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Il grande regista Giuliano Montaldo: "Il cinema civile italiano? È ancora vivo. Non mancano le idee, ma i soldi. Ci vuole più coraggio"

Regista e attore tra i più rappresentativi del Novecento italiano, a 89 anni Giuliano Montaldo è oggi uno dei grandi veterani del nostro cinema civile. Se il suo ultimo film, "L'industriale", risale ormai a otto anni fa, la sua esperienza nel 2017 sul set di "Tutto quello che vuoi" (regia di Francesco Bruni) gli è valsa il David di Donatello come migliore attore non protagonista.

Durante la premiazione, il regista di capolavori come "Sacco e Vanzetti", "Giordano Bruno" e "L'Agnese va a morire" aveva raccontato di avere iniziato il proprio percorso artistico nel 1950 con "Achtung! Banditi!" del suo maestro Carlo Lizzani. Da allora sono passati quasi 70 anni, di cui ha parlato in esclusiva a Nerospinto partendo proprio dagli ultimi David che si sono tenuti il 27 marzo a Roma.

Maestro, pioggia di statuette per "Dogman" di Matteo Garrone. Meritate?
Meritate e dovute. Garrone è un bravo regista che va sostenuto proprio perché è bravo. In questo momento ci sono diversi giovani che si stanno facendo largo nel mondo del cinema trovando la loro dimensione. Hanno tutti talento e bisogna incoraggiarli riconoscendo loro i premi che meritano. Tra i film più apprezzati ai David 2019 c'è stato "Sulla mia pelle" di Alessio Cremonini, il film che racconta il dramma di Stefano Cucchi.

È la dimostrazione che il cosiddetto cinema civile di cui lei è stato - ed è ancora oggi - un importante esponente può tovare nuova linfa?
"Sulla mia pelle" è un film coraggioso che merita grande attenzione. Molti non l'hanno apprezzato e non capisco il perché. Va elogiata la volontà di Cremonini di raccontare una storia del genere. Oggi purtroppo sono in pochi a farlo, mentre in passato anche la commedia all'italiana prendeva spunto dall'attualità per svelare le contraddizioni della nostra società. Senza dimenticare un altro problema fondamentale: non esistono più le co-produzioni. Quasi tutti i film che ho fatto io prevedevano co-produzioni con Francia, Germania e Spagna. Oggi non ci sono più e quindi manca un rapporto di apertura al mondo. Ma in generale si preferiscono i film che fanno ridere a quelli che fanno pensare.

Intervista a Giuliano Montaldo

Cosa manca di più al cinema italiano? I soldi o le idee?
Le idee ci sono, i soldi un po' meno. Prima bisogna trovare il finanziamento iniziale per la sceneggiatura, poi convincere un produttore a sobbarcarsi il rischio. Se no andare in Rai e Mediaset, oppure fare il solito giro al Ministero. L'importante è fare un film che tranquillizzi, a differenza del passato in cui le commedie dei vari Monicelli, De Sica, Risi e Scola erano anche graffianti e il pubblico, dopo che il cinema aveva abbassato la serranda, rimaneva fuori a discutere del film che aveva appena visto. Non esistevano ancora i multisala, per fortuna. Quando ero giovane il mio multisala era via XX settembre, a Genova, con cinque cinema da una parte e sette dall'altra...

Il primo aprile ricorrono i 50 anni dall'uscita di uno dei suoi film più sottovalutati, "Gli intoccabili", che lei ha definito il primo film sulla mafia in smoking. Quanto è ancora attuale?
Moltissimo. Le racconto questo. Il 24 febbraio sono stato ospite del Centro Sperimentale di Cinematografia, a Roma. Per festeggiare il mio 89° compleanno hanno proiettato "Gli intoccabili". Quasi nessuno, del pubblico presente in sala, lo aveva mai visto. E alla fine ha applaudito come se fosse appena uscito. Una grande emozione seguita poi da un intenso dibattito con gli spettatori.

Tra i temi più toccati nella sua produzione ci sono la Resistenza e l'antifascismo: "Tiro al piccione", "L'Agnese va a morire" e "Gli occhiali d'oro"...
Ma preferirei parlare di "Achtung! Banditi!" del mio amico e maestro Carlo Lizzani, il primo film al mondo a essere girato grazie a una sottoscrizione popolare di operai, portuali, artigiani e commercianti. Gente semplice che si era tassata con 500 lire a testa per consentire all'organizzatore del film, un ex comandante partigiano, di iniziare e portare a termine le riprese. Una storia bellissima, ambientata alle porte di Genova e purtroppo dimenticata. Perché nessun produttore ci aveva messo i soldi? Il governo aveva paura di schierarsi, colpa anche dei soliti veti incrociati.

Un altro tema affrontato nei suoi film è il potere. In questo senso, quanto è affezionato alla sua trilogia di cui fanno parte, oltre a "Gott mit uns", "Sacco e Vanzetti" e "Giordano Bruno"?
Ho fatto molta fatica a convincere i produttori a finanziare "Sacco e Vanzetti". In Italia nessuno, compreso il sottoscritto, conosceva la storia di questi due anarchici emigrati negli Stati Uniti e condannati alla sedia elettrica per un reato che non avevano commesso. Non è stato facile girare quel film, si pensi solo a tutte le difficoltà per ambientarlo nell'America del 1927, trovare i costumi e così via. Io stesso, come ho detto, ho scoperto la storia di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti assistendo a una piece teatrale. A quel punto volevo sapere, volevo capire, volevo raccontare questa storia. Per quanto riguarda "Giordano Bruno", invece, di lui si sapeva tutto. Ma aveva solo una statua, una piazza e una via. Gli abbiamo dedicato un film che ancora oggi è proiettato al cinema e nelle scuole. Un film che non lascia indifferenti. E che funziona ancora. Grazie anche a Volonté.

A proposito, come spiegare ai giovani chi era davvero Gianmaria Volonté?
In "Sacco e Vanzetti" sono stato costretto a girare due volte la scena della requisitoria finale in cui il suo personaggio, il pescivendolo Bartolomeo Vanzetti, diceva: "E mi sun anarchic". Infatti, durante la prima prova, una delle guardie del tribunale aveva pianto per la commozione. "Me scusi, dottò, me so' commosso". La grandezza di Gianmaria stava nella capacità di trasformarsi completamente nel personaggio che di volta in volta stava interpretando. Era un attore estremamente razionale.

Un altro suo grande film è "Il giocattolo", con Nino Manfredi nella parte di un contabile che un giorno prende il porto d'armi per farsi giustizia da solo. Un tema di grande attualità...
È un film che non so che fine abbia fatto, non è più uscito e mi dispiace molto perché oltre a Manfredi c'era un altro grande attore che se n'è andato troppo presto, Vittorio Mezzogiorno. Qualcuno racconta che io e Manfredi fossimo in disaccordo sull'ultima scena della storia. Lui avrebbe proposto di far portare a termine la vendetta personale del protagonista, mentre io gli avrei imposto il finale effettivamente girato. Non è andata così. Ora, se non le dispiace, la saluterei. 
Un'ultima cosa. Lei è genovese, vero? Mi saluti Genova, la mia città. Anche se ora è mutilata...

 

Roberto Bordi 

Redazione Nerospinto

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