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Intervista a Margò Volo- "Con Enzo Iacchetti facevamo cabaret in certi localacci!"

“Dimmi che scarpe hai e ti dirò chi sei”: la più grande ossessione delle donne mette
piede in teatro, diventando il pretesto giocoso per un’acuta e trasversale esplorazione delle
molteplici personalità femminili.

  


Nerospinto ha incontrato l’attrice Margò Volo dopo la rappresentazione al Teatro Bello
del fortunato Scarpe, di e con Margò Volo, per la regia di Enzo Iacchetti.
Bisogna farlo vivere il Teatro Bello- dice Iacchetti, con entusiasmo, dal palco
milanese- bisogna farlo crescere questo teatro meraviglioso situato in una Milano
meravigliosa, sarà utile per voi tutti che guardate ma anche per le scuole che
insegnano teatro a i bimbi e ai grandi.
Credo che la protagonista di questo spettacolo-prosegue - sia una delle più brave
attrici, comiche e non, che abbiamo In Italia. Ci conosciamo da una vita, da quando
facevamo cabaret in certi localacci!

 

Dall' "inizio indolore" con Strehler al cabaret con Piero Mazzarella, ultima grande icona della scuola dialettale milanese, passando per le pedagogie di Decroux e Lecoq (in pochi sanno  che ha anche un diploma di mimo presso la Civica Scuola d’Arte Drammatica “Piccolo Teatro di Milano”)  e l'astrologia cabalistica, la funambolica autrice e interprete di "Scarpe" racconta con profondità e innata vis comica la sua storia di attrice comica "suo malgrado". Senza nascondere l' attrazione fatale per Euripide.


“Scarpe” ha la regia di Enzo Iacchetti… com’è nata la vostra collaborazione?
Con Enzo Iacchetti ci siamo conosciuti nell’ottantasette sui Navigli, facevamo cabaret in
questi localacci, come dice lui…e siamo diventati amici, siamo sempre stati vicini,
affezionati… quindi tanti anni fa lo avevo invitato ad una anteprima del mio spettacolo
“Scarpe”, e lui mi chiese: “ma chi ti ha fatto la regia?”e io gli dissi: “ma chi vuoi che me
l’abbia fatta la regia, Enzo, nessuno, io! Non c’é neanche una regia, è solo una lettura,
così…” E lui mi disse: “Vabbè , te la faccio io la regia”. Ci siamo messi a lavorare, era
una prima versione, poi l’ho riscritta, l’ho riscritta, l’ho riscritta…man mano lui ha
sempre provato le variazioni, le aggiunte, i tagli…fino ad arrivare alla versione attuale.
E’ nata così la collaborazione, da un’affinità, da un’affezione e anche dalla sua grande
generosità perché Enzo è un uomo davvero molto generoso e non finirò mai di
ringraziarlo per questo.

 

 

 


Ci racconta gli inizi con Giorgio Strehler, al Piccolo Teatro di Milano?
Per quanto riguarda gli inizi con Giorgio Strehler e il Piccolo teatro in realtà io ci sono
stata molto poco… nel senso che ho lavorato all' inizio nel Faust e poi sono andata via
subito. E’ stato un inizio così… indolore (Ride N.d.R.) perché poi ho cominciato subito a
fare l' attrice comica, quindi sono passata dal Faust di Strehler a Mazzarella, Piero
Mazzarella, al cabaret… sono passata al cabaret perché negli anni ottanta pagavano
subito tanto… io in quegli anni avevo bisogno di mantenermi e le paghe in teatro erano
molto basse, come d’altra parte sono tuttora; Piero Mazzarella invece pagava molto
bene. Il teatro San Calimero faceva teatro in milanese, io sono milanese, per cui … !


Ha capito che, “suo malgrado”avrebbe fatto l’attrice comica recitando il monologo
della fiala…Ci racconta come è avvenuta questa presa di coscienza?
Mio malgrado, sì, nel senso che spesso nei momenti di incertezza scattava la risata del
pubblico o dei compagni di Accademia del Piccolo e quindi sì… mi piaceva far ridere, mi
piaceva far ridere!


Si diploma tra il 1981 e il 1985 presso la Civica Scuola d’Arte Drammatica “Piccolo
Teatro di Milano” sia come mimo che come attrice. Vuole spiegare ai profani il senso
di “mimesi”, che sta alla base del genere mimico?

Allora, negli anni’ 80, diciamo, ma in generale nel dopoguerra, il senso del mimo veniva
dal fatto che gli attori ottocenteschi si esprimevano principalmente con le mani e col
viso e il tronco rimaneva morto e invece Étienne Decroux rivoluzionò lo stare in scena
nel dopoguerra. Decroux ebbe come allieva e discepola Marise Flach, che portò il mimo
di Decroux in Italia e che fu la mia insegnante… e anche l' autrice di tutti quei movimenti
meravigliosi che avevano gli attori strehleriani sulla scena… erano tutti i movimenti
curati da Marise Flach, che diede quindi un grande contributo a tutta la magia del
movimento scenico strehleriano.
Mimo significa far vivere il corpo al di là delle parole, creare un linguaggio non verbale
che supporta e integra la parola, quindi ci fu una grande attenzione al corpo; Decroux
da una parte e Lecoq dall’altra. Fortunatamente arrivò questa concezione del corpo
come sede importante di tutte le espressioni in apertura, in chiusura…mimesi poi
significa “fare come se” e quindi riprodurre, ricreare, ricreare anche un oggetto fatto
d’aria, un oggetto fatto di spazio, creare fantasmi in scena, muoversi tra
fantasmi…dunque risemantizzare il gesto, dargli un nuovo significato, un significato
scelto, simbolico e quindi rituale perché il rito è il simbolo in movimento. Il nostro corpo
ricrea una realtà, un mondo. Come si dice che le parole non descrivono il mondo ma lo
creano in scena, allo stesso modo il gesto non descrive un mondo ma lo crea.

Lei fa parte di Borgo Teatrale, nato da un’iniziativa di Giorgio Rosa. Qual è, a suo
avviso, la forza di questo progetto di  Recitazione Teatrale e Cinematografica?
La forza di Borgo Teatrale è la gioia, il piacere, l’accoglienza, il benessere. Senza che
manchi ovviamente l’impegno…è uno stare bene insieme, un ricrearsi, un ritrovarsi, un
giocare a ritrovare se stessi, creare uno spazio in cui ci si possa esprimere, stare bene,
gioire insieme agli altri e ritrovare il bambino dentro di sé che questa vita ci fa un po’
mettere da parte, ma-credo- non dimenticare. Credo che nessuno dimentichi mai la
propria natura gioiosa, spirituale infantile!
Un altro punto di forza di Borgo Teatrale è la professionalità di chi insegna, i docenti
sono tutti attori professionisti, per tutta la vita abbiamo sempre fatto questo… La
differenza tra i miei allievi e gli attori professionisti- glielo dico sempre- è
esclusivamente la quantità di ore dedicate all’esercizio e alle prove…Per il resto agli
allievi insegno esattamente le stesse cose che ho imparato all’Accademia e negli studi
successivi…perché io tutti gli anni seguo altri seminari, altri docenti, altri registi, altri
artisti…credo sia necessario mettermi nella dimensione dell’allievo per immedesimarmi
nell’allievo e accoglierlo in una culla di possibilità espressive.

Ogni scarpa una camminata, ogni camminata una diversa concezione del mondo;
così Nanni Moretti, in “Bianca”. E’ d’accordo?
Sì sono d’accordo… diciamo però che Nanni Moretti sposta l'attenzione alla camminata e
quindi porta la camminata ad essere “interpretata” eccetera eccetera… In realtà non è
che ad ogni scarpa corrisponde una camminata, perché la persona con la stessa scarpa
può camminare in modo diverso. Io direi “una scarpa diverse camminate” perché, come
dico nello spettacolo, la stessa scarpa col tacco può essere portata in diversi modi,

quindi in realtà non è la camminata che rivela ma è il modo in cui porti la scarpa che ti
rivela…rivela se hai abitudine a portarla o meno. Io non arrivo a vederci dietro una
diversa concezione del mondo, io dico “ogni tipo di donna indossa un tipo di scarpa”;
infatti i miei personaggi, in testa, hanno la scarpa che li rappresenta: c’è la “distratta”,
che ha uno stivale messo di traverso, la “scarpivora”, che ha questo diadema fatto di
scarpe fatte a loro volta di piume… sono delle scarpe che all' epoca lo sponsor mi regalò,
scarpe che costano tantissimo. Io ci feci il diadema simbolo… oppure la “produttrice di
scarpe” che ha questo cappello di scarpe fatto di prototipi… queste sono finezze,
magari uno non le vede però insomma… ecco… e quindi io non arrivo a fare della
camminata un argomento antropologico ma dico semplicemente che ad ogni tipo di
scarpa corrisponde un tipo di donna. Ovviamente la stessa donna può cambiare scarpe,
siamo liberi di cambiare scarpe, alte o basse eccetera… ma in generale chi porta le
scarpe come- per esempio- il mocassino… ecco il mocassino appartiene a un certo tipo di
donna mentre invece il tacco…
Comunque sono d’accordo con l’affermazione di Moretti anche se non è esattamente
quello che dice il mio spettacolo, io rimango nell’ambito di una satira di costume, il mio
è uno spettacolo che va bene dappertutto, a destraasinistrasoprasottoalcentroalcentrodestra!

Sono un po' super partes perché la tipologia comunque va oltre … io dico che il collezionismo di scarpe è un fenomeno vivo
a tutte le latitudini, a tutte le età ma io direi anche a tutti i ceti sociali, perché ormai-
voglio dire- le scarpiere piene ce le abbiamo tutte! Una volta era soltanto per le poche
che se lo potevano permettere, il collezionismo di scarpe, ma adesso trovi anche le
scarpe a 5 euro… scarpe bellissime a 5 euro, a 3 euro! Io ho un paio di scarpe di raso col
tacco, meravigliose, che ho preso a tre euro..per cui … non vado a cercare nella
psicologia, cioè quello è un ambito che si tocca ma poi …mando a cagare Freud e gli
psicanalisti! Perché insomma il mio personaggio non arriva ad approfondire, arriva solo
a dire “mah… questo dice così questo dice cosà… Io non ci capisco niente, a me
piacciono le scarpe!” Ecco, anche nella mia canzone finale “Rossa scarpa rossa” faccio
una sorta di apologia della scarpa rossa citando tutti i tipi di rosso quindi (canticchia,
N.d.R.) “carminio, cremisi, cadmio, corallo, rosso di Marte, cinabro, pastello, sangue di
drago, vermiglio rubino, scarlatto, porpora, peperoncino, ciliegia, lampone, veneziano,
papavero, fragola, rosso tiziano, magenta, siena e cardinale”…Sono tutti tipi di rosso,
poi nella canzone dico anche altre cose…

Il tratto prevalente del suo carattere, prendendo in prestito una domanda dal
celebre questionario di Proust?
Allora …il tratto prevalente del mio carattere… mah… forse la versatilità, può essere? Un
carattere versatile, sì, mi adatto molto, il problem solving -direbbero-… sì la versatilità,
la capacità di cambiare, la capacità di cambiare. C'è il mio maestro di astrologia
cabalistica, Nadav Crivelli, che mi dice: “tu sei la Signora dei cambiamenti”… cioè, sono
una che è capace di cambiare da un giorno all’altro e riservo sempre molte sorprese.
Ecco, sono un po' vulcanica!

Qual è stato l’insegnamento più importante, fino ad ora, che ha
ricevuto dagli allievi durante la docenza?

L'insegnamento più importante che ho ricevuto dai miei allievi è che ogni persona è un
mondo meraviglioso… bisogna saper aspettare, bisogna saper vedere la luce in ogni
persona  Non puoi mai sapere davvero cosa ti riserva in futuro una persona.

Ne “Lo spettatore addormentato” (Rizzoli, Milano, 1983) Flaiano rivendicava,
ironicamente il proprio diritto di addormentarsi a teatro. Che possibilità concrete
perde uno spettatore concretamente e metaforicamente “addormentato”?
Sì, è vero! Evviva, è bellissimo addormentarsi a teatro!!! Io spero anche che qualcuno si
addormenti al mio spettacolo…non è che perdi una possibilità, è che ti svegli e sei in un
altro mondo, perché ti sei perso un pezzo e quindi…paff! Sembra un sogno, una di quelle
robe che arrivano e non sai perché appaiono, i sogni sono così! Lo spettatore
metaforicamente addormentato è già tanto che venga a teatro!
Io a volte mi addormento,
L’importante è avere sedili scomodi! Bisogna fare gli spettacoli nei teatri scomodi!
Però uno che si addormenta non credo che perda, può perdere qualche frase ma se lo
spettacolo è coerente poi lo recupera!

Lei spazia dalla televisione alla radio, passando per il cabaret, il teatro e la scrittura
di cortometraggi. E’ difficile destreggiarsi tra codici espressivi così diversi
mantenendo una riconoscibilità, una cifra autoriale?
Non è che io faccia le cose pensando di essere riconosciuta, cerco di essere adatta alla
situazione, non ho il problema della cifra autoriale, della riconoscibilità, del fatto che ci
sia o meno la mia firma…io son sempre io, qualsiasi cosa provenga dalla mia zona
creativa contiene la mia identità! Certo, ci sono codici espressivi che pian pianino si
imparano…certamente quello teatrale mi è più consono…negli altri sono “esperto per
esperienza”, come si dice, non ho il pezzo di carta, ma li conosco, li ho studiati, appresi
sul campo.


Alcuni teorici hanno definito la nostra epoca come inadatta sia all’umorismo che al
tragico…che ne pensa?
Io penso sia esattamente il contrario, se non c’è umorismo, se non c’è tragico, c’è
l’appiattimento totale. Credo fermamente che la nostra epoca sia adatta al tragico
come all’umorismo, rispettando e comprendendo le funzioni dell’uno e dell’altro. Il
tragico è fondamentale perché solo attraverso il tragico l’essere umano può
comprendere la sua natura, τράγος, il tragico con i suoi conflitti, il conflitto tra la legge
divina e quella dell’uomo…il tragico è realmente importante per la catarsi, per far comprendere i conflitti interiori
dell’uomo, per far comprendere che gli eventi della storia sono sempre situati in zone di
potere, crudeltà…quanto l’uomo può davvero sentire dentro di sé la tragedia di ciò che
avviene è importantissimo, è la percezione della tragedia che ci rende umani… e il non
smettere mai di rappresentarla, di inorridire , di scandalizzarci, di “sentire” la tragedia
è un patrimonio fondamentale.
L’umorismo è altrettanto fondamentale…se ci fosse solo tragico ci sarebbe solo
depressione, l’umorismo invece è espressione, il contrario di depressione, dico io.
L’umorismo è intelligenza, è la capacità di guardarsi e ridere di se, viene dall’analisi…Tutti i gruppi sociali privi di umorismo tendono al totalitarismo, tendono ad
essere impositivi, e questo è quanto meno grave. L’importante è il rapporto cuore a
cuore, umano.


Il libro che ha sul comodino?
Allora, io sul comodino ho…guarda…te lo dico subito!
Primo: Il Sutra del loto, titolo originale Myoho-renge-kyo, che leggo e rileggo …è un
sutra molto profondo che dice che ogni persona ha dentro di sé la natura di Buddha e la
possibilità di illuminazione.
Non ho tanti libri comici eh, attenzione!
Guarda, te li leggo i titoli… ce li ho qui!
Diderot, “Paradosso sull’attore”, “Racconti di cera” di Gustav Meyrink, poi ho Tolkien
che non manca mai, “Storia dell’origine dalla coscienza”, un altro Neumann…”La grande
madre”, "I nomi della dea” di Campbell, oltre a vari manuali di teatro…
Io in realtà non ho un comodino, ho una piccola libreria di fianco, aiuto!

 

CLAUDIA ERBA

 

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Direttore Responsabile
INDIRA FASSIONI

Se vuoi scriverle: direttore@nerospinto.it

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