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Lo spazio e il tempo nell’arte: da Picasso a Castellani

Le tappe fondamentali che hanno visto il superamento dei limiti imposti dalla tela per la creazione di un’opera d’arte totale, sono il percorso ideale nella ricostruzione di una dimensione spazio temporale dell’arte.

Alcune tappe fondamentali del ‘900 che hanno visto la graduale introduzione del tempo e dello spazio nell’arte figurativa: dall’intuizione geniale di Picasso, passando poi per surrealisti e futuristi, fino alla creazione per mano di grandi nomi italiani dell’opera d’arte totale, un inno all’astrazione più pura.

Ad alcuni dei più grandi artisti italiani si deve l’introduzione delle dimensioni di tempo e spazio nell’arte figurativa: un’intuizione geniale che germina con Picasso ma che viene sviluppata nelle sue forme più pure ed assolute da firme nostrane.

Se il pittore spagnolo aveva infatti, con le sue Demoiselles d’Avignon, offerto la simultaneità della visione con la scompaginazione dell’immagine, concetto poi portato avanti dai futuristi, è con Castellani, Bonalumi, Manzoni, Fontana e Baj che il tempo e lo spazio diventano i protagonisti assoluti della tela, sovrani indiscussi che portano ad una fusione reale dell’arte figurativa con la quarta dimensione.

Tutto comincia con quel quadro, provocatorio, ardito e immorale, che Pablo Picasso realizza nel 1907 ma decide di non esporre e che vedrà la luce solo nel 1916. I volti e i corpi frammentati delle Demoiselles offrono alla visione dello spettatore più punti di vista contemporaneamente, come se l’occhio circondasse le figure per vederle da tutti i lati.
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È la dimensione temporale che Picasso introduce nell’opera, un’intuizione sviluppata anche dai surrealisti e dai futuristi con la resa del movimento. In forme uniche della continuità nello spazio, Boccioni traspone l’idea picassiana nella scultura, cercando di modellare la fluidità e la continuità del movimento. L’artista ci offre una dimensione temporale diversa da quella concepita da Picasso, non più la simultaneità, ma l’istante: la figura è congelata nel momento in cui è in procinto di muoversi, la falcata ampia e fiera, il piede appoggiato ma sollevato allo stesso tempo, l’attimo fuggente.

Les Demoiselles d’Avignon si è rivelato un punto di non ritorno, imprescindibile traccia da seguire per le avanguardie a venire: da quel momento, non è più possibile restare ingabbiati nell’unico punto di vista, non è più possibile concepire l’arte figurativa in rapporto alla bidimensionalità.

Intento portato a pieno compimento da grandi nomi italiani che riprendono in mano la tela e fanno della dimensione temporale la protagonista indiscussa dell’arte; una ricerca mossa dal sforzo di innovare radicalmente una scena artistica chiusa, stagnante e afflitta dall’adozione di modelli ripetitivi.

Nel 1947 con il Manifesto Blanco dello Spazialismo, Fontana denuncia l’inadeguatezza dell’opera “da cavelletto” e la futilità della distinzione tra opera pittorica e plastica. L’istante di Boccioni viene da lui ripreso e trasportato su superficie piana con un unico, netto taglio incisivo che apre una finestra verso l’infinito, una fessura verso lo spazio e il tempo, ma che lascia l’opera libera da prospettive, vie di fuga e volumi, libera perfino dal segno. Con un unico gesto egli colpisce il telaio e lì vi racchiude il gesto compiuto, l’atto di violazione, l’istante puro e semplice. Egli risponde al bisogno di creare un’arte estesa oltre ai limiti della tela o della singola scultura: distruggere dunque, per costruire qualcosa di nuovo.

Fontana aveva così tracciato un sentiero aperto verso nuove direzioni, su cui proseguiranno i suoi seguaci. Verso le fine degli anni ’50 altri artisti italiani soffrono i limiti dell’arte bidimensionale e agiscono per oltrepassarli: pur restando legati alla pittura e alla tela, dopo Fontana, anche Castellani, Bonalumi e Manzoni sono convinti che l’arte debba trovare un senso di per sé e non tramite rimandi simbolici o rappresentazioni della realtà. Ecco che allora la tela si adatta e si modella sulle forme delle sagome sottostanti, a creare giochi di pieni e vuoti, luci e ombre che creano prospettive impossibili ed effetti imprevedibili e seducenti.

Il gruppo si fa portavoce di un’innovazione radicale: Bonalumi con i suoi dipinti in rilievo, Manzoni con i suoi Achromes e Castellani con le tele estroflesse; tutti mirano alla resa tridimensionale dell’arte pittorica, ad una tela che acquista volume e struttura.

A Castellani, il più impegnato in questa ricerca, la suggestione, il richiamo, la citazione non interessavano. Per lui l’arte era qualcosa di mentale: si faceva con l’arte e non con l’ausilio. La sua era una pratica analitica che riprendeva la preziosa lezione di Fontana per svilupparsi in modo autonomo nel senso nel ritmo, dello spazio e della forma.

Un inno all’astrazione più pura, un lavoro che integri pittura, scultura e architettura. Un’opera d’arte totale.

 

 

Daniela Ficetola

 

Redazione Nerospinto

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