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Roberto Plevano. Il riverbero delle grida tra le linee e i geometrismi: poesia ridata alla vita con il colore.

Le opere di Plevano rappresentano l’ultimo baluardo dell’astrattismo geometrico dell’arte contemporanea. Quelle più datate sono state donate alla Permanete di Milano e al Museo della Scienza e della Tecnologia.

Roberto Plevano è un anticonformista. Fuori dagli schemi ordinari del mercato dell’arte. Uno dei folli che dipinge e dona all’arte senza presidiare negli archivi dei mercanti che fanno i conti. È anche colui però che è riuscito a donare alla Permanente di Milano, del cui Consiglio fa parte, alcuni degli eventi e delle tavole rotonde più avvincenti e profondi. Perché esiste in lui l’incostante moto ondulatorio della folata -se fosse spagnolo direi del Duende- quel nodo che si divincola tra i colori di innumerevoli nature e che si sfoga esanime divenendo visioni apocalittiche ridisegnate, reinventate. Perché perdura dalla nascita quella tensione artistica, chiamata talento o poetica.

Le sue visioni si estendono in campiture infinitesimali, volte e rigide linee, geometrie assolutistiche che ridisegnano paesaggi, spiagge, tramonti, architetture e incontri. La sua follia orchestra innumerevoli varianti dello stesso, assillante tema che torna cadenzato nella mente dell’autore e agli occhi del visitatore. Quella stessa pazzia che aiutata dall’arte, contagiata dall’arte, ha trovato il suo decorso armonico trasformandosi in poesia visiva. È questo il senso che ha dato Plevano alla terapia attraverso l’arte: un percorso coadiuvante, non di esclusione o di presunzione di una sull’altra. Piuttosto terapia che aiuti a convivere con la danza belluina della mente. È così che l’artista racconta il suo percorso fuori e dentro con la follia delle sue visioni sempre presenti in un equilibrio parsimonioso di tedio e vitalità. Che poi è la storia della vita. Quella di tutti.

Ho conosciuto Roberto Plevano alla Permanente di Milano. Ci aggiravamo curiosi in una collettiva e lui, guardingo, presenziava accanto ai suoi lavori. È nato così il nostro dialogo quasi involontario, abbiamo iniziato a parlare del suo operato, del suo rapporto con la Permanete, del suo lavoro negli anni, delle sue 20.000 opere da lui custodite, del suo conflitto con il mercato dell’arte. E poi della sua terapia, delle sue distorsioni visive e del colore come flusso imperturbabile di energia funesta.

È da quel dialogo che le nostre vite si sono incrociate e unite nel nome di un ideale simile, che mira alla divulgazione del talento, indipendentemente dal valore di mercato. È proprio quel valore, che tutto distorce e comanda, che non deve permettere alcuna nebbia davanti ad un maestro come Roberto Plevano. Non c’è incertezza nella visione che lui da dell’arte e quella che si percepisce, cumulo di storie già digerite dei periodi storici più avvincenti che ha vissuto come osservatore, studente e autodidatta. E poi che ha naturalmente rielaborato, nella storia della sua vita.

Classe 1948, nasce a Chiavenna e da subito la sua pittura si divide idealmente in due cicli: quello figurativo dei primissimi anni, fatto di mari, montagne e scorci di città, forme naturalistiche comunque contaminate da suggestioni cubiste e metafisiche, e quello geometrico, dove la linea si sintetizza e le forme si astraggono. Le linee prendono il sopravvento e invadono i suoi racconti, fatti comunque di paesaggi e natura ma destrutturati, scomposti, distrutti e ricostruiti. Puzzle di realtà oniriche, viaggi interstellari che richiamano alla città, ai navigli, all’architettura ma anche al viaggio spazio temporale che fa l’artista attraversandoli. 

È il concetto di “passaggio attraverso” che illumina chi osserva e viene catapultato, appunto, altrove. Il rigore di segno e colore, che appare puro e limpidissimo, formalizza l’incompreso groviglio di linee e sagome: l’eccesso coloristico che denota esuberanza e smania è sempre controllato dal ritmo del segno imperturbabile e lucido. Equilibrio sregolato, in apparenza, perché dal disegno l’artista procede spinto da dettami a lui molto chiari e netti, apre finestre sullo spazio, sul tempo e sulla materia, sconvolgendo quest’ultima per renderla irriconoscibile e poi, infine restituirla, asciugata da superflue divagazioni, nella sua essenza più edonistica.

Si avverte nel suo errare la spiritualità con cui opera, in riservati rituali quotidiani, nel suo studio conforme alla severità dell’ordine schematico che lo domina, dove opera un continuo, prolisso viaggio di produzione costante. Mai stanco, dona sempre voce alla sua follia visionaria. Non può zittirla perché la cura è nella sua stessa estrinsecazione. Plevano racconta con disinvoltura le sue iperboli decostruttiviste, ne narra come i grandi, inconsapevoli della propria forza mutante, quella che poi, segnerà la storia. E Plevano ci entra a grandi passi, nella linea del tempo, pur lasciando il suo sogno ancora non decodificato dal mercato. Perché il mercato spesso è cieco.

20.000 opere sono un olimpo di paesaggi e linee, una città fortezza dentro cui rifugiarsi dal mercato, una Babele di contenuti inesplorati. Stolti coloro che non vorranno sbirciare oltre le mura che l’artista ha costruito.

Grazie Roberto. Per le parole e per le tue opere. 

 

 

Daniela Ficetola

Redazione Nerospinto

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