormentato che deve risolvere e affrontare una delle questioni universali più importante di tutti i tempi: il tema della schiavitù.

Ed è proprio su questo che si basa la bellezza della pellicola di Spielberg.

Essere abolizionisti è allora non soltanto portare avanti le proprie idee e convinzioni etiche e morali ma raggiungere con i voti necessari alla Camera l’approvazione di una legge nazionale che cancelli la schiavitù e ponga le fondamenta per una nuova nazione.

Per questo il film è scandito da passaggi e monologhi crescenti. Per arrivare all’approvazione definita alla Camera sono necessari venti voti oltre quelli su cui il presidente in carica può già contare.

La griglia narrativa del film è tutta qui. Per venti voti si perde o si vince la battaglia di tutta una vita. La possibilità di entrare nella storia. Il destino di migliaia di persone.

La guerra civile infuria e un uomo solo deve convincere un’intera nazione a cambiare rotta e voltare pagina.

Abramo Lincoln è tutto il film. Non servono effetti speciali o movimenti di macchina straordinari, lo spettatore resta incantato dall’abilità politica e dalla personalità del protagonista, meravigliosamente interpretato da Daniel Day – Lewis, che sovrasta in scene girate quasi tutte in interni e con una fotografia scura e di grande fascino. Bellissima e appropriata anche la musica affidata a John Williams, lo stesso compositore di Star Wars, Harry Potter e altre pellicole di successo.  In poche parole, Spielberg sa fare ancora grande cinema. E non delude mai.

Antonia del Sambro

 

Pubblicato in Cultura
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