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Intervista a JENA, il rocker da corsa

Abbiamo incontrato negli studi di Indihub Jena per un intervista, un rocker da corsa.

La velocità della vita, l’uomo che scioglie se stesso nella società liquida, la precarietà e il lavoro, la rabbia e gli errori. E tanto altro. Come guardare le luci di Brooklyn da un altro punto di vista. O la caverna di Platone dall’alto. O ripensare il punk nel 2015, svelandone il cuore più ruvido, in grado di colpirti e scuoterti, senza preavviso. Eccolo, ancora, il rocker Jena, pronto a raccontare il nuovo progetto musicale, BRUKLIN (Musica Cruda) senza tanti giri di parole, pronto a mostrare la realtà dei fatti, esattamente come appare, così come Brooklyn si legge Bruklin. Nove tracce: “Capriccio”, “Come vorrei”, “Ti telefono”, “Dove non c’è più”, “Più”, “Mai”, “Bruklin”, “Uomo da corsa” primo singolo e “Polverina”, quasi un tormentone dolce amaro, favola dark di una ragazza persa nel buio dell’eroina, in caduta libera nel vuoto di una non vita. “I brani sono tutti collegati – commenta il rocker – non li ho scritti con la finalità di realizzare un concept – album, ma rispecchiano questo momento della mia vita. BRUKLIN è il frutto di un lavoro molto intenso in cui ogni elemento e ogni suono hanno un loro preciso significato, che esprime il mio stato d’animo e la mia visione della musica”. E da buon “Uomo da corsa”, come canta in BRUKLIN, Jena coglie aspetti della contemporaneità, nella quale si immerge senza paura, sino a raggiungerne gli abissi più bui, per poterli analizzare, sviscerare e cantare. Così come sono, con la durezza della realtà che ti colpisce prima di accarezzarti, con suoni potenti e diretti. Si sente ed è cambiato, Jena (all’anagrafe Gianluca Favero), dai tempi dei Blak Vomit, storica band punk che fondò nel 1989. Erano gli anni dei Punkreas e dei Pornoriviste e la scena punk rock e underground del Nord Italia accolse con grande interesse quella musica cruda e senza compromessi, pura nella sua essenzialità, proposta dalla band di Jena. I Blak Vomit, già dal primo disco, “Nausea da punk”, riescono infatti a conquistare i palcoscenici nazionali e dopo una lunga serie di concerti, entrano nel roster del produttore Franco Godi e con il disco “Paradiso dei Dannati, aprono il Monza Rock Festival nel 1999, suonando con Liftiba, Pino Daniele e Aerosmith. Il singolo “Paura” viene selezionato come unico pezzo rock della colonna sonora del film  “Senza Filtro” degli Articolo 31. La decisione di intraprendere la carriera solista, si concretizza, il 25 settembre, con l’uscita di BRUKLIN. È la firma sulla rinascita del filone del punk rock che non ammette compromessi. C’è riscoperta, analisi, fatti personali che diventano universali, avvicinandosi anche quando sembravano distanti dal nostro mondo. Un disco che accoglie la nostalgia di chi passa dagli occhiali da sole a quelli da vista (Capriccio) e la sindrome da Peter Pan che non ti fa mai crescere, perché “la tentazione ha un’anima” (Mai), la fine di una storia d’amore e la gestione delle relazioni (Come vorreiPiù), menzogne,  tradimenti ed illusioni (Ti telefonoBruklin) sino alle privazioni della vita in carcere dove “non ho più la mia ombra” (Dove non c’è).

 In attesa di vederlo live il 23 ottobre al Black Hole di Milano e il 31 Ottobre al Millenote di Busto Arsizio, lo incontriamo negli studi Indihub, per raccontare vita presente, passata e futura di un rocker da corsa.

 

Anticipiamo BRUKLIN. Come e da dove nascono i suoi testi? 

Sono tutti pezzi musicalmente differenti, condizionati dall’accadere di varie cose: un mio amico è finito in galera e questo, per esempio, è stato uno degli elementi che ha dato il via alla scrittura. Poi, ho avuto una visione mentre, su un ponte della periferia milanese, avevo davanti a me una serie di oggetti – bicicletta rotta, una macchina parcheggiata e l’asfalto sporco d’olio – che mi hanno subito fatto pensare a Brooklyn. La mia immaginazione ha riassunto il tutto nel titolo dell’album: un nome sonoro che accoglie brani attraverso i quali cerco di aprirmi ed elaborare vari aspetti che riguardano lavoro, precarietà e diritti. E, poi, penso che il nostro esser sempre di corsa inibisca oggi ogni forma di tentazione.

 

E’ la sintesi del “Io non vivo, corro e muoio” come canta in “Uomo da corsa”, uno sfogo contro una certa percezione di realtà, malata e avara di emozioni.  

E’ un urlo di sfogo: farlo attraverso il brano è come esorcizzare la paura di morire. Insomma, lo sfondo è nero ma l’immagine che ne traspare è vincente. In fin dei conti, sono proprio gli elementi negativi che ti portano a riflettere e reagire. Mi sono ispirato alla musica americana degli anni Settanta, che amo particolarmente. Il videoclip, invece, è ispirato a Tempi Moderni, di Charlie Chaplin.

 

Si può ancora parlare di punk?

 Se ne parla perché comunque è un marchio ma viene usato un po’ troppo e a sproposito. Ma tutto, in fondo, deve cambiare.

 

Quando ha deciso di avviare la carriera da solista?

Sono sempre stato autore e compositore dei pezzi. Ora mi sento più libero perché non devo contrattare: se ho un pezzo già scritto che funziona, lo propongo direttamente. Ho sempre avuto il desiderio del “ora voglio fare come voglio io”.

 

I Blak Vomit erano diventati un’ istituzione nel panorama musicale punk. Qui la domanda sorge spontanea. Abbandonare il gruppo: chi gliel’ha fatto fare? 

La mia faccia di bronzo. Con l’età diventi più ambizioso e a volte le cose perdono di brillantezza e scopri degli aspetti che non ti aspettavi.

Cambiando, anche la formazione live ti porta delle sensazioni nuove. Mi sento un uomo in divenire e non mi riconosco in quasi niente di quello che ero vent’anni fa. Allora ero molto ingenuo e quando firmai il contratto con la casa discografica, lasciai il lavoro. Oggi non l’avrei mai fatto. Anche perché, dopo la firma, siamo stati lasciati in cantina.

 

So che ha un passato da ciclista. In che modo questo sport ha formato la sua personalità?

La bici mi ha condizionato molto e tutto è partito da mio padre, grande appassionato di questo sport.  Il ciclismo è una disciplina molto rigorosa e ti porta a sfidare te stesso, cercando sempre quella situazione in grado di agevolare il percorso, facendoti succhiare via le ruote. Vincere una corsa ti dava una valanga di adrenalina incredibile. Anche suonare ti dà quella scarica, mettendoti al centro dell’attenzione in maniera meno faticosa ma, comunque, con un notevole dispendio di energia.

 

C'è un pezzo del suo repertorio al quale si sente particolarmente legato?

 A parte “Uomo da corsa”, uno dei pezzi che reputo più completo e che amo di più, cito senza indugio “Il lavoro” dove il testo recita: “Il lavoro uccide le mie idee”. Quando ho smesso di lavorare, inizialmente facevo meno fatica a scrivere i testi. In realtà, le faceva nascere ma l’ho capito dopo quando, riprendendo con il lavoro, sono ricominciati anche gli stimoli.

 

Proviamo a riassumere Jena in una frase?

Faccio ancora troppi sbagli.

 

Ha  rimpianti? 

Chi non ne ha? Alcune cose le cambierei, sicuramente.  Riprenderei in mano alcune relazioni personali rovinate per fesserie o per orgoglio o testa dura. A volte si pensa di esser maturi anche quando non lo si è. Con l’età, impari a dare la giusta importanza alle cose.

 

E se le chiedessi di proiettarsi tra 15 anni?

Spero di esserci. Mi vedo ancora come autore e l’augurio che mi faccio è di avere ancora delle cose da raccontare.

 

 Mariella Cortes

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Redazione Nerospinto

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