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“L’Estetica del Decanter”: il primo romanzo di Luca Cantore D’Amore|||

“L’Estetica del Decanter”: il primo romanzo di Luca Cantore D’Amore

Uscirà il 15 aprile il primo romanzo di Luca Cantore D’Amore: storico e critico d’arte, salernitano, instancabile ricercatore di bellezze nascoste, curatore di mostre e di se stesso. L’Estetica del Decanter, oltre che un romanzo, è il suo personalissimo modo di essere e di interpretare la vita. Le avventure del protagonista si evolvono in un susseguirsi di aneddoti e riflessioni pregni di malinconia, ironia, nostalgia e sarcasmo.

Sono racconti di vita introspettivi che fanno affiorare una verità per lui innegabile: l’assenza di senso dell’esistenza. Allora l’unica soluzione è quella concedersi alla scrittura, all’arte, alla poesia, gli unici rimedi per un animo controverso.

Da qui la spiegazione del titolo: il decanter porta con sé un duplice significato. Con la sua forma sinuosa è un oggetto di indubbia bellezza estetica, tanto che nella sua armonia siamo tutti disposti a trascurare il suo essere sostanzialmente privo di ogni utilità.

Il romanzo vuole dimostrare come nei rapporti d’amore e d’amicizia però questa visione venga rovesciata, in quanto ci innamoriamo dell’anima delle persone, oltre che del loro aspetto. È un’unica presenza costante a legare ogni capitolo: la neve.

Elemento capace di cancellare, attraverso la sua purezza, tutta la vergogna, il cinismo e il dolore del mondo. Elemento che suscita, durante la lettura, un sentimento di malinconia persistente; che permette di guidarci alla comprensione di che cosa sia la sensibilità, attraverso un velo di commozione e tenerezza.

Luca, il tuo modo di scrivere si può riassumere con una frase di Paolo Sorrentino: “Ero condannato alla sensibilità”. Quanto è importante la sensibilità nella vita di ognuno? Giudichi mai le persone in base al loro grado di sensibilità interiore? 

“Siamo degli esseri giudicanti, non c’è che fare. È un atto inevitabile, il nostro. Lo facciamo anche senza volerlo. Senza saperlo. Alle volte, quelle più pericolose, lo facciamo anche “senza farlo”. Quello del giudicare è un atto assolutamente non arginabile. Sempre. Per questo, l’unica cosa su cui possiamo migliorare è il “saperlo fare”. Il farlo con coscienza, con consapevolezza, con il maggior numero di dati possibile, perlomeno. La sensibilità degli uomini, però, non solo non è quantificabile ma, soprattutto, raramente lascia prove evidenti. È difficile inventariare un essere umano dall’ipotesi di sensibilità che crediamo di potergli attribuire. Ed ecco che ci innamoriamo, così, della nostra idea sul prossimo, il più delle volte. Sulla sua ipotetica sensibilità. Ecco perché, per quanto sia umano, giudicare è un errore; ma appassionarsi no. Prendere in carico un’anima, ancora meno. Alle volte, è tutto ciò che ci resta. Aggrapparci l’un l’altro. La sensibilità è una condanna, sì. Il motivo per cui questa è importante, però, risiede nella possibilità di guardare con il beneficio dell’incertezza, con quella patina di commozione, tutto ciò che ci circonda. È una condanna di cui essere felici, sostanzialmente.”

Luca Cantore D'Amore

Nel tuo libro sei molto critico verso precise categorie di persone, ad esempio quelli che ti salutano esortando con “Caro”. Come mai?


“Perché mi sembrano la cosa, appunto, più lontana dalla sensibilità che esista. Questa inesattezza dell’esprimersi - come quella di chiamare con un “caro” generico proprio tutti coloro i quali, in fin dei conti, tutto ci sono meno che “cari” - denota una certa superficialità di ragionamento prima di aprire la bocca ed esprimere un pensiero. Anche un pensiero così apparentemente semplice ed innocuo come la parolina “caro”, può essere un chiaro indizio di superficialità. Perché è un’espressione. Ed esprime, ai miei occhi, una carenza di ragionamenti prima di parlare, che è quello che davvero tristemente latita oggi. È chiaramente una provocazione la mia, una esasperazione. È ovvio. Ma vuole sottolineare come, davvero, imparare a fare caso alle piccole cose è l’unico modo per risolvere e migliorare quelle grandi. O, perlomeno, quelle che tutti chiamano così.”

I primi commenti critici, proferiti da personalità rilevanti del mondo della cultura, quali Vittorio Sgarbi (storico dell’arte), Jean Blancheart (gallerista e critico d’arte), Luca Doninelli (scrittore e giornalista), Lorenzo Finocchi Ghersi (medievalista e storico dell’arte) e Vincenzo Napoli (architetto e Sindaco di Salerno), delineano la sicurezza di una scrittura matura.

Come il vino all’interno di un decanter si ossigena, così Luca aspira a risvegliare, nonché provocare, le menti altrui, attraverso una prosa densa e stimolante.

 

Marta Cossettini 

Redazione Nerospinto

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