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Nella meravigliosa cornice del Festival Piano City, la pianista Alice Di Piazza si racconta a Nerospinto

Piano City 2019 si è definitivamente concluso ma quei tre giorni di pura poesia ci rimarranno a lungo nel cuore. Dopo il concerto di apertura in Piazza Liberty, abbiamo partecipato ai concerti più esclusivi e domenica ci siamo fermati a fare quattro chiacchiere con una pianista davvero speciale.

Domenica 19 maggio al Teatro Gerolamo in Piazza Beccaria a Milano, è andato in scena un concerto di musica classica contemporanea. La pianista, Alice di Piazza, ci ha deliziato con brani di J.S Bach, R. Schumann, J. Brahms e S. A. Gubajdulina.

Teatro Gerolamo in Piazza Cesare Beccaria a Milano

Napoletana d’origine e siciliana d’adozione, Alice attualmente risiede in Svizzera con il marito Julienne ed è una delle pianiste più famose anche sulla scena internazionale.

Mentre suona sente dentro di sé una vocazione mistica e raggiunge il senso più alto dell’arte.

Al pari dei magnifici Chopin e Beethoven, si mette sempre umilmente al servizio della musica e crea una profonda sinergia con il pubblico. All’inizio di ogni sua performance rende un omaggio a Bach, quasi come una preghiera che la proteggerà durante il concerto. Attualmente sta collaborando con la grande compositrice russa Sofija Asgatovna Gubajdulina per concludere uno dei suoi più grandi progetti: “La poesia della trascendenza”.

Quando ha iniziato a suonare?
Se guardo indietro non ricordo un singolo momento senza pianoforte. Io da piccola abitavo con mia nonna e lei era una pianista, è stata lei a farmi cominciare. Tutte le sere creava per me una specie di piccolo rituale: accendeva una lucina vicino al pianoforte, mi prendeva sulle sue gambe e posava le mie mani sulle sue. Lei è stata senza dubbio la mia prima insegnante.

Alice Di Piazza che suona

E poi ha continuato?
Sì, a 12 ho vinto un concorso nazionale nella città di Messina e poco dopo sono entrata al Conservatorio di Musica Vincenzo Bellini di Palermo. All’età di 17 anni ho vinto un concorso pianistico internazionale che mi ha permesso di vincere una borsa di studio alla Royal Academy of Arts a Londra. È stato un periodo molto intenso della mia vita: ero sempre in viaggio tra Londra, Parigi e Palermo dove ancora seguivo gli studi universitari. Dopo quegli anni travagliati, ho avuto l’onore di perfezionarmi con Krystian Zimerman, un grandissimo pianista e compositore polacco.

Che cosa rappresenta per lei la musica?
È la mia voce. Da piccola avevo dei noduli alle corde vocali e non impostavo bene la voce ma avevo il desiderio di esprimere quel vortice di emozioni che sentivo dentro. Il pianoforte è stato la mia prima voce: quando suonavo prendevo parte ad una vera e propria catarsi in cui raccontavo tutta me stessa. Da qualche tempo quando suono cerco di sparire dietro alla musica ed essere solo un mezzo per trasmettere un linguaggio universale, quello dell’arte. Sono arrivata a questo grazie allo studio epistolare che conduco quotidianamente. Dopo aver letto le lettere dei grandi artisti come Beethoven, Chopin, Brahms, Goya e Van Gogh ho capito che nell’arte bisogna utilizzare la propria umanità per trascenderla e renderrla al servizio di tutti.

Primo piano Alice Di Piazza

Secondo lei, la musica classica è anche per i giovani?
Io ho notato un graduale disinteresse del pubblico giovane, è raro vedere dei ragazzi nelle sale da concerto. Credo sia per questo che molte associazioni concertistiche cercano di proporre dei programmi ad hoc per i giovani. Noi italiani siamo favoreggiati rispetto ai nostri colleghi del continente perché volenti o nolenti siamo sempre vissuti in un ambiente culturale estremamente ricco.

Il Festival Piano City Milano va molto incontro ai giovani, elimina le barriere che di solito ci sono tra il solista e il pubblico.

Crede che il solista dovrebbe essere più vicino al pubblico durante i concerti?
Io il mese scorso ho fatto tre concerti in Svizzera e ho deciso di togliere il palcoscenico: il pubblico era tutto attorno a me. Sentivo il calore della gente che ascoltava le mie note, si è creata una comunicazione con il pubblico davvero spettacolare. C’era chi piangeva, chi a fine concerto mi ha preso le mani, chi mi ha raccontato che gli ho fatto fare un viaggio interiore in parti che non supponeva nemmeno di avere. La prossimità con il pubblico fa sì che si elimini quel cliché secondo cui la musica è a senso unico. L’esperienza concertistica non può e non deve essere a senso unico. La sinergia con gli ascoltatori dev’essere più forte che mai, solo così si può raggiungere il senso più alto dell’arte.

Un consiglio per i suoi colleghi?
Pensare meno all’immagine che si vuole dare di se stessi e mettersi di più al servizio dell’arte e della musica. Dopo la diffusione dei social network si è verificata una profusione di immagini da cui tutti sembrano essere ipnotizzati. Non deve più essere la musica al servizio della nostra immagine, dobbiamo essere noi che ci mettiamo umilmente al servizio della musica.

Margherita Maroni

Amo la poesia, la matematica è solo un diletto. Leggo giornali, scrivo articoli e amo imparare. Lilli Gruber wanna be.

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