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La ricetta della colomba cioccolato e pere di Bettinaincucina.

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Venerdì, 15 Febbraio 2013 16:51

Gus Van Sant : Promised land

Tanto tuonò che alla fine piovve.

È proprio il caso di dirlo per l’uscita nelle sale di Promised Land il film di Gus Van Sant che ancor prima di venire completato nel montaggio aveva già scatenato la reazione delle potenti lobby petrolifere e di buona parte della politica e della stampa americane.

Sarebbe facile parlare di film di denuncia e ancora più semplice parlare di pellicola in odore di censura o peggio, ma in realtà Promised Land è esattamente il lavoro cinematografico a cui Van Sant ci ha abituati da sempre. Uno spaccato della società contemporanea su cui lo spettatore è chiamato a riflettere e a confrontarsi. Chiunque abbia visto Paranoid Park e Elephant ha subito lo stesso processo degli spettatori di Promised Land e si è fatto la stessa domanda: io che farei al posto dei protagonisti? Ecco, allora possiamo parlare di un film di coscienza. La coscienza degli spettatori chiamati dal regista a interrogarsi su come va fuori. Che succede fuori di casa, dal nostro ufficio e dalla nostra cerchia familiare. Promised Land è la dichiarazione di impegno civile che Van Sant e gli attori trasportano nella pellicola sforzandosi di fare anche un bel film.

In realtà il film bellissimo non è. Manca di personalità vera tanto che non si fa fatica a inserirlo nel filone dei film di denuncia che ci sono arrivati in maniera copiosa negli ultimi anni dagli Stati Uniti.

Basta pensare a Clooney o Crowe e alle loro pellicole sulle aziende farmaceutiche o le grandi industrie di tabacco. Insomma, le intenzioni di Gus Van Sant sono più che buone ma in Promised Land decisamente si perde. Il film è piatto, non emoziona e non decolla. Neppure nel momento in cui i protagonisti iniziano il loro riscatto di coscienza nei confronti della società.

E allora come mai Promised Land è stato così osteggiato e criticato? Ovviamente per la storia.

Per la sceneggiatura intesa come racconto; e quello che racconta il film è davvero sconvolgente perché parla di persone e di vita reale al tempo della crisi economica globale.

In un giorno qualsiasi due agenti di una grossa compagnia vengono inviati in una cittadina rurale con lo scopo di convincere gli abitanti a cedere i loro terreni così da poterli successivamente trivellare ed estrarne gas naturale. L’idea della grossa compagnia è che una manciata di agricoltori, certamente non benestanti e stretti dalla morsa della crisi, non avranno difficoltà a cedere le loro proprietà. Sembra un compito abbastanza semplice per i due agenti inviati nell’America rurale più chiusa e meno colta ma non è così. La globalizzazione non riguarda, infatti, solo gli interessi finanziari e l’economia ma anche le coscienze e ad opporsi alla grande compagnia c’è Dustin Noble, attivista ambientale, grande persuasore di folle e cittadino preparato.

La Terra Promessa è degli americani che la coltivano e che la rispettano.

Questo dice la coscienza di tutti e questo vuole l’impegno civile che deve ripartire appunto dalla terra, dalle radici. Che non avvenga mai che il bisogno di sopravvivenza possa essere usato da chi vuole danneggiare il bene e la salute delle persone.

Matt Damon nei panni del protagonista ritorna in un ruolo che nel passato gli ha portato molta fortuna: il carrierista che decide di stare alla fine dalla parte degli oppressi.

Era il 1997 e Coppola lo scelse per L’uomo della pioggia. Gus Van Sant ce lo ripropone in Promised Land. Niente da dire. La parte l’ha imparata bene.

 

 

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