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© Emanuela Scarpa/Netflix|||

“Suburra - la serie” su Netflix dal 30 ottobre la stagione finale: la conferenza stampa

La terza e ultima stagione di “Suburra - la serie”, «il crime thriller italiano originale Netflix prodotto da Cattleya - parte di ITV Studios - in associazione con Bartlebyfilm è disponibile dal 30 ottobre in oltre 190 paesi nel mondo. Lanciata nel 2017 e concepita sin dal principio per raccontare la profana trinità - Chiesa, Stato, Crimine - nell’arco di tre stagioni, la prima serie originale italiana Netflix giunge ora al suo atto finale. Se la prima stagione ruotava attorno al Vaticano e all’acquisizione dei terreni di Ostia per la costruzione di un porto e la seconda stagione era incentrata sulla competizione per il potere politico sulla città con l’elezione di un nuovo sindaco, l’epilogo ha come unico palcoscenico le strade di Roma, dove prenderanno vita nuove e inaspettate alleanze in una battaglia ricca di colpi di scena per determinare chi alla fine siederà sul trono di Roma» (dalla nota ufficiale).

“Suburra - la serie”: la sinossi della stagione finale

Dopo il tragico suicidio di Lele (Eduardo Valdarnini), incapace di convivere con il senso di colpa generato dai crimini commessi, e l’inaspettato risveglio dal coma di Manfredi, capo del clan Anacleti, gli equilibri di potere tra tutti i personaggi sono di nuovo messi in discussione. La terza stagione si sposta tra le strade e i vicoli di Roma e provincia per raccontare ancora più da vicino il mondo del Crimine. Con l’elezione del nuovo sindaco di Roma e l’ascesa in Campidoglio di Cinaglia (Filippo Nigro), la Suburra si mette di nuovo in moto. Il mondo ‘di sopra’ e quello ‘di sotto’ dovranno venire a patti per spartirsi il più grande affare del nuovo millennio: il Giubileo. Aureliano (Alessandro Borghi) e Spadino (Giacomo Ferrara) sono pronti a sfidare di nuovo Samurai (Francesco Acquaroli) e reclamare il trono della Città Eterna. Chi vincerà la battaglia all’ultimo sangue per ottenere il potere sulla città?

“Suburra - la serie”: la conferenza stampa con il cast artistico

Con questa terza stagione si conclude il percorso, cos'ha lasciato quest'esperienza (prima produzione italiana di Netflix)?

ALESSANDRO BORGHI (Aureliano): La fine di “Suburra” ti lascia un po’ di cose e se ne porta via delle altre. Si porta via tutto quello che si può toccare - dai costumi alle macchine di scena, i posti che hai conosciuto molto bene in questi anni, che sono diventati parte della tua vita - però ti lascia la cosa, forse, più interessante e più bella di questo lavoro, i legami, che hanno forgiato la mia vita professionale e anche privata. Quando ho incontrato Gina la prima volta era molto tempo fa, in occasione del film di “Suburra”; da lì sono cambiate molte cose ed è molto bello adesso poter parlare di tutto quello che è successo qui, insieme, con la consapevolezza di aver fatto qualcosa di molto bello.

 

GIACOMO FERRARA (Spadino): Si è creata veramente una grande famiglia, non solo tra noi, ma mi riferisco anche a tutti i tecnici che ci hanno seguito in queste tre stagioni. Sono molto affezionato al mio personaggio, abbiamo camminato insieme per sei anni - dal film alle tre stagioni. 

CARLOTTA ANTONELLI (Angelica): Quello di “Suburra” è stato un lungo percorso, iniziato con tanta paura e insicurezza. È stato bellissimo cominciare un progetto con un personaggio che non è entrato a piccoli passi nella storia, ma a gamba tesa e anche questo aspetto è stato particolare. È stato faticoso ed è stata una grande sfida tenere il ritmo per tutto questo lungo percorso durato tre anni. Il fatto di interpretare un personaggio che fa parte di una cultura totalmente sconosciuta mi ha arricchita ed è un elemento che mi porterò dietro. Tre anni sono davvero tanti, intensi, difficili e anche mettere in scena una storia così dissacrante è stato molto complesso. Ho iniziato questo percorso come la moglie di Spadino e lo concludo come Angelica. Come tute le cose più belle si conclude, ma sicuramente lascia tanta ricchezza e anche molta forza che all’inizio non avevo. Ovviamente rimangono tutte queste persone che sono con me in conferenza.

FEDERICA SABATINI (Nadia): “Suburra” mi ha lasciato un cuore pieno perché sono riuscita a entrarne a far parte grazie a una troupe e un cast pieni di entusiasmo e amore per il proprio lavoro - sono arrivata all’interno di questa famiglia nella seconda stagione per cui era già collaudata. Tutti mi hanno fatta sentire accolta da subito; mi ritrovo nelle parole di Carlotta in quanto anche io ho iniziato con tantissima paura, sentivo molto il senso di responsabilità. “Suburra” è per me l’esperienza più importante al momento e mi sono sempre trovata a voler alzare l’asticella per poter essere all’altezza e spero di aver contribuito al lavoro degli altri tanto quanto gli altri hanno contribuito al mio. 

ADAMO DIONISI (Manfredi): Ho iniziato “Suburra” che ero un cialtrone, ora sembra che sono quasi diventato speciale. Mi ha dato tutto, Manfredi mi ha dato ancora di più, ma è la 'famiglia' che è fondamentale, mi mancheranno Gina, Alessandro, Giacomo, Carlotta, Federica, Arnaldo. “Suburra” è stata importante per me, professionalmente sono cresciuto tanto, ho imparato molto da tutti loro, sono giovani e quindi quell’energia che non ho più la prendevo da loro. Siamo una squadra di professionisti, dalla A alla Z, quindi oggi sono super felice. Da domani mi chiuderò in hotel e non parlerò con nessuno. Per me è una rottura emotiva grandissima. Questi legami ce li ritroveremo per sempre. 

Per Borghi: com'è mutato il tuo personaggio in quest'ultima stagione e qual è stato il tuo stato d'animo nell'interpretarlo per l'ultima volta.

Aureliano è cambiato tantissimo. Si tratta di un personaggio che, a tutti gli effetti, è iniziato con il film. Dal lungometraggio siamo dovuti andare indietro per poi ricominciare e andare avanti. È stata una cosa complessa da fare all’inizio perché come si dice, tra chi fa il nostro mestiere, “se non ci credi tu, non ci credono neanche gli altri”, quindi dovevo innanzitutto convincermi di poter sembrare più giovane di due anni prima e iniziare a riscoprire un nuovo punto di vista emotivo e anche fisico. Nella prima stagione, il mio personaggio così come quelli di Spadino e Lele cercavano il proprio posto all’interno di un contesto, si portavano dietro degli aspetti in comune come i conflitti in famiglia, il non sapere bene come adoperare il proprio tempo, la loro mente e quale fosse la loro posizione. Man mano trovano questo potere e devono imparare a gestirlo. È stato a tutti gli effetti un excursus emotivo e molto pratico in relazione alla gestione del potere che si va a conquistare. Se penso al biondo della prima stagione, un ragazzo che viveva col padre e cercava di farsi largo per trovare il suo posto, arriviamo alla terza stagione dove il suo posto ce l’ha, è stabilito, con tutti i problemi che ne conseguono. È stato un percorso che ha seguito un po’ anche il mio, la crescita, il prendere consapevolezza di alcune cose rispetto a questo lavoro, sono tutte cose che ho cercato di applicare al mio personaggio. Questa serie è stata molto importante sin dal principio, ma questa terza stagione ha avuto un sapore particolare per tutta una serie di motivi; sentivo che avremmo avuto la possibilità di raccontare i personaggi nel profondo e secondo me è quello che siamo riusciti a fare. Abbiamo avuto la fortuna di essere seguiti da Arnaldo, un grande amico, che ci ha seguito per tutto l’arco di questa serie e sapeva benissimo dove andare a spingere per tirare fuori determinate cose, soprattutto su un arco temporale a tutti gli effetti più stretto (si passa dai dieci agli otto episodi fino a sei della terza). Ho trovato tutto estremamente organico, divertente e soddisfacente e l’ultimo giorno di set è stato molto triste. Me lo ricordo molto bene, io e Giacomo ci siamo commossi ed erano presenti tutte le persone che hanno fatto parte di questo percorso sin dall'inizio e non mi riferisco solo a noi attori, ma anche a tutti quelli che stanno dietro alla macchina da presa, che quando mi hanno salutato la prima volta quattro anni fa ero un ragazzetto che cercava di dimostrare qualcosa e adesso ci lasciamo con una consapevolezza di aver fatto qualcosa di bello. È stato molto emozionante ed è stata una cosa che mi porterò dietro per un sacco di tempo.

A proposito di relazioni, tutti i fan amano il rapporto che sin dalla prima stagione si è creato tra Aureliano e Spadino. Come gli interpreti lo descriverebbero sia nella vita reale che nella serie?

A. BORGHI: Io penso che ci sia un grande merito da un punto di vista editoriale rispetto a questo elemento. Quando in prima stagione ci hanno detto che volevano rivelare che Spadino fosse omosessuale, tutti quanti siamo rimasti un po’ spiazzati, non sapevamo se avrebbe funzionato e non lo sapevamo semplicemente perché si erano presi la briga di proporre per la prima volta una cosa che non era mai stata fatta. È stato un atto di coraggio a tutti gli effetti, soprattutto in un momento in cui si tende sempre a raccontare le stesse cose e nella stessa maniera, la possibilità di uscire fuori dagli schemi, se fatta in un determinato modo, ti dà la possibilità di raccoglierne i frutti. Partiamo da una prima stagione dove c’è un conflitto, a cercare un modo di stare insieme, a una terza stagione dove è a tutti gli effetti una storia d’amore per quanto mi riguarda - in particolare per il modo che ho io di vedere l'amicizia. Spadino e Aureliano diventano dipendenti e secondo me è una delle trame più emozionanti dell'ultima stagione.

G. FERRARA: Mi ricordo esattamente la prima volta che ho conosciuto Alessandro, durante il provino per il film e si è creata subito un’alchimia particolare. Rivedendo, in particolare, questa stagione ho pensato che avevamo dato vita a due grandi amici, che si amano follemente (più Spadino ovviamente), e quando sono in scena è palpabile questo aspetto.

Per Borghi: Suburra è un racconto di Roma. Dal film alle prime stagioni sono cambiate molte cose, fino alla situazione attuale delle pandemia che ha condizionato anche le riprese. Cos'hai capito in più della tua città grazie a Suburra?

Ho capito che le cose peggiorano. Ho un odio e amore nei confronti della mia città e non voglio entrare in tema covid perché è uno stato straordinario; però esistono dei problemi nella gestione della capitale - e lo affermo da diverso tempo - dove una parte importante delle problematiche derivano dai cittadini stessi, dall'approccio che hanno, dal fatto di non ascoltare gli altri e pensare molto spesso soltanto a loro stessi. Il mio punto di vista su Roma, ultimamente non è quasi mai positivo, ma sono positivo che si possa mutare la situazione, partendo in primis da noi esseri umani.

Per Borghi e Ferrara: come avete preso la chiusura dei teatri e dei cinema come da nuovo dpcm?

A. BORGHI: lo dico con tutta l'onestà del mondo: l'ho presa come uno che non ha gli strumenti per proporre altre cose. So che i cinema li voglio aperti, ma c'è una situazione di emergenza, per cui, da una parte mi piace pensare che se qualcuno ha deciso che così deve essere ci sarà un motivo. I numeri non dicono questo. Faccio l'attore e vorrei cinema e teatri aperti; ma ritengo che, in questo momento, ci sono molte altre persone che vorrebbero attenzione da parte del governo, quindi forse è ora che qualcuno si metta le mani in tasca e cominci a provvedere ai bisogni che ci sono. Spero che si esca, in generale, il prima possibile da questa situazione.

G. FERRARA: Sono completamente d'accordo con Alessandro; amareggiato per i numeri. Dobbiamo farci i conti tutti purtroppo e ci auguriamo che possiamo uscirne il più presto possibile anche perché vogliamo tornare tutti a cinema, a teatro o andare a un concerto di musica classica.

A. BORGHI: Voglio aggiungere che sto provando per la prima volta una percezione mai avuta prima: ho dei set su cui dovrei andare a lavorare ed è bruttissima questa sensazione di dover andare a realizzare qualcosa e non sapere per chi lo si stia facendo, è come costruire un castello di sabbia sapendo che arriverà l'alta marea. 

Carlotta e Federica: come avete affrontato il dualismo e il conflitto creato rispettivamente da Angelica e Nadia?

C. ANTONELLI: Si vedeva già nella precedente stagione che il loro rapporto era nato come conflittuale. Ci sarà uno svolgimento che potrebbe cambiare - senza fare spoiler. 

F. SABATINI: Nadia e Angelica sono sicuramente due personaggi partiti un po’ angli antipodi, che troveranno un bisogno in comune che le porterà a cambiare la prospettiva del loro rapporto. Credo che la loro necessità di arrivare al potere sia fondamentalmente legata al bisogno di autodeterminarsi all’interno di un sistema che invece non le prevede inserite. Si faranno valere.

Per F. Nigro: nell'interpretare l'evoluzione del personaggio, cos'ha imparato sul potere politico?

FILIPPO NIGRO (Amedeo Cinaglia): Ho imparato che avere potere è qualcosa di pericoloso. Amedeo è cambiato tanto nelle stagioni e questo è piaciuto molto agli spettatori; senza dovercisi confrontare in modo diretto, in tre stagioni vedi il mutamento di un personaggio e cosa succede quando ti trovi a gestire soldi, potere, a trovarti in quella famosa zona del 'mondo di mezzo'. Lui è il raccordo tra il sopra e il sotto. Quindi, mi fa effetto ancora oggi. Per tutti lui è quello che non è riuscito a resistere alla tentazione e che non si è saputo trattenere in un'ottica di etica e di morale.

Per Nigro. R. D. Rossi e F. Acquaroli: avreste voluto una prosecuzione della serie?

F. NIGRO: Una parte di me, quella egoista dell’attore vorrebbe proseguire. Cinaglia è un pozzo senza fondo dell’archetipo dell'animo umano; però c’è anche una parte onesta e pensante che realizza che si chiude un ciclo e un racconto e sarebbe difficile continuare a narrare in modo credibile l’evoluzione di questi personaggi. Se tra qualche anno venisse fuori l’idea di un revival io sono più che disponibile!

ROSA DILETTA ROSSI (Alice): Tre stagioni è un numero perfetto. In queste tre fasi di “Suburra” c’è un’evoluzione che crea un equilibrio e una circolarità che non potevano che chiudersi così. Soprattutto per quanto riguarda il percorso e l’evoluzione di Alice devo dire che tre stagioni sono state un percorso bello, intenso, lungo, hanno dato la possibilità ai personaggi di confrontarsi con strategie diverse. Ritengo che sia un grandissimo risultato e sono contenta così.

FRANCESCO ACQUAROLI (Samurai): Credo che tre stagioni siano la durata giusta, anche perché o entrano nuovi personaggi oppure ci sarebbe ancora poco da dire. Queste tre stagioni hanno raccontato in modo perfetto, efficace e profondo questa Roma come centro di potere, abbiamo affrontato temi preoccupanti, delicati, che hanno reso integra una situazione che per molti anni si è preferito non guardare.

Per R. D. Rossi: Alice acquisisce una sua centralità, com'è stato?

Non me l'aspettavo. Per me ogni stagione di “Suburra” è stata una grande e bella sorpresa, nel senso che ho cominciato questo percorso con questo personaggio che si è delineato piano piano. All’inizio caratterizzava l’ambiente familiare di Amedeo Cinaglia e piano piano ha preso forza e rilevanza, fino a questa stagione, in cui Alice diventa un personaggio che cerca la sua dimensione interiore, autonoma rispetto ad alcune scelte che fa il marito. È quindi un personaggio che non è facile da individuare. Le scelte che fa le ho capite tutte e le ho apprezzate moltissimo. È stata una bella occasione, è stato scritto e tessuto un ruolo molto particolareggiato. 

Alice è una donna combattuta tra l'amore per i figli e il suo senso di giustizia, come hai lavorato su questo aspetto?

Il cambio di direzione di Alice avviene nel momento in cui si sente in pericolo, non tanto per se stessa, ma per i propri figli. A quel punto le sue decisioni personali, anche di continuare a cavalcare un’onda che però può diventare anche incredibilmente pericolosa, non è più una scelta possibile. Mi è sembrata davvero l’unica direzione fattibile; se ci mettiamo di fronte a una madre che deve sottostare a una serie di situazioni nascoste e sotterfugi, a un certo punto non potrà più restarci con così tanto agio come credeva all’inizio Alice.

Per F. Nigro: com'è stato ribaltare questo personaggio?

Aver avuto l’opportunità di interpretare un personaggio come Amedeo, così complicato e che evolve così tanto, è stata una botta di fortuna. Spesso capita di interpretare parti già da cattivi o da buoni; qui, oltre alle sfaccettature, c’era la possibilità di partire in un modo e di finire in un altro ed è una cosa molto stimolante e appagante pure per chi guarda.

Il suo Cinaglia è l'esempio che la malvagità è sepolta in ognuno di noi e prima o poi viene fuori per debolezza?

La malvagità umana è dentro ognuno di noi probabilmente. Qui c’è questo limite che Amedeo varca ed è l'elemento più interessante perché si crea anche un’assuefazione alla sete di potere, alla voglia di denaro e al mantenere il controllo e il potere. Forse Amedeo rappresenta la debolezza che è in ognuno di noi ed è anche per questo che sembra così reale.

Per F. Acquaroli: perché la cattiveria paga dal punto di vista attoriale e della funzione narrativa?

Il fascino del male ha sempre attratto il pubblico. Se pensiamo a tutte le grandi opere di Shakespeare, forse quella che si ricorda di più è “Riccardo III” perché è l’uomo che rappresenta il male assoluto, forse perché, anche se in piccolissime dosi, un po’ di cattiveria ce l’abbiamo tutti e vederla esercitare senza subirne le conseguenze è un qualcosa di piacevole, di catartico. Probabilmente il fascino dei personaggi negativi sta nel fatto che loro hanno una forza liberatoria per le nostre piccole cattiverie. Per me che lo interpreto è molto liberatorio; torno a casa che sono buonissimo.

Cosa vi mancherà di un progetto come questo?

F. NIGRO: I personaggi ti mancano, ad alcuni ti affezioni in modo particolare. Amedeo Cinaglia è un personaggio che mi ha offerto tante opportunità; se nella prima stagione in modo più mirato, più prezioso, ma anche con uno spazio diverso, ha avuto un crescendo e mi ha fatto divertire molto. Sicuramente resta un po’ di nostalgia.

F. ACQUAROLI: C’è un senso di nostalgia, ma anche un senso di compiutezza molto forte. Abbiamo fatto qualcosa di cui essere molto fieri. Io sono molto contento di questa esperienza, mi ha dato tanto, sono stati tre anni bellissimi. C’è la tristezza che tutto questo finisca, ma c’è anche la soddisfazione di aver compiuto qualcosa di bello.

R. D. ROSSI: La nostalgia ci sarà sia per i personaggi che per il gruppo di lavoro, la nostalgia di ritrovarsi in quella dimensione ormai consolidata, anche perché tra di noi ci si impara a conoscere e si creano dei gruppi dove ormai ci si capisce. Sono situazioni molto rare.

“Suburra - la serie”: la conferenza stampa con il regista, gli sceneggiatori e i produttori

Com'è stata quest'esperienza? 

ARNALDO CATINARI (Regista): Io sono in un grande frullatore di emozioni in questo momento perché mi sto rendendo conto di quello che abbiamo fatto, dell’amore che tutti noi abbiamo messo in questo progetto, che mi ha visto nelle precedenti stagioni come direttore della fotografia, per cui lo conosco molto bene. Poi l’anno scorso è arrivata questa proposta, un po’ inattesa e inaspettata, ma che mi ha riempito il cuore di gioia, da parte di Gina e Riccardo Tozzi perché affrontassi questa nuova stagione non più in qualità di direttore della fotografia ma come regista. Il frullatore emotivo c’è, c’è stato e mi ha portato a dire queste parole adesso perché ho lavorato con amici, con attori che per me sono tutti attori da Oscar. In questo esordio alla regia in una serie così importante ho avuto al mio fianco Gina, che è stata non solo produttrice e showrunner, ma la vera anima di questa serie.

La terza stagione è la più breve. A volte si ha la sensazione che abbiate dovuto 'correre' per chiudere: ci sono delle linee narrative che avrebbero meritato maggiore spazio?

L’ultima stagione ha una grande fortuna: innanzitutto è un epilogo e forse sintetizzare il tempo era quello che ci richiedeva questo epilogo affinché il tempo risultasse ineluttabile e questi personaggi non potessero più scappare da nessuna parte. Ognuno è solo con se stesso e davanti ha un tempo che sta per finire. Avremmo potuto fare anche una stagione di dieci episodi, però penso che queste sei puntate - che mi preoccupavano molto all’inizio perché pensavo fossero poche - invece, per come abbiamo steso il racconto, mi sembra sia lo spazio migliore, proprio per il racconto emotivo dei personaggi. Abbiamo cercato di raccontare non solo con l’azione, con un ritmo molto alto, abbiamo provato a puntare soprattutto sull’emozione. Ognuno di questi ruoli non aveva più alcuna alternativa. Il tempo che veniva dato era quello che stava finendo. C’è un conto alla rovescia, un tic tac, che arriverà all’ultima inquadratura della sesta puntata.

Con questa terza stagione si conclude il percorso, cos'ha lasciato quest'esperienza (prima produzione italiana di Netflix)?

GINA GARDINI (Showrunner e produttrice Cattleya): “Suburra” a livello personale è un percorso molto lungo, di quasi otto anni per cui, a livello emotivo salutarla, mi trasmette una sensazione dolce-amara. A livello professionale mi ha dato la possibilità di crescere tantissimo e collaborare con Netflix - non mi era ancora capitato e mi ha fatto cambiare prospettiva su come sviluppare una serie con un pubblico già internazionale. Quando noi realizziamo un progetto conosciamo il nostro pubblico e speriamo sempre che il nostro prodotto ottenga un pubblico sempre più vasto; questa serie era già stata pensata in questa direzione ed è stato bello e interessante imparare e crescere insieme a Netflix.

L'idea editoriale di discostarsi dal romanzo e dal film è sempre stata presente o si è manifestata in corso d'opera?

G. GARDINI: Sin dal momento in cui Netflix ci ha chiamato per proporci un adattamento del film “Suburra”, l'idea è stata subito di spostarsi a 180° dal racconto e dall'anima del lungometraggio per dar vita alla serie. Il film è stato sviluppato in una maniera molto precisa: gli eventi erano in primissimo piano e tutti i personaggi erano al servizio di questa scadenza cupa verso l’Apocalisse. Qui abbiamo ribaltato tutto, volevamo raccontare come i nostri personaggi portavano avanti e creavano gli eventi. Era sempre stato previsto che il film e la serie non avessero tanto in comune - a parte alcuni ruoli - ma soprattutto il grande tema e cioè che a Roma servono Stato, Chiesa e mondo criminale per governare. La serie è sempre stata prevista come un arco di tre stagioni, divise tra tre mondi così come il finale era stato immaginato così.

Per R. Tozzi: cosa risponde a chi, in nome della polemica che accompagna spesso i 'crime', accusa “Suburra” di fornire un'immagine troppo negativa di Roma?

RICCARDO TOZZI (produttore Cattleya): quello che rispondevano i nostri antenati ad Andreotti nel ’48 quando diceva la stessa cosa sul Neorealismo, cioè che le condizioni in cui era l’Italia non le aveva prodotte il cinema, la Settima Arte semplicemente le rappresentava. Noi ci ispiriamo alla realtà per fare dei racconti di fantasia, come sempre. La realtà da cui partiamo non la produciamo noi, la troviamo, ci mettiamo poi il nostro lavoro di drammaturgia, in modo tale che non sia una scrittura arbitraria, ma fondata sulla realtà. Però non siamo noi che la produciamo la realtà.

Quanto questa serie parla ancora dell’attualità?

Credo che continui a parlarne e credo anche che la ragione per continuare a vederla da parte del pubblico sia il legame con la storia e con i personaggi, quindi la relazione diretta con la cronaca di tutti i giorni ha un’importanza relativa e questa, d'altra parte, è la funzione del racconto: essere autonomo dai singoli casi. I personaggi di Cinaglia e di sua moglie Alice sono, da questo punto di vista, oltre la narrazione della cronaca, perché è la storia di due brave persone, di due militanti politici di base assolutamente integri, che si trovano in un sistema deformato e distorto che distorce anche loro. È un racconto che va al di là della cronaca politica, ma sull’umano.

Per Abbate e Bertelli: quanto è difficile scegliere di rinunciare a un personaggio?

EZIO ABBATE (sceneggiatore): Non è sempre facile da capire, però spesso per noi la decisione sulla vita o sulla morte di un personaggio non è legata tanto alle nostre idee; spesso i personaggi, soprattutto nei prodotti di successo, prendono talmente vita che poi sono loro stessi a guidarci verso delle soluzioni. Tutti i personaggi che sono morti nelle tre stagioni di “Suburra” in qualche maniera ci avevano suggerito il loro finale. Quindi noi in quel caso semplicemente prendiamo atto, non decidiamo dal nulla di fare un colpo di scena.

FABRIZIO BETTELLI (sceneggiatore): Si gestisce come in una sala da gioco giocando a rialzo: esce una carta e tu punti il tuo capitale di fantasia e investimento narrativo su un personaggio che a quel punto è nuovo, lo carichi di aspettative e speri che possa sbancare. A volte è una scommessa che riesce, altre volte riesce meno. Nel nostro caso direi che ci siamo riusciti, giocare sul tavolo con tante carte è stato interessante, produttivo e alla fine anche vincente.

La terza stagione mette in risalto l'evoluzione dei personaggi di Angelica, Nadia e Cinaglia. Se vi fosse proposto di lavorare a uno spin-off su di loro?

E. ABBATE: Sicuramente ci piacerebbe. Abbiamo passato cinque anni della nostra vita immersi in questo mondo ed è un grande dispiacere e dolore lasciarlo adesso. È un mondo talmente ricco che sicuramente aprirebbero alla possibilità di uno spin-off. Il problema dello spin-off è però sempre quello di trovare un’identità, che sia un’identità nuova, originale alla storia.

F. BETTELLI: La presenza scenica delle ragazze è stata davvero sorprendente. “Suburra” è stata una serie molto maschile e l’ingresso delle ragazze ha rappresentato un crash notevole. Dire ora se e quando ci sarà uno spin-off è un po’ difficile, è una cosa da riunione di sceneggiatori, però è indubbiamente una sfida forte, perché le tematiche di Suburra riversate sulla dimensione femminile stuzzicano.

Ph Emanuela Scarpa/Netflix

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Maria Lucia Tangorra

Pugliese di nascita e milanese di adozione, pensa che in particolare di teatro e cinema non si possa fare a meno. Giornalista pubblicista, laureata in Lettere moderne percorso 'Letteratura e arti' in Cattolica, scrive in particolare modo di Settima Arte e di quella più antica - quella teatrale - ma negli anni ha ampliato occupandosi anche di tv, mostre, libri ed eventi. Vive nella città meneghina, ma effettua trasferte ad hoc anche per seguire festival di settore.

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