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Il rosso del Festival del Cinema

Si è appena conclusa a Venezia la Biennale Cinema 2018, la mostra che promuove la conoscenza e la diffusione del cinema internazionale, assegnando al film Roma il Leone D’oro. Ma le cicatrici sociali delicatamente raccontate da Alfono Cuarón, non sono le uniche a segnare la 75sima edizione della kermesse più famosa d’Italia.

Dei red carpet, look da favola, party esclusivi e dei premi assegnati, soprattutto in quest’ultime ore si parla un po’ ovunque. Resta tuttavia un tema a cui è stato negato il privilegio della “prima pagina”, che merita invece di trovare voce non solo sugli schermi della città lagunare, ma soprattutto tra le pagine di chi si fa portavoce dell’esperienza che Venezia offre per la 75esima volta. Un tema che si fa fil rouge di più lungometraggi candidati al Leone d’oro e nelle diverse altre sezioni. Parlo dello storico binomio “fascino e terrore” che attraverso trame, trattamenti, colori e musiche diverse, quest’anno si impone al festival e “sfrutta” sapientemente la cinematografia per descrivere la natura dell’uomo in tutti i suoi maestosi e deplorevoli aspetti. Il rosso di cui si tinge la Biennale Cinema 2018, non riguarda solo i tapis delle star, né la passione di fiabesche (o drammaturgiche) storie d’amore o le sfumature splatter degli omaggi alla gloriosa storia dell’horror italiano.

Mi riferisco naturalmente ai remake più discussi del festival, alla cui vetta spiccano A star is born - che battezza in contemporanea Stefani Joanne Angelina Germanotta, alias Lady Gaga, nei panni di una promettente cantante innamorata del suo scout Bradley Cooper, a sua volta per la prima volta nelle vesti del regista – e a Suspiria, del talentuoso Luca Guadagnino, che ha adunato un cast stellare per il remake di una delle pellicole più riuscite del mago dell’horror Dario Argento, da cui lo stesso ha preso le distanze.

Il rosso, quest’anno, diventa trama delle più cruenti rivoluzioni domestiche, politiche ed economico-sociali che hanno segnato la storia di molti paesi europei e centro-sudamericani o, nel caso della nostra penisola, di vicissitudini politiche poco chiare la cui trascuratezza ha portato a crimini efferati: dal proclamato Leone D’oro Roma di Alfono Cuarón, all’attesissimo film di Alessio Cremonini Sulla mia pelle, fino ad arrivare alle storiche vicende di Peterloo - la tredicesima opera di Mike Leigh sul massacro di Manchester -  e al capolavoro di Álvaro Brechner La noche de 12 años, sugli abusi psicofisici subiti dall’ex presidente dell’Uruguay, Pepe Mujica (a cui il Festival dedica un altro film) arrestato con l’obiettivo di annientare l’opposizione degli anni ‘70.

Attraverso il racconto delle 60 mila anime massacrate al comizio pacifico di Henry Hunt in Peterloo, il ritratto intimista della nascente borghesia messicana in Cuarón, la fotografia delle ultime ore di Stefano Cucchi e i 12 anni di prigionia dei Tupamaros uruguaiani che il festival porta sul grande schermo, l’interrogativo che quest’anno riecheggia in più sale è: cosa resta all’uomo, deprivato dei suoi più basilari diritti? Occorre davvero percorrere i sentieri più bui dell’animo umano in grado di annichilire i suoi simili, per riconoscere i sintomi di un regime totalitario o di uno stato dormiente?

Per quanto difficile da digerire, il Festival di Venezia 2018 ci impone una riflessione molto contemporanea sui diritti universali di ogni essere umano. È per questa ragione che, assieme a Roma, pellicole come Sulla mia pelle, Peterloo e La noche de 12 años si ascrivono di diritto alla filmografia obbligatoria, assolvendo all’ingrato compito di “educare” oltre che a intrattenere. A mostrarci quanto sia – tutt’oggi - sottile il confine tra il potere del fascino – di chi non teme di opporsi all’ordine precostituito e imposto - e il fascino del potere, di chi si schiera con i “forti” per lottare contro i “deboli”.

 

Alessandro Lombardo

Redazione Nerospinto

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