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Si trova nel cuore della movida di Milano, sui Navigli, ed è un locale che propone cocktail ricercati: si chiama Bond, e ha da poco presentato la sua nuova carta.

Leggere nell’anima di un Paese e dei personaggi che lo rappresentano nella continua ricerca della bellezza visiva: amore per la forma e per il suo contenuto,  questa la chiave estetica del cinema di Matteo Garrone, regista romano classe 1968, immerso nel valore dell’immagine sin dalla nascita - il padre Nico è critico teatrale, la mamma Donatella fotografa e figlia dell’attore Adriano Rimoldi – lanciato verso la regia dalla formazione pittorica. Il film diventa per il giovane Matteo un’occasione per sperimentare tutta la potenza figurativa del colore, della luce, dell’inquadratura come affaccio sul mondo. Le prime prove – “Terra di mezzo”, “Il caricatore”, “Estate romana” – sono frutto di questa ricerca che non si traduce però in astrazione, scegliendo di raccontare la realtà dal basso, quasi con approccio documentaristico, affondando lo sguardo nello scenario sociale contemporaneo, fino alle prime prove  attenzionate dalla critica italiana, “L’imbalsamatore” e “Primo amore” - ispirati ad episodi di cronaca - preludi all’affresco criminale di  “Gomorra”, che con la vittoria a Cannes nel 2008 consacra il talento registico di Garrone sulla scena internazionale. Attori non professionisti, insieme ad interpreti impegnati in teatro e cinema di qualità – su tutti Toni Servillo e Gianfelice Imparato – diventano luce e ombra plasmati dall’occhio della macchina da presa che racconta volti, corpi, ma soprattutto luoghi e atmosfere con un virtuosismo mai fine a se stesso, sempre complice della narrazione, indagatore al punto da accompagnare il pubblico dentro l’immagine, quella di un’Italia made in camorra e poi dell’ossessione mediatica in “Reality”, arrivato quattro anni dopo “Gomorra”. Non è più un sistema criminale a condannare le dolenti figure disegnate dal regista - con la collaborazione dello storico sceneggiatore Massimo Gaudioso – ma la finta verità del sogno televisivo, svenduto al centro commerciale in cambio della ragione. Resterà prigioniero di quel sogno senza più svegliarsi, intrappolato nel mondo deformato della celebrità, l’aspirante concorrente Luciano – denudato da Garrone nella sua fragilità senza bisogno di troppe parole grazie anche all’intensità dell’interprete Aniello Arena, ergastolano con una lunga esperienza di teatro al carcere di Volterra – mentre la vita continua a scorrere intorno a lui, piena di oggetti che riempiono con eccesso e ostentazione i vuoti di senso di una povera Italia vestita di illusioni. A noi di “Nerospinto” Matteo Garrone piace per il talento registico prestato al racconto dell’attualità con una ricerca di stile che vuole sempre raccontare un pezzo di vita, ci piace perché è una speranza per il cinema italiano di qualità.

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Direttore Responsabile
INDIRA FASSIONI

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